Henry Roth - Chiamalo sonno - Garzanti 1999, Trad. di Mario
Materassi
Chiamalo sonno è indubbiamente un capolavoro, uno di quei libri che, come diceva Manganelli, contengono tutti i libri. Per evidenziare tutti gli elementi “capolavoristici” di un libro che li contiene tutti occorrerebbe scrivere un ponderoso trattato di critica letteraria, cosa che in questo momento non ho il tempo di fare, per la gioia mia e dell’incauto lettore.
Pubblicato nel 1934, questo romanzo è stato dimenticato per trent’anni, prima di entrare nel novero dei grandi capolavori della narrativa novecentesca. Henry Roth, dopo averlo pubblicato, ha scritto poco o niente per sessant’anni, per poi ripartire dal punto in cui si era fermato. La chiusa del libro contiene la profezia di questi lunghi silenzi coronati da spettacolari epifanie: «Poteva anche chiamarlo sonno. Era soltanto in prossimità del sonno e ogni battito delle ciglia poteva provocare una scintilla contro l’esca confusa del buio, accendere negli angoli oscuri della camera una tale miriade di vividi zampilli di immagini - un luccichio su barbe inclinate, l’ineguagliabile scintillio su dei pattini, la secca luce sugli scalini di pietra grigia di un ingresso, lo splendore a diminuire delle rotaie, la lucentezza oleosa dei fiumi lisci nella notte, il brillio di sottili capelli biondi, di facce rosse, il brillio delle palme aperte e tese di legioni e legioni di mani che si precipitavano verso di lui.»
Una scintilla contro l’esca confusa del buio: luce contro tenebre, amore contro divisione, appartenenza contro esilio, scrittura contro silenzio: una catena di contrasti che descrive altrettanto bene la vicenda editoriale del libro, la vena creativa dell’autore, la storia narrata.
David Schearl è un bambino ebreo di neanche due anni quando arriva a New York dalla Galizia nel 1907. La madre Genya lo porta con sé quando raggiunge il marito Albert nella “terra dorata”. Il padre è un uomo duro e violento, in preda ad assurde manie di persecuzione e incapace di mantenere un lavoro a lungo. La madre è una donna affettuosa che ricopre il figlio di attenzioni dolcissime. Diviso fra amore e terrore, David affronta il mondo, trovandovi altre paure e altra violenza, ma anche scoperte fantastiche e repentine illuminazioni.
Chiamalo sonno non è un romanzo di formazione, un Bildungsroman, ma semmai un Einweihungsroman, un romanzo di iniziazione. La Bildung è la conquista di un’intelligenza chiara e consapevole del senso della vita, una crescita governata dall’intelletto. L’Einweihung è invece il rito di iniziazione a verità misteriose, inaccessibili alla ragione e ineffabili. Il romanzo di formazione rivela la parte adulta dell’uomo, quello di iniziazione rivela la parte infantile. Il mistero per eccellenza, anche etimologicamente, è l’origine, l’inizio della vita: mistico e iniziato designano entrambi “colui che conosce l’inizio”. E il mistero che David Schearl andrà confusamente a svelare è proprio quello delle sue origini.
Spesso, in letteratura, l’iniziazione ha un rapporto molto stretto con la morte: Gordon Pym arriva sulla soglia del mistero dopo aver perduto quasi tutti i compagni di viaggio, Ivan Il’ic ci arriva un attimo prima di morire, e il Peqod deve affondare perché si riveli Moby Dick. David Schearl, al termine del suo cammino iniziatico, resta in bilico tra la vita e la morte in seguito a una forte scossa elettrica, e durante questo periodo di sospensione della vita cosciente intuisce il mistero che lo riguarda.
Dopo la rivelazione verrà il silenzio, quello stato particolare che si può anche chiamare sonno, ma che è soprattutto l’unica condizione in cui è possibile accedere nuovamente al mistero, provocare quella scintilla contro l’esca confusa del buio. Le ultime parole del libro sono letteralmente ultime: chiudendo gli occhi David Schearl rinuncia definitivamente a parlare, sceglie di restare bambino, infante, capace per sempre di rivivere con un battito di ciglia quei pochi istanti illuminati della sua vita, incapace per sempre di descriverli.
