Thomas Piketty -    Le Capital au XXI siècle - Seuil Paris, 2013
 

( A )


Il libro di Piketty Le Capital au XXI° siécle, uscito presso l’ editore Seuil di Parigi nel settembre del 2013, è frutto di una lunga gestazione. Il suo autore ha infatti iniziato circa 15 anni fa ad occuparsi della distribuzione dei redditi sul lungo periodo. Dapprima ha studiato la Francia, ma poi, cammin facendo, ha trovato sodali in altri economisti, quali Atkinson, Saez, Leigh, Vaell eccetera. Così lo studio si è esteso alla Gran Bretagna, agli USA, alla Germania, all’ Olanda, per poi abbracciare tutti i paesi industriali ed i principali paesi emergenti.
Non disponendo di un’adeguata documentazione, e notando notevoli lacune anche per il passato, Piketty & Co., una volta stabiliti criteri di raccolta e classificazione, hanno selezionato un’ imponente quantità di materiale da interpretare. Un materiale, che secondo l’ autore, consente ormai un’ analisi esaustiva e precise conclusioni.

La raccolta ha riguardato soprattutto questi gruppi tematici:
sviluppo della crescita economica e demografica, viste in parallelo,
andamento dell’ accumulazione del capitale,
distribuzione tra redditi da capitale e redditi da lavoro,
distribuzione interna ai redditi da capitale e  distribuzione interna ai redditi da lavoro.

I paesi studiati in modo particolare, in quanto offrivano dati più completi e di più lungo periodo, sono stati: la Francia, la Gran Bretagna e gli USA. Ma, pur con lacune, sono stati considerati con grande attenzione anche il Giappone la Germania, l’ Italia, il Canada, l’ Australia. Non mancano però anche dati di organizzazioni internazionali come il FMI e l’ OCSE. 

Il Capital au XXI° siècle, pur essendo un ‘malloppone’ di 950 pagine, è scritto per un vasto pubblico, anche di non addetti ai lavori. Pensato per ampi settori dell’ opinione pubblica e per incidere anche sulle élites politiche, è scritto in modo piano e scorrevole. Molti dati sono scorporati per non interrompere ed appesantire la lettura e, postati in internet, sono accessibili a tutti. Pochissime le note e minima la bibliografia. L’ autore fa grande uso di grafici e riduce al minimo le formule. Parsimoniosi i rinvii a studi precedenti. Semplici e chiare le sintesi di importanti autori del pensiero economico. Molto chiara anche la struttura del libro. Sorprendono poi i riferimenti a testi letterari, per dimostrare come autori quali Balzac, Jane Austen e Henry James fossero ben al corrente della realtà economica e sociale del loro tempo. Così il discorso si fa più vivace e più plastico.

Le Capital si compone di una lunga introduzione (da non saltare) e di 4 parti. 
Nell’ INTRODUZIONE Piketty pone le prime basi per studiare il rapporto tra l’ accumulazione del capitale ed i redditi. Nel cuore dell’ economia capitalistica ‘lavorano’ due forze di base contrastanti, quanto alla distribuzione della ricchezza. La forza della divergenza: l’ accumulazione del capitale. La forza della convergenza: la crescita economica. 
Nella PRIMA PARTE l’ autore spiega che cos’ è il reddito nazionale e studia l’ andamento a grandi linee dell’ accumulazione del capitale ed il suo impatto sui redditi. Traccia anche le grandi linee – in un arco di tempo lunghissimo – dello sviluppo della produzione nel mondo. Si occupa molto anche della crescita, nelle sue due componenti: quella tecnologica e quella demografica. 
La SECONDA PARTE studia come si è accumulato e si accumula il capitale, per poi approfondire ulteriormente il formarsi del coefficiente del capitale (il rapporto tra stock di capitale  e reddito nazionale) e l’ impatto che ha sui redditi. Di particolare interesse è il rapporto tra la quota dei redditi da capitale e quella dei redditi da lavoro. Piketty spiega come sta avvenendo il ‘grande ritorno’ del capitale a partire dall’ inizio degli anni ottanta del secolo scorso e perché la quota dei redditi da capitale sta fortemente aumentando a discapito di quella dei redditi da lavoro. 
Nella TERZA PARTE Piketty si occupa della dinamica delle diseguaglianze economiche. All’ aumentata sperequazione tra redditi da capitale e redditi da lavoro si è aggiunta nei decenni scorsi una crescente sperequazione interna ai redditi da lavoro. Il risultato congiunto delle due tendenze è la forte concentrazione di patrimonio e di reddito annuo in relativamente poche mani. Nessuna delle due tendenze è per l’ autore giustificata da meriti particolari. Le due tendenze sono piuttosto il frutto del liberismo sfrenato, del laissez faire. Preoccupanti livelli di guardia sarebbero ormai stati raggiunti. 
La PARTE QUARTA è dedicata alle possibili soluzioni. Piketty propone il ritorno ad una tassazione fortemente progressiva sui redditi (sia da capitale che da lavoro), sui patrimoni e sul loro passaggio generazionale. Non solo. Propone anche una tassazione sul capitale produttivo unica o armonizzata tra tutti i principali paesi industrializzati. Altre proposte: scambio di informazioni bancarie tra gli stati, chiusura dei paradisi fiscali. 


( B )


