José Saramago - Le Intermittenze della Morte  -  Feltrinelli,  Milano 2013 - Traduzione di Rita Desti


“Il giorno seguente non morì nessuno.”

Cosa succederebbe se di colpo le leggi naturali cambiassero e proprio lì sull’orlo dell’aldilà nessuno facesse più il passo decisivo? Sarebbe un sogno, la terra promessa, una manna. Vita eterna ai felici mortali, liberi finalmente da quella scomoda punizione per il peccato originale.
Le Intermittenze della Morte di José Saramago è un assurdo viaggio sul filo tra luce e ombra. Un macabro teatrino che mette in scena l’eventualità di una vacanza della morte: contrariamente a quanto si pensi però, il cambiamento non porterebbe nulla di buono. L’uomo non è pronto per un simile cambiamento e riuscirebbe anche nella nuova situazione di immortalità a dare prova di bassezze tipiche di lui, perchè in fondo “resta pur sempre un uomo”. 
Insomma, se da un giorno determinato in poi in un intero paese non morisse proprio nessuno forse sarebbe istituita festa nazionale, ma ci sarebbe poco da festeggiare quando i moribondi sul filo della vita inizierebbero ad accatastarsi negli ospedali e nelle case, cocciuti comatosi che non vogliono saperne di darci un taglio, inutili fantocci sul bordo del baratro.
La società risentirebbe di un simile cambio di programma, non sapendo gestire la novità e mancando di qualunque tipo di self control britannico: cosa farebbero le agenzie di pompe funebri, le assicurazioni, le pensioni, cosa i politici e i politicanti, cosa la chiesa cattolica? Entrerebbero in gioco dinamiche contraddittorie, valori disumani, persino e non sorprendentemente un’organizzazione maphiosa (con la ph).
Quand’ancora la morte decidesse di porre fine alle sue ferie non pagate e tornasse a manifestarsi creando un’ecatombe nel giro di un secondo, cosa succederebbe – propone ancora Saramago – se si scoprisse amante del progresso e desse una svolta al vecchio sistema? Niente più stacchi improvvisi di corrente, bensì lettere viola recapitate per posta con otto giorni di anticipo al disgraziato interessato: “Il suo tempo scade tra poco più di una settimana, si prepari alla departita”. Che follia, che disperazione sarebbe per i poveri uomini, conoscere in anticipo la data della loro fine! Come prodotti da frigo, come mucche da macello. Cercherebbero di sfuggirle o si offrirebbero in stoici autodafè. Ma la morte non risparmierebbe nessuno.
Forte di un gioco dell’assurdo, Saramago conduce una ginnastica mentale intorno a ciò che significa la morte nella nostra società, cercando di dare un volto, una voce, un pensiero persino alla morte stessa. E’ un ritratto insolito ed ambivalente di una temibile ed imperiosa funzionaria che si fà da mietitrice a postina, fino allo scontro con la fatidica eccezione: un uomo, un qualunque violoncellista, che si ostina a non morire. Le lettere viola inviategli fanno irrimediabilmente ritorno al mittente. E’ necessario che la morte “in persona”, “in carne ed ossa” – qualunque espressione sarebbe un eufemismo – gli faccia visita per svolgere l’ingrato compito. Ma ad andargli incontro sarà una morte femmina, donna, pure carina.
Speculazioni sulla morte sottili e delicate, paradossali nel loro cinismo ed inquietanti nella loro linearità. Pagina dopo pagina, nello stile concitato che gli è proprio, l’autore infila come perle frasi divise a malapena da punti, spesso senza punteggiatura e volutamente senza la maiuscola. “Realmente non c’è nulla di più nudo di uno scheletro” scrive Saramago, eppure la sua morte sembra di poterla toccare, una parca divenuta protagonista di una storia non solo umana, il che è la normalità, ma di donna. 
Nel denso cogito su questa morte che viene e che va si scorge talvolta anche la parola “vita”: risalta bianca sul nero, lascia riecheggiare la sua presenza cristallina, ogni sua comparsa è una bolla di stupore. Una presenza, quella della vita, che diventa sempre meno rada mano a mano che ci si avvicina alla fine – del romanzo. Perchè in un mondo in cui ogni giorno catastrofi naturali, storiche e politiche portano via con sè una percentuale della massa umana del nostro pianeta, forse l’autore ha sentito il bisogno di darsi una spiegazione della parola “fine”, dell’altra faccia della medaglia. Ed ha saputo provare che, nonostante tutto, la cosa migliore è che ci sia la morte: che ci si vuol fare, così è la vita.


