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La vicenda che Giampaolo Rugarli racconta in questo "II buio di notte" offre un grottesco spaccato della società italiana all'inizio del secolo nuovo, quando tutti i valori che hanno regolato le relazioni tra gli uomini sono stati irrisi e travolti dall'ansia della trasgressione, dal desiderio di una libertà sfrenata, della ricerca di un benessere e di un piacere egoisti e immediati. Nonostante tutto, nonostante, cioè, che istituzioni laiche e devote, che ministri di Chiesa e di Stato abbiamo completamente perso qualsiasi senso della misura e forse persine il ben dell'intelletto, la speranza che un Dio misericordioso alla fin fine dia un senso alle cose prova a resistere a ogni assalto, persine di chi dovrebbe esserne il testimone in terra. La tentazione di cedere rassegnati, riconoscendo che il caos l'ha avuta vinta e non c'è più niente da fare, serpeggia insinuante, ma basta la scelta di mettersi a raccontare per dover riordinare gli accadimenti e le memorie, le versioni e le fonti. Così il disastro della deriva in cui siamo sì trasforma in un vero e proprio romanzo giallo, con tanto di morto e assassino, perché una responsabilità e un colpevole devono pur esserci e si tratta soltanto di individuarli.

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Esempio 1
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Giampaolo Rugarli - Il buio di notte - Marsilio  2008

Finalmente nelle librerie il nuovo romanzo di Giampaolo Rugarli:  un evento. E non solo perché Giampaolo Rugarli è Giampaolo Rugarli: “uno dei più grandi scrittori italiani” ma perché affonda, questa volta forse come mai prima, la sua lama nelle viscere più oscure del nostro tempo. I nostri mali. Le nostre miserie. La nostra solitudine senza rimedio nel mondo confuso nel quale ci troviamo gettati a vivere: naufraghi agitati da forze di fronte a cui siamo un niente e che non riusciamo neppure a decifrare.
Ci troviamo a vivere uno gliommero il cui filo è talmente aggrovigliato da aver perso senso e direzione. La vita ha un senso? E il suo scorrere sottintende un significato? E se c’è un significato, qual è? E dove ci porta poi, se ci porta da qualche parte, questo filo che a fatica si srotola? Ovvero: c’è qualcuno, da qualche parte che ne ha ancora in mano il capo e conosce il senso del suo eterno sdipanarsi e sa dove si dirige l’antico cammino? Una domanda nata quando è nato l’uomo e che torna con prepotenza ogni volta che la corsa irresistibile del tempo mette in crisi le nostre fragili illusioni. Oggi specialmente: posti come siamo nel cono d’ombra dell’eclissi della ragione. La grammatica della ragione che, nel bene e nel male, ci ha guidato per millenni si va sfaldando giorno per giorno. Le sue pagine strappate volano di qua e di là. I libri rattoppati dicono ogni giorno una «verità» diversa. Quello che valeva ieri non vale più oggi. Viviamo nella disperazione. La disperazione della non-speranza. Ciò che sappiamo amiamo facciamo oggi non varrà più niente domani.
Un libro potente: proprio nel senso etimologico del termine. Un romanzo che si apre e ci apre a mille altri romanzi. I romanzi delle confuse ansietà del nostro tempo. Ansie senza risposte. Un correre senza bussola. Bussole i cui aghi sono impazziti. All’avventura. Politici e finanzieri che cambiano le carte in tavola e le parole in bocca come niente. La ricerca scientifica che, ogni giorno, mette in crisi le nostre pallide certezze e che, in un’arroganza senza confini, giunge fino a sfidare la stessa morte. Esiste un vaccino contro la morte? Può esserci in qualche modo e da qualche parte la pozione apotropaica che sconfigge perfino la morte? O si tratta soltanto dell’estrema illusione dell’uomo? Sostituirsi al dio nascosto che, forse, ha in mano il capo del gomitolo della nostra vita.

“Tutte le mattine passavo davanti a un negozio di cassette e di dischi: in una delle due vetrine, era in mostra un’arpa che non era in vendita. Serviva per richiamare l’attenzione della gente. Io un po’ guardavo l’arpa e un po’ la giovane commessa che sorrideva. Sono trascorsi circa trent’anni da allora, e forse è meglio che mi occupi di un passato meno remoto, sebbene, alla mia età i fatti più vicini siano i più lontani. Ci sarà una ragione.”

È l’incipit di “Buio di notte”, un attacco linguisticamente e narrativamente «entrante» col suo conquistare d’un colpo il lettore.  Una scrittura pacata, che domina le persone le cose gli eventi, li mette in ordine senza, però, sottrarre loro il nucleo profondo di mistero e di turbamento che si portano dentro. Persino il richiamo sapienziale (“…sebbene,   alla mia età i fatti più vicini siano i più lontani”) si innesta con naturalezza nel flusso colloquiale del  discorso come una riflessione fatta così, senza importanza, quasi soprapensiero.  “Trent’anni da allora” e un “passato meno remoto”: dunque c’è qualcosa in quei trent’anni che va svelato. L’oscura confusione che pervade oggi le nostre vite? E l’arpa poi, quell’arpa esposta “non in vendita”? E la sorridente fanciulla? Una enigmatica calamita, l’arpa – una favolosa sirena, la fanciulla, che ci avrebbero potuto sottrarre al naufragio? Allora tra quel passato remoto e quel passato meno remoto (dove si colloca l’occhio del narratore)  c’è stato un naufragio? Può darsi. Può esserci stato, forse ci è stato, di sicuro c’è stato: dal momento che “…i fatti di questo mondo sono governati dal caso e dalla stupidità” e ”quelli che comandano sono soprattutto degli imbecilli, l’imbecillità li rende eterni e inamovibili.”

Che cosa può salvarci? Che cosa può salvare il nostro cuore inquieto? La scrittura. Ecco: la scrittura come strumento che metta in ordine le nostre confusioni, le nostre angosce di fronte alla confusione del mondo. Scavo interiore alla ricerca di quel “dio nascosto” che ha in mano le chiavi della nostra salvezza. Agostino e Pascal? Forse o certamente. “Non porto niente con me. Niente, se non le stelle nel buio di notte… Potrebbero – come una volta indicavano la rotta a chi andava per mare -, potrebbero offrire una traccia, un segnale, potrebbero mostrare un percorso?”

Una favola magnifica. Alta e tragica eppure recitata sul tono medio e intimamente vibrante delle grandi riflessioni leopardiane. Il Leopardi delle Operette e dello Zibaldone.

Corrado Ruggiero

<<< Vedi anche di G. Rugarli, La troga
( Lettura).