Durante la campagna d'Italia, il luogotenente della fanteria austriaca Joseph Trotta salva per puro caso la vita di Francesco Giuseppe: da qui il titolo nobiliare per "l'eroe di Solferino", ricordato in tutti i libri di testo dell'Impero, che trasmetterà ai suoi eredi il compito di salvaguardare la sua eroica memoria con un'assoluta devozione alla monarchia. La vita della famiglia Trotta si svolge parallela a quella del longevo imperatore. Il figlio dell'eroe, Franz, viceprefetto in una provincia della Moravia, si rivela un funzionario leale e integerrimo, mentre il nipote, Carl Joseph, subisce dolorosamente il confronto con il nonno, non brilla nella carriera militare e soffre della propria mediocrità.
[ ... ] Il peccato originale è anzitutto rottura e inosservanza della propria misura, perduta la quale l'individuo perde se stesso. Perciò la metafora della caduta è costituita, come s'è visto, dall'uscita dallo shtetl e dalla propria sfera organica, uscita provocata dal richiamo di sogni riduttivi e totalitari. Il Radetzkymarsch, saga della fine dell'impero, è quindi anche una grande allegoria della cacciata dal paradiso terrestre, dalla Heimat-shtetl: con l'ingresso dell'eroe di Solferino nel mondo della storia, i Trotta si trovano «fuori» nell'espatriazione trascendentale, e la trasmissione patriarcale dei valori s'interrompe e s'isterilisce. Il mondo politico rappresentato da Roth è dunque il mondo successivo alla caduta iniziale, il mondo del rifiuto del sovrannaturale: lo sfondo del romanzo politico è lo status naturae lapsae, rispecchiato con intensa e laconica malinconia nella presenza stessa della natura triste e indefinibile del paesaggio galiziano. La decadenza inizia con la storia, regno del razionalismo e della laicizzazione ammantata di falsi orpelli sacrali: dopo l'atto d'eroismo e il rango nobiliare avutone in premio, «come se la sua vera vita gli fosse stata cambiata in un' esistenza nuova ed aliena, preparata in laboratorio, il nobilitato capitano Trotta credeva di dover perdere il proprio equilibrio, e gli pareva di essere stato condannato a camminare per tutta la vita in calzature non sue su un pavimento sdrucciolevole, perseguitato da chiacchiericci confidenziali e accolto con occhiate sospette. Suo nonno era stato contadino, e suo padre prima sergente furiere e poi maresciallo dei gendarmi in un distretto confinario al sud della Monarchia [ ... ] Il grado di semplice luogotenente di fanteria pareva naturale e conveniente per il figlio di un sottufficiale. Ma per il nobile e valente capitano che stava aggirandosi, come in una nuvola d'oro, nello straniero e quasi inospitale splendore della grazia imperiale, il padre pallido divenne ad un tratto una immagine remota ... »
L'universo umano del Radetzkymarsch, e con esso la natura che gli fa da simbolico sfondo, è un universo in cui regnano la morte, la fugacità, l'irreparabile decadenza ed usura d'ogni valore. È il mondo dell'«effigie sbiadita» e dell' «estinta gloria» che emanano dal ritratto del nonno contemplato da CarI Joseph von Trotta: un ritratto che scandisce esemplarmente la tematica di morte, vanità e brevità che avvolge tutto il romanzo in un'invincibile malinconia. L'immagine del capostipite della casata, che dovrebbe offrire una garanzia di durata, diviene un'allegoria della dissoluzione e dell'oblio: « ... la fronte e i capelli trapelavano appena nell'ombra grigio-scura dell'antico soffitto di legno [ ... ] Esso [il ritratto] si sbriciolava in infinite ombre scure e in chiare strisce di luce, in pennellate ed in macchie, nella trama minutissima della tela dipinta e in un duro arcobaleno d'olio annacquato [ ... ] L'ombra verde degli alberi giocava sulla giacchetta marrone del nonno, le pennellate e le macchie si articolavano a formare la familiare ma enigmatica fisionomia, e le pu-pille serbavano uno sguardo concreto e remoto, il cui luccichio contra-stava con l'oscurità del soffitto [ ... ] Il defunto non lasciava trapelar nulla; e il giovane non scopriva nulla. D'anno in anno il ritratto pareva farsi piu sbiadito e remoto, come se l'eroe di Solferino vi rimorisse ancora una volta, e lentamente trascinasse seco la sua rimembranza, in modo che poi sarebbe dovuto giungere un tempo in cui una tela vuota ancora piu muta del ritratto, sarebbe caduta giu dalla cornice sulla fronte del discendente». La Stimmung del Radetzkymarsch è infatti essenzialmente Stimmung di sfacelo, fisico e spirituale; è un'atmosfera in cui tutto è destinato a sfiorire ed a passare, come il tenero e bianco corpo della signora Slama, il cui barocco disfacimento nella tomba sembra scandire un pessimismo irrimediabile sul corso delle cose terrene. L'intensa sensualità, concepita quale struggente amore del particolare irrelato e perituro e quale unica pur effimera certezza cui afferrarsi nella fuga universale delle cose e dei sentimenti, nasce proprio da quest'assoluta desolazione, da questa specie di trionfo della morte. Questo trionfo esclude e bandisce ogni dimensione trascendente; in tal modo Roth vuole polemizzare indirettamente con ogni immanentismo razionalistico, mostrando il vuoto e lo squallore spettrale di un mondo privato d'ogni prospettiva verticale. Fuori dell'armonia religiosa, il tempo non è piu la misura data all'uomo perché questi ne goda con saggezza, ma è una forza distruttiva e nemica, che rapisce i pochi beni della vita (quelli sensuali) e alla quale si può opporre soltanto illusoriamente qualche frammento di gioia e di piacere, così come la bella signora von Taussig già vicina alla sua tarda estate «contrapponeva all'attacco dell'età gli uomini giovani come se fossero dighe». In questa prospettiva, anche la conservazione del passato non appare piu quale salvataggio della caducità nella durata interiore, bensì quale ossessiva fissazione sull'opera del tempo, come la minuziosa regi-strazione di luoghi e ricordi operata, nella sua passeggiata a Vienna, dal signore von Trotta ", la cui maniaca fedeltà diviene quasi un rito totemico, un'evocazione rituale di ombre, sotto quegli alberi del giardino pubblico nel cui folto egli ritorna col pensiero ad una ragazza conosciuta in gioventù: « ... s'immerse in un calcolo muto. Pareva da allora fosse trascorsa una serie infinita d'anni, e per Carl Joseph era come se invece di suo padre gli sedesse di faccia un avo antico e remoto. "Si chiamava Mizzi Schinagl!" continuò il vecchio. Egli vagava con l'occhio tra le fitte chiome degli alberi, e sembrava che vi cercasse la smarrita effige di Mizzi, come se essa fosse divenuta un uccello». Nel Radetzkymarsch Roth ha espresso tutta la carica di trepida malinconia e di delusa gioia di vivere delI'epicureismo cattolico-imperiale austriaco, facendone un dolente lamento dell'uomo caduto nel regno del peccato e della natura soggetta alla corruzione.
Claudio Magris - Lontano da dove. Joseph Roth e la tradizione ebraico-orientale - Torino, Einaudi - Reprint . 1977.