Daniela Santanché - Donne violate - Marsilio 2008
ESTRATTO DELLA PREFAZIONE DI VITTORIO FELTRI AL LIBRO “LE DONNE VIOLATE” DI DANIELA SANTACHÉ
Con questo libro Daniela Santanchè esce definitivamente dalla cornice rosé, che le è stata costruita intorno per imprigionarla nel mondo della leggerezza e del fatuo, e mostra le sue qualità di grande donna, di scrittrice attenta e sensibile, nonché di politica determinata a trasformare le sue osservazioni e analisi in progetti efficaci. Conoscendola, sono certo saprebbe anche – come si dice oggi con orribile inglesismo – implementarli, quei progetti. Insomma, queste pagine sono scritte da un auspicabile prossimo ministro dell’Immigrazione. Vedremo.
Si dice di lei: tacchi a spillo. È il modo oggi adoperato dai tipetti della sinistra per inchiodare una donna alla sua femminilità. Bisogna vedere chi cammina sui tacchi a spillo. La Santanchè non ha nulla della signora con il rossetto, da pasticceria, parrucchiere e gossip. È una imprenditrice che sa trovare tempo per il figlio, e da quando è parlamentare non smette di studiare. E studia non quel che passa l’agenda imposta dai progressisti, ma quanto le viene suggerito da un solido senso della realtà e dall’ascolto della gente che in quest’Italia mangia più insicurezza che pane.
La questione dell’immigrazione islamica, una vera e propria invasione nient’affatto pacifica, ha trasformato il nostro Paese nella parte più fragile di Eurabia (la definizione è di Oriana Fallaci) e si è imposta ancor prima del 2001, come questione delle questioni. Le Torri Gemelle hanno costretto chiunque abbia un minimo di amore per il futuro di figli e nipoti a riflettere sui modi per impedire una deriva che metterebbe il nostro destino delle mani degli imam e dei loro seguaci.
La minaccia terroristica non è una fantasia della Cia o un’ossessione di qualche profeta squinternato (di questo veniva accusata Oriana), ma un rischio concretissimo. C’è qualcosa di dannato nell’Islam, una specie di coda del diavolo, e lo dico con rispetto per tanti islamici perbene, ma piuttosto portati a lasciar fare i loro fratelli più scalmanati, anche perché se si ribellano, i primi a trovarsi con la gola tagliata, sono loro.
Va bene: sarà la democrazia, ma prima di arrivare a quel disastroso punto di non ritorno, occorre fare in modo che i musulmani non siano maggioranza. Dunque limitare l’immigrazione di chi ha in testa simili propositi. Il cardinal Giacomo Biffi lo propose sin dal 1999. Disse: non esiste il diritto all’invasione, se c’è necessità di accogliere immigrati, facciamo la nostra parte, ma privilegiando i cristiani, non per ragioni religiose, ma sociali: l’integrazione è più facile, si ragiona con gli stessi parametri. Niente da fare.
Qui allora arriva l’intuizione di Daniela Santanchè. Occorre mettere in campo ogni strumento legale e di pressione culturale perché le pratiche incompatibili con i diritti umani, indotte dalla tradizione araba e pachistana, siano sradicate. Non ha ragionato in astratto. Ma ascoltando la voce che giungeva soffocata dall’interno delle case musulmane. Vere e proprie prigioni dove le donne sono schiacciate dall’uomo tiranno, e le bambine sono allevate come pecore pronte per essere affidate all’uomo-montone. Magari rispedite forzosamente nella patria d’origine e sposate senza libero assenso, prima che i costumi occidentali contaminino la figliola costringendo poi i padri, gli zii, i cognati con relative devote mogli a sopprimere, la poveretta.
Due anni fa la Santanchè ha scritto “La donna negata”. Aveva raccolto storie tremende, si era alleata a signore marocchine, che avevano trovato in lei una specie di Lancillotta, oppure di Pentesilea (regina delle Amazzoni), capace di usare la lancia contro i draghi musulmani e i loro complici italiani, mettendo in conto anche il rischio di essere infilzata. Data a quest’epoca la minaccia esplicita da parte della Radio di Teheran. Gente che non scherza. Ma neanche Daniela è tipo da giocare con queste storie tanto per propagandare il suo nome.
Da quel momento dovunque ci fosse una violenza contro le donne musulmane era là. Se un qualsiasi caporione mostrava indulgenza verso questi orrori, fossero anche i ministri Amato o Ferrero, lei non esitava a esporre il suo fianco ai colpi. Le ha prese, ma le ha pure date, mai atteggiandosi a martire o eroina, anzi non rinunciando mai alla sua eleganza e al rossetto.
Il libro che vi apprestate a leggere è frutto di una ricerca appassionata. Ci sono citazioni di prediche nelle moschee. C’è il racconto della crescita del numero delle moschee in Italia. Sia chiaro: non sono essenzialmente luoghi di culto, ma postazioni di propaganda estremista, e dove si insegna la negazione dei diritti della donna.
Non mi intendo di Consulta islamica, mi fa spavento che in essa – come documentano queste pagine - si dia spazio agli estremisti dell’Ucoii (Unione comunità e organizzazioni islamiche in Italia), i quali sostengono quanti vogliono distruggere Israele e le cui moschee godono di finanziamenti dei regimi islamici oltre che della benevolenza vergognosa della sinistra italiana.
Per tutto questo e contro tutto questo, Daniela Santanchè si candida – e lei lo sa bene, non le mancano ambizione e una sana faccia tosta – a ministro. Difendendo le donne musulmane tutelerà questa povera Italia da un futuro di sottomissione ai muezzin e a tutto quello che gli sta intorno.