O’BRIEN
Quando ipostatizziamo l’aggettivo “vero” facendolo diventare “Verità” e ci interroghiamo sulla nostra relazione con questa cosa, non abbiamo da dire assolutamente niente.(1)
[INTRODUZIONE] – Talvolta, ed anche di questi tempi, si usa riferirsi ai romanzi di Orwell per sottolineare con forza la consistenza di un regime o per evocare forze oscure che tramano nell’ombra e determinano gli esiti politici di uno stato, del mondo intero (il complottismo).
Grande fratello (o fratello maggiore, come qualcuno preferisce tradurre) è divenuto persino il titolo di un celebre reality show, a testimonianza di come certe metafore di Orwell conservino inalterate tutta la loro forza evocativa.
Certo Orwell non fu un filosofo, fu un narratore: ma non per questo possiamo negare l’utilità delle sue descrizioni.
Ciò che qui riprendo è la riflessione sul tema del potere di colui che può osservare senza essere osservato (un tema caro anche a Foucault), sul potere che tale condizione consentirebbe.
Ma sarà davvero questa la tesi che anche Orwell sottende in 1984 e Animal Farm? C’è qualcuno che, a nostra insaputa, determina le nostre azioni?
Non sarà, oppure, che Orwell abbia osato gettare lo sguardo oltre quell’occhio indagatore? Oltre la fitta rete di abitudini. Oltre il big brother che governa e giustifica ogni nostro atto, anche il più spregevole, togliendoci responsabilità. Verso ciò che davvero temiamo più d’ogni altra cosa.
[NEOLINGUA E SEMPLIFICAZIONE] – A precedere il romanzo Animal Farm (La fattoria degli animali), in origine, è un breve trattato sulla libertà di stampa (Orwell fatica molto per vedere pubblicata quella sua opera in Inghilterra).
Potremmo pensare ad Orwell come ad un ridescrittore della realtà, un narratore che crea una personale versione di ciò che accade e degli sviluppi futuri.
Eppure Animal Farm pare essere sgradito a tutti gli editori, in quel 1943. Il governo inglese non intende inimicarsi l’Unione Sovietica, per questioni politico-strategiche.
Ma questo non ci dice ancora molto.
Ovviamente non è auspicabile che un dipartimento governativo abbia qualche potere di censura (…) Ma in questo momento il pericolo principale per la libertà di pensiero e di parola non è l’interferenza diretta del Ministero dell’informazione o di un corpo ufficiale qualsiasi. Se gli editori e i direttori di giornali fanno di tutto per sottrarre alla stampa alcuni argomenti, non è per paura di essere perseguiti, ma per timore dell’opinione pubblica (…) Il fatto sinistro per quanto riguarda la censura letteraria in Inghilterra è che essa è in larga misura volontaria. Le idee impopolari si possono mettere a tacere, e i fatti inopportuni si possono tenere all’oscuro, senza bisogno di nessun bando ufficiale.(2)
Può essere utile riflettere su queste parole.
Sino a che punto Orwell può affermare una nuova descrizione della realtà e sino a che punto, al contrario, questa rischia di essere soffocata dalle versioni normali e rassicuranti di cui molti di noi hanno un bisogno quotidiano?
Questa seconda possibilità potrebbe essere letta come un rifiuto delle nuove metafore usate da Orwell in “Animal Farm”, una reazione ad un mutamento causato da un’inaspettata rappresentazione della realtà. Qualcosa che è preferibile occultare che affrontare.
Orwell in 1984, attraverso Winston, ricorda come non ci sia una regola ben precisa che proibisse di…, i membri esterni del partito Socing sentono senza bisogno di regole il dovere di privarsi di alcuni piaceri o libertà.
L’ordine sociale del terribile mondo di 1984 non sembra sempre essere determinato da una sequela di termini severi e proibitivi calati dall’alto (un codice), attraverso l’autorità del partito; ma parrebbe essere legato anche ad un’incoffessabile ansia di conformarsi ad un linguaggio unico: un caso d’autocensura, apparentemente inconsapevole.
In Animal Farm abbiamo prova di come la casta dominante dei maiali non disponga di un codice di leggi definitivo. Più che ai sette comandamenti scritti a lettere cubitali nella stalla e, successivamente, più volte “aggiornati”, i maiali si affidano alle ridescrizioni epiche di Clarinetto, un maiale particolarmente abile nella retorica che, di volta in volta, riscrive gli avvenimenti storici della fattoria durante e dopo la rivoluzione e la cacciata degli uomini.
Lo stesso Winston, in Oceania (1984), svolge il suo lavoro di riformulazione della storia presso il Ministero della Verità: egli è addetto alla manipolazione degli articoli dei quotidiani, per cancellare ogni eventuale traccia delle fallite previsioni del Grande Fratello.
Talvolta pare che Orwell ci metta in guardia dicendoci che il peggio può venire dal rituale attaccamento al discorso normale, alle frasi rassicuranti: naturale preludio al bisogno di un codice universale condiviso.
Va ricordato che la riflessione narrativa di Orwell in 1984 (ma anche in Animal Farm) sottintende, in generale, come negli uomini vi sia solo quello che è stato introdotto dalla società. Il linguaggio e le parole tolgono o mettono qualcosa; come dire: solo ciò che può essere detto e scritto può essere pensato, all’assenza di parole utili a designare un concetto corrisponde l’inesistenza dello stesso concetto.
Ecco l’importanza sociale del linguaggio e quella individuale: come metodo di autocreazione (nel formulare una propria rappresentazione dello stesso ed unico mondo, la persona trova la sua singolarità ed il proprio motivo di esistere).
Il linguaggio unico sembra invece irrealizzabile, anche laddove vi sarebbero tutti i presupposti (in Oceania o nella Fattoria degli Animali). Tutto ciò può dimostrare ancora una volta l’impossibilità di verità segnate per sempre, in qualche libro sacro.
Come Clarinetto, Orwell, ridescrive i fatti: tanto più le metafore usate sono dissacranti e dissonanti, tanto più queste hanno presa sul lettore.
A persuaderci, ancor più che a convincerci, è una metafora geniale come quella usata da Orwell in Animal Farm. Nella caricatura del regime autoritario e bugiardo messa in scena in quell’opera, i maiali sono razza dominante e lo stivale dei maiali simbolo della prevaricazione ottusa e violenta.
