diversamente obbligato a morirsene ( a puzzarsi di fame, per dirla con il Pennacchi) di stenti, fra figli messi al mondo come mammiferi qualsiasi, frutto di amori solidi tuttavia, di gente legata mani e piedi ad una sorte e stretta dal piacere d’essersi scelta, tra poveri, ci si piglia per attrazione fatale e mai per convenienza, Dio, se c’è, sia lodato per la passione che ci concede in cambio agli esangui matrimoni d’interesse dei ricchi. Così si scelgono nonna e nonna Peruzzi. Lei così bella da far sospettar che “la ga pincià col Ducce “( e via la testa nel cassetto come alle oche ai nipotini che osano pensarlo e dirlo).Lui indomito, specie con le vacche dalle lunghe corna, così diverse da quelle lasciate lassù tra Veneto e Romagna. Il viaggio in treno, che costa un morto, un bambino, distratto dal suo coniglio ( ucciso per rabbia, tuttavia non sprecato, nella sacralità del cibo per gli indigenti) e porta gente che parla soltanto dialetto a mescolarsi con chi non la capisce, intendendo soltanto il suo.  Di lì, la storia. 
A partire dalla lenta trasformazione di contadini socialisti in fascisti, per nutrire speranze di avere terra, finalmente per sé. Terra ai contadini, per finire con i festeggiamenti ai nuovi alleati che regalano farina, a Nettunia ( e non per chiamarli “angeliti”, per “coparli”), non prima d’aver loro prima sparato nei denti ( chi saranno gli Alleati? Ieri i Tedeschi, oggi gli Americani, Italiani traditori).
In quest’italica epopea, ho ritrovato tanta pianura che conosco, sebbene sia lontana dai luoghi descritti. La nostra mentalità. Nostra, dei poveri. Figli fatti in grande quantità e curati a preghiere ( non c’era altro che accettarne la morte o confidare nel Signore, per la loro sopravvivenza alle malattie infantili). Figli naturali di libere ( e imponenti) donne popolane, cresciute in famiglie apparentemente patriarcali, a volte invece costituite anche intorno a figure femminile forti e determinanti, oltre che determinate. Bellezze sconvolgenti ( la bionda ed opulenta “strega” Armida, che seduce il nipote, nell’illusione di ritrovare, attraverso lui, il marito disperso in guerra).  Donne serpi, come la Bissola, che destino vuole sia più biscia che Bissolata, chiamata così in onore di Bissolati. Un Fascismo che fonda Littoria, che cresce e prospera, sotto lo sguardo benevolo dei Capi di Stato stranieri e poi cede alle lusinghe naziste e colonialiste, frana e si sfracella. E i Peruzzi, tutti, partono. Alla conquista dell’Agro Pontino, del posto al sole in Africa, in Spagna, in Grecia ed Albania. In Russia, con le scarpe di cartone. Partono con i loro nomi altisonanti, che i poveri davano volentieri ai figli, sperando che concretizzassero sogni di gloria. Temistocle, Pericle, Adelchi, Paride.  Che dire? Mia nonna paterna fece sette figli. Sopportò paziente la morta della prima figlia, annegata nel mastello. Troppi panni da lavare, troppo figli da guardare. Aspettò invano un figlio, Rubens, dalla guerra. Non tornò mai. L’ altra ne fece sei. Tre vivi e tre morti, e rassegnarsi. E i nomi? Oreste, mio nonno. Teresio, l’altro. Di famiglie divise dalla passione politica. Fratelli che erano l’uno fascista fino all’ultimo e l’altro anarchico, costretto al confino. In famiglia c’era chi s’era fatto tutte le campagne, dalla Spagna all’ Abissinia ( “cara Virginia, ti scriverò”).Mio padre soltanto, all’idea di partire per la Russia, memore del Generale Inverno, si spaccò un braccio per darsi disertore.

Pennacchi racconta l’Italia povera e ardita. Racconta anche gli Arditi. 
Realtà, anche quella, di questo povero popolo, un po’ cialtrone ed un po’ eroe.
Si rivela, Pennacchi, per quel che il popolo nostro fu: fasciocomunista.  Disperatamente all’inseguimento di una realtà che potesse dare pane, disposta a pagarlo lacrime e sangue,i maschi come le femmine.  I poveri, mi sa s’assomigliano tutti. Ci assomigliamo tutti. Ho fastidio per quei poeti laureati per tradizione di famiglia che non mi dimostrino una bravura al cubo. Diversamente, mi parte, automatico, il disprezzo. Dimostrami, penso, la superiorità atavica della tua famiglia di letterati. Se non ne sei capace, come scrittore, muori tra i tuoi vizzi vezzi, che poi si sa da sempre quali siano, tra la borghesia: pigrizia, amore per la trasgressione vissuta come una forma spuria di libertà, merda dalla quale qualcuno in famiglia poi penserà a far togliere la testa…perché libertà non è, è cincischiare ai limiti della vita di cui è capace il mondo cosiddetto bene, se fa qualcosa di diverso, è sempre soltanto per noia e non per necessità.
Chiarisce, Pennacchi: la lingua con la quale il personaggio racconta in prima persona parla un dialetto inesistente, la risultante del ricordo di più parlate romagnole, emiliane, venete, mutate poi nell’Agro Pontino confondendosi con i dialetti locali, per dar luogo a qualcosa che, lasciatemi dire, è pura potenza narrativa che difficilmente trovo in chi non abbia origini proletarie.  Bisogna avere ricordi di fame per sapere che il pane è buono e timore reverenziale per la cultura per saperla usare, con bramosia ed urgenza di raccontare e raccontarsi, per comunicare in grande stile. Non ricamare sulla realtà pizzi sofisticati. Non per trovare affascinanti vezzi sopraffini d’ estetizzanti ricerche del nulla, che assopisce i sensi, se mai sono stati svegli.

