Jules Renard - Storie Naturali - Einaudi 1977 e Stampa Alternativa 1992
Il nome di Jules Renard (1864-1910) è legato a filo doppio al celeberrimo Pel di carota, pubblicato nel 1894 quando l'autore aveva già raggiunto la fama con Lo scroccone. E' anche l'autore di un non meno celebre Diario, una raccolta fittissima di aforismi, note autobiografiche e riflessioni letterarie, pubblicato postumo nel 1926. Conquistò la fama in vita, specialmente come autore di teatro, e fu giornalista, redattore del "Mercure de France", osservatore attento dei movimenti artistici dell'epoca, apprezzato da altri artisti come Toulouse- Lautrec, che realizzò alcune illustrazioni per Storie naturali e Ravel, che ne musicò alcune parti.
Fu insomma un autore celebre, poliedrico, ben inserito nel contesto artistico del suo tempo. Eppure, escludendo Pel di carota, non si può dire che sia un best-seller: è uno di quei classici che rischiano di essere ricordati per un libro solo. E nemmeno per il più pregevole.
Storie naturali è in apparenza una raccolta di bozzetti slegati uno dall'altro, che hanno per protagonisti animali domestici e selvatici. Dico in apparenza, perché il libro ha come minimo un filo conduttore, la caccia, e altri elementi di raccordo e di movimento che lo rendono in un certo senso "storia", racconto organico.
Il primo capitolo si intitola Il cacciatore di immagini; il penultimo Chiusura di caccia. Il primo è una scena di "sole accecante", dove il cacciatore, armato solo dei suoi occhi, cattura le immagini che incontra durante il suo vagare per la campagna; nel penultimo "il sole, accigliato, prova a forare la nebbia", e la capacità di vedere e di trattenere le visioni è offuscata. L'ultimo capitolo è un'ode in prosa alla luna: "Il sole è scomparso", recita quel canto notturno: il sole accecante e quello accigliato per la nebbia sono solo un ricordo. Il cacciatore si tramuta in sognatore: "Il sognatore
si stanca di guardare la luna senza lancette: non segna niente,
mai niente".
Le immagini catturate e le variazioni di luminosità, dalla luce piena alla notte, sono richiami forti alla pittura, e tutto il libro può essere letto come un quadro: una scena di caccia, appunto, di cui ogni singolo bozzetto costituisce un particolare.
Trattandosi di letteratura e non di pittura, però, la scena non è statica. Tutto si muove: i buoi si avviano docilmente al giogo; il cavallo rincula fra le stanghe del calesse; il cigno insegue le nuvole sull'acqua; le anatre fanno l'amore; le pernici fuggono davanti al cacciatore; gli uomini vivono.
Uno dei pregi di questo libro è che gli uomini sono uomini e gli animali animali, a differenza di quello che succede nelle favole di La Fontaine, per esempio. Eppure anche qui gli animali hanno una funzione "allegorica", solo che l'allegoria non è dichiarata e si mimetizza nel testo.
Gli animali di Renard prendono vita "in quanto immagini catturate", non sono "descritti", ma "interpretati"; passano attraverso il filtro di un'osservazione che li trasforma in simboli, quasi involontariamente. La formica di La Fontaine è un uomo saggio e previdente: si comporta da uomo, ragiona da uomo; la formica di Renard è una formica: assomiglia al numero 3, fa cose da formica, come muoversi in formazione con altre formiche, ma allude a un pensiero umano. Tante formiche renardiane formano un numero inesprimibile a
parole: 33333333333333333333... e cosi via all'infinito.
Anche gli animali di Renard "parlano" - come quelli di La Fontaine - ma senza proferire parola: la loro esistenza, le loro azioni, danno voce ai pensieri dell'osservatore, che, pensando, li ricrea.
E a cosa pensa questo cacciatore di immagini? Pensa alla vita,
degli uomini, alla loro "storia naturale" esplorata in ogni suo aspetto: l'amicizia, l'amore, il caso, la violenza, la disperazione, la gioia, il tempo, il desiderio, la sazietà, la pigrizia, la scrittura, la lettura, il sonno, l'arte, l'attesa, la vanità, la speranza, la morte...
Tutto ciò che è umano passa per la testa del cacciatore.
I pensieri scaturiscono dall'osservazione, proprio come succede
normalmente agli uomini, che pensano mentre guardano la sveglia, i biscotti della prima colazione, lo spazzolino da denti, la porta del garage, i semafori, un collega, un panino, la cassiera dell'ipermercato, le pentole sul fuoco, il libro sul comodino,
l'interruttore della luce.
Solo che il più delle volte gli uomini non ricordano ciò che
hanno visto, e a cosa pensavano mentre lo vedevano. Renard
lo ricorda e si preoccupa di trascriverlo, ma senza darlo a vedere.
La Fontaine apre le sue Favole dichiarandone esplicitamente
l'intento filosofico:
Canto gli Eroi progenie alma d'Esopo
di cui l'istoria, anco se falsa, in fondo
di verità nasconde alti concetti.
Renard dichiara un intento pittorico: uscire di casa a caccia di immagini, fissarle nella memoria e trascriverle.
Nient'altro.
Tanto che mi chiedo se tutto quello che ho detto fin qui sia davvero legato in qualche modo al libro. In Storie naturali, a pensarci bene, ho letto per lo più frasi come questa:
"Sei panciuto come l'uva spina e, come quella, hai peli
lunghi, pelle chiara e la codina arricciata. E gli ingiusti ti
dicono: "Sporco maiale!"
Luca Tassinari--