Varlam  Šalamov  - I racconti di  Kolyma -  Trad. di  Sergio Rapetti. A cura di  Irina P. Sirotinskaja, Einaudi Tascabili, Torino  1999.

Siamo in uno degli ultimi Racconti di  Kolyma di Varlam
Šalamov. E questi sono piccoli scacchi di pasta di pane, ispirati all'Epoca dei Torbidi. La fattura finissima non tradisce che furono intagliati con mezzi di fortuna e in circostanze sciagurate dallo scultore Kulagin, prigione delle Butyrki, 1937.

«Tutti i detenuti della sua cella hanno masticato per ore e ore il pane che gli serviva. La cosa fondamentale qui era cogliere il momento esatto in cui la saliva e il pane masticato arrivavano a una specie di punto di fusione irripetibile. Solo il maestro stesso poteva decidere e aveva fortuna se riusciva a far uscire dalla bocca una pasta adatta ad assumere qualsiasi forma sotto le sue dita e poi indurire per l'eternità, come il cemento delle piramidi egizie.»

Questi scacchi hanno seguito Kulagin in tutti i suoi trasferimenti, sono sopravvissuti alle disinfestazioni, alla rapacità dei malavitosi, ai rovesci del caso. Sono sopravvissuti allo stesso Kulagin, ucciso dalla fame come tanti prima e dopo di lui. Ormai prossimo alla fine, in un accesso di demenza, tentò di divorarli. Gli furono sottratti. Riuscì solo a inghiottire una delle torri bianche e la testa mozzata della regina nera.

C'è un punto in cui il deperimento causato dall'inedia diventa
irreversibile. « Avrebbe dovuto incominciare a mangiare le piccole figure di pane qualche mese prima. Lo avrebbero salvato dalla morte.» Così il dottor Kuz'menko.

Ma questa ovviamente è solo la declinazione scientistica dell'apologo. Gli scacchi di Kulagin non erano e non sono uno strumento di salvezza. Non è nella loro natura.
Frutto di un inganno della fame, prodotto dell'incontro fra le secrezioni del bisogno e la materia del suo soddisfacimento, essi tracciano un limite.
Sono anzi quel limite, cristallizzato in immagine ostensibile. Un punto di fusione, il simbolo di una coappartenenza che non può essere ridotta.
Un'altra cosa.
Sarebbe improprio definirli ancora "figure di pane". Del pane hanno perduto per sempre l'innocenza e le virtù alimentari, e se una chimica meno ingenua si applicasse alla loro composizione, scoprirebbe che la fame stessa non vi ha parte inferiore né per quantità né per qualità, ma che il suo enzimatico lavorìo, se ha in un certo senso pervertito la materia, l'ha nel contempo rivelata.

"Come il cemento delle piramidi egizie." La similitudine scivola sulla lingua del dottor Kuz'menko che non se ne avvede. Si tratta ancora di pane? Si tratta ancora di vita? Ed è così di tutte le opere d'arte: esse non salvano nessuno, né il loro artefice né gli altri.
E dunque? Dunque sono lì, nel loro disagio testimoniale. Irriducibili alla trasparenza dei loro elementi costitutivi e tragicamente inassimilabili come gli scacchi di Kulagin, dànno corpo alla frattura originaria con cui l'essere viene alla presenza, direbbe il filosofo.
Non siamo lontani dalla verità. Anzi, lo siamo. Appunto.

erostratos








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Esempio 1
dal 8 dicembre 2002
"Ogni mio racconto è uno schiaffo allo stalinismo". Così nel 1971 Varlam Šalamov definiva con secca, sonora immediatezza i centoquarantacinque Racconti di Kolyma, tragica testimonianza sui gulag sovietici, su "quello che nessun uomo dovrebbe vedere né sapere".Dalla fine degli anni Venti al dopoguerra milioni di persone vennero deportate e morirono nei lager staliniani, e alla Kolyma, regione desolata di tundra e ghiacci dove "uno sputo gela in aria prima di toccare terra", Salamov rimase confinato dal 1937 al 1953. L'anno successivo, subito dopo il ritorno a Mosca, tassello dopo tassello Šalamov cominciò a comporre il suo monumentale mosaico contro l'oblio, il suo poema dantesco sulla vita e sulla morte, sulla forza del male e del tempo. Questa cronaca o, meglio, questo vivo documento contro il regime stalinista, viene ora pubblicato per la prima volta in Italia nella sua totalità.


Varlam Salamov (Vologda, 1907 - Mosca,1982), figlio di un pope, lasciò la famiglia per studiare Giurisprudenza all'Università di Mosca. Dal 1927 svolse attività d'opposizione al regime staliniano, fu arrestato e deportato per la prima volta in un campo di lavoro a nord dell'Ural. Liberato nel 1932, tornò a Mosca, dove intraprese l'attività giornalistica, scrisse poesie e racconti, ma nd 1937 fu nuovamente arrestato e deportato nella Kolyma, in Siberia. Liberato 17 anni piu tardi, fece ritorno a Mosca. Fu riabilitato nel 1957 e da allora venne autorizzata in Russia solo la pubblicazione di qualche breve raccolta di poesie. Solo alla fine degli anni Ottanta, dopo la sua morte, le opere di Salamov hanno cominciato ad essere pubblicate in patria. Presso Einaudi è stato pubblicato Kolyma (1999, "I millenni" e "Einaudi Tascabili"). 
L'edizione Einaudi è la prima traduzione occidentale integrale dell'Opera di Varlam Šalamov.