Come dicevamo, il libro è uno studio molto documentato sulla distribuzione della ricchezza e sulle sue diseguaglianze. Questo già lo distingue dal mainstream delle ricerche economiche degli ultimi decenni e lo avvicina piuttosto ai classici dell’ economia, da A. Smith, a Ricardo, a Sismondi, a Marx, a Keynes: tutti autori per i quali la formazione e la distribuzione della ricchezza nazionale stavano al centro della ricerca economica.
Ma in che consiste la specificità del testo di Piketty? Direi, nel cercare di individuare la ‘meccanica’ dell’ impatto dell’accumulazione capitalistica sul reddito nazionale e sulla sua distribuzione. E questo sul lungo e lunghissimo periodo. L’ autore infatti stabilisce raffronti anche con fasi storiche precapitalistiche e proto-capitalistiche. Non solo è impressionante lo spessore empirico del libro, ma anche la volontà di inserire lo studio economico nella storia e nella politica più in generale. Questo approccio permette a Piketty di distinguere tra i fattori endogeni, interni alla dinamica economica, ed i fattori esogeni, cioè gli influssi politici, bellici e culturali sull’ economia stessa. 
Ad esempio, l’ accumulazione del capitale ha avuto una lunga fase caratterizzata da un basso coefficiente rispetto al reddito nazionale. Questa fase si aprì con lo scoppio della I° guerra mondiale e proseguì con le inflazioni post-belliche, con il crollo del mercato azionario del ‘29, con le politiche keynesiane antidepressive, con la II° guerra mondiale e la ripresa delle politiche redistributive di tipo keynesiano. In soldoni: dal 1914 alla fine degli anni settanta del secolo scorso, il coefficiente del capitale [ ricordo: il rapporto quantitativo tra lo stock di capitale accumulato e l’ insieme del reddito nazionale ] scese enormemente per quasi tutti i paesi più industrializzati. Se consideriamo nella fattispecie il periodo 1914 – 1950, quel coefficiente passò in Gran Bretagna, Francia e USA, grosso modo da 7 a 3.  In Germania addirittura scese da 6,5 a 1,6. Il motivo è evidente: le rovinosissime guerre non solo portarono ovunque morte, distruzioni e miseria, ma distrussero enormi stock di capitale. E, volenti o nolenti, gli strati più ricchi della popolazione furono chiamati a pagare il riequilibrio dei conti. Di più. Precise scelte a livello macroeconomico, come l’ interventismo fiscale dello stato  e il rafforzamento delle relazioni commerciali, stimolarono fortemente la crescita economica e portarono ad una distribuzione più equa dei redditi. 
Che ci dice tutto questo? Che le ‘perequazioni’ intra- e postbelliche sono completamente da addebitare a fattori esogeni, che nulla hanno a che fare con la dinamica spontanea dell’ economia capitalistica. 
Piketty può allora giungere a correggere l’ interpretazione finora corrente, che risale a studi di Kuznets ( di metà degli anni ’50 ), secondo cui il coefficiente di capitale si sarebbe stabilizzato su livelli abbastanza bassi (da 3 a 4) e che sarebbe rimasto sempre a questi livelli. Piketty dimostra invece che quel coefficiente è risalito dalla fine degli anni settanta del secolo scorso, che ora varia tra 5 e 6 e che la tendenza – se niente cambierà – lo porterà abbastanza presto verso 7, cioè ai livelli dell’ inizio del XX° secolo. Ecco svelato perché il libro si intitola Le Capital au XXI° siècle. A poco più di un secolo di distanza il vecchio coefficiente del capitale sta tornando ad essere quello nuovo. Questo è forse il risultato scientifico più incontrovertibile del libro di Piketty, su cui i critici dell’ ideale asse Manchester-Chicago avranno da provare la bontà dei loro denti. 


( C )


Ma  come può l’autore arrivare a stabilire raffronti di lungo e lunghissimo periodo? Grazie ad una mossa ben precisa. Dà una definizione ‘debole’ di K (capitale), secondo la quale il capitale non è solo l’ asse portante nella produzione di beni e servizi (in quanto sia input che output della produzione) ma coincide con qualsiasi forma di patrimonio accumulata. Ad es. Piketty scrive a pag. 89: “Le capital est un stock. Il correspond à la quantité totale des richesses possédées à un point donné du temps. Ce stock provient des richesses appropriées ou accumulées au cours de toutes les années passées”. Non solo fabbriche, macchinari, uffici, giacenze o liquidità di un’ impresa ne fanno parte, ma anche l’ intero patrimonio edilizio, le barche all’ ormeggio a Portofino, ma anche a Rimini, titoli di stato detenuti da privati, azioni, terreni messi a frutto e non, e via dicendo. Insomma il capitale è ben più diffuso di quanto di solito si pensi. 
Per Piketty il capitale è qualsiasi stock di patrimonio accumulato. Che si tratti di un pezzo di terra, di un buono del tesoro, di un’ abitazione o altro, anche queste forme di patrimonio, anche se non detenute da un’ impresa capitalistica o da una banca sono capitale tout court. Ma perché? Per il semplice fatto che sono sia riserva di valore che fattore produttivo, o sono trasformabili in fattori produttivi. Ad esempio: tutto il patrimonio edilizio, anche usato dai privati, offre un servizio indiretto alla produzione. Di più: essendo scambiabile, come ogni stock di capitale, può assumere in via di principio qualsiasi altra forma. 
Dal capitale (K) va invece escluso il capitale umano, per il semplice motivo che questo, sebbene sia un bene ineludibile per il capitalismo, non può essere oggetto di scambio sul mercato.
Guardando le cose nel complesso, il CAPITALE (ovvero PATRIMONIO) NAZIONALE è il valore totale, stimato ai prezzi di mercato, e che può essere scambiato, posseduto dall’ insieme del residenti di un paesein un certo momento. Quindi il patrimonio (ovvero capitale) nazionale è uguale alla somma del patrimonio privato e del patrimonio pubblico.
È costituito da ATTIVI REALI (vedi abitazioni, terreni, edifici produttivi, macchine, brevetti ecc.) e da ATTIVI FINANZIARIE (conti bancari, obbligazioni, azioni, assicurazioni sulla vita, fondi pensione ecc.). 
Non è affatto inutile distinguere però i 3 settori detentori di capitale:
a ) il capitale privato produttivo di beni e di servizi di chi opera direttamente sul mercato,
b ) il capitale pubblico,
c ) il capitale privato che funge principalmente da riserva di valore e fonte di reddito delle famiglie.

