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Ermanno Rea - Il Po si racconta - Il Saggiatore, Milano, 1996, pp. 286

«È stato Dio o è stato l'uomo a disporre le cose come oggi le vediamo?», si chiedeva Gustave Flaubert in quel singolare libro Attraverso i campi e lungo  i greti, che raccoglie le annotazioni sul viaggio condotto tra Turenna e Bretagna.
La domanda flaubertiana echeggia in sottofondo anche nel libro di Ermanno Rea, cui il titolo del libro dello scrittore normanno ben si attaglierebbe.
Attraverso i campi e lungo i greti del Po dunque, la scrittura di Rea raccoglie un'esperienza, quella del sopralluogo investigativo, che è diventata sempre più rara anche nella letteratura odeporica (di viaggio), e che pure le dovrebbe essere consustanziale. Troppi libri di viaggio, da fermi, autour de ma chambre, si scrivono infatti oggi, e per ricordare qualcosa di analogo al lavoro di Rea bisogna andare molto indietro con la memoria, ad una lontana inchiesta televisiva di Mario Soldati condotta peraltro negli stessi luoghi  prescelti da Rea. Oggi al sopralluogo si aggiunge la preoccupazione di lanciare uno sguardo ricognitivo su paesaggi, luoghi, persone, prima che tutto venga travolto dall'impeto dello sviluppo e dalla fretta rapinosa dei tempi.
La "regione" prescelta da Rea, la Padania, se ha confini non solamente topografici, ma anche, in senso più lato, culturali, mentali, come in effetti ha, va oltre la mera connotazione geografica, per diventare un "luogo dell'anima e della mente", una Noosfera, come la perduta Brianza per Gadda, e dunque un luogo aperto alla fruizione, alla cura e all' amore di tutti coloro che lo vivono e lo comprendono. Anche di un napoletano come  Rea.
Nell'intento di dirimere  in un'epoca e in luogo, il bacino del Po, dove più che altrove la Civiltà e la Natura combattono le ultime battaglie che lasciano entrambe stremate,  ciò che è lascito della creazione e ciò che è frutto della manomissione umana; tra molti, troppi, scempi antropici, ma anche tra tanti, sorprendenti e intatti  angoli della creazione, Rea ci dà una Padania che è quella che è sempre stata ed è  tuttora, prima che diventasse un'ossessione geo-etno-politica bossiana: un vitalissimo bacino socioeconomico fra i primi al mondo, un formidabile sito dalle omogenee e strette rispondenze socioculturali, un posto dove la Storia è rimasta impigliata tra i rami dei boschi cedui e dei pioppeti (si pensi alle magiche Sabbioneta, Colorno, Ferrara, Pomposa), ma anche un luogo dalle intense malie, una Noosfera dicevamo, per i tanti che vi vivono, nati dentro e fuori i suoi confini.
Alfio Squillaci
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