Possiamo ipotizzare che se Orwell non avesse fatto ricorso a tale metafora, la sua opera avrebbe scandalizzato assai meno e, probabilmente, sarebbe stata pubblicata subito. Ma possiamo pensare che quell’opera non sarebbe poi passata alla storia e giacerebbe dimenticata sotto un fitto strato di polvere.
Nell’immagine dei maiali è riassunta tutta la forza della metafora di Orwell, che inizialmente appare come qualcosa di azzardato e improbabile e successivamente finisce per colpire la nostra immaginazione, meglio di come potrebbero svariati saggi di politologia o sociologia.
Animal Farm non è un saggio od un trattato, ma un romanzo: per questo è tanto efficace ed avvincente, un’invenzione letteraria che ancora oggi possiamo prendere in considerazione (ed è come affermare che le condizioni socio-politiche in cui scriveva Orwell, non sono ancora troppo diverse da quelle attuali).
Ma se spostiamo il nostro punto di vista, concentrandoci sugli equilibri interni all’opera di Orwell, notiamo come l’intuizione metaforica mantenga uguale importanza, non solo come mezzo di rappresentazione, ma anche come strategia che vivifica la narrazione stessa.
Animal Farm si chiude con l’intera fattoria degli animali che osserva furtivamente dalla finestra i litigi, dopo una partita a carte, tra i proprietari delle fattorie vicine (uomini) e i nuovi proprietari della loro fattoria (i maiali). Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due. (3)
Da una parte si dissolve il primo e più solenne dei sette comandamenti della fattoria (Tutto ciò che va su due gambe è nemico), nell’ennesima prova della vanità d’ogni proposizione definitiva; dall’altra, con i maiali che camminano a due zampe e somigliano in tutto ai vecchi nemici di sempre: gli uomini, svanisce l’invenzione decisiva della narrazione. Non a caso con questa si dissolve la magia di Animal Farm, che termina come ho appena riportato.
Il romanzo cessa con la morte dell’invenzione letteraria. Oltre avremmo dovuto immaginarci, con poco sforzo e molta noia, l’esistenza quotidiana di un comune contadino possidente terriero, non più maiale (il litigio durante la partita a carte, del resto, è un’anticipazione di un futuro che possiamo già immaginare senza fatica).
La dissoluzione dell’immagine dei maiali coincide con il sacrificio del dettaglio a vantaggio della normalizzazione, della semplificazione. Allo stesso modo la mostruosa umanizzazione dei maiali, priva essi della loro stessa natura, gettandoli in un limbo indifferenziato.
Giova ricordare che nella realtà unificata e indistinta di 1984, i prolet (coloro che vivono al di fuori delle gerarchie del partito, ai margini della città, conservando le loro caratterizzazioni sociali) sono la speranza di Winston. Essi rischiano di conservare la forza di un vitale ed imprevisto errore, ciò che li porterà a sopravvivere oltre l’era della neolingua e dei suoi rigidi schematismi.
Il vecchio prolet che Winston avvicina in 1984, non gli fornisce le informazioni generali che si aspetta, sul fatto che si stesse meglio prima della rivoluzione oppure no, sulle leggende diffuse dal partito. In realtà il vecchio, deludendo Winston, ricorda nitidamente solo alcuni eventi particolari della propria vita, dettagliatamente. Il vecchio prolet vive al di fuori degli schemi concettuali del partito, di ciò che il Grande Fratello stima giusto per lui.
Lo stesso Winston, violando le oscure regole del Socing, acquista un bel quaderno, allo scopo di annotare alcune impressioni o di fornire una possibile testimonianza; ed è come se egli si ricreasse scrivendo. Le annotazioni sgrammaticate e parziali di Winston, sono anche la risposta alla negazione linguistica totale auspicata dal partito, attraverso la neolingua.
Tutta la letteratura del passato sarà completamente distrutta. Chaucer, Shakespeare, Milton, Byron… esisteranno solo in neolingua. (4) Così il collega Syme tenta di esemplificare per Winston le conseguenze dell’applicazione scrupolosa della neolingua. La neolingua è un linguaggio ripulito da ogni particolarità e da ogni termine “non indispensabile” al funzionamento di una società come quella instaurata dal partito Socing in Oceania nel 1984.
Ancora Syme a Winston: non senti ancora la bellezza della distruzione delle parole. Non sai che la neolingua è l’unica lingua del mondo il cui vocabolario s’assottigli ogni anno di più? (5)
Ed ancora, nell’appendice a 1984, intitolata I principi della neolingua, Orwell ricorda come sia prerogativa d’ogni regime autoritario esprimere un vocabolario costruito su neologismi nati da abbreviazioni di termini in uso. Basti pensare a Nazi, Gestapo, Agitprop…
Se la nostra vita è possibilità di rappresentare a proprio modo la realtà, questo ripiegamento delle parole su se stesse porta con sé i dettagli di ogni descrizione personale e, dunque, di ogni singola vita.
[UNA LIEVE DISSONANZA] – Lo stesso Winston è alla ricerca, nei quartieri prolet, di oggetti che gli ricordino qualcosa e gli aprano uno spiraglio sul passato, sul mondo prima del Socing. Trova tutto questo in un vecchio fermacarte di vetro decorato.
Il fermacarte racchiude la magia di un mondo che Winston non ha potuto conoscere. Un oggetto privo di significato e che non conserva alcuna utilità, per come questa gli era attribuita originalmente. Un oggetto che sfugge alla logica del partito e risplende per la sua errata collocazione temporale.
Pensiamo alle razioni di gin controllate, alla penuria di lamette da barba o altro: tutto in quel 1984 è centellinato, controllato e propinato ai membri esterni del partito in una dose mai eccedente a quella strettamente necessaria alla sopravvivenza individuale ed agli scopi del Grande Fratello.
Quale oggetto più prezioso per Winston di un fermacarte in vetro decorato? Un oggetto impensabile ed inutilizzabile per il Socing e, dunque, un frammento di testimonianza da un mondo molto diverso dal suo.
Sottratto al mondo in cui era nato ed allo scopo per il quale era stato utilizzato, il fermacarte stona con l’oggettistica grezza ed utilitaria del Ministero della Verità (ove lavora Winston). La sua stessa esistenza rappresenta un pericolo. Un oggetto senza scopo non può esistere per il partito: rappresenta una minaccia per la sua manifesta irriducibilità ad un fine; può indurre a pensare a qualcosa che non sia d’attinenza alle attività sociali e politiche del Socing.