A questo punto possiamo già capire cos’ è il coefficiente del capitale e qual’ è il suo ruolo nella dinamica dell’ economia capitalistica? Non ancora. Ora dobbiamo chiarire che cos’ è il reddito nazionale annuo di un determinato paese. 
Il REDDITO NAZIONALE ANNUO [che abbreviamo con “RNA”, mentre per lo più viene indicato nella letteratura economica con “Y” ] altro non è che il PRODOTTO INTERNO NETTO [l’ arcinoto PIL, detratto l’ ammortamento del capitale] + il REDDITO NAZIONALE PROVENIENTE DALL’ ESTERO [ad esempio dalle filiali estere di ditte di un certo paese].
Con il PIL [prodotto interno lordo] gli economisti intendono l’ insieme dei beni e dei servizi prodotti e scambiati in un anno sul territorio di un paese. Ci sono diversi modi per calcolarlo. Qui non ci addentriamo però in quello che è un vero ginepraio. 
L’ importante per noi è capire – e su questo Piketty insiste spesso – che il RNA , come del resto qualsiasi tipo di reddito anche individuale, è un flusso che in parte viene speso per soddisfare consumi ed in parte risparmiato. Altrettanto importante è distinguere il fatto che, mentre ogni reddito è un flusso, il capitale è uno stock accumulato (cioè una potenza con sue caratteristiche proprie). Questa potenza si forma ovviamente da uno o più flussi e dà pure origine, a sua volta, a dei flussi  economici. Fra poco capiremo meglio anche questo aspetto. 
L’ ultima cosa da aggiungere è per ora questa: le due voci costitutive del RNA sono: 
a ) i REDDITI DA LAVORO [salari diretti o differiti, onorari, premi di produzione, trattamenti di fine lavoro, buone-uscite]
b ) i REDDITI DA CAPITALE [profitti, dividendi, interessi, affitti, royalty ecc.].
Piketty anticipa a pagina 91 e 92 del libro un dato medio, approssimativo, che risulterà chiaro in tutta la sua portata solo nella seconda parte del libro, ma utile fin dall’ inizio ad orientare il lettore: nei paesi ricchi, nel 2010, ogni abitante aveva all’ incirca e mediamente un reddito annuale di € 30.000 e possedeva un capitale di € 180.000, per metà investito in immobili e per l’ altra metà in capitale finanziario. Il rapporto CAPITALE NAZIONALE / RNA [ per Piketty: “beta”, nominabile altrimenti con “KK” ovvero “coefficiente del capitale”] è cioè all’ incirca 6 : 1.  [ Dunque: beta = 6 ]. 


( D )


Finora abbiamo messo nel carniere molti concetti necessari per capire quella che per Piketty è la formula fondamentale del capitalismo. Dobbiamo però ancora capire il ruolo che giocano due altri fattori: la crescita [che Piketty simbolizza con “g”] e il risparmio. 
La CRESCITA altro non è che l’ aumento del reddito nazionale di un paese per un certo periodo. Viene di solito misurata di anno in anno, quale percentuale di incremento (o decremento – nel caso ci sia decrescita ) rispetto al RNA dell’ anno precedente. Piketty usa il simbolo “g” (abbreviazione dell’ inglese “growth“) per riferirsi alla crescita e segnalare così quale misura va data al mutamento annuale della ricchezza scambiata. È bene ribadire che con “g” abbiamo a che fare con un flusso.
Piketty si occupa a lungo del concetto di crescita per sottolineare questo: 
a ) la crescita del reddito pro capite è un fenomeno che irrompe nella storia soprattutto con il capitalismo; prima di questo, la grande rivoluzione produttiva fu l’agricoltura e la sua diffusione; nell’ epoca strettamente agricola quasi solo l’ aumento di occupati poteva produrre crescita economica di una società;
b ) la crescita non coincide necessariamente con il possesso di sempre più beni materiali, ma in gran parte significa l’ accesso di sempre maggiori strati della popolazione a certi beni, o coincide con il fatto che occorre meno quantità di lavoro per possederli; spesso si tratta di beni materiali assai importanti, come il possesso della propria abitazione, o la possibilità di disporre di risparmi o di riserve di beni di consumo vitali; la crescita è anche stata la premessa necessaria per usufruire dell’ assistenza sanitaria, per ottenere la pensione e via dicendo. 
A partire dalla rivoluzione industriale, i due fattori principali della crescita sono stati: 
a ) lo sviluppo della scienza e della tecnica e 
b ) la spinta demografica ( sia in termini assoluti che in termini di inurbamento ).  
Solo con il sistema di produzione capitalistico si è avuta una considerevole crescita di ricchezza pro capite, dovuta all’ applicazione della scienza alle tecniche e alla creazione e sviluppo di nuovi prodotti tecnologici. Questo non toglie comunque che la spinta demografica sia stato un fattore decisivo. Un fattore, a sua volta ampiamente condizionato e reso possibile dalla scienza stessa. L´allungamento della vita, la drastica diminuzione della mortalità infantile, l’ aumento della produzione di derrate alimentari, il trasferimento di grandi masse dalle campagne alle città, o attorno ad esse, dove si insediava l’ industria: tutto ciò ha dato un enorme impulso alla crescita.
Nella tabella 2.1 – a pagina 127 del libro – Piketty riassume i dati dello sviluppo della produzione mondiale sul lungo periodo. 
i ) Tra il 1700 ed il 1820 la crescita media della produzione fu dello 0,5% annuo, a fronte di un aumento della popolazione mondiale dello 0,4%. La produzione per abitante crebbe dello 0,1%. 
ii ) Tra il 1820 ed il 1923 la crescita media della produzione mondiale fu dell’ 1,5%. La popolazione aumentò dello 0,6%. La produzione pro capite crebbe dello 0,9%.
iii ) Dal 1913 al 2012 la produzione mondiale è cresciuta mediamente poco più del 3% ( a parte il picco intermedio degli anni ’60 che raggiunse quasi il 4%). La popolazione è aumentata dell’ 1,4%. L’ aumento di produzione pro capite si è assestato sull’ 1,6%. 
Rimarchevoli le performance del secondo periodo, ma del tutto eccezionali quelle del terzo. 
Nell’ insieme, in ogni periodo storico, la crescita è il grande fattore di convergenza tra i redditi. Non che con la crescita si smorzi il processo di accumulazione del capitale. Piuttosto, la crescita fa da contrappeso a quel fenomeno. Fra un poco capiremo meglio anche il perché. In ogni caso, un po’ tutte le classi approfittano dell’ aumento del flusso di ricchezza con la forte crescita economica innescata dal sistema capitalistico. Nuove classi accedono per la prima volta, o in maggior misura, a certi prodotti o servizi. Anche il risparmio può aumentare e diventare un fenomeno diffuso. 
Guardando al futuro, che previsioni fa Piketty? Nel grafico 10.9 a pag. 562 prevede un indebolimento della crescita, soprattutto per via della stabilizzazione demografica. Il tasso di crescita annuale dovrebbe scendere nel periodo 2012–2050 a circa il 3% e calare ulteriormente nella seconda metà del secolo XXI°  verso l’ 1,5%, riportandosi così ai livelli della seconda metà del XIX° secolo. È ovvio che queste previsioni rimangono azzardate, non potendo prevedere gli sviluppi scientifici e tecnologici del tempo a venire. È comunque importante che, basandosi sulla stasi demografica, facilmente prevedibile, non si diano per scontati i livelli di crescita della seconda metà del ‘900. 