Chiamalo sonno è anche - e forse involontariamente - un grande romanzo storico, un affresco memorabile dell’America di inizio Novecento, quella delle ondate migratorie, della mescolanza imponente di lingue e culture diverse nei grandi centri urbani dell’Est. David è anche l’incarnazione di questa Babele, dato che in lui convivono la lingua famigliare, lo yiddish, l’inglese studiato a scuola e indispensabile per parlare con i “goyim”, l’ebraico studiato allo heder (che impara a leggere senza comprendere il senso delle parole) e perfino una lingua misteriosa e per lui del tutto incomprensibile, il polacco, usata dalla madre e dalla zia per parlare di segreti proibiti. Il modo magistrale con cui Henry Roth rende (e Materassi traduce) questo multilinguismo è un altro di quegli elementi capolavoristici di cui sopra.
È anche un pilastro della letteratura ebraica americana; un libro estremamente doloroso; una lettura spesso lenta e faticosa, da conquistare parola per parola; una miscela magistrale non solo di lingue, ma anche di registri narrativi. Uno di quei libri che contengono tutti i libri, insomma.
Luca Tassinari
David Schearl, il piccolo ebreo galiziano emigrato a Brooklyn e poi nel Lower East Side di Manhattan, di cui seguiamo le esperienze e le fantasticherie nel periodo che va dai sei agli otto anni della sua vita, non parte dal sonno ma vi tende disperatamente: spera di annullare in una grande dissolvenza finale, appagante come il seno materno da cui tanto gli costa staccarsi, tutte le cose nere che gli fanno paura, che lo turbano, che gli confermano come il mondo, e in particolare l'America, non siano stati creati per lui: anzi, aspettino solo i suoi inevitabili errori, le sue esitazioni, per meglio inchiodarlo alle sue vergogne. Il sonno è dunque un traguardo: quando viene a sapere di certe violenze commesse da suo padre Albert - una figura patetica nelle sue intemperanze e nelle sue rabbie schizoidi, ma deformata e ingigantita dai terrori del bambino, fino ad assumere connotazioni gigantesche e sinistre, del tutto eccezionali rispetto alle famighe matriarcali che ci ha fatto conoscere il romanzo ebraico-americano - David non vede l'ora di addormentarsi, in modo che il padre in carne e ossa non si distingua più da quello, meno temibile, dei sogni. Ma il sonno può essere anche una reverie oppiacea e pericolosa, una ninna-nanna suadente da cui risulta poi difficile ridestarsi. È un rischio che David corre volentieri: al finale del lungo e angoscioso romanzo c'è questa grande luce, il Dio che dovrebbe rivelarsi attraverso le scosse elettriche della rotaia del tram; e poi questo grande buio: "non dolore, non terrore, ma il più strano oblio, la più strana acquiescenza". David non è morto, ma da quel buio, che si può in mancanza di meglio chiamare sonno, non si risveglia: il libro finisce. E in quel grande buio e grande silenzio dovevano scivolare, per lunghi anni, l'autore e il libro stesso.
È questo di Henry Roth un caso curioso di rimozione e di occultamento, che va al di là di quelli pur sintomatici di un Ralph Ellison o di un J.D. Salinger, altri autori americani che tacciono da tempo, magari - nel primo caso - dopo un solo grande libro. Misconosciuto negli anni trenta, dimenticato in seguito a parte pochi ostinati fedeli, come il Leslie Fiedler di "Amore e morte nel romanzo americano" (l'autore intanto aveva lasciato New York, e faceva l'allevatore d'anatre nel Maine). Chiamalo sonno veniva inaspettatamente riscoperto e ristampato negli anni sessanta, raggiungendo i due milioni di copie e assicurandosi un posto indiscusso fra i classici del modernismo americano.
Guido Fink