Giampaolo Rugarli - La Troga - Adelphi, Milano ,1988
Il commissario Pantieri, pacifico individuo piccolo-borghese (nulla del cogitativo e gaddiano Ingravallo) riceve una donnetta anziana che in preda a senile delirio lo mette sulle tracce di una fantomatica associazione criminale... la troga, contro la quale chiede protezione. Pantieri la licenzia senza darle retta. Ma ecco che la «troga» - formidabile ed equivoco termine ad indicare un po' tutto il nucleo misterioso del mondo, ora droga, ora toga, ora trota, ora tregua ecc-, comincia a colpire. Viene sequestrato l'onorevole Lauro Grato Sabbioneta, chiara figura-schermo dell'on. Moro. Ed ecco, sorprese, agnizioni, travestimenti, ma anche anagrammi, acrostici... In ultimo, lo show-down finale.
Ora, questa trama proliferante sembra suggerirci alcune domande: è possibile narrare le vicende italiane dell'ultimo ventennio? È possibile una ripresa romanzesca di quella realtà italiana che Arbasino (Un paese senza) ha felicemente indicato con l'espressione intrigante e «noumenica» come la «cosa italiana»? È possibile dar conto di un «Paese orribilmente sporco» (Pasolini) come l'Italia democristiana?
Nell'ultimo ventennio ( 1970- 1990) sembra che «tutto» sia successo, sembra che il «romanzesco» si sia cosi bene infiltrato negli interstizi della realtà che qualsiasi romanziere che ne volesse dare una ripresa metaforica arretri impaurito, sovrastato dagli «eccessi» di quella realtà stessa. Attentati, bombe, stragi, trame segrete, depistaggi, scandali, corruzioni, sequestri, assassini, logge segrete, terrorismi ecc. La trama della cronaca e della storia italiana sembra approntata da un romanziere delirante il quale non si preoccupa più di tanto di forgiare eventi e storie e delitti inverosimili - poiché sa che la realtà,da sola, si curerà di sopravanzare ogni fantasia, ogni inverosimiglianza. I contorni della realtà italiana si sono dilatati inverosimilmente verso il romanzo gotico, il romanzo d'appendice, la spy-story, il giallo, insomma verso il «romanzesco» più smaccato, tanto da scoraggiare qualsiasi onesto romanziere che si accollasse il modesto ufficio - tradizionalissimo però all'arte del narrare - di rendere metaforici e letterari avvenimenti, personaggi, storie che il giorno prima erano pura e cruda realtà.
Giamapolo Rugarli ha voluto correre questo rischio e dall' impresa è riuscito vincitore dandoci un quadro più che convincente dell ' «inenarrabile» cronaca italiana. Ed ecco approntare un plot il più inverosimile possibile, anzi volutamente delirante, un'ottava sopra rispetto la realtà medesima, «eccessivo» quanto e forse più della realtà che intende mimare; « un bazar di uccisioni, di veleni, di inganni, di complotti, di travestimenti, di morti risuscitati, insomma di tutti gli ingredienti che largheggiano nel cinema, nella televisione, nei peggiori libri». Ma il nostro sregolato romanziere sa che «quegli ingredienti appartenevano sempre di più alla vita e sempre meno all'invenzione, perché una volta era la seconda che si sforzava di imitare la prima, mentre ora avveniva il contrario».
E dico «mimare» più che «raccontare» perché gli elementi della mimesi teatrale sono più acconci all'impresa - e all'autore presenti in tutta coscienza - più degli elementi diegetici tipici del romanzo. La realtà italiana si può al massimo mimare, rappresentare, più che narrare o riassumere, sembra dirci l'autore. Ed ecco la necessità di partire il materiale narrativo in veri e propri «atti» (tre più il prologo e l'epilogo) al luogo dei capitoli, e di ridurre i personaggi a dramatis personae, nell'intento dunque di darci il dramma in 5 atti del nostro recente quotidiano, del nostro drammatico presente.
