Il motto del protagonista del libro di Sam Savage (il ratto Firmino) recita proprio così: “Quel che è buono da mangiare è buono da leggere”. Il che vale a dire che la lettura è un’autentica e profonda degustazione del linguaggio umano, piacere allo stato puro che coinvolge ogni livello della sensibilità e del senso. Una forma di libidine che può attraversare gli stadi infiniti della gioia e della malinconia.
Topolini Cult
Esempio 1

Topolini Cult
di Simonetta Caminiti

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dal 12 agosto 2010
Firmino, in particolare, non si giova del dono innato del linguaggio – in quanto ratto – ma per sfamarsi impara dalla tenera età a ingurgitare pagine di letteratura, negli anfratti umidi e desolati di una libreria; è così che sviluppa la sua “ipertrofia lessicale”, e la capacità di tradurre esperienze ed immagini in una prosa rigogliosa e tutta rinserrata nella sua mente. Che si parli di frenologia o di linguistica, di psicoanalisi o di classici russi, Firmino è una piccola bibbia celata sotto le spoglie di un topolino. È genio della semantica, dell’autocoscienza, della osservazione. Le strade di Boston gli paiono “un gigantesco canyon di solitudine”; le spogliarelliste del “Casino Theater” (la “Casa del Prurito”, chiarirà l’autore), degli angeli impalpabili. La realtà schiude tepori e poesia ovunque giaccia una briciola inesplorata di umanità: e la commistione tra i primitivi istinti di roditore e la sua narcisistica sapienza, Firmino la definisce come una forma di “depravazione”, che lo distingue dalle altre creature del mondo.
Si lega in realtà, il topolino, a due esseri umani, entrambi i quali vivono nel meraviglioso universo del Libro: il negoziante Norman Shine e lo scrittore sfortunato Jerry Magoon. Due amori che si sviluppano nel segno dell’abbandono: il primo per il tradimento di
Norman, il quale proprio non si rende conto dell’eccezionalità di Firmino e vorrebbe sbarazzarsi di lui con del veleno per topi; il secondo per la scomparsa di Jerry. Amori entrambi, comunque, nei quali il protagonista non viene veramente riconosciuto e apprezzato per la sua anima e che, pur in misura diversa, risultano univoci: amori che sanno di solitudine fino all’ultima battuta, e che strappano a Firmino un’amara intuizione:
La differenza tra assumere una maschera, che è sempre occasione di libertà, e averla imposta è la stessa che intercorre tra un rifugio e una prigione.” Firmino canta uno stupore e un commovente filo diretto con l’essenza della vita, da lasciare senza fiato. Il tutto veicolato dalla potenza, dalla carica energetica (miracolosa, forse) delle viscere del verbo.


Ma un altro topolino geniale ci aveva incantato di recente al cinema : anch’esso coinvolto nella sfera dei libri e del cibo. I libri di cucina, ad esser più precisi. Un’altra metafora dell’animo sublime e negletto. L’incompreso. Si chiamava Remy, era firmato Disney-Pixar ed era il protagonista digitale del fortunato “Ratatouille”. Anche Remy ha dei doni superiori, un gusto e una volontà fuori dal comune: un talento e una cultura di gran lunga superiori alla media degli esseri umani, che spia affascinato. La sua storia è però più lieve, colorata e felice: l’ilarità che ispira è molto più forte della, pur presente, traccia di riflessione che si svela tra le scene del film.
Le sue mirabolanti avventure convergono verso un finale ben diverso dallo scenario di guerra – restituito con le immagini liriche di Sam Savage – del “cugino” americano Firmino. Eppure, in tanta levità e tanto colore, propone un monologo conclusivo col quale si potrebbe promuovere anche la storia del ratto Firmino. Un monologo
col quale si potrebbe  promuovere la storia di ogni uomo speciale “convinto di essere un ratto”. Le parole di un critico impietoso, che ha causato morti di crepacuore con le recensioni sferzanti, ma che alla fine retrocede persuaso per sempre dalle doti culinarie del piccolo Remy: “Per molti versi la professione del critico è facile. Rischiamo molto poco pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostro giudizio. Prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che, nel grande disegno delle cose, anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio, che la definisce tale. Ma ci sono delle occasioni in cui un critico qualcosa rischia davvero: ad esempio nello scoprire e difendere… il nuovo. Il mondo è spesso avverso ai nuovi talenti, e alle nuove creazioni. Al nuovo, servono sostenitori. […] In passato non ho fatto mistero del mio sdegno per il famoso motto dello Chef Gusteau ‘Chiunque può cucinare’. Ma ora, soltanto ora comprendo appieno ciò che egli intendesse dire: non tutti possono diventare dei grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque.” ["Firmino", Sam Savage: Einaudi 2007 - "Ratatouille", Disney Pixar 2007].
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Sam Savage
Firmino è un topo nato in una libreria di Boston negli anni Sessanta. È il tredicesimo cucciolo della nidiata, il più fragile e malaticcio. La mamma ha solo 12 mammelle e Firmino rimane l'unico escluso dal nutrimento. Scoraggiato, si accorge che deve inventarsi qualcosa per sopravvivere e comincia ad assaggiare i libri che ha intorno. Scopre che i libri più belli sono i più buoni. E diventa un vorace lettore, cominciando a identificarsi con i grandi eroi della letteratura di ogni tempo. In un finale di struggente malinconia, Firmino assiste alla distruzione della sua libreria ad opera delle ruspe per l'attuazione del nuovo piano edilizio.