Romanzo dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia (1921-1989), pubblicato da Einaudi nel 1966. In una cittadina siciliana vengono uccisi due notabili: il medico Roscio e il farmacista Manno che poco prima di morire aveva ricevuto una lettera anonima. Le indagini della polizia partono dall'indizio della lettera e non approdano a nulla; indaga invece per conto suo il professor Laurana, scapolo mite, curioso e colto, che deduce da un minimo dettaglio che l'assassino dev'essere legato alla Chiesa. Si troverà presto tra le spire di un clan politico-ecclesiastico –mafìoso all’interno del quale spiccano la bella vedova Roscio, l’arciprete suo zio e l’avvocato Rosello, un politico democristiano amante della signora. Laurana scopre che la lettera anonima a Manno era un diversivo e il vero obiettivo del duplice delitto era Roscio che ricattava Rosello dopo avere scoperto i suoi sporchi affari con  la mafia, esecutrice materiale del delitto. Laurana non denuncia Rosello, anzi gli fa capire incautamente che ha scoperto la verità: per lui è la fine. Non riuscendo a resistere al fascino della vedova, viene attirato in una trappola  e ucciso. Amara conclusione: quella verità che a Laurana è costata tante faticose riflessioni per  i paesani era evidente, ma nessuno pensa di divulgarla e Laurana viene commemorato come "un cretino".
Ispirandosi vagamente a una storia vera, e assumendo gli intrighi di Rosello come emblematici di un'epoca, S. dichiarò che aveva voluto "scrivere il resoconto di un fallimento storico, il fallimento del centrosinistra".
L'intenzione rimane un po' sullo sfondo di un romanzo straordinariamente interessante,
quale esplorazione della mentalità tradizionale siciliana e dei suoi tenaci legami col sentire
mafioso: pochissimi ne sono immuni, come Laurana scoprirà conversando con diversi personaggi, ed egli stesso non riuscirà a superare la soglia dell'omertà. Il romanzo è il secondo "poliziesco" di Sciascia dopo Il giorno della civetta  e anch'esso delude le aspettative rispetto alla punizione dei colpevoli tipica della tradizione del "genere". A essa appartiene il profilo di questo "investigatore dilettante", che però è troppo svagato e astratto rispetto alla crudele realtà mafiosa in cui vive, troppo simile a un personaggio pirandelliano per assomigliare a Hercule Poirot (v.) o a Miss Marple.  La narrazione in terza persona consente all'A. di mantenersi obiettivo rispetto ai "momenti di positiva ottusità" del suo protagonista, che ci viene anche mostrato alle prese con un'incompleta maturazione esistenziale, nel maldestro tentativo di liberarsi dalle spire dell'opprimente matriarcato siciliano. Dal  romanzo è stato tratto nel 1967 un film per la regia di Elio Petri.
Giuseppe Traina
Dizionario delle opere, Bompiani


Leonardo Sciascia
A ciascuno il suo

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Leonardo Sciascia
dal 22 marzo 2002
Sciascia in pillole
Esempio 1
<<< Paolo Di Stefano - Tutti contenti
<<< Silvana Grasso - L'albero di Giuda;
<<< Toto Roccuzzo - Le pietre nelle scarpe;
<<< Giorgio Morale - Paulu Piulu;
<<< Gaetano Savatteri - I siciliani.
<<< Melissa P. -Cento colpi di spazzola;
<<< Alfio Squillaci - Mare Jonio;
<<< Alfio Squillaci - Sotto il nostro vulcano- Dramma in due atti.
Da La Sicilia come metafora   Intervista a cura di Marcelle Padovani. Mondadori 1979

Sui rapporti con la Francia

Tra gli altri miti che sono presenti,  o sono stati, nell'animo siciliano c'è il mito della Francia. Agli occhi delle masse popolari , la Francia, ha dapprima rappresentato un mito negativo, a partire dai Vespri siciliani e fino al XVIII secolo: per dire «fame» si diceva «francia»,con allusione ai francesi di Carlo d'Angiò che a quanto pare più di altri invasori hanno affamato la Sicilia. In compenso, per gli strati aristocratici o colti, a partir da una certa epoca, probabilmente dal XVI secolo e in uno stato d'animo di polemica nei confronti degli spagnoli, la  Francia ha cominciato a essere un mito positivo. Ed è nell'epoca dell'Illuminismo che si vedono i letterati prendere a modello i razionalisti francesi. Se si consultano i registri delle dogane e di polizia, si constata allora che l'importazione di libri francesi è sbalorditiva.


Sulla giurisprudenza «policroma» siciliana

Se è vero che la funzione crea l'organo, allora dobbiamo ammettere che questo continuo viavai giurisprudenziale, che lo immerge in una perpetua contestazione codificata, ha fatto nascere nel siciliano un'intelligenza particolare che definirei «formale», capace di afferrare i punti deboli di un'argomentazione contraria e di capovolgerli a proprio favore - formalmente o concretamente.

Su se stesso

Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che si dicesse: «Ha contraddetto e si è contraddetto». Come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante «anime morte», a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano.

Sul suo rapporto con la Sicilia e l’Italia
Odio, detesto la  Sicilia nella misura stessa in cui l’amo, e in cui non risponde al tipo d’amore che vorrei nutrire per essa. È un sentimento che posso estendere all’Italia tutta quanta. Qui sono nato, e sono pertanto condannato ad amarla, eppure a volte mi prende una voglia folle per lo meno di non morirci… Sarebbe in qualche modo una compensazione per il fatto di esserci nato.


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