Antonio Roccuzzo-  L'Italia a pezzi. Cosa unisce Catania e Reggio Emilia? -   Laterza, Bari   2009




La commessa della “Rizzoli” in Galleria a Milano, alla richiesta di questo libro, mi ha indicato con un gesto evasivo della mano il reparto “Sociologia” dell’ampio salone al piano sottoterra della grande libreria. Dove l’ho trovato.
Sociologia? E perché non antropologia? In effetti sarà stata dura per i commessi della “Rizzoli” collocare correttamente questo libro. Antonio Roccuzzo non è infatti un sociologo, né un antropologo, ma un cronista, caporedattore  del “Tg La 7” . Però la materia trattata – questa comparazione  tra due città italiane del Nord e del Sud – attiene, se non nelle intenzioni  sicuramente nell’adozione del registro stilistico, a qualche tratto delle due scienze sociali or ora chiamate in causa. Se è costume della sociologia – penso al grande libro di E.C. Banfield, “Le basi morali di una società arretrata” –, procedere ad un parallelo tra due città,  che lì erano St.George (Utah) e “Montegrano” nella finzione sociologica (ovvero Chiaromonte – PZ), al fine di meglio far risaltare il tessuto sociale di due mondi sociali e antropologici distanti e contrapposti; qui si adotta lo stesso procedimento e si allineano sul piano dell’osservazione due città italiane: Catania e Reggio Emilia. D’altro verso l’antropologia quando non adotta lo “sguardo distanziato” (le regard éloigné di Claude Lévi- Strauss) escute la realtà con il metodo dell’ “osservazione partecipata”, specie quando fra gli osservati ci sono sì gli “altri” ma fra costoro  c’è anche… l’osservatore medesimo, essendo Roccuzzo catanese di nascita e reggiano d’adozione, almeno per un certo periodo della sua vita.

Il sociologo (ma anche l’antropologo) parte dai fatti sociali osservati  per trarne una ipotesi generale   già intuita tuttavia con categorie “a priori” e verificata "sul campo"; nel caso di Banfield si trattò del concetto, da allora fortunatissimo, di “familismo amorale”; ma il cronista non ha questa pretesa, unica sua ambizione essendo  quella di narrare una catena di storie.  Ma  se si tratta di narrare, allora, è anche il letterato che entra in azione,  poiché,  non potendo narrare tutto, il cronista dovrà avvalersi dello strumento retorico della “selezione epica” degli eventi,  sapendo bene che già nella storia dei singoli si stende l’ombra della storia collettiva a condizione che  gli eventi  narrati racchiudano in  sé i tratti dell’esemplarità e della metaforicità. Sono questi ultimi i suoi “a priori”, questi gli ordigni umanistici con i quali scende nelle caverne del sottosuolo sociale indagato. Insomma il cronista ha un lavoro più semplice e più duro ad un tempo: si muove come uno scienziato sociale ma deve essere assistito anche dall’occhio del narratore che sa trarre dal magma del reale ciò che icasticamente meglio lo rappresenta. Se Ligabue, un emiliano di Correggio si muove, come canta in una canzone, “tra palco e realtà”, il cronista saltella  tra sociologia, antropologia, statistica,  cronaca, storia, letteratura e realtà…

Lo strumento retorico della selezione epica suggerisce al cronista di affidare ogni capitolo del suo libro ad un protagonista, ad una persona in carne ed ossa. Talché sarà l’indiano sik Surgit Nahal che ha sostituito a Reggio  i “bergamini” locali nella cura e mungitura delle vacche a farsi carico del tema dell’immigrazione; e sarà Salam Ouedrago un negro del Burkina Faso per il versante catanese. Se il tema è quello dell’imprenditoria avremo a Reggio il ritratto sanguigno del mitico Fulvio Montipò della “Interpump”   azienda che costruisce una pompa idraulica col cuore di ceramica indistruttibile, diffusa in tutto il mondo, e sul versante etneo Salvatore Pappalardo della “Energia Siciliana” chiamata anche dai petrolieri del Nord la “Piccola Sorella” per la tignosità nel difendere gli spazi commerciali conquistati,  ma anche Andrea Vecchio, costruttore edile che si è opposto  al pagamento del “pizzo” e infine un colorito bozzetto di Cosimo Stabile, dettagliante di pesce alla pescheria di Catania. Quando si affrontano i preti-coraggio sarà la volta di don Ercole Artoni e il suo apostolato tra tossici tradizionali e tossici di tipo nuovo, i drogati di videogiochi, un vero flagello a Reggio che ha alimentato una discreta mafia d’importazione. A Catania sarà invece Don Resca a richiamare il vangelo ai catanesi poveri di spirito e intossicati dalla malapolitica.  Quando è la volta degli amministratori pubblici, l’ineffabile e tragicomico Umberto Scapagnini ("Sciampagnino" per i catanesi) che ha portato il Comune di Catania sull’orlo della bancarotta   non può davvero reggere il confronto col mite professore prestato alla politica Graziano Delrio che amministra Reggio puntando sull’educazione e sul patriottismo costituzionale.