( E )


E del risparmio – che Piketty simbolizza con la lettera “s” (dall’ inglese “saving”) – che possiamo dire? In modo lapidario: il risparmio è la rinuncia a dei consumi, è accantonamento di reddito, è quella parte del flusso economico che si cristallizza. È dunque la fonte dell’ investimento economico ed il motore dell’ accumulazione del capitale. 
Il risparmio occupa evidentemente un ganglio strategico, anzi è una conditio sine qua non dello sviluppo capitalistico e come tale va tenuto d’ occhio. È anche una forza che tende a mantenersi a livelli stabili, una potenza che cerca di amministrarsi sul lungo periodo. Non è dunque un caso che (s) sia un fattore relativamente stabile, da gestire con oculatezza La curva di (s) non si muove lungo picchi aguzzi, ha un andamento fluente, casomai sinusoidale. 
Con un basso di tasso di crescita o con una decrescita è ovviamente più difficile risparmiare, ma è di massima importanza farlo, per non rischiare in futuro ancora di più. Le cose stanno all’ opposto con alti tassi di crescita. Ciò non toglie che, data un certa congiuntura, il risparmio deve funzionare come una camera di compensazione.
Per tutti questi motivi i livelli di risparmio – anche per periodi storici lunghi – si mantengono per lo più in una banda di variazione dal 10% al 20% del reddito nazionale annuo. Come poi si dislochino dal punto di vista quantitativo i risparmi, in quali settori, quali siano le rendite previste del risparmio accumulato (cioè del capitale) varia poi da fase a fase. 

( F )

Ora possediamo tutti gli elementi per esporre con cognizione di causa quella che per Piketty è la legge che regola la dinamica interna del capitalismo.  La introduce a pag. 262  chiamandola, per un motivo tecnico-espositivo che qui non ci interessa: “La deuxième loi fondamentale du capitalisme”.  
La formula suona così: beta = s / g. In parole: il coefficiente del capitale è uguale al rapporto tra il tasso di risparmio ed il tasso di crescita. Come primo approccio potremmo anche dire: il coefficiente del capitale è direttamente proporzionale al tasso di risparmio ed inversamente proporzionale al tasso di crescita. 
L´importante è che ci rendiamo conto che tutt’ e tre le grandezze dell’ equazione sono dei rapporti (cioè delle frazioni) e non delle grandezze assolute (dei numeri naturali). (beta) è il rapporto tra lo stock di capitale accumulato nel tempo ed il RNA di riferimento. (s) è il rapporto tra il flusso di risparmio di un certo anno e il RNA di riferimento (dell’ anno precedente). (g) è infine il rapporto tra il surplus di reddito di un determinato anno ed il RNA dell´anno di riferimento. 
Due cose vanno messe in rilevo:  * in tutt’ e tre i rapporti compare, al denominatore, lo stesso tipo di grandezza: RNA; ciò rende omogenei a loro volta i tre rapporti; ** (beta) è la relazione quantitativa tra uno stock ed un flusso, (s) e (g) sono invece relazioni quantitative tra due flussi
Partiamo dal fatto che tutt’ e tre le grandezze vengono espresse in percentuale rispetto al RNA. È innanzitutto chiaro che il primo membro dell’ equazione – cioè (beta) – è determinato univocamente una volta che si conoscano i due rapporti collocati nel secondo membro dell’ equazione, cioè (s) e (g). Se ad esempio (s) ha il valore del 15% e (g) il valore del 3%, allora (beta) – su un periodo sufficientemente lungo – assumerà il valore 5. In altre parole: * il coefficiente di capitale sarà di 5 ovvero ** il capitale accumulato ammonterà al 500% del RNA. 
La formula usata da Piketty, che non è stata ‘scoperta’ da lui, ma viene abbondantemente usata già nella letteratura economica - anche se con altri simboli - almeno dagli anni cinquanta del secolo scorso, non rende però esattamente conto dal punto di vista formale del complesso di cose che vuole rappresentare e calcolare. Per essere più precisi, nella seconda parte della formula dovrebbe comparire una lunga sommatoria di elementi, corrispondenti ad una serie di annate. 
A parte il formalismo, è decisivo capire che il coefficiente di capitale – come è giusto che sia, visto che il capitale è uno stock e non un flusso – si forma nel tempo, per accumulazione, in ragione del rapporto tra il flusso del risparmio ed il flusso del reddito. 
Parimenti decisivo è capire come ‘lavorano’ i due membri della seconda parte dell’equazione. (s) è ‘alimentato’ da RNA [e quindi pure da (g)], ma ‘alimenta’ il capitale [il numeratore di (beta)]. (g) invece tiene più o meno alto, accresce o meno, il flusso globale del reddito [il denominatore di (beta)]. Detto in modo meno criptico: maggiore è la crescita, maggiore diventa RNA e più lentamente e meno massicciamente aumenta il coefficiente del capitale. Più debole è la crescita, più rapidamente aumenterà (beta). 
Se ad esempio, in un ipotetico paese, nell’ anno zero, lo stock di capitale è di € 1.000  e il reddito nazionale annuo è pure di € 1.000; se il risparmio raccoglie regolarmente, di anno in anno, il 15% del reddito nazionale; se invece questo cresce annualmente del 3%,; allora dopo 10 anni il numeratore di (beta) sarà di € 2.659,58, mentre il denominatore sarà di € 1.343,92. Pertanto il coefficiente del capitale accumulato non sarà più 1, ma bensì di circa 1,98. Un aumento di tutto rispetto. 
Ora possiamo capire pienamente perché una forte crescita economica attenua il coefficiente del capitale, così come allunga i tempi di accumulazione del capitale in rapporto al reddito nazionale. La fase d’oro della crescita per i paesi più sviluppati si ebbe tra gli anni ´50 e gli anni ´70 – sia per ragioni tecnologiche che demografiche. Se a questo si aggiunge che quella fu una fase di politiche fiscali redistributive e di rafforzamento del welfare, possiamo ben capire come il coefficiente di capitale, allora, si stabilizzò su valori abbastanza bassi. Il che fece pensare a molti economisti che questo sarebbe stato il trend definitivo del capitalismo. 
Ma da allora molte cose sono cambiate. La crescita demografica si è fatta via via più debole, fino ai giorni nostri, giorni in cui, almeno in Europa, ad eccezione della Francia, siamo alle prese con una decrescita demografica. Sappiamo inoltre che con la svolta liberista degli anni ’80 – dovuta in parte alle difficoltà a sostenere il welfare, in parte ad ideologia e a interessi di classe – le cose sono radicalmente cambiate. Il tasso di accumulazione del risparmio è stato, come al solito, relativamente alto, la crescita si è indebolita, le politiche fiscali hanno infine assecondato l’ accumulazione della ricchezza in strati abbastanza ristretti della popolazione. Ergo: il coefficiente del capitale ha ripreso a crescere fortemente ed è destinato a raggiungere presto, se nulla cambierà, i livelli raggiunti dai paesi europei più sviluppati durante la Belle Époque. 
Solo una forte rivoluzione tecnologica potrebbe rimescolare la carte a favore della crescita del reddito nazionale. Ma questa non è programmabile e mai si può prevedere in anticipo che impatto economico avranno le svolte scientifiche e tecnologiche. 

