Joseph Roth - La marcia di Radetzky, intr. Giorgio Manacorda, trad. Sara Cortesia,  Newton Compton, Roma 2010

Molto opportunamente – forse in occasione del settantennio dalla morte del grande Autore galiziano -, Newton Compton dà alle stampe, in edizione economico-tascabile, taluni celeberrimi romanzi di Roth, quali La cripta dei cappuccini, e Giobbe, e La leggenda del santo bevitore, e poi questo Radetzkymarsch, evocativo del noto brano musicale di Strauss senior, sempre chiamato a concludere, con i calici doverosamente alzati, il concerto viennese della magica mattina, che apre ciascuno dei fuggenti anni solari.

Ed è giusto su questa – la più corposa –, tra le narrazioni appena ricordate, che qui, udendo in sottofondo i piatti e i timpani – e gli archi e i fiati – dell'omologo brano musicale, andiamo a dedicare qualche fugace pensiero.
È uno dei paradossi della letteratura, questo, ove si pensi che, proprio quest'anno 2010, l' Italia ha iniziato le celebrazioni del  150° anniverario della Unità d'Italia che culmineranno l'anno prossimo – ergo la liberazione, in primis, dall'esercito austroungarico comandato da quel Radetzsky che   qualcuno oggi, da italiano scontento e vagheggiante patrie posticce  rimpiange, dimenticando che il  Feldmarescialo - il quale, in questo libro, se non è motore narrativo è sicuramente materia di elegia e di epopea-, non esitava certo a impiccare i patriori irredentisti della musiliana Cacania (che, a voler  restare nella storia, comprendeva sia la Padania odierna sia tutte le Marshovie della commedia ungherese).
Mette conto di essere "leggeri", tanta e indiscussa è la levatura dello scrittore, e tanta è altresì – va detto – la stratificazione/"accumulazione" critica che, su di lui e su di un'opera come questa (si pensi al "Mito asburgico" di Magris in primis), si è andata stratificando, in tutto il mondo a far tempo dal 1932 – anno di prima pubblicazione del romanzo in Austria.

Iniziamo con il dire, allora, che di Marsine, e di Musica, e di Morte, dicesi au fond in questo splendido racconto, sapientemente – "assai professionalmente", vi è da dire – condotto e sviluppato dal sommo giornalista-scrittore di Brody.
Ci sovviene e ci soccorre  un altro collegamento – a detta di taluno forse illecito – con il mondo del grande spettacolo (del mondo). Viene, cioè, da domandarsi perché, purtroppo, due giganti del palcoscenico, quali Vittorio Gassman e Carmelo Bene, non abbiano mai (per lo meno da quel che ci risulta) messo in scena un adattamento - magari monologante - dell'opera in parola. Ché, in verità, ai due artisti della scena, s'addiceva assai, secondo il nostro parere, quell'incedere e quel ritmo che fanno d'architrave al romanzo-Marcia: quei picchi rothiani di dialoghi-spade, quell'incedere marziale appunto, e i bicchierini – ingollati, l'uno appresso all'altro, dal sottotenente Trotta – della mortifera acquavite secca (la ritornante "novanta gradi", per dirla con il Nostro).

E sì, perché di Gassman ricordiamo bene, con struggimento, l'adattamento a monologo della kafkiana Relazione accademica (in almeno tre lingue portato in giro per il mondo dal "superuomo" genovese attore, romano di adozione). E di Carmelo, per parte sua, in collegamento cerebrale non può non sovvenire il byroniano Manfred, con lo Schumann messo a contraltare – e a ritmare.
Sì che –  occorre  rilevare con irrimediabile dispiacere - due così alti attori, attenti a testi letterari e a musiche e ai profondi sensi, non hanno mai ripreso per esempio, dalla kafkiana Relazione, nella Marcia l'idea teutonica dell'uomo che si fa bestia ed il suo contrario; e d'altro canto, de La marcia, nel Manfred beniano, si sente il sulfureo e devastato senso della decadenza: il pometeico illudersi dell'abisso, senza rimedio né pace ed altrimenti, quasi come contrappasso, lo strumento egostista/rigorista della conoscenza pura: il tutto quivi esasperato dal pentagramma dell'autore del ciclo Amore e vita di donna.
Niente di tutto ciò fu, per Gassman e Bene. Così è, per sempre. La vita in fondo, anche per chi ci ha dato tanto, è mera sommatoria di ciò che non si è fatto in tempo/non-si-è-avuta voglia di fare.

