José Saramago - L’uomo duplicato -  Einaudi,  Torino 2003 - Traduzione di Rita Desti



Presente in molte delle opere di Josè Saramago come leit-motiv della narrazione, l’assurdo esplode in tutta la sua intensità ne L’uomo duplicato  Si tratta qui di un assurdo sotto forma di un alter ego. E cioè di colui che nel corso del romanzo verrà definito ora come una “ follia “, ora una “ copia”, ma anche una “ balordaggine “, un’”assurdità”, un “ doppio “, una “ controfigura “, un “ uomo identico “, un “ sosia “, un “ siamese staccato”, un “ prigioniero del castello di Zenda “, una persona “ uguale “, un “ ripetuto “, in parole povere il “ duplicato “ di un altro uomo. Ma, occorre andare con ordine. All’inizio c’è un certo Tertuliano Máximo Afonso, professore di storia in una scuola Media. Questi si accorge dell’esistenza di un suo “ duplicato “ per il tramite di una videocassetta. Si tratta di un uomo del tutto simile, anzi uguale a lui. E’ l’attore António Claro. L’assurdo è servito proprio in questa maniera. Non occorre certo dilungarsi molto sull’occasione che ogni buon manuale di scrittura per sceneggiature cinematografiche indichi nel conflitto la radice ed il centro di ogni film. L’uomo duplicato, così, fin dalle pagine iniziali si sviluppa proprio come un’opera cinematografica. Opera nella quale  il conflitto è giustappunto l’assurdo di cui si diceva. E cioè: la presenza nella vita di una persona ( sino allora normale ) di un sosia.
In questa fattispecie l’assurdo, il conflitto, passa per tutte le 286 pagine del romanzo di Saramago; la scoperta di avere un sosia è vissuta da Máximo Afonso sotto la guisa di una sciagura.
Romanzo cinematografico quanto nessun’altro degli altri scritti dello stesso Saramago, L’uomo duplicato ha nel finale una specie di rivelazione che non fa che confermare l’assurdo iniziale, però moltiplicandolo. Inutile dire che, suo malgrado, la memoria non può che correre al Sosia di Fëdor Dostoevskij, romanzo del 1846 e cioè di ben 156 anni precedente questo dell’autore portoghese ( scritto nel 2002 ). Pure nel Sosia c’è un uomo, Jákov Petròv Goljádkin, che si trova di fronte alla sua immagine speculare incarnatesi in un essere vivente. Costui è del tutto uguale a lui,  fa lo  stesso lavoro che fa lui e si chiama come lui. Ma se ritorniamo per un attimo al libro di Saramago ci accorgiamo che questi stessi elementi lì sono del tutto sparpagliati. Il “duplicato” António Claro fa di mestiere l’attore di quart’ordine ( come detto il protagonista, Tertuliano Máximo Afonso, invece insegna Storia in una scuola Media ) e, come si può evincere da sopra, i due non si chiamano affatto allo stesso modo.
Anche i vari abboccamenti che intravengono fra l’originale e la copia vengono disseminati in modo alquanto diseguale in Saramago e Dostoevskij. Non tenendo conto della scoperta , fatta dai due protagonisti, di avere una “ copia “ circolante di se stessi ( in Saramago: tramite il semplice acquisto di una VHS; in Dostoevskij: nel corso di una passeggiata notturna lungo le vie di Pietroburgo – curiosità: in Saramago tale scoperta avviene dopo sole 16 pagine, nell’autore russo dopo 56 ) bisogna contare che nel romanzo dell’autore portoghese si verificano, fra i due sosia , due incontri “ dal vero “ ed uno telefonicamente, mentre in Dostoevskij quello che si evince è un vero e proprio diluvio di incontri “ di persona “ ( io ne ho contati ben 9 ). Se questo viene qui detto è soltanto per meglio enucleare quelle che sono le differenze profonde fra le due opere, anche a livello della struttura. Ma l’assurdo ?
L’assurdo, cioè il conflitto, è esattamente lo stesso nei due romanzi.
E con non minore “ sventura “ verrà esso vissuto sia da Tertuliano Máximo Afonso che da Jákov Petróv Goljádkin. Se ci spostiamo poi in prossimità del finale delle due opere dobbiamo anche osservare che quello del libro di Dostoevskij a rileggerlo oggi ci fa venire in mente quello di un film del 1970 diretto da Elio Petri. Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto infatti ha un finale “ girato “ ( prima della citazione kafkiana sul potere ) in cui veramente strabilianti sono le somiglianze (non dimentichiamoci che stiamo parlando di un libro di sosia !) con L’uomo duplicato. Petri fa incontrare il suo commissario ( Gian Maria Volonté ) con i vertici da cui egli ed il paese dipendono in un climax che scioglie e forse complica le cose. 76 anni prima ugualmente fa Dostoevskij nel suo romanzo. Ma dal rendez-vous il buon Jákov Petróv Goljádkin nulla di buono ne avrà… Davvero micidiale è invece il finale del libro di Saramago. Concentrato dentro una sola pagina e mezza esso riesce a mettere ancora in discussione tutto quanto e ad annullare ogni residua speranza che la comprensibilità tenti ancora di accampare sul narrato.
Non c’è dunque da stupirsi se siamo ancora dalle parti del cinema; ma con questo finale Saramago si avvicina piuttosto a 2001- Odissea nello spazio che non ai film di Petri.
L’uomo duplicato, lo si è visto, è romanzo che si apre proprio con il cinema; il suo protagonista “ non è uno di quegli eroi invincibili del cinema, ma non è neppure un cagone “, ed anche la scoperta di questi ( del suo “ sosia “ ) avverrà in virtù dell’ausilio di alcuni film, noleggiati da una videoteca.
E’ un romanzo scritto completamente nelle regioni del cinema, dunque, questo Uomo duplicato di Josè Saramago, congegnato come una sceneggiatura in cui il conflitto è innescato fin da subito, dalle prime battute, dalle prime righe.
Ben fatto e stilisticamente impeccabile se volessimo trovarne una definizione del tutto esaustiva potremmo certamente definirlo con le parole dello stesso Saramago: “ sembrava un film di fantascienza, scritto, diretto e interpretato da cloni agli ordini di uno scienziato pazzo “.

