Dale Peck - La legge delle solitudini - Feltrinelli, Milano, pp. 277.
Henry e Beatrice s' innamorano. Un evento semplice come accade(va) a molti di noi, ma la loro storia sembra votata a non avere sviluppi. Lui ha un tumore: inizio di un romanzo lacrimevole o fine di tutto? No, Henry sopravvive. I due si sposano e quell'incontro nato sotto il segno terribile del male s'impaluda invece nelle morte gore della vita coniugale, dove - come diceva Balzac - «Ciascun coniuge nomina l'altro custode della propria solitudine». Benché il motto dello scrittore francese non compaia in nessuna pagina del libro, "la legge delle solitudini" ha fatto altre due vittime. Non è facile dar conto dei degradi e dei digradamenti del disamore, quando dalla grande brace dei primi momenti amorosi non resta che questo mucchietto di cenere fredda di un'asfittica vita a due. E poi, ai chiari di luna e all'incandescenza ghiandolare dell'amore pieno, potrebbe seguire anche questo scenario: «Apparecchiò. Due di tutto: due tazze, piatti, forchette, coltelli, cucchiai, tovaglioli (...) Servì le patate su entrambi i piatti (...) Servì i fagiolini (...) Mise nel piatto del marito una coscia intera mentre per sé prese un pezzo di petto, poi disse ad alta voce "Fottiti" e cominciò a mangiare». Il New York Times ha definito Peck "una delle voci più eloquenti della sua generazione". Mah!