Per spiegare l'Italia di questi anni ci dice Rugarli occorre un congegno il più teatrale possibile, una superfetazione della realtà medesima, e, su questa delirante scena far muovere delle pure figure svuotate da ogni determinazione individuale, da ogni connotazione. Occorrono; un Commissario, un Procuratore, un Cardinale, un Magistrato, un Banchiere, un paio di Uomini Politici di Maggioranza, una Puttana, un Mafioso- Terrorista e poi farli agire con grandi «movimenti di macchina» nel tentativo disperato di cogliere nell'opera gli eccessi della realtà mimata e nell'assoluta consapevolezza che quest'ultima li travalicherà tutti...
Eppure anche se semplicemente denotati i personaggi, le dramatis personae sono delle maschere, delle figure, tragicamente reali, colte cioè infallibilmente nel loro principio di individuazione realistico. Cosi veri e così «italiani». La Calenda, Ministro dell'Interno, calabrese, con un passato da dimenticare e un figlio adulterino; Lauro Grato Sabbioneta il prototipo del politico democristiano con le sue nefandezze e le sue aure da sacrestia; il procuratore Conti, losco uomo di intrighi, che si muove in atmosfere commissariali gaddiane ma che parla un romanesco repellente e degradato; il magistrato Biraghi, uno Stranamore di Lavinio, alle prese con deliranti progetti di annientamento dell'umanità; Pantieri, il personaggio-motore dell'azione, in cui coincidono il «punto di vista» sia in senso narratologico come in senso morale, dell'autore; il cardinale Meschia, ossessionato giustamente, ma come sotto la pressione di idee coatte dagli articoli di Baget-Bozzo (quello socialista degli anni '80) come dalla fame nel mondo; in ombra e meno riuscite le figure femminili, ma qui il furbo autore si trova una via d'uscita: «fosse stato uno scrittore, non sarebbe riuscito a confezionare un autentico personaggio di donna, colpa sua o colpa dell'imprendibilità delle donne».
Le riflessioni di Rugarli sparse lungo il dipanarsi della trama sono di una disperante lucidità. La politica e la criminalità sono pervase dalla stessa logica; la lotta politica è faida personale; il terrorismo non ha fatto altro che rendere impossibile ogni rivoluzione facendosi strumento delle perfidie e nefandezze della politica; l'opposizione non è più capace di immaginare idee - e d'altra parte «è impossibile vivere in un mondo senza idee, ma tutte le idee sono sbagliate».
La scrittura è tersa, trasparente, qua e là affiorano luccichii di metafore di inaspettata e sontuosa eleganza.
Il meccanismo narrativo prescelto, l'inchiesta commissariale, si avvale di item narrativo-descrittivi a forma di leitmotiv: l'inflazione, il caropatate, la musica di Ciaikovoskj, i ricordi della maestra Candiani, che ingraziosiscono l'affabulazione.
Tutto il racconto si svolge in una Roma costantemente avvolta dalla pioggia, come la Los Angeles del film Blade Runner, una Roma sfatta, assediata da automobili, extracomunitari e immondizie, coperta da uno spessore di mota non soltanto nominalistico.
( Milano 15 Novembre 1988)
L'apocalipse selon Rugarli
Le Monde 2 mars 1990
«La Sicile comme métaphore » disait Sciascia. «L'Italie comme métaphore », répond Gianpaolo Rugarli, dans ce curieux roman, inspiré par l'affaire Moro et par l'effervescence du terrorisme intérieur de la péninsule. Les années de plomb ont, bien sur, suscité quelques romans en Italie, à michemin entre le reportage, le pamphelet et la politique-fiction. Ils n'étaient guère convaincants: la realité l'emportait toujours, (...)
Il y a, dans ce roman sanglant, une tonalité trop rêveuse et trop fantasmatique pour qu'il pousse prétendre à une analyse approfondie du terrorismo. L'inspirateur de l'organisation (victime présumée qui en réalité est le coupable) conclut: « Que voulez-vous donc que représente douze poignée de mort ? Les gens, après chaque massacre miniature et après chaque assassinat, finissait par se sentir rassurés; nous enseignions à I'humanité à se satisfaire d'être vivant » Ce sont les sinistres limites du pouvoir des apprentis sorciers humains: ils n'ont, pour insuffler la conscience de la vie, qu'un moyen, la mort.
René de Ceccatty