Goffredo Parise - Lontano - a cura di Silvio Perrella, Avagliano, Napoli 2002.
Racconta Silvio Perrella che Goffredo Parise «aveva un vero talento
biologico». Non solo sapeva di dover morire (questo, più o meno, lo sappiamo tutti, anche se spesso facciamo finta di niente): No, lui sapeva QUANDO doveva morire.
Un giorno andò in ospedale, e al primo camice bianco che incrociò disse:
«Sto per avere un infarto». Il dottore lo visitò con cura, poi gli disse che
il suo cuore stava benissimo. Parise insisté. Poco tempo dopo «un fulmine
doloroso e maligno» gli si abbatté sul cuore. «Ma non era ancora la morte».
Gli scritti raccolti in Lontano sono intrisi, inzuppati di questo "senso
biologico" della fine che incombe. Parise è un flâneur a termine. Gira mezzo mondo: Malesia, New York, Mosca, la "putulente Giacarta", Parigi. Beve con Truman Capote, vede Marylin Monroe («una ragazza di piccola statura, ma di proporzioni perfette e si sarebbe detto completamente nuda sotto quella maglietta di filo di Scozia») incontra Fidel Castro («di lui conservo il ricordo di un fratone barocco che riuscì a tenermi sotto il giogo della sua loquela pubblica per tre ore e mezzo») e pranza con Michel Leiris («un vecchietto con una dentiera sproporzionata». Va, sta, torna e scrive. Ma sa - lo si sente fin dalla prima lettera della prima parola della prima frase - che la vita non gli avrebbe concesso tanto.
Lui - che da ragazzino era un giocoso e divertito "metticazzo", ovvero
supervisore alla monta dei cavalli -, lui così «innamorato della vita» - ha
scritto Raffaele La Capria - dalla vita è stato tradito. «Quel broncio,
quella smorfia amara e non rassegnata, quel rancore che appare nel suo
sguardo e vien fuori in tutte le sue ultime fotografie, sono dovuti a quel
tradimento sleale».
A pagina 2 del libro c'è una foto di Parise, di profilo, un mazzo di rughe
che convergono nell'angolo dell'occhio, il naso grosso e la guancia piena e
soda. A giudicare dallo sguardo, deve essere stata davvero una delle sue
ultime foto.
Lontano - raccolta della prose pubblicate da Parise sul "Corriere della sera" dall'aprile dell'82 al marzo dell'83 - sembra essere un'appendice dei
Sillabari. Illuminazioni, lampi, flash (intermittenze del cuore?).
Qual è la lettera dell'ultimo racconto dei Sillabari? La "S "di Solitudine.
«L'apprendimento è avvenuto, come accade con le lingue, di scatto, di colpo, quasi da un momento all'altro. E con l'apprendimento la vita, anche se solo dopo, molto dopo, si sa che è tutta la vita».
Piero Sorrentino