Per usare un’espressione trita: ecco uno scrittore con le palle.

Ecco una storia vera, in cui scorre la linfa della Storia nelle vicenda umana.  E guardarsi intorno per vedere se ci sono i “calips”, gli eucalipti grandiosi e solenni ma esotici e gran bevitori. Utili a prosciugare il mondo e, se tagliati dall’ignoranza, a risommergerlo.

Così come la consapevolezza che questo Paese aveva, nella sua voglia di lavorare, l’unico suo vero calips e, tolto quello, è una Venezia sull’intero Paese. È l’acqua alta, fino alla gola e non sarà chi ha l’elicottero o la “barca” a restarne sommerso, come sempre. 
Mi sono innamorata di Pericle. Ed anche un po’ di Paride, come l’Armida.
Ma non go le appi.

Mi ha fatto compagnia su e giù per i treni. Casa, mare. Mare, casa. Lunghi silenzi interrotti da poche parole utili. Non una di più, con chi non serva. Il resto del tempo, avvinta alle pagine di “Canale Mussolini”, Mondadori 2010, d’ Antonio Pennacchi.
Esempio 1
dal 23 agosto 2010

 “Il romanzo è un affresco corale molto bello, scritto in prima persona dall’autore che si rivolge a un immaginario interlocutore al quale spiega le situazioni, gli accadimenti, le circostanze e le motivazioni coinvolgenti i numerosi personaggi che movimentano il racconto.  L’abilità del romanziere nel descrivere le loro caratteristiche e singolarità è tale da consentire al lettore, anche un po’ distratto, il facile riconoscimento dei vari protagonisti e comprimari che animano e vivacizzano la storia. La trama è tessuta sull’esodo imposto dal nascente fascismo a trentamila persone, interi nuclei familiari di contadini e braccianti del nord-est e della Bassa Padana, Veneti, Friulani, Ferraresi, costretti a migrare nel Lazio delle Paludi Pontine attraversate dal Canale Mussolini, la prima opera di risanamento attuata dal regime. 
La storia dettagliata della bonifica di quei territori acquitrinosi infestati dall’anofele della malaria, la lotta per la sopravvivenza, la competizione, il confronto, la sfida tra i simpatizzanti del fascismo e i sostenitori del sindacato comunista, le dolcezze degli amori e le asperità della vita, le figure dei nonni scolpite poderosamente dalla magistrale penna dell’autore, tutto contribuisce a rendere interessantissima la narrazione che si dipana contemporaneamente all’affermarsi della dittatura e al fiorire delle numerose cittadine create quasi dal nulla e sempre baciate dal sole nel giorno dell’inaugurazione, alla presenza del Duce.
Un sottile senso dell’umorismo, accentuato dall’uso sapiente del vernacolo, percorre tutto il romanzo rendendo lieve la lettura e amabile l’ironico tratteggio di Mussolini e dei gerarchi, colti nella loro autentica e greggia umanità.”
Loreta Cerasi Mandrelli   
 
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“Periclìn Peruzzi"- Lettura di Canale Mussolini di Antonio Pennacchi 

di Rossana Massa
Epica. Storia italiana. Si parla d’immigrati, sul territorio italiano e, per una volta non da sud a nord, ma il suo opposto. Da nord a sud, dalle province povere e feudali del nord est fin giù all’Agro Pontino, che nessuno in passato, né Papa o Principe né Imperatore, riuscì mai a prosciugare, complice anche la sostanziale indifferenza dei nativi, che volevano in palude continuare a pescare ranocchie, forse increduli che, da quegli acquitrini malsani, si potesse estirpare la malaria e ricavare un cibo d’origine vegetale. Riuscirono i Cispadani e il DDT. Riuscì nel suo intento la forza delle braccia e della disperazione. Gli Americani sperimentarono il tanto vituperato DDT ( del quale ricordo la pompetta, che mia nonna usò finché mio padre non gliela buttò via) sull’Agro Pontino e cancellarono per sempre la zanzara, che trasformava in morte sicura l’impegno di chiunque spendesse la sua grama esistenza per sopravviverci. Di grame esistenze infatti si parla. Di Cispadani e Marocassi uniti nella lotta all’impossibile, nel lungo lavoro di urbanizzazione e recupero di una terra e di un 

Antonio Pennacchi
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line