Ciò premesso – in una sorta di divagazione e delizia -, va detto che il racconto de La Marcia si articola su tre generazioni della famiglia Trotta: il nonno, ufficiale dell'imperial-regio esercito, salvò la vita, ferendosi per lui, a Francesco Giuseppe in quel di Solferino – donde il titolo "von" conferito al casato dal Sommo, in una con la nobiltà riconosciuta per debito di valor militare e di (lunga) sopravvivenza; il padre – la generazione di mezzo – è un civile funzionario dell'Impero, di stanza vicino alla capitale austriaca, in un'algida campagna di levatacce e di burocratiche reiterazioni; ed infine vi è l'ultimo, che rimarrà della stirpe dei von Trotta, anch'egli sottotenente dell'arma, ancora sotto l'immarcescibile "Cecco Beppe", cui la devozione e la fiducia, anche nei momenti di disperato bisogno (un prestito di danaro), fanno efficace ricorso, grazie alla "memoria" imperial-regia – ed apostolica - dello "eroe di Solferino" (che l'Imperatore scambia con il figlio o crede ancora vivo; ma ciò non importa; ché ciò che conta alfine è il dipinto dell'interposizione salvatrice, a cavallo, tra il proiettile diretto al cuore di Sua Maestà e la spalla del sottotenente al di lui fianco, sui campi fumanti, vicino alla città dei Gonzaga)
Il sottotenente "ultimo" – il nipote dell'eroe di Solferino – è di stanza ai confini orientali dell'immenso Impero, giusto accanto ai cosacchi alcolizzati, con i quali si familiarizza bevendo la "novanta gradi" - giusto dalle parti native dell'Autore: la Polonia Sud-Orientale vicino all'Ucraina.

La famiglia von Trotta è, in sé e per sé, rigorismo nazionalista spinto fino all'assurdo della follia più secca: l'eroe lascia l'esercito soltanto perché, nelle narrazioni sui libri di storia, gli si attribuisce l'appartenenza a un corpo militare diverso da quello effettivo - e, per parte sua, l'Imperatore Sommo, ricevute di persona le lagnanze del suo salvatore, gli consiglia di lasciare correre, non facendo emendare i testi storici; il figlio dell'eroe dipoi – funzionario in marsina - è bensì un civile, ma è come se indossase la divisa dei difensori dell'Imperial-Regio – e Apostolico – Impero, se è vero come e vero che egli, finanche al cospetto di jaspersiane "situazioni-limite" di thanatos, resta come di ghiaccio rimembrando a pena qualche cosa e pure stando muto, e glaciale come un iceberg, perché le parole sono inutiuli orpelli all'esistenza dei sudditi-servi veri dell'Imperatore; ed infine il sottotenente, nipote dell'eroe, sebbene afflitto da un (autobiografico) crollo alcolico-ancillare, persevera in un suo distacco nobiliar-regio-monarchico, persino rivolto verso il suo stesso corpo d'appartenenza, e nondimeno rimane  (semi-)capace, e rigido, e (quasi) sempre lucido e forte  - fino al ferimento, e alla morte, poi, in servizio: un giovanotto delirante, orgoglioso al fondo soltanto del suo essere sottufficiale, in divisa armata, di quel Grande Vecchio, al quale suo nonno eroicamente concesse di essere, a distanza di molti decenni, ancora assiso al trono.

E – si diceva – è la Morte, che corre e ricorre (come nei veri capolavori), dentro al romanzo del Nostro.
Essa non è tanto quella, al cospetto della quale il funzionario von Trotta, in marsina, rimane rigido come una statua di sale oppure, senza nulla dire, muore a sua volta finalmente, subito dopo il figlio, al cominciare della Grande Guerra. È piuttosto, la protagonista esiziale de La marcia, quella che ricorre, e insiste, e seduce, e persiste, in sottofondo: quella del dilazionato (come la vita del Vecchio Francesco – impettito e pure inebetito) crollo, invero oramai imminente, dell'immenso imperial-regio asssetto: ormai un assembramento, il quale va disfacendosi in parallelo con l'ultimo dei Trotta, dis-perso tra un'orgiastica mantenuta viennese e l'acquavite inebetente/irrigidente/rimambente (così perdendosi, nella bruma dell'esserci, finanche i dimostranti feritori e l'omicida abbrivio del Conflitto).