Chiara Piotto













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Esempio 1
Esempio 1
Un paese senza nome, 31 dicembre, scocca la mezzanotte. E arriva l'eternità, nella forma più semplice e quindi più inaspettata: nessuno muore più. La gioia è grande, la massima angoscia dell'umanità sembra sgominata per sempre. Ma non è tutto così semplice: chi sulla morte faceva affari per esempio perde la sua fonte di reddito. E cosa ne sarà della chiesa, ora che non c'è più uno spauracchio e non serve più nessuna resurrezione? I problemi, come si vede, sono tanti e complessi. Ma la morte, con fattezze di donna, segue i suoi imprendibili ragionamenti: dopo sette mesi annuncia, con una lettera scritta a mano, affidata a una busta viola e diretta ai media, che sta per riprendere il suo usuale lavoro, fedele all'impegno di rinnovamento dell'umanità che la vede da sempre protagonista. Da lì in poi le lettere viola partono con cadenza regolare e raggiungono i loro sfortunati (o fortunati?) destinatari, che tornano a morire come si conviene. Ma un violoncellista, dopo che la lettera a lui indirizzata è stata rinviata al mittente per tre volte, costringe la morte a bussare alla sua porta per consegnarla di persona.


<<< Vedi anche dello stesso autore in questo sito la lettura de La Caverna
Il risvolto di copertina
José Saramago, nato ad Azinhaga nel 1922, narratore, poeta e drammaturgo portoghese, ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Presso Einaudi ha pubblicato L'anno della morte di Ricardo ReisLa zattera di pietraStoria dell'assedio di LisbonaViaggio in PortogalloCecitàOggetto quasiTutti i nomiIl racconto dell'isola sconosciutaLa cavernaIl Vangelo secondo Gesù CristoManuale di pittura e calligrafiaL'uomo duplicatoSaggio sulla luciditàPoesieTeatroDon Giovanni o il dissoluto assolto e Le intermittenze della morte. 


«L'uomo piú saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere. Alle quattro di mattina, quando la promessa di un nuovo giorno stava ancora in terra di Francia, si alzava dal pagliericcio e usciva nei campi, portando al pascolo la mezza dozzina di scrofe della cui fertilità si nutrivano lui e sua moglie, i miei nonni materni. [...] Talvolta, nelle calde notti d'estate, dopo cena, mio nonno mi diceva: "José, stanotte dormiamo tutti e due sotto il fico" [...]. In piena pace notturna, tra gli alti rami dell'albero, mi appariva una stella, e poi, lentamente, si nascondeva dietro una foglia, e, guardando da un'altra parte, come un fiume che scorre in silenzio nel cielo concavo, sorgeva il chiarore opalescente della Via Lattea. E mentre il sonno tardava ad arrivare, la notte si popolava delle storie e dei casi che mio nonno raccontava: leggende, apparizioni, spaventi, episodi singolari, morti antiche, zuffe di bastoni e pietre, parole di antenati, un instancabile brusio di memorie che mi teneva sveglio e al contempo mi cullava. Non ho mai potuto sapere se lui taceva quando si accorgeva che mi ero addormentato, o se continuava a parlare per non lasciare a metà la risposta alla domanda che gli facevo nelle pause piú lunghe che lui volontariamente metteva nel racconto: "E poi ?"
[...] Molti anni piú tardi, scrivendo per la prima volta di mio nonno Jeronimo e di mia nonna Josefa, mi accorsi che stavo trasformando le persone comuni che erano state in personaggi letterari, e che questo era probabilmente il modo per non dimenticarli, disegnando e ridisegnando i loro volti con un lapis cangiante di ricordi [...]. Nel dipingere i miei genitori e i miei nonni con i colori della letteratura, trasformandoli da semplici persone in carne e ossa in personaggi di nuovo e in modi diversi costruttori della mia vita, senza accorgermene stavo tracciando il percorso attraverso il quale i personaggi che avrei inventato, gli altri, quelli veramente letterari, avrebbero fabbricato e mi avrebbero portato i materiali e gli arnesi che, finalmente, nel buono e nel meno buono, nel sufficiente e nell'insufficiente, nel guadagnato e nel perduto, in quello che è difetto, ma anche in quello che è eccesso, avrebbero finito per fare di me la persona in cui oggi ancora mi riconosco: creatore di quei personaggi, ma al tempo stesso loro creatura». 
José Saramago. Dalla lettura per il Premio Nobel, 7 dicembre 1998


n una città qualunque, di un paese qualunque, un guidatore sta fermo al semaforo in attesa del verde quando si accorge di perdere la vista. All'inizio pensa si tratti di un disturbo passeggero, ma non è cosí. Gli viene diagnosticata una cecità dovuta a una malattia sconosciuta: un «mal bianco» che avvolge la sua vittima in un candore luminoso, simile a un mare di latte. Non si tratta di un caso isolato: è l'inizio di un'epidemia che colpisce progressivamente tutta la città, e l'intero paese. I ciechi, rinchiusi in un ex manicomio e costretti a vivere nel piú totale abbrutimento da chi non è stato ancora contagiato, «scoprono - come ha scritto Cesare Segre - su se stessi e in se stessi, la repressione sanguinosa e l'ipocrisia del potere, la sopraffazione, il ricatto e, peggio di tutto, l'indifferenza». Saramago denuncia con intensità di immagini e durezza di accenti la notte dell'etica in cui siamo sprofondati. E, paradossalmente, è proprio il mondo delle ombre a rivelare molte cose sul mondo che credevamo di vedere.

«Saramago guarda, osserva, descrive, narra senza bisogno, mai, di cadere nel particolare. I soli particolari che indaga e porta alla luce sono quelli dell'anima».

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dal 20 novembre 2005
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