Il fermacarte è un’inutile anomalia, una stonatura, ma apre scenari diversi, una breccia attraverso il muro dell’epoca dei versificatori. (6) Winston indugia e ne è affascinato.
Potremmo pensare a quell’oggetto come ad una dissonanza, che giunge inaspettata ad aprire a nuove possibili soluzioni, in modo del tutto casuale: forse l’unica trasgressione possibile nei confronti della strategia della neolingua e della consumazione progressiva dei dettagli.
Diversamente, il celebrato trattato socio-politico del leggendario leader dell’opposizione segreta al Grande Fratello: Goldstein, “il libro” sacro dei nemici del Socing, appare tutto sommato noioso. “Il libro” che dovrebbe spiegare ogni cosa, conferma solamente cose risapute e ben note, chiarendole appena un po’.
Questo testo, tanto atteso e temuto da Winston, rivela tutta la sua pretenziosità, la brama di abbracciare e risolvere in sé ogni dubbio in relazione alla situazione politica dell’Oceania e del mondo intero. A dispetto dell’attesa con la quale è introdotto, non si rivela di alcuna importanza, non solo perché a scriverlo sono in realtà alcuni membri del partito stesso, ma per il fatto che forse i migliori libri non sono quelli che ci dicono qualcosa che già sappiamo e non sono quelli che propongono verità per colui che già a sua volta abbia pensato i pensieri ivi espressi.(7)
Il libro lo affascinava o, per essere anche più esatti, lo rassicurava. In un certo modo non gli insegnava nulla che egli non sapesse già, e questo costituiva, appunto, parte dell’attrazione. Diceva esattamente quel che egli stesso avrebbe detto (…) I migliori libri, gli pareva di capire, sono proprio quelli che ci dicono quel che già sappiamo.(8)
La neolingua e la strategia della semplificazione assoluta prevalgono in 1984, aldilà d’ogni tentativo messo in atto dagli amanti Julia e Winston che, al termine della seconda parte, sono catturati dalla psicopolizia.
Qualcuno aveva afferrato il fermacarte di vetro dal tavolo e l’aveva scagliato sulla pietra del caminetto, rompendolo in mille pezzi.(9)
[Il DUALISMO DEL BIPENSIERO] – Per l’attuazione della neolingua è necessario passare attraverso la consumazione dei termini in uso (per non parlare di quelli in disuso, naturalmente). Ridurre il vocabolario a poche parole essenziali che racchiudano comodamente tutto ciò che è opportuno dire. Tale scopo nasce dall’esigenza di sradicare sul nascere lo psicoreato, il reato di pensiero contro il Socing.
Ora, è corretto supporre che se il Socing ritiene di poter estirpare i “cattivi pensieri” dalle menti delle persone, sappia che non è dato alcun pensiero senza un termine che gli dia corpo. Il ruolo che il partito assegna al linguaggio è evidente: il timore che mantenendosi vivo, un vocabolario particolareggiato, manifesti anche un pensiero criminoso, ostile al Grande Fratello, lo dimostra. Teniamolo a mente.
Nella terza ed ultima parte, 1984 contiene una descrizione diversa rispetto ai primi due terzi dell’opera e questo è dovuto all’entrata in scena di un personaggio centrale: O’Brien.
La terza parte di 1984 esplora territori diversi da quello della denuncia politica e civile.
Ma leggiamo queste parole di Orwell: la fallacia è quella di credere che sotto un governo dittatoriale si possa essere liberi dentro (…) L’errore maggiore è di pensare che l’essere umano sia un individuo autonomo. La presunta segreta libertà di cui si godrebbe sotto un governo dispotico è una cosa senza senso, poiché i nostri pensieri non sono mai del tutto nostri. I filosofi, gli scrittori, gli artisti, perfino gli scienziati, non solo hanno bisogno di incoraggiamento e di un pubblico. Hanno anche bisogno di essere continuamente stimolati da altri (…) Togli la libertà di parola e le capacità creative s’inaridiscono.(10)
Il Socing ha individuato il modo per disfare questa rete sociale di autodescrizioni: attraverso la riscrittura del passato, ma anche attraverso l’imposizione del linguaggio unico e impersonale.
Come ricordavo in precedenza, la terza parte di 1984, ha il pregio di presentarci un personaggio nient’affatto comune: O’Brien. O’Brien è un alto funzionario del Socing e Winston lo crede dalla sua parte, contro il Grande Fratello, per via di alcuni sguardi complici che aveva creduto di scorgere in lui. La realtà per Winston sarà diversa, O’ Brien farà arrestare e torturare sia lui sia Julia, sino a farli abiurare la cosa più importante, il loro reciproco amore. O’Brien intende fare ben di più che giustiziare Winston, desidera eliminarlo fisicamente solo dopo che questo abbia accettato, senza riserve mentali, di amare il Grande Fratello.
Winston, nel suo diario, scrive che la libertà è poter sostenere che 2 + 2 = 4, la fede nella verità e nella ragione contrapposte alle menzogne del partito.
O’Brien tortura Winston, intimandogli di credere al 2 + 2 = 5.
Come interpretare quest’imposizione? Si tratta forse di due diverse logiche contrapposte? Della verità del partigiano della libertà (Winston), contrapposta alla menzogna del funzionario di un partito totalitario (O’ Brien)?
Per comprendere meglio occorre addentrarci un poco anche nel labirinto del bipensiero del socing.
È utile ricordare come il Ministero dell’Abbondanza usi proclamare che per l’anno in corso la produzione di scarpe, ad esempio, è aumentata considerevolmente. Ogni ascoltatore (obbligato) dei proclami del partito, a quel punto, sa di non aver ricevuto un paio di scarpe nuove da molto tempo. In casi come questi s’innesca il meccanismo del doppio pensiero: il secondo pensiero, negativo, annulla il primo e fa sì che sia fatto spazio alla nuova verità, quella del Socing. Oppure: per i lavoratori del Ministero della Verità è necessario, non solo riscrivere il passato (manipolando i giornali ed i libri), ma contemporaneamente scordarsi di averlo fatto.