È insomma, quella del sottotetenente von Trotta junior, un fallimento senza possibilità di scampo. Ché da una parte esso è bensì temuto e percepito, sì come il crollo definitivo dell'Impero (l'epopea militare, uno stile di vita simile solo a se stesso); e d'altra parte, però, quello stesso sentimento del fallire e del crollare è una discesa agli inferi, vissuta nella sua pienezza, alla faccia dei cosacchi e della "novanta gradi", e dell'amorazzo ancillar-viennese - senza possibilità di contrappeso alcuno, nella natura storica delle cose.

Romanzo-capolavoro di un Narattore d'alta classe – uno di quelli che diconsi Maestri (uno che, come molti di Costoro, e non pochi dei suoi personaggi, all'etilico vagare per l'Europa consacrò lo scrivere, onde poi morire giovane), la Marcia di Radetsky si fa, ancora oggi, nel'Itallia (post-) repubbblicana, leggere come un'esaltante marcia funebre - la quale non a caso, sulle note di Chopin, sottentra ai timpani straussiani nel finale del racconto-epopea.

È un romanzo cosmico, questo; ed intimo al contempo. Non soltanto una delle più alte espressioni della "finis Austriae", ma anche un anticipatorio ed ellittico anti-prussianesimo di conio ebraico, il quale già sembra, del lubrico e bieco nazismo delle bestie, presagire i sinistri ed orridi clangori.

Federico M. Giuliani

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Esempio 1

La marcia di Radetzky , Joseph Roth Ordina da iBS Italia

Durante la campagna d'Italia, il luogotenente della fanteria austriaca Joseph Trotta salva per puro caso la vita di Francesco Giuseppe: da qui il titolo nobiliare per "l'eroe di Solferino", ricordato in tutti i libri di testo dell'Impero, che trasmetterà ai suoi eredi il compito di salvaguardare la sua eroica memoria con un'assoluta devozione alla monarchia. La vita della famiglia Trotta si svolge parallela a quella del longevo imperatore. Il figlio dell'eroe, Franz, viceprefetto in una provincia della Moravia, si rivela un funzionario leale e integerrimo, mentre il nipote, Carl Joseph, subisce dolorosamente il confronto con il nonno, non brilla nella carriera militare e soffre della propria mediocrità.

[ ... ] Il peccato originale è anzitutto rottura e inosservanza della propria misura, perduta la quale l'individuo perde se stesso. Perciò la metafora della caduta è costituita, come s'è visto, dall'uscita dallo shtetl e dalla propria sfera organica, uscita provocata dal richiamo di sogni riduttivi e totalitari. Il Radetzkymarsch, saga della fine dell'impero, è quindi anche una grande allegoria della cacciata dal paradiso terrestre, dalla Heimat-shtetl: con l'ingresso dell'eroe di Solferino nel mondo della storia, i Trotta si trovano «fuori»  nell'espatriazione trascendentale, e la trasmissione patriarcale dei valori s'interrompe e s'isterilisce. Il mondo politico rappresentato da Roth è dunque il mondo successivo alla caduta iniziale, il mondo del rifiuto del sovrannaturale: lo sfondo del romanzo politico è lo status naturae lapsae, rispecchiato con intensa e laconica malinconia nella presenza stessa della natura triste e indefinibile del paesaggio galiziano. La decadenza inizia con la storia, regno del razionalismo e della laicizzazione ammantata di falsi orpelli sacrali: dopo l'atto d'eroismo e il rango nobiliare avutone in premio, «come se la sua vera vita gli fosse stata cambiata in un' esistenza nuova ed aliena, preparata in laboratorio, il nobilitato capitano Trotta credeva di dover perdere il proprio equilibrio, e gli pareva di essere stato condannato a camminare per tutta la vita in calzature non sue su un pavimento sdrucciolevole, perseguitato da chiacchiericci confidenziali e accolto con occhiate sospette. Suo nonno era stato contadino, e suo padre prima sergente furiere e poi maresciallo dei gendarmi in un distretto confinario al sud della Monarchia [ ... ] Il grado di semplice luogotenente di fanteria pareva naturale e conveniente per il figlio di un sottufficiale. Ma per il nobile e valente capitano che stava aggirandosi, come in una nuvola d'oro, nello straniero e quasi inospitale splendore della grazia imperiale, il padre pallido divenne ad un tratto una immagine remota ... »