Gianfranco Cordì













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Esempio 1
Esempio 1
Il protagonista della storia che Saramago ci racconta si chiama Tertuliano Maximo Afonso. È un professore che insegna storia nelle scuole medie, vive solo, un matrimonio fallito alle spalle di cui non ricorda quasi nulla, una madre che sta lontana, una relazione che, forse, vorrebbe interrompere, generalmente depresso. Ma un giorno il collega di matematica gli consiglia di vedere la videocassetta di un film, una commedia leggera senza molte pretese. Tertuliano, tornato a casa, accende il videoregistratore e guarda la cassetta, e scopre che uno degli attori - un personaggio secondario - gli assomiglia in modo impressionante: forse piú giovane, e con i baffi che lui ora non ha piú, ma incredibilmente uguale, un gemello, quasi un doppio, un duplicato di se stesso. E contemporaneamente avverte intorno a sé, nella casa vuota, una presenza altra e indefinibile... Perché quel film? Chi è quell'attore uguale a lui? Come si chiamerà? Chissà in quali altri film ha recitato? Inizia cosí una ricerca via via sempre piú inquietante in cui il misterioso e l'onirico si fondono in una scrittura elegante e drammatica. 


<<< Vedi anche dello stesso autore in questo sito la lettura de La Caverna
Il risvolto di copertina
José Saramago, nato ad Azinhaga nel 1922, narratore, poeta e drammaturgo portoghese, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Presso Einaudi ha pubblicato L'anno della morte di Ricardo ReisLa zattera di pietraStoria dell'assedio di LisbonaViaggio in PortogalloCecitàOggetto quasiTutti i nomiIl racconto dell'isola sconosciutaLa cavernaIl Vangelo secondo Gesù CristoManuale di pittura e calligrafiaL'uomo duplicatoSaggio sulla luciditàPoesieTeatroDon Giovanni o il dissoluto assolto e Le intermittenze della morte. 