( G )


È ora tempo di ponderare anche un effetto automatico che la crescita del coefficiente del capitale (beta) porta con sé, ogni anno, sulla distribuzione del reddito nazionale. Qui il conto è semplicissimo e viene riassunto in quella che Piketty chiama “La première loi fondamentale du capitalisme” [ vedi pp. 92 – 98 ]. È una formula semplicissima, ben più facile da capire dell’ altra, e suona così: alfa = beta x r 
Con “r“ si intende il tasso annuo di rendita del capitale e con “alfa“ la quota di reddito da capitale annua di un’ economia nazionale. Mi spiego con un esempio. Se nella nazione Pincopallino il coefficiente (beta) è pari a 6 ed il tasso medio annuo delle rendita del capitale è del 5%, allora la quota  di reddito da capitale annua è necessariamente pari al 30% del reddito nazionale annuo di quella nazione. Questa informazione non è di poco rilievo perché così sappiamo anche quale sarà la quota totale dei redditi da lavoro: il 70% del reddito nazionale di Pincopallino. 
Visto che la quota (alfa) è il prodotto di una grandezza formatasi nel lungo periodo, quale è il coefficiente del capitale (beta), si può ben capire che anche la quota globale dei redditi da lavoro avrà una notevole vischiosità, cioè faticherà moltissimo ad aumentare. E di nuovo, solo una crescita indotta da salti tecnologici, da aumento demografico o dal combinato dei due fattori, potrebbe far risalire la quota dei redditi da lavoro. 
Piketty rileva anche che il rendimento medio del capitale si è assestato – sul lungo periodo – nei paesi più industrializzati – attorno al 5%. Con punte alte del 7% - 8% per le azioni, e punte basse del 3% - 4% per le obbligazioni e la rendita immobiliare [ vedi pag. 94 ].
Dato poi che il tasso medio di rendita del capitale è sempre e sicuramente superiore al tasso di crescita del reddito nazionale nel suo complesso, ecco perché è facile prevedere che la quota dei redditi da capitale, se nulla cambierà a livello macroeconomico, aumenterà ulteriormente rispetto alla quota dei redditi da lavoro. 

( H )



