Michele Serra  - Il ragazzo mucca - Feltrinelli, Milano 1997, pp. 217.

È di scena la crisi, forse già vista, di un giornalista di successo che in preda ad una malattia fortemente metaforica (esofagite da riflusso, ossia vomito dopo ogni pasto) si ritira nella casa di campagna e nel privato dei ricordi per sfuggire alle insensatezze del proprio mestiere. Crisi che per quella punta di sospetto che ispira fa pensare a certe macronarrazioni del tipo "anche i ricchi piangono".

Eppure anche i ricchi di spirito - e Serra è straricco, miliardario - possono essere sinceri. Ma siamo ancora diffidenti e, come un comico che dagli sketch televisivi passa al film, così aspettiamo al varco il giornalista superbrillante che dai "pezzi" giornalieri passa alla struttura unitaria del romanzo. Questioni di respiro, di passo, di cadenza. Espressioni come quella che segue, messe in bocca ad Antonio Lanteri, il protagonista: «figuro nel ricco catalogo di nomi e facce spesso reperibili sulle pagine dei giornali, come un intellettuale, sottospecie intellettuale brillante, cioè in grado di diradare con una battuta sagace i grevi fumi delle maggiori polemiche contemporanee», fanno pensare che il personaggio-schermo sia credibile, come figura autonoma, quanto poteva esserlo Burt Lancaster, ai tempi belli,  sotto le sembianze di un Apache. Ciò succede perché noi conosciamo Serra e sovrapponiamo la sua figura a quella del romanzo che così sembrerebbe non avere vita propria. Mai come in questo caso l'avantesto nuoce al testo.
Alla distanza, tuttavia,"l'illusione totale" del romanzo - seppur a quadri, a successione di scene, cui si sovrappone spesso la tendenza, per me gradevolissima, al macrologio (leggi, parlarsi addosso) e all'ecfrasi (divagazione) -  viene fuori tutta. Certo non è il romanzo-romanzo cui forse nemmeno l'autore aspira. Si può infatti cavare poesia nel trasformare l'ottocentesca educazione sentimentale nella novecentesca "prima scopata". Si veda la scena di riferimento. Memorabile poi la stralunata figura dello zio Siro e del taciturno padre micologo giocate in sapiente contrapposizione, come del resto altri elementi narrativi: la vita pubblica a quella privata, il presente ai ricordi, la vita adulta alla prima giovinezza, la città alla campagna, il giornalismo al romanzo.

Il tratto distintivo di Serra è l'ironia che il più delle volte è una forma di svaporazione dell'intelligenza, l'esalazione estrema e rarefatta di una ragione sorridente, ma talora è solo il ristagno del tipico "cazzeggio" giovanile che si può condividere solo in virtù di una complicità generazionale, e che viene redento anch'esso dalla potenza della lingua e dello stile.
Alfio Squillaci

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Michele Serra

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<<<Vedi anche su Michele Serra la recensione a "Cerimonie".
Esempio 1
Un intellettuale di successo sfinito dalla manutenzione della propria immagine. Acciaccato nel corpo e nell'anima, Antonio Lanteri abbandona le proprie incombenze per affidarsi a un farmaco spirituale. In attesa della guarigione, la cura prevede di costruire pupazzi di neve, confidarsi al vecchio nume di pietra, spaccare la legna con l'ascia...

scheda di Magone, T., L'Indice 1997, n.11

"Se io fossi soddisfatto di quello che ho scritto e di come ho vissuto (...) non sarei qui". È questo il motivo per cui Antonio Lanteri, quarantenne direttore del più importante quotidiano di sinistra del paese, "intellettuale brillante", ha abbandonato il giornale, i dibattiti che lo attendono, le interviste - "dal gel a Dio" -, in una parola il suo prestigioso ruolo pubblico, per rifugiarsi nella casa di famiglia in montagna. Il romanzo è la storia, ben scritta e non troppo avvincente, del rigetto fisico e psicologico di quel ruolo. I salutari rimedi sono, invece, il contatto con i famigliari e le "cose concrete da fare", "minime e tangibili", tra polpettoni, mucche, funghi e pupazzi di neve, il tutto scandito dall'osservazione quasi ossessiva del corpo e dei suoi sintomi. In questa