Bipensiero sta a significare la capacità di condividere simultaneamente due opinioni palesemente contraddittorie e di accettarle entrambe. L’intellettuale di Partito sa in quale direzione i suoi ricordi debbono essere alterati: sa quindi perfettamente che sottopone la realtà ad un processo di aggiustamento; ma mediante l’esercizio del bipensiero riesce nel frattempo a persuadere se stesso che la realtà non è violata. Il procedimento ha da essere conscio, altrimenti non riuscirebbe ad essere condotto a termine con sufficiente precisione, ma deve essere anche inconscio perché altrimenti non saprebbe andar disgiunto da un senso vago di menzogna e quindi di colpa, ed ancora sapere e non sapere. Essere cosciente della suprema verità nel mentre che si dicono ben architettate menzogne, condividere contemporaneamente due opinioni che si annullano a vicenda, sapere che esse sono contraddittorie e credere in entrambe. Usare la logica contro la logica.(11)
Le considerazioni di Winston sul bipensiero sono importanti per capire. Il bipensiero si manifesta alla maniera di una controllata schizofrenia autoindotta che, esercitata da ogni membro del Partito, fa sì che il Socing possa divulgare agevolmente ogni sorta di menzogna (prevalentemente rettifiche di notizie di segno opposto date qualche mese, o qualche giorno prima).
Gli slogan del Socing:
LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ
Facile osservare come questi slogan siano un concentrato esemplare di contraddizione, la base teorica del bipensiero.
Il bipensiero è caratterizzato da un dualismo insormontabile e grossolano, nel prendere atto di un “difetto” originale nel linguaggio delle persone. La contraddizione nasce da quel residuo di archelingua (per Orwell l’inglese) che permette di dire, e dunque pensare, l’errore (e, di conseguenza, considerare la possibilità di un errore del Grande Fratello). Il secondo momento del bipensiero, quello negativo, interviene a ristabilire l’equilibrio necessario: ma non cancella il difetto originale, ovvero la possibilità di dire, e dunque pensare, un errore.
Attraverso la neolingua, il Socing intende rimediare. Ad esempio: togliendo la parola “errore” dal vocabolario, si distruggono i presupposti per poter anche solo pensare che una falsità possa essere detta e poi definita “errore”.
In questo senso possiamo leggere gli slogan del Socing come un’imposizione della menzogna alle verità che ancora albergano nei cervelli di alcuni: pura negazione; ma possiamo considerare come la neolingua, prevenendo l’errore e nel tentativo di togliere la contraddizione, si ponga come verità unica ed assoluta.
Dunque, mentre il bipensiero consiste nella menzogna elevata a legge, alla negazione della verità razionale di Winston, l’approdo alla neolingua fornirebbe al partito i mezzi per instaurare stabilmente la verità e la possibilità di superare anche la tecnica del bipensiero (non vi sarebbe più la necessità di eliminare un certo pensiero, perché questo, tramite il toglimento del termine che lo tiene in vita, non esisterebbe più).
Essere contro il Socing non sarebbe nemmeno dicibile, pensabile, possibile.
Ed in questo contesto dobbiamo ricordare che Winston, se da un lato lotta per conservare una memoria, per raccogliere i cocci del passato e dimostrare la falsità dei proclami del Grande Fratello opponendogli la forza della ragione (2 + 2 = 4), dall’altra sa che la neolingua applicata rigorosamente ribalterà le posizioni e toglierà ogni residuo di archelingua e di memoria in un’altra verità.
La neolingua realizzerà il completo azzeramento d’ogni linguaggio e altro pensiero, “nell’interesse della collettività”.
“Voi siete i morti”, ripeté la voce metallica. (13)
Nel frattempo, la questione si ridurrebbe, come intende Winston, ad una contrapposizione di logiche opposte: il suo 2 + 2 = 4 contro il 2 + 2 = 5 del Socing. Una contrapposizione frontale tra due mondi differenti ed alternativi, con un senso di pessimismo che fa sì che, pur nel contrasto continuo al regime, Winston non nutra davvero speranza di farcela; oppure, che il suo linguaggio razionale si nutra di quello menzognero dualisticamente, come il bene si nutre del male, per continuare ad essere tale. Sino a che il male sarà dicibile.
[2 + 2 = 5] – Ma Orwell non inventò O’ Brien per farne un contraltare dialettico: lo inventò semplicemente per metterci al corrente di un nuovo rischio per l’umanità. Forse Orwell ci mette in guardia dai rischi possibili di un O’Brien che gioca con il nostro linguaggio e la nostra capacità di autodeterminarci, allo scopo di annientarci.
Winston cercherebbe comunque il confronto con le posizioni diverse dalla sua, il dialogo, allo scopo di riformulare le proprie convinzioni (e dunque se stesso) senza lasciare che queste si sfaldino.
Winston rimane sicuro che la verità del 2 + 2 = 4 sia perfettamente oggettiva, ed anche nei momenti di tortura più crudeli (le scariche elettriche), si aggrappa a questa certezza per opporre il giusto codice linguistico e razionale alla barbarie della negazione d’ogni logica (esercitata con ritualità ed in tutti i modi dal Socing).
Il bipensiero consente a Winston di interporre una finzione tra lui ed il Partito, al fine di proteggere le proprie convinzioni (anche in questo senso il bipensiero lascia degli spazi di ribellione che la neolingua non potrà concedere).
Egli sostiene, infatti, che c’era la verità e c’era la non verità, e se ci si fosse aggrappati alla verità, anche mettendosi contro il mondo intero, non si era pazzi. (14)
Ma nonostante le affinità da lui ipotizzate con O’ Brien, possiamo notare come quest’ultimo alimenti una concezione del linguaggio e della realtà assai diverse.
Lo stesso bipensiero, per O’Brien, rappresenta solo una buona invenzione per sostenere che nulla può essere affermato oggettivamente. Tu ti sei messo in mente che esista qualcosa come una natura umana che verrebbe talmente oltraggiata da ciò che noi stiamo facendo da ribellarsi contro di noi. Ma siamo noi a creare la natura umana (…) E ti consideri moralmente superiore a noi, a noi con tutte le nostre menzogne e la nostra crudeltà? (15) Queste parole pronunciate da O’Brien sono dirette a Winston.