  La Kolyma è una desolata regione di paludi e di ghiacci all'estremo limite nord-orientale della Siberia. L' estate dura poco più di un mese; il resto è inverno, caligine grigia, gelo che può scendere anche a sessanta gradi sotto zero. Lì, dalla fine degli anni Venti, alcuni milioni di persone sono state deportate e sfruttate a fini produttivi e di colonizzazione della regione. Salamov arrivò alla Kolyma nel 1937, dopo essere già stato rinchiuso in un lager degli Urali fra il 1929 e il 1931 a causa della sua opposizione a Stalin. E alla Kolyma rimase fino al 1953.
«Il lager è una scuola negativa per chiunque, dal primo all'ultimo giorno [...] L'uomo non deve vederlo. Ma se lo vede, deve dire la verità, per quanto terribile sia. Per parte mia, ho deciso che dedicherò tutto il resto della mia vita proprio a questa verità», così scriveva Salamov a Solzenicyn nel novembre del 1962. In questa discesa negli abissi della memoria i ricordi si snodano come una partitura musicale. L'avvio è graduale, i temi si delineano in parallelo per poi intrecciarsi e sovrapporsi: l'arrivo nei campi, la casistica dei vari tipi di carcerieri, i luoghi e le condizioni del lavoro forzato, la natura ostile e cosi carica di significati simbolici, i compagni di pena. Inizia da qui, da un incredulo stupore, lo studio scientifico di uno spietato fenomeno antropologico: «con quale facilità l'uomo può dimenticare di essere un uomo» e rinunciare alla sottile pellicola della civiltà, se posto in condizioni di vita estreme.
Magadan e i suoi dintorni, i fronti di scavo nelle miniere, le postazioni sperdute nella tajga, l'ospedale, la grande rotabile percorsa da migliaia di camion, tutto muta a poco a poco di segno: sempre meno sfondo reale, sempre più duttile materia per una ricognizione della recente storia russa e, in parte, europea.
Cronaca, o meglio vivo documento restituito attraverso i processi associativi della memoria; affresco della Russia tra Otto e Novecento; anatomopatologia della psiche umana; magmatica restituzione, fino al più ripugnante particolare fisico, della realtà organica. Ma Kolyma è anche altro. E un'epopea del Grande Nord, una storia di esplorazioni e sconosciute imprese; è la linfa vitale della natura investita della religiosità panica di un grande poeta. E il mondo austero e solenne degli orsi, delle anatre, delle donnole, degli scoiattoli...
Il crescendo musicale ci accompagna, in un recupero graduale e insistito di dettagli, dalla prima raccolta, I racconti di Kolyma, fino a Scene di vita criminale; si placa nel quasi adagio della Resurrezione del larice, dove per un istante si attenua la disperazione; precipita nel Guanto, un adagio che si volge in marcia funebre: tutto evapora, rimane solo ciò che non può essere cancellato, il male. Ma più forte ancora del male, al di sopra di tutto, sta il tempo. «L'unica cosa - scrive Salamov - che innalzi la statura delle persone». 
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  Prima edizione: 1999
I Millenni
EINAUDI




 

I racconti di Kolima , Varlam Šalamov Ordina da iBS Italia

Così Le Monde del 10.10.'03 ha commentato l'edizione integrale e definitiva in francese di Kolyma (2003, presso Verdier: una prima  scelta di racconti era uscita presso Denoël nel 1969)   "uno dei libri più terribili e necessari del XX° secolo".

«Chacun des récits est comme un instantané de la vie à la Kolyma. La perspective temporelle ou spatiale ne s’élargit jamais. Il n’y a pas d’horizon. Nous sommes au cœur de la vie immédiate. Mais évoquer la vie, ici, ressemble à une plaisanterie. Il faut plutôt parler de mort, avec, comme variable, le temps nécessaire pur mourir. Il ne s’agit pas d’un enfer progressif, mais donné en une fois, en totalité, riche de ses multiples cavités, secteurs, hypothèses. Le dernier cercle est le seul possible, le seul autorisé. Mais, à partir des données concrètes de ses récits, Chalamov rejoint sans artifice le plus graves questions métaphysiques. Celle du suicide notamment ; celle aussi de notre rapport à l’autre, aux objets, au désir et au besoin…
Ce livre, qu’il faut ranger – avec ceux de Robert Antelme, de Primo Levi, de david Rousset ou de Tadeus Borowski – parmi les plus terribles et nécessaires du XX siècle, le  plus beaux aussi, a gagné son statut d’œuvre d’art en contournant, pour ainsi dire, la question de la littérature. Ecrivain, homme de culture, Chalamov, pensait sincèrement que "la vie de Pouchkine, de Blok, de Tsvetaϊeva, de Lermontov, de Pasternak, de Mandelstam est infiniment plus précieuse à l’homme que celle de n’importe quel constructeur de vaisseau spatial", comme il l’écrit à Soljenitsyne vers 1965. En même temps, sans contradiction, il pouvait affirmer sa volonté, avec Kolyma, d’écrire "quelque chose qui ne soit pas de la littérature". D’où le refus de polir, de corriger, de parfaire. D’où  cette morale d’écriture et cette capacité qui en est le bénéfice direct : conduire le lecteur au sein même de l’espace décrit et non le laisser de l’autre côté de la vitre, comme un spectateur désolé mais protégé»

Patrick Kéchichian

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- Vedi  la pagina web dell'editore francese
Verdier >>> con profilo biografico di Chalamov;