Attraverso il gioco delle coppie interfacciate salta fuori ciò che sospettavamo. Una più robusta tenuta della democrazia e della qualità del vivere associati a Reggio, dove si contrappone «all’idea di una cittadinanza di mera fruizione o al più di partecipazione, una cittadinanza di azione in cui è valorizzata la creatività dei singoli e delle formazioni sociali». Se tiene  ancora, speriamo per molto tempo, visto l’assalto leghista  finora rintuzzato,  il tessuto civile della città di Reggio, non ci stupisce d’altro canto che per i catanesi valga ancora ciò che un protagonista di questo libro, Pippo Fava  (asciutto e partecipato il medaglione che in finale di libro ne fa Roccuzzo, che fu un suo collaboratore già ai “Siciliani” ) lamentava dei suoi concittadini  quasi trent'anni fa, ossia la loro  “incompletezza civile”, ribadita qui  da don Resca come "la somma povertà di spirito dei catanesi".

Certo,  la linea della palma di cui parlava Sciascia, sta per raggiungere anche Reggio, fatto che a Roccuzzo non sfugge, sapendo egli con intelligenza  registrare ciò che è anche all’ordine del giorno di altri libri in uscita in questi giorni, ossia la meridionalizzazione del Nord; e qui il cronista  allunga il suo sguardo sui calabresi di Cutro a Reggio e su alcune propaggini dei casalesi del temibile “Sandokan”.
Il quadro che ne viene fuori non è del tutto inaspettato. Ma la verifica fattane attraverso la lettura delle cronache di Roccuzzo, acuisce la nostra consapevolezza e ci richiama al dovere della tensione civile, cui questo libro, seppur a dispetto, o grazie, l’adozione del registro umile, basso-mimetico, certamente non si sottrae. Anzi ne è la sua, non esibita,  qualità migliore.

Alfio Squillaci

<<<Torna all'Indice Recensioni
<<<Torna all'Indice Recensioni
Search this site or the web powered by FreeFind

La Frusta! Web search
Esempio 1

Il libro
Non esistono al mondo due luoghi più diversi tra loro di Catania e Reggio Emilia. Eppure entrambe sono città italiane, che partecipano di un'unica storia e offrono soluzioni opposte a problemi - e a un passato - condivisi. Sono le portabandiera delle due Italie in cui viviamo e che normalmente si ignorano: Reggio nell'Emilia è lo stereotipo dell'Italia che funziona, basata sulla convivenza civile e su un circolo virtuoso di buon senso civico. Catania è il suo alter ego, sorta di Sodoma e Gomorra in mano alla mafia e al pensiero unico, dove perfino l'assassinio di un giornalista indipendente come Giuseppe Fava scivola via senza scosse e non riesce a produrre memoria collettiva. Reggio è roccaforte di una nazione fondata sui principi della liberazione dal fascismo; Catania è laboratorio dell'Italia illegale nata sulle macerie dello stato democristiano. Reggio è città con un'opinione pubblica vivace e un'informazione locale pluralista; Catania è raccontata da un giornale solo. Reggio vanta gli asili pubblici più belli e copiati del mondo; Catania è una città senza asili o quasi. A Reggio l'amministrazione pubblica è gestita come un'impresa; a Catania è un colabrodo sull'orlo del fallimento. Buongoverno e malgoverno, nord e sud come nei vecchi cliché? La verità è che anche nel ventre pasciuto dell'Emilia si annida la criminalità. E se in tempi di recessione in Sicilia si riaccende l'autonomismo, la roccaforte della sinistra italiana cede alle lusinghe della Lega.

L'Italia a pezzi. Cosa unisce Catania e Reggio Emilia?, Anotnio Roccuzzo Ordina da iBS Italia

dal 2 nov 2009
Antonio Roccuzzo, giornalista, è caporedattore del Tg La7. Nato a Catania, ha iniziato la sua attività nel giornale "I Siciliani" diretto da Giuseppe Fava.   È stato inviato del "Manifesto" e dell' "Indipendente". Ha lavorato in Rai ed è stato capocronista della "Gazzetta di Reggio" del gruppo Finegil- Espresso.  È autore di Orlando-Palermo (con Carmine Fotia, Milano 1990) e Il silenzio è d'oro (Roma 2000). Per i tipi della Laterza ha pubblicato anche Gli uomini della giustizia nell'Italia che cambia (1993).