Di fronte alla difesa della propria vita e della verità, come abbiamo detto, Winston oppone resistenza. O’Brien, l’intellettuale che lo aveva affascinato, pare prescindere da ogni posizione morale privilegiata e confidare sulla forza, sul potere che il partito gli concede, per imporre la sua versione.
Seguendo la posizione di Winston e della logica contro la (non) logica, O’Brien è colui che avversa la verità razionale a vantaggio delle menzogne del partito; ma in realtà appare chiaro come questi non proponga una nuova sponda (non) oggettiva ed in qualche modo salvifica a Winston; ed è anche evidente che per O’ Brien non c’è un nesso tra la ridescrizione di se stesi ed il potere: la ridescrizione è potere!
Winston, diversamente, si aggrappa disperatamente al 2 + 2 = 4 per proporre la sua rappresentazione; tuttavia egli non considera questa una versione, ma “la versione”(16) e, come ho già rilevato, la sua posizione non parrebbe quella di chi ammette la contingenza delle proprie credenze.
Winston, ricordiamolo, si aspetta qualcosa di più (generale) dal vecchio prolet interpellato: non delle descrizioni minuziose e dettagliate di singoli fatti. Sempre Winston, si ritrova anche a scrivere del 2 + 2 = 4 sul suo diario intimo, piuttosto che delle particolari, ma incredibili, condizioni in cui egli vive.
Si ha invece l’impressione che O’ Brien, rifiutando ogni ipotesi di superiorità morale in virtù di…, non riconosca neanche ciò che sarebbe scontato che un membro interno del Partito riconoscesse: il ruolo fondamentale dello stesso Grande Fratello. Nulla, leggendo 1984, ci giustifica nel credere che O’ Brien sia più devoto al Grande Fratello di quanto non lo sia Winston. Tant’è che egli può fare a meno della neolingua o può spegnere il video nel suo appartamento, cosa non concessa a Winston ed agli altri membri esterni del partito.
Possiamo capire come nulla in 1984 legittimi a credere che il Grande Fratello esista davvero. Si ha piuttosto l’impressione che il mondo costruito attorno all’invenzione del “Grande Fratello” e del Socing sia un’immensa sequenza di punti-individuo collegati tra loro, una sorta di rete attraverso cui si diffondono dati: ma non sembra vi sia davvero un centro in questa rete!
Verrebbe piuttosto facile pensare alle descrizioni della monolitica follia burocratica narrate da Kafka. Laddove nessuna uscita è possibile, termina anche lo spazio per la speranza in qualcosa di esterno: un dio, una legge, una verità, un grande fratello che ci scuota e ci salvi dall’oblio e dal grigiore delle nostre azioni automatizzate e rituali.
D’altro canto, Orwell non avrebbe mai potuto scrivere il suo romanzo più celebre se non avesse avuto di fronte agli occhi ciò che Hannah Arendt chiamò la banalità del male; un interminabile esercito di grigi funzionari incapace finanche di formulare un proprio discorso senza utilizzare una blanda terminologia burocratica.
Il linguaggio del burocrate è il linguaggio annullato ed appiattito all’utilità dei suoi piccoli e rituali atti quotidiani. (17)
Laddove ci si aspetta la personificazione del male, laddove si ha bisogno di scorgere la personificazione del male, che si trova? Un povero conformista, ci spiega Hannah Arendt, incapace di concepire una propria descrizione della vita ed un proprio progetto. Un individuo solo, che non può avere alcun motivo valido per non rispettare gli ordini impartitigli. Poco importa se, in fondo, non è ben chiaro da dove vengano tali ordini.
Un ordine non può non esserci e va rispettato.
Da un lato Eichmann, durante il processo seguito da Arendt, giustifica la propria condizione di esecutore degli ordini, alludendo sempre a qualcuno (o qualcosa) lassù, che glieli impartisce. Qualcosa che lo sottrae da ogni responsabilità individuale. Dall’altro, tenta spericolate giustificazioni, impantanandosi nella palude della pochezza del proprio linguaggio.
Eichmann intuisce che avrebbe potuto agire altrimenti da come ha fatto, e tenta di riplasmare la realtà dei fatti a suo modo. Ma non possiede la forza e la fantasia per poterlo fare, rimanendo a metà via tra il rifiuto di ogni responsabilità per i propri atti ed il goffo tentativo di ridescriverli a proprio vantaggio.
Si ha però la percezione di un Eichmann che avrebbe potuto prescindere dagli ordini superiori, nulla glielo avrebbe impedito. (18)
In realtà, la sua posizione d’imputato ribalta ogni prospettiva. Ora è Eichmann, l’esecutore spietato degli ordini del Reich, ad essere giudicato e sottoposto ad un giudizio, ad un nuovo ordine che lo sovrasta e al quale non può opporre resistenza (nessuno ha dubbi, dall’inizio, sull’esito che il processo dovrà avere). Questo avviene, non perché la sua posizione sia divenuta in assoluto meno giustificata di prima, ma la fitta rete di relazioni interpersonali istituita dal nazismo si è sfaldata ed ora Eichmann si ritrova imprigionato in un nuovo ordine che lo trattiene solo un attimo, per poi rigettarlo via.
Si capisce quali questioni si pongano durante il processo ad Eichmann. Quale tribunale può processarlo: un tribunale di Israele? Un tribunale internazionale? Esiste un codice di leggi adatte a giudicare tali crimini?
Questo è il dubbio che si avverte leggendo La banalità del male. La sensazione che Eichmann sia ingiudicabile nel momento in cui le cose sono radicalmente cambiate ed il regime nazionalsocialista non esiste più.
Una parte di noi vorrebbe che fosse tutto più facile, vorrebbe individuare una chiara responsabilità, in un nome preciso (cosa che in parte, innegabilmente, avviene); ma le cose non sembrano così semplici.
La difficoltà di esprimere un giudizio.
E se il male, anziché essere banale, non esistesse? E se, come sostenne Agostino, consistesse solo in una mancanza della volontà, in una sorta di torpore dell’agire?
1984: nei giorni della tortura, Winston non smette di riferirsi con ammirazione ad O’Brien come ad un sicuro interlocutore. Pur sapendo che non è più e non è mai stato dalla sua parte, cerca di comprendere la (non) verità di cui egli è paladino. Ma, come s’è visto, O’Brien non è paladino d’alcuna verità e tanto meno può giustificare, negandola, quella di Winston.