L'universo umano del Radetzkymarsch, e con esso la natura che gli fa da simbolico sfondo, è un universo in cui regnano la morte, la fugacità, l'irreparabile decadenza ed usura d'ogni valore. È il mondo dell'«effigie sbiadita» e dell' «estinta gloria»  che emanano dal ritratto del nonno contemplato da CarI Joseph von Trotta: un ritratto che scandisce esemplarmente la tematica di morte, vanità e brevità che avvolge tutto il romanzo in un'invincibile malinconia. L'immagine del capostipite della casata, che dovrebbe offrire una garanzia di durata, diviene un'allegoria della dissoluzione e dell'oblio: « ... la fronte e i capelli trapelavano appena nell'ombra grigio-scura dell'antico soffitto di legno [ ... ] Esso [il ritratto] si sbriciolava in infinite ombre scure e in chiare strisce di luce, in pennellate ed in macchie, nella trama minutissima della tela dipinta e in un duro arcobaleno d'olio annacquato [ ... ] L'ombra verde degli alberi giocava sulla giacchetta marrone del nonno, le pennellate e le macchie si articolavano a formare la familiare ma enigmatica fisionomia, e le pu-pille serbavano uno sguardo concreto e remoto, il cui luccichio contra-stava con l'oscurità del soffitto [ ... ] Il defunto non lasciava trapelar nulla; e il giovane non scopriva nulla. D'anno in anno il ritratto pareva farsi piu sbiadito e remoto, come se l'eroe di Solferino vi rimorisse ancora una volta, e lentamente trascinasse seco la sua rimembranza, in modo che poi sarebbe dovuto giungere un tempo in cui una tela vuota ancora piu muta del ritratto, sarebbe caduta giu dalla cornice sulla fronte del discendente».  La Stimmung del Radetzkymarsch è infatti essenzialmente Stimmung di sfacelo, fisico e spirituale; è un'atmosfera in cui tutto è destinato a sfiorire ed a passare, come il tenero e bianco corpo della signora Slama, il cui barocco disfacimento nella tomba sembra scandire un pessimismo irrimediabile sul corso delle cose terrene. L'intensa sensualità, concepita quale struggente amore del particolare irrelato e perituro e quale unica pur effimera certezza cui afferrarsi nella fuga universale delle cose e dei sentimenti, nasce proprio da quest'assoluta desolazione, da questa specie di trionfo della morte. Questo trionfo esclude e bandisce ogni dimensione trascendente; in tal modo Roth vuole polemizzare indirettamente con ogni immanentismo razionalistico, mostrando il vuoto e lo squallore spettrale di un mondo privato d'ogni prospettiva verticale. Fuori dell'armonia religiosa, il tempo non è piu la misura data all'uomo perché questi ne goda con saggezza, ma è una forza distruttiva e nemica, che rapisce i pochi beni della vita (quelli sensuali) e alla quale si può opporre soltanto illusoriamente qualche frammento di gioia e di piacere, così come la bella signora von Taussig già vicina alla sua tarda estate «contrapponeva all'attacco dell'età gli uomini giovani come se fossero dighe». In questa prospettiva, anche la conservazione del passato non appare piu quale salvataggio della caducità nella durata interiore, bensì quale ossessiva fissazione sull'opera del tempo, come la minuziosa regi-strazione di luoghi e ricordi operata, nella sua passeggiata a Vienna, dal signore von Trotta ", la cui maniaca fedeltà diviene quasi un rito totemico, un'evocazione rituale di ombre, sotto quegli alberi del giardino pubblico nel cui folto egli ritorna col pensiero ad una ragazza conosciuta in gioventù: « ... s'immerse in un calcolo muto. Pareva da allora fosse trascorsa una serie infinita d'anni, e per Carl Joseph era come se invece di suo padre gli sedesse di faccia un avo antico e remoto. "Si chiamava Mizzi Schinagl!" continuò il vecchio.  Egli vagava con l'occhio tra le fitte chiome degli alberi, e sembrava che vi cercasse la smarrita effige di Mizzi, come se essa fosse divenuta un uccello».  Nel Radetzkymarsch Roth ha espresso tutta la carica di trepida malinconia e di delusa gioia di vivere delI'epicureismo cattolico-imperiale austriaco, facendone un dolente lamento dell'uomo caduto nel regno del peccato e della natura soggetta alla corruzione.

Claudio Magris - Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale - Torino, Einaudi - Reprint . 1977.