«L'uomo piú saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro di mattina, quando la promessa di un nuovo giorno stava ancora in terra di Francia, si alzava dal pagliericcio e usciva nei campi, portando al pascolo la mezza dozzina di scrofe della cui fertilità si nutrivano lui e sua moglie, i miei nonni materni. [...] Talvolta, nelle calde notti d'estate, dopo cena, mio nonno mi diceva: "José, stanotte dormiamo tutti e due sotto il fico" [...]. In piena pace notturna, tra gli alti rami dell'albero, mi appariva una stella, e poi, lentamente, si nascondeva dietro una foglia, e, guardando da un'altra parte, come un fiume che scorre in silenzio nel cielo concavo, sorgeva il chiarore opalescente della Via Lattea. E mentre il sonno tardava ad arrivare, la notte si popolava delle storie e dei casi che mio nonno raccontava: leggende, apparizioni, spaventi, episodi singolari, morti antiche, zuffe di bastoni e pietre, parole di antenati, un instancabile brusio di memorie che mi teneva sveglio e al contempo mi cullava. Non ho mai potuto sapere se lui taceva quando si accorgeva che mi ero addormentato, o se continuava a parlare per non lasciare a metà la risposta alla domanda che gli facevo nelle pause piú lunghe che lui volontariamente metteva nel racconto: "E poi ?"
[...] Molti anni piú tardi, scrivendo per la prima volta di mio nonno Jeronimo e di mia nonna Josefa, mi accorsi che stavo trasformando le persone comuni che erano state in personaggi letterari, e che questo era probabilmente il modo per non dimenticarli, disegnando e ridisegnando i loro volti con un lapis cangiante di ricordi [...]. Nel dipingere i miei genitori e i miei nonni con i colori della letteratura, trasformandoli da semplici persone in carne e ossa in personaggi di nuovo e in modi diversi costruttori della mia vita, senza accorgermene stavo tracciando il percorso attraverso il quale i personaggi che avrei inventato, gli altri, quelli veramente letterari, avrebbero fabbricato e mi avrebbero portato i materiali e gli arnesi che, finalmente, nel buono e nel meno buono, nel sufficiente e nell'insufficiente, nel guadagnato e nel perduto, in quello che è difetto, ma anche in quello che è eccesso, avrebbero finito per fare di me la persona in cui oggi ancora mi riconosco: creatore di quei personaggi, ma al tempo stesso loro creatura». 
José Saramago. Dalla lettura per il Premio Nobel, 7 dicembre 1998


  In una città qualunque, di un paese qualunque, un guidatore sta fermo al semaforo in attesa del verde quando si accorge di perdere la vista. All'inizio pensa si tratti di un disturbo passeggero, ma non è cosí. Gli viene diagnosticata una cecità dovuta a una malattia sconosciuta: un «mal bianco» che avvolge la sua vittima in un candore luminoso, simile a un mare di latte. Non si tratta di un caso isolato: è l'inizio di un'epidemia che colpisce progressivamente tutta la città, e l'intero paese. I ciechi, rinchiusi in un ex manicomio e costretti a vivere nel piú totale abbrutimento da chi non è stato ancora contagiato, «scoprono - come ha scritto Cesare Segre - su se stessi e in se stessi, la repressione sanguinosa e l'ipocrisia del potere, la sopraffazione, il ricatto e, peggio di tutto, l'indifferenza». Saramago denuncia con intensità di immagini e durezza di accenti la notte dell'etica in cui siamo sprofondati. E, paradossalmente, è proprio il mondo delle ombre a rivelare molte cose sul mondo che credevamo di vedere.


«Saramago guarda, osserva, descrive, narra senza bisogno, mai, di cadere nel particolare. I soli particolari che indaga e porta alla luce sono quelli dell'anima».

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