Verità e falsità sfumano ed il 2 + 2 = 4 è una particolare descrizione di Winston, una fitta rete di credenze e desideri tessuta e mantenuta viva con grandissima fatica, nel tentativo di farla sopravvivere a quella del Partito, nella ricerca di un residuo di forza utile a compiere l’atto giusto e liberatorio.
Lo scopo di O’Brien è quello di distruggere il nemico solamente dopo, non che lo si è convertito ad una nuova posizione, ma che lo si è reso consapevole dell’assenza di verità e menzogna. Ogni traccia di contraddizione ed esito duale è annientata. (19)
Dunque non vi è contraddizione in O’Brien e neanche nella terza parte di 1984, dominata dalla sua figura.
In quanto a certe posizioni di O’Brien, ricordiamo per tutte la descrizione del cielo stellato fatta da Galileo e quella del cardinale Bellarmino.
Winston riflette in questi termini: un tempo, credere che la terra girasse attorno al sole costituiva un segno certo di pazzia: oggi, credere che il passato fosse inalterabile era la stessa cosa (…) Ma l’idea di essere malato di mente non lo preoccupò troppo: la cosa più terribile era che, oltre a essere malato di mente, egli potesse anche sbagliarsi.(20) Come dire che alcuni segni di cedimento nella fede di Winston per il 2 + 2 = 4 ci sono e costituiscono un fattore d’interesse per gli orizzonti narrativi aperti dal romanzo di Orwell.
I dubbi di Winston-Orwell sono legittimi: c’è un passato da ricordare e da testimoniare o tutto è a disposizione dell’abilità retorica degli alti membri del Partito che scrivono e riscrivono la realtà?
Ancora O’ Brien: la verità sta dentro il cranio (…) La terra è vecchia quanto siamo vecchi noi: ha la nostra stessa età. Come potrebbe averne una maggiore? (…) La terra è il centro dell’universo. Il sole e le stelle ci girano attorno. (21)
O’Brien sostiene che Winston è pazzo, lo sostiene in virtù del fatto che non ha capito che accettare il 2 + 2 = 4 equivale ad accettare il 2 + 2 = 5 e difendere uno dei due, mettendo a repentaglio la propria salute fisica, è un’inutile follia.
La verità non esiste o è il risultato di un capriccio del “Grande Fratello”, piuttosto che di un pazzo solitario e visionario come lo stesso Winston; ma solo uno dei due ha il potere di privare della libertà e di torturare, solo uno dei due ha la forza.
Come per Bellarmino, nei confronti di Galileo.
O’Brien è l’eccezione in 1984, egli è ciò che non era prevedibile leggendo i primi due terzi dell’opera.
O’Brien non è in nulla simile a Winston ed alla sua fede nella ragione e nella verità, ma somiglia ancor meno a Syme: lo zelante collega di Winston, particolarmente affascinato dal proprio lavoro di curatore del nuovo dizionario di neolingua (finirà vaporizzato, come Winston aveva previsto: un’intelligenza troppo vivace…).
Ma io ti dico, Winston, che la realtà non è esterna. La realtà esiste nella mente degli uomini, e in nessun altro luogo. (22)
Non c’è nemmeno uno scopo da raggiungere attraverso la tortura. Allo stesso modo, quando alla fine Winston rinnega il suo amore per Julia, non lo fa per amare qualcuno o qualcosa d’altro, lo fa per amare il “Grande Fratello”, che solo qualche mese prima aveva detestato.
Winston finisce per essere Winston davvero, per non credere in alcuna verità e per nutrire un amore totalmente cieco. Il fatto che il Grande Fratello non sia amabile non ha alcuna importanza, anzi… Ciò che conta per i suoi torturatori è che vi sia un abisso tra il Winston che ama Julia e quello che ama la propria rappresentazione del Grande Fratello.
La differenza tra l’amare qualcosa o qualcuno o l’amare una proiezione mentale (o una descrizione metaforica) che è divenuta propria.
Per questo O’Brien non è un emissario del male e non si contrappone a nulla. O’Brien sublima ed insieme supera in crudeltà tutti i personaggi della letteratura; O’ Brien vuole la sua personale narrazione, piacevole e crudele, ed è in possesso di una concezione del mondo, della verità e dell’autocreazione che gli permette di sorridere dei residui riflessi morali di Winston.
Quest’atteggiamento supera anche le regole del Partito. (23)
Il 2 + 2 = 5 diviene quindi matematica. Il 2 + 2 = 5 è la metafora di O’ Brien, che possiede la forza per farla passare. Egli non argomenta per sostenere il 2 + 2 = 5 e non accetta il confronto con la tesi razionale del 2 + 2 = 4, semplicemente elude la contrapposizione e si pone su un altro piano. Winston, diversamente, spera sino all’ultimo in una legittimazione della sua posizione, almeno attraverso una contrapposizione con quella di O’Brien.
Certo il 2 + 2 = 5 di O’Brien potrebbero far sorridere normalmente, Winston inizialmente rimane disarmato da tale assurdità, che resta però da prendere terribilmente sul serio sotto tortura.
[ORWELL = O’ BRIEN] – A questo punto possiamo mettere in dubbio che la voce dell’autore (Orwell) sia da identificarsi con quella di Winston; perché se ciò è ragionevole per i primi due terzi di 1984, non lo è per la terza.
Fino ad un certo punto le convinzioni di Winston sono anche quelle di Orwell e 1984 rimane un romanzo di denuncia sociale, come Animal Farm, ma O’ Brien con la sua entrata in scena le dissolve, ed Orwell diviene O’Brien.
O’Brien potrebbe essere la presa di coscienza e la resa di Orwell che, dopo aver coltivato i dubbi di Winston, decide di rassegnarsi a ciò che O’Brien rappresenta.
Dunque il pessimismo di 1984 non nascerebbe dalla sola opera di denuncia sociale e politica di un regime. O’Brien-Orwell prende atto che il pericolo viene solo in parte dalla fede (quasi) incrollabile di Winston nella ragione e dalla folle decostruzione d’ogni certezza messa in atto dal Socing; e in realtà, a preoccuparlo profondamente, può essere proprio il potere di cui egli stesso dispone.
O’Brien porta a compimento tutto questo, egli non è Apollo o Dioniso, non è Cristo o Anticristo. O’Brien è il superamento d’ogni dualità e d’ogni contrapposizione ideologica o morale: non un filosofo, un politico, uno scienziato. Egli potrebbe essere un ridescrittore della realtà: un narratore.
Orwell ci dice che una nuova narrazione può essere imposta, finanche il 2 + 2 = 5, che questo non sarà giusto o razionale, ma possibile sì.
Il corso della storia non cambia nell’inseguimento di grandi ideali o concetti, ma muta giorno per giorno nelle sfumature di una nuova riformulazione narrativa. Chi può cogliere i dettagli riassemblandoli in una nuova e personale rappresentazione può determinare dei cambiamenti; chi non possiede ideali definitivi, ma piuttosto la costanza ed il gusto per il particolare come O’ Brien (che spia per sette anni Winston, senza lasciare nulla al caso), può governare (o generare) gli eventi e fornire nuove versioni della realtà, che la maggioranza degli individui ritualizzerà e assumerà come verità.
Questo è un potere che ci fa credere senza ragione e non nella nostra capacità di autocreazione, un potere che non ci fa stare tranquilli per il fatto che un 2 + 2 = 5 (o un 2 + 2 = 4) è già in atto oggi nel mondo e per ognuno di noi. Ogni verità e progresso dipendono dall’aderenza degli accadimenti attuali e futuri alle linee del progetto iniziale che noi, avendo già accettato, non possiamo che condividere.
La verità non è là fuori, sembra dirci Orwell, ma è invenzione.
Orwell sentì se stesso come annunciatore di possibili catastrofi future, ma intuì che nessuna catastrofe è annunciata a priori dalla trasgressione a qualche verità, essa trova i suoi presupposti nell’intuizione casuale di un genio capriccioso ed annoiato, nell’opera di un ridescrittore come lui.
Poco può contare una posizione ed un’idea per il fatto di essere vera a priori (come il 2 + 2 = 4 di Winston) o seguita con dedizione.
Inizialmente, ogni invenzione irrompe nell’esistenza e crea una nuova situazione, un tipo di descrizione; ma solo pochi riescono a far passare interamente la forza della propria rappresentazione ed a farla diventare patrimonio comune.
In questo senso non ci sono distinzioni rigide tra scienza, politica, filosofia, religione e arte. (24) Anzi, ogni scienza, filosofia, religione, forma d’arte è veramente tale quando è mossa da un atto improvviso e dissonante, qualcosa di non completamente prevedibile che muta i presupposti culturali con i quali abbiamo avuto a che fare, e grazie ai quali abbiamo giudicato per molto tempo.
Tutti sappiamo che la descrizione del cielo stellato di Copernico, oppure la teoria della relatività di Einstein, hanno cambiato improvvisamente il modo di vedere l’universo attorno a noi; ma prima di queste invenzioni nessuno indugiava nel disegnare carte e nello sviluppare filosofie in base alle vecchie concezioni. C’era comunque verità, anche se non quella che conosciamo oggi. Qualcuno, in un preciso momento storico, riprende i vecchi dati e li ricombina in qualcosa d’altro.
La forza di imporre un nuovo disegno, che rende obsoleto quello vecchio. Nessuna convinzione mantiene a lungo il carattere accessorio di verità.
Ecco perché O’ Brien può sostenere che il sole ruota attorno alla terra: niente glielo può impedire, se dispone del potere e dell’immaginazione necessari a diffondere questa versione.
Certo O’Brien non è sorretto da alcuna fede in una verità esterna che possa giustificare la presenza di un vero e proprio disegno razionale e diabolico attuabile. Nessuna verità occulta dunque, nessun disegno segreto; ma solamente la consapevolezza dell’impossibilità di azioni confortate dal fatto d’essere vere per sé.
O’Brien è colui che ha compreso l’assenza di verità e che, grazie a questo, può agire nella consapevolezza che tutte le abitudini consolidate che noi definiamo valori o verità, possono essere modificate; tutto questo confidando nel fatto che la maggioranza di noi non potrà fare a meno di scorgere una verità da difendere: preferiamo credere in un Big Brother che renda plausibili le nostre abitudini, anche negandole, piuttosto che gettare uno sguardo oltre.
Molti stravaganti ridescrittori falliscono aspettando la fama, alcuni sono premiati dalla gloria del successo letterario, ma pochi altri mettono a disposizione della collettività la loro immaginazione, prima di disporre essi stessi della collettività grazie a questa. (25)
George Orwell, dopo aver coltivato le utopie del suo tempo, la speranza in un buon futuro per l’umanità, concepisce O’Brien e la fine d’ogni speranza.
Massimo Fontana
UNA LETTERA INEDITA DI GEORGE ORWELL
1- IL TESTO SCRITTO UN ANNO PRIMA DI "1984"
Gabriele Pantucci per "la Repubblica"
L´importanza di questa lettera - che Repubblica riproduce in anteprima - sta, soprattutto, nel periodo in cui il grande autore la scrisse. Siamo a fine agosto 1947, a poco più di due anni dalla sua prematura scomparsa, a 46 anni. Già l´anno precedente aveva sofferto d´una emorragia tubercolare e quasi contemporaneamente decise di scrivere "1984" il suo capolavoro che compose nel 1948.
"La fattoria degli animali" gli aveva dato quel minimo d´indipendenza economica che non lo obbligava a fare quattro articoli alla settimana. Scelse una fattoria abbandonata a otto chilometri dal paesino più vicino nell´isola di Jura, nelle Ebridi a ovest della Scozia.
Qui lo raggiunse la lettera di Richard Usborne, il direttore del mensile letterario Strand, che lo invitava a collaborare. Può sembrare strano che Orwell abbia deciso di rispondere con tanti dettagli a una persona che non conosceva per poi declinare l´offerta. Forse pesava lo stato di penuria in cui aveva trascorso la maggior parte della sua vita: la proposta del direttore d´un giornale poteva tornargli utile in futuro. E forse, stare così isolato, gli aveva offerto l´occasione per chiarirsi le idee a mente fredda. Di sicuro oggi si può leggere la sua risposta come un testamento politico.