Piketty, una volta giunto a queste conclusioni, documenta abbondantemente nella terza parte del libro [ da pag. 375 a pag. 748 ] come si è sviluppata la distribuzione tra i redditi su periodi molto lunghi. A noi interessano, per il discorso che stiamo facendo, soprattutto gli ultimi 100 anni. I grafici elaborati da Piketty e la sua équipe mostrano come il livello di ricchezza detenuto dal decimo più ricco della popolazione si sia sviluppato grosso modo in questo modo: una parte percentualmente molto alta del reddito nazionale all’ inizio, una discesa di questa quota nel secondo periodo, una fase abbastanza lunga in cui questa quota si è mantenuta relativamente bassa, infine una risalita moderata nel periodo a noi più vicino nei paesi dell’ Europa continentale e in quelli scandinavi, invece una chiara e forte risalita negli USA e in GB. Questo vale sia per la distribuzione del capitale che per la distribuzione del reddito nazionale annuo. 
La prima importante informazione è questa: le diseguaglianze sono molto più accentuate nella distribuzione del capitale che in quella dei redditi in generale ed ancora di più che in quella dei redditi da lavoro.
Per dare un’ idea di quali ordini di grandezza sono in gioco, Piketty scrive a pag. 386: “(…) la part des 10% des personnes recevant le revenu (reddito) du travail le plus élevé est généralement de l’ ordre de 25%-30% du total des revenus du travail, alors que la part des 10% des personnes détenant le patrimoine le plus élevé est toujours supéreure à 50% du total des patrimoines, et monte parfois jusqu’ à 90% dans certaines sociétés [ qui il riferimento implicito è all’ inizio del XX° secolo ] ”. 
Ma diamo ancora la parola a Piketty. A pag. 385 scrive: “ (…) l’ inegalité face au capital est toujours beaucoup plus forte que l’ inegalté face au travail. La répartition de la proprieté du capital et des revenus (redditi)  qui en sont issus (ricavati) est systématiquement beaucoup plus concentrée que la répartition des revenus du travail.” A pag. 405 si esprime così: “ À ma connaisance, il n’ existe aucune société, à aucune époque, où l’ on observe une répartition de la propriété du capital qui puisse raisonnablement être qualifiée de ‘faiblement’ inégalitaire (…) où la moitié la plus pauvre de la société posséderait une partie significative – par exemple, un cinquième ou un quart – du patrimoin total ”. 
Se si escludono i tentativi di socialismo reale, per i quali non si dispongono di dati affidabili e che comunque non sono di certo un buon esempio di come si possano ridurre le diseguaglianze salvando gli impulsi economici, scientifici e tecnologici verso la crescita di un benessere materiale diffuso, i paesi finora più egualitari sono stati i paesi scandinavi nel decennio 1970 – 1980. Ebbene, anche lì, in quel periodo, più del 50% dello stock di capitale nazionale era concentrato nelle mani del decimo della popolazione più ricco. Nel 2010 in paesi come la Germania, la Francia, la Gran Bretagna e l’ Italia, il decimo più ricco della popolazione detiene poco più del 60% dell’ intero patrimonio nazionale. Ma la cosa che più colpisce, scrive Piketty, è che il 50% più povero della popolazione possiede generalmente anche meno del 5% del capitale accumulato. 
Ad esempio, nella Francia del 2010/2011 il decimo più ricco deteneva il 62%, mentre al 50% più povero rimaneva un magro 4%. Negli USA, sempre in questo periodo, il decimo superiore deteneva il 72% del capitale, mentre il 50% più povero un ancor più magro 2% [ vedi pag. 404 ]. Ma anche all’ interno del decimo più ricco non mancano le diseguaglianze. In Francia, di quel 62% di cui abbiamo appena parlato, la quota accaparrata dal centesimo più ricco era di circa il 23% dell’ intero capitale nazionale. Affinché il quadro sia più completo, ecco come stavano le cose nel 2010/2011 altrove. In Gran Bretagna: il decimo più ricco possedeva il 70% del capitale nazionale, il centesimo più ricco il 29%. In Svezia: il 59% era appannaggio del decimo, mentre il 21% del centesimo più ricco. Negli USA: il 72% era in mano al decimo, invece il 32% al centesimo più ricco. [Vedi grafici 10.1, 10.3, 10.4, 10.5 ]. 
Non voglio dilungarmi troppo sulle sperequazioni a livello dei redditi in generale ed in quelli da lavoro dipendente. Alcuni accenni meritano però di essere fatti alle conclusioni a cui giunge Piketty. Anche per il decimo più alto dei redditi si nota che la parte prevalente del reddito annuo proviene dal capitale. E questo fenomeno si accentua enormemente per il centesimo più ricco della popolazione. Una sola eccezione a questa regola si nota negli ultimi 20 / 30 anni: la comparsa di onorari altissimi per i manager dell’ industria e della finanza. Qui Piketty rileva che non c’ è nessuna correlazione che giustifichi certi livelli di reddito con la performance effettiva delle imprese guidate da questi nuovi nababbi. 
Due le conclusioni a cui giunge l’ autore. È ancor più importante tassare in modo fortemente progressivo e continuativo sia i patrimoni che gli stipendi alti. Anche i passaggi di patrimonio vanno tassati in modo sostanzioso e progressivo. Unica eccezione per gli stipendi: le remunerazioni stratosferiche dei ‘super-manager’. In tal caso Piketty propone, a partire da una certa soglia, tassazioni dell’ 80% di questi redditi.  

Nell’ insieme Piketty fa notare che se le cose non muteranno, verso il 2030 i livelli di diseguaglianza nella ricchezza, in paesi come gli USA o la Gran Bretagna, saranno gli stessi del 1910. Anche per i paesi dell’ Europa continentale si nota un’ aumento delle sperequazioni economiche, anche se meno accentuato.
La tendenza è, a suo avviso, assai preoccupante. Piketty lancia perciò l’ allarme e propone, nella quarta parte di Le Capital au XXI° siècle  [ da pag. 749 a pag. 950 ] di mettere mano allo strumentario fiscale già ampiamente sperimentato in passato e di adeguarlo allo stato attuale della globalizzazione del capitale finanziario. Anche su ciò non mi dilungo. Mi limito ad elencare una serie di misure che lui propone:
a ) forte tassazione progressiva dei redditi (sia da lavoro che da capitale) su vasta scala (globale o per grandi regioni),
b ) introduzione di tasse patrimoniali progressive (anche fortemente progressive) stabili, sempre su vasta scala,
c ) forte tassazione progressiva e su vasta scala sulle successioni patrimoniali,
d ) chiusura dei paradisi fiscali ,
e ) armonizzazione globale (o per grandi regioni) delle tasse sulla produzione, mettendo fine al dumping fiscale tra le nazioni,
f ) messa a punto di sistemi di controllo e di raccolta dati sui flussi dei capitali, da scambiare tra le
autorità nazionali. Massima trasparenza in tutto questo. 

( I )