La lettera non compare nei volumi che contengono il suo epistolario pubblicato anni fa. È venuta a luce soltanto di recente e verrà pubblicata in Orwell: A Life in Letters che l´editore Harvill Secker pubblica domani. Il volume, curato da Peter Davison, è un´autobiografia costruita attraverso le sue lettere (tutte già pubblicate, tranne pochissime).
È scritta con l´efficienza che contraddistingue tutta la corrispondenza del grande scrittore: si direbbe quasi da uomo d´affari. Non ci sono note di spirito. La dolorosa perdita della moglie Eileen che lo lasciò col bambino adottato di tre anni non invoca commiserazioni.
Nella lettera c´è una contraddizione quando Orwell sostiene di non essere stato iscritto a un partito politico. Era stato un membro dell´Independent Labour Party, su cui aveva anche scritto. Forse fingere di ignorarlo faceva parte del suo processo di dissociazione dalla vita politica.
2. LA LETTERA DI GEORGE ORWELL
Da "la Repubblica"del 14 aprile 2010
La lettera di George Orwell al direttore della rivista letteraria "Strand", che "repubblica" pubblica in anteprima mondiale, esce domani in Inghilterra nel volume "Orwell: A Life in Letters" dell´editore Harvill Secker
Caro Mr. Usborne, grazie della sua lettera del 22 agosto. Cercherò di risponderle come meglio posso.
Sono nato nel 1903 e ho studiato a Eton dove ottenni una borsa di studio. Mio padre era un funzionario dell´Amministrazione statale indiana e anche mia madre proveniva da una famiglia anglo-indiana, con legami soprattutto in Birmania. Dopo aver completato la scuola ho lavorato per cinque anni per la Imperial Police in Birmania, ma il lavoro non si confaceva per nulla alle mie capacità: così ho dato le dimissioni quando sono venuto a casa, in licenza, nel 1927.
Volevo diventare uno scrittore, e ho vissuto la maggior parte dei due anni successivi a Parigi, mantenendomi con i miei risparmi, scrivendo romanzi che nessuno avrebbe pubblicato e che successivamente ho distrutto. Quando ho finito i soldi, ho lavorato per un po´ come lavapiatti, poi sono tornato in Inghilterra dove ho fatto una serie di lavori mal pagati, come quello di insegnante, con intervalli di disoccupazione e povertà disperata... (Era il periodo della depressione).
Quasi tutte le vicende descritte in "Senza un soldo a Parigi" e "Londra" sono accadute realmente ma in momenti diversi, e io le ho intrecciate per creare una storia che funzionasse.
Ho lavorato in una libreria per circa un anno nel 1934-1935, ma ho deciso di raccontarlo soltanto in "Fiorirà l´aspidistra" per creare uno sfondo. Non mi sembra che il libro sia autobiografico: io non ho mai lavorato in un ufficio di pubblicità. In generale i miei libri hanno un contenuto meno autobiografico di quanto per lo più si creda. Vi sono parti di autentica autobiografia in Wigan Pier e, naturalmente, in Omaggio alla Catalogna, che è un resoconto diretto. Incidentalmente Fiorirà è uno dei molti libri che non m´interessano e che ho soppresso.
Riguardo la politica, me ne sono interessato soltanto saltuariamente fino al 1935, sebbene io creda di poter dire di essere sempre stato più o meno "a sinistra". In "Wigan Pier" ho tentato per la prima volta di chiarire le mie idee. Ho pensato, e lo penso ancora, che ci siano enormi mancanze nell´intera concezione del Socialismo e mi sono spesso chiesto se non esiste nessun´altra via d´uscita.
Dopo aver studiato abbastanza bene l´industria britannica nella sua versione peggiore, cioè le miniere, ho concluso che è un dovere lavorare per il Socialismo anche se non si è emotivamente attratti da esso, perché la perpetuazione delle condizioni attuali è semplicemente intollerabile, e non esiste una soluzione politicamente realizzabile tranne qualche forma di collettivismo, perché è questo ciò che la massa della popolazione vuole.
Ma, più o meno nella stessa epoca sono stato infettato dall´orrore del totalitarismo, che in realtà avevo già sperimentato in quelle che chiamerei "forma di ostilità per la Chiesa Cattolica".
Ho combattuto per sei mesi (1936-37) in Spagna, e ho avuto la sfortuna di essere coinvolto nelle lotte intestine alle stesse fazioni: questo mi ha dato la certezza che non c´è molto da scegliere fra Comunismo e Fascismo, sebbene per varie ragioni sceglierei il Comunismo, se non avessi alternative. Sono stato vagamente associato con i trotskysti e gli anarchici, e più da vicino con l´ala sinistra del Partito Laburista (la propaggine Bevan-Foot).
Sono stato direttore letterario di "Tribune", allora il giornale di Bevan, per circa un anno e mezzo (1943-45), e ho scritto per lo stesso per un periodo di tempo più lungo. Ma non sono mai stato iscritto a un partito politico, e credo di valere molto di più, anche politicamente, se scrivo quello che ritengo vero, rifiutando di seguire una linea imposta dall´alto.
All´inizio dell´anno scorso ho deciso di prendere una vacanza, dato che avevo continuato a scrivere quattro articoli alla settimana per due anni. Trascorsi sei mesi a Jura, un periodo in cui non ho lavorato, sono poi tornato a Londra facendo, come al solito durante l´inverno, il giornalista. Quindi sono rientrato a Jura: ho cominciato un romanzo che spero di finire entro la primavera del 1948.
Cerco di non fare nient´altro mentre continuo a lavorare a questo mio nuovo progetto. Molto raramente scrivo recensioni di libri per il "New Yorker". Intendo trascorrere l´inverno a Jura, un po´ perché a Londra mi sembra di non riuscire mai a concludere nulla, un po´ perché credo sia più facile qui. Il clima non è così freddo, ed è più semplice avere cibo e carburante. Qui ho una casa molto comoda anche se in un luogo sperduto. Mia sorella fa funzionare la casa per me. Sono vedovo con un bambino che ha poco più di tre anni.
Spero che queste mie note le saranno d´aiuto. Mi rincresce di non poter scrivere nulla per lo Strand per il momento, perché, come ho detto, sto cercando di non essere distratto da altro.
Qui la posta funziona soltanto due volte alla settimana e questa lettera non partirà sino al 30, perciò la indirizzerò nel Sussex.
Con sincerità suo
George Orwell
Barnhill, Jura, 26 agosto 1947