Le ultime cose che vorrei estrarre dal libro di Piketty riguardano: a ) il rapporto quantitativo che intercorre tra capitale pubblico e capitale privato, e b ) il coefficiente del capitale privato – cioè (beta) – nei paesi più industrializzati. Anche da ciò è possibile vedere in controluce il profilo di un paese. 
Quanto al primo rapporto ci si può sbrigare in fretta. Lo stock di capitale pubblico è minimo per quasi tutti quei paesi, mentre per alcuni è addirittura negativo. Il fatto si spiega con i debiti pubblici accumulati negli ultimi decenni. Se ad esempio il coefficiente (beta) del patrimonio pubblico è di 1,1 (ovvero 110%) rispetto al RNA, ma il debito pubblico è dell’ 80% del RNA, il coefficiente sarà positivo solo dello 0,3. 
A pag. 201 Piketty  riassume nella tabella 3.1 lo stato della ricchezza pubblica e di quella privata in Francia  per l’anno 2012. Il capitale nazionale (pubblico + privato) ammontava al 605% del RNA. Molto istruttiva però la suddivisione: il capitale privato era pari al 574% del RNA, mentre quello pubblico metteva sulla bilancia solo il 31% del RNA. Non che lo stato francese si sia venduto quasi tutti gli immobili pubblici; semplicemente va detratto dal valore del capitale pubblico francese, che ammonta al 145% del RNA, l’ insieme dei debiti pubblici, che sono pari al 114% del RNA. Dai dati risulta che la quota pubblica dell’ insieme del capitale nazionale francese è solo del 5%. Il restante 95% è capitale privato. Leggermente al di sopra della quota zero sono quasi tutti i paesi più industrializzati. Il Canada è a zero. 
L´Italia, potete immaginarlo, è sotto lo zero. Nella nota al grafico 5.5 (a pag. 291) Piketty non può far a meno di rilevare che in Italia il valore del capitale pubblico è passato dal 20% del RNA nel 1970 a – 70% nel 2010. Proprio perché il debito pubblico è cresciuto di molto.
Passiamo ora al secondo punto. Nei grafici 5.4 e 5.5 , rispettivamente a pag. 286 e 291, Piketty raffronta i dati di alcuni paesi. Nel primo grafico l’ andamento delle varie curve nazionali – dal 1970 al 2010 – ci informa sul rapporto tra stock di capitale privato e reddito annuo disponibile per le famiglie (escludendo così la quota di reddito che rimane in mano alle imprese). Si noti che il reddito a disposizione delle famiglie, sia per i consumi che per il risparmio, corrisponde grosso modo al 75% / 80% dell’ intero RNA. Ebbene, se consideriamo il periodo 1985 – 2010, quel rapporto è passato in Germania dal 380% al 520%, negli USA da circa il 400% a circa il 440%, in Gran Bretagna da circa il 400% a circa il 680%, in Francia da circa il 400% a circa il 750%, in Giappone da circa il 620% a circa il 750%. Dulcis in fundo: in Italia da circa il 400% a circa l’ 880%. Una bella fotografia dell’ era Craxi + Berlusconi: un vero paese del bengodi. 
Nel grafico 5.5 è invece leggibile l’ andamento del rapporto tra stock di capitale privato e l’ intero RNA, cioè del coefficiente beta. Sempre se prendiamo in considerazione il periodo 1985 – 2010, questo rapporto è passato in Germania dal 290% al 400%, negli USA da circa il 320% a circa il 400%, in Gran Bretagna da circa il 330% a circa il 520%, in Francia da circa il 310% a circa il 580%, in Giappone da circa il 490% a circa il 600%. Ancora, dulcis in fundo: in Italia da circa il 370% a circa il 680%. L’ aumento maggiore ed il coefficiente maggiore tra tutti. 
Ciò significa che il capitale privato nel nostro paese in quel periodo – in termini reali ed in rapporto alla crescita del RNA – ha avuto un tasso di crescita annuale composto di quasi il 2,5% l’ anno. Nel periodo 1970 – 1985 il coefficiente beta era passato da 240% a 370% del RNA, con un tasso di incremento composto pari a circa il 3% (cioè un tasso d’ incremento ancora superiore). Sul grafico fa impressione l’ incremento dal 1987 al 1993: un balzo dal 380% al 580%, pari ad un incremento composto del coefficiente del capitale di un po’ più del 7%. Un balzo simile si ebbe solo in Giappone, dal 1985 al 1990, con la bolla immobiliare e del mercato azionario, poi scoppiata lasciandosi dietro 20 anni di recessione-stagnazione. Da noi erano invece gli anni del craxismo, della Milano da bere, del miracolo economico drogato dall´aumento del debito pubblico. Guardate ora come siamo messi. Sic perit gloria mundi! 
Il libro di Piketty ci fornisce anche dati parecchio interessanti sullo sviluppo sia del denominatore del coefficiente beta [ cioè di (g), ovvero della crescita ] che del suo numeratore [ cioè di (s), ovvero del tasso di risparmio ]. Dalla tabella 5.1 di pag. 275 desumiamo che mentre – per il periodo 1970 – 2010 – il tasso composto di crescita per abitante (sterilizzando cioè l’ apporto demografico) è stato piuttosto omogeneo per i paesi più industrializzati. Le cose non stanno invece così per il tasso composto di risparmio. Vediamo un po’ più in dettaglio.
Negli USA il tasso composto di crescita è stato dell’ 1,8%, in Giappone del 2%, in Germania dell’ 1,8%, in Francia dell’ 1,7%, in Gran Bretagna dell’ 1,9%, in Italia dell’ 1,6%. Tenendo conto della performance certamente deludente degli ultimi 15 anni, il risultato italiano non è affatto malvagio. 
Quanto al tasso composto di risparmio invece ci sono differenze notevoli da paese a paese. La Gran Bretagna e gli USA non sono paesi in cui si accumuli parecchio risparmio: il tasso annuo composto britannico è del 7,3%, quello statunitense del 7,7%. Con la Francia si sale all’ 11,1%. Ancora un po’ più alto quello tedesco: del 12,2%. I paesi leader nel tasso di risparmio sono Giappone e Italia: rispettivamente con il 14,6% ed il 15%. 
Tutti questi dati combaciano con i differenti trend di sviluppo di beta, tenendo però conto che poi per avere il trend effettivo, finale, di beta, vanno messe in conto le politiche fiscali sul capitale e sui redditi, politiche differenti da paese a paese, che hanno rimescolato abbondantemente le carte. Di più. C’ è risparmio e risparmio. Cerchiamo dunque di differenziare un poco il quadro dei paesi.
La tabella 5.4 a pag. 292 si occupa del rapporto quantitativo tra risparmio privato e risparmio pubblico, sempre per il periodo 1970 – 2010. Il tasso di risparmio nazionale è – in tutti i paesi di cui ci stiamo occupando – inferiore al tasso di risparmio privato per via dell’ indebitamento pubblico. In altre parole: il settore pubblico non risparmia, anzi si indebita, assorbendo in parte il risparmio privato. Con una sola eccezione: il Giappone. In questo paese si registra, per il quarantennio preso in esame, un minimo risparmio pubblico, pari allo 0,1% del RNA. In tutti gli altri paesi lo stato ha aumentato il suo indebitamento, anche se in quantità ben diverse da paese a paese. La tabella mette in relazione la media dei tassi di risparmio annui rapportati al RNA. Ecco quanto ci dice:

PaeseTasso risp. privatoTasso risparmio pubblico

USA      7,6%– 2,4%
GIAPPONE14,5%+ 0,1%
GERMANIA      12,2%– 2,0%
FRANCIA   11,1%– 1,9%
GRAN BRET.    7,3%– 2,0%
ITALIA     15,0%– 6,5%.

Ecco messa a nudo ancora l’ anomalia italiana: più di un terzo del risparmio che si accumula viene investito nel finanziare il debito pubblico. Piketty stesso non può fare a meno di metterlo in rilievo nelle pp. 291 e 292. Ma a parte questo, nella nota a pag. 292, l’ autore fa poi questa aggiunta interessante, che vale per tutti i paesi: i tassi di indebitamento statale sono nettamente superiori ai tassi degli investimenti, che variano dallo 0,5% all’ 1,0% del RNA. Ciò significa che gli stati, con l’ indebitamento, hanno in gran parte coperto le spese correnti. Questi numeri confermano che gli stimoli statali alla crescita sono stati estremamente fiacchi.

A pag. 279 di Le Capital  c’ è un’ altra tabella parecchio istruttiva: la n° 5.2. Vi si riporta la fetta del risparmio privato accumulato dalle famiglie e quella accumulata dalle imprese (i profitti reinvestiti). I dati riguardano di nuovo il periodo 1970 – 2010.

PaeseRisp. privato:  famiglie Risp. privato: imprese

USA     60%40%
GIAPPONE47%53%
GERMANIA      77%23%
FRANCIA  81%19%
GRAN BRET.           38%62%
ITALIA      97%  3%

Non sono in grado di valutare né spiegare in dettaglio le specificità  nazionali. Questo vale anche il nostro paese. Ciononostante balza di nuovo all’ occhio la nostra anomalia. Questi dati ci parlano a mio avviso di tre enormi distorsioni: 
a ) Il risparmio in Italia è finito in buona parte a finanziare il debito pubblico, disincentivando gli investimenti nel settore produttivo.
b ) Dati i buoni e ‘sicuri’ rendimenti di questo tipo di allocazione del risparmio, ed al contempo la crescente pressione fiscale per tappare i buchi del debito pubblico, pressione che ha colpito soprattutto i produttori (lavoratori dipendenti e imprese emerse) si è innescato e foraggiato un enorme e perverso transfer di risorse e di redditi a favore della rendita. Il risultato non poteva che essere il depotenziamento dell’ industria e l’ impoverimento dei produttori.
c ) Un livello tanto basso di investimenti produttivi nel settore esposto al mercato parla di decadenza e di livelli di profitto molto bassi. Del resto con la forte pressione fiscale, con i mille balzelli, con tasse perverse come l’ IRAP non c’ è da aspettarsi altro. Così si spiegano, almeno in parte, due cose ulteriori: * perché la manifattura ed i servizi privati in Italia sono notoriamente e cronicamente sottocapitalizzati e ** la diffusione patologica del precariato. 

Lasciatemi ora scivolare sul terreno prettamente politico. Queste tabelle sono sufficienti a dimostrare il fallimento sia del blocco craxiano e di destra, che tanto a lungo parte ha governato il paese, che del blocco sindacale e di sinistra, che non ha saputo imporre una politica economica realmente orientata alla crescita ed al benessere dei lavoratori. Il combinato di una destra manigolda, custode di tante clientele  e delle grandi rendite, e di una sinistra bizantina, gelosa custode di desuete battaglie nel mondo del lavoro e che ha difeso per decenni un transfer ingiusto di risorse verso le pensioni, ha prodotto il disastro che conosciamo. Non datemi però ora né del qualunquista né de grillino. 
Concedetemi anche questa conclusione. Da noi c’ è tanto da rottamare e da fare. Il nostro è il paese ideale per fare sia riforme sul alto dell’ offerta (riduzione di inefficienze e sprechi nella spesa pubblica, riforma della  giustizia e del diritto del lavoro, riduzione del cuneo fiscale, maggior flessibilità nel mercato del lavoro ecc.) sia dal lato della domanda (investimenti pubblici sensati in infrastrutture, energia e ambiente, e privati, come per la ristrutturazione del patrimonio edilizio). Ma l’ Italia mi pare pure un paese paradigmatico per una fiscalità alla Piketty, che premi la produzione, il merito, i redditi da lavoro, gli investimenti e vada a riprendersi risorse dalle enormi rendite accumulate, senza fare sconti né a destra né a sinistra. In Italia è possibile un sano e razionale mix di pezzi di liberismo alla Chicago-boys, di vero keynesismo e di ‘pikettysmo’. 

Tornando a Piketty, il suo libro non è ancora uscito in italiano, ma l’ uscita sarà certamente un evento politico e culturale di prima grandezza. Personalmente mi auguro che si riapra con ciò un grande dibattito sulla formazione e distribuzione della ricchezza, un dibattito capace di ridare orientamento e di mettere in soffitta tante posizioni ideologiche, interessate, pigre o cieche. 



Heidelberg, 1 luglio 2014

Beppe Vandai  

per   VOLTA LA CARTA!! 
http://voltalacartaheidelberg.blogspot.de/



dal 11 luglio 2011
Esempio 1
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti

Quali sono le grandi dinamiche che guidano l'accumulo e la distribuzione del capitale? Domande sull'evoluzione a lungo termine dell'ineguaglianza, sulla concentrazione della ricchezza e sulle prospettive della crescita economica sono al cuore dell'economia politica. Ma è difficile trovare risposte soddisfacenti, per mancanza di dati adeguati e di chiare teorie guida. In "Il capitale nel XXI secolo", Thomas Piketty analizza una raccolta unica di dati da venti paesi, risalendo fino al XVIII secolo, per scoprire i percorsi che hanno condotto alla realtà socioeconomica di oggi. I suoi risultati trasformeranno il dibattito e detteranno l'agenda per le prossime generazioni sul tema della ricchezza e dell'ineguaglianza. Piketty mostra come la moderna crescita economica e la diffusione del sapere ci abbiano permesso di evitare le disuguaglianze su scala apocalittica secondo le profezie di Karl Marx. Ma non abbiamo modificato le strutture profonde del capitale e dell'ineguaglianza così come si poteva pensare negli ottimisti decenni seguiti alla seconda guerra mondiale. Il motore principale dell'ineguaglianza, la tendenza a tornare sul capitale per gonfiare l'indice di crescita economica, minaccia oggi di generare disuguaglianze tali da esasperare il malcontento e minare i valori democratici. Ma le linee di condotta economica non sono atti divini. In passato, azioni politiche hanno arginato pericolose disuguaglianze, afferma Piketty, e lo possono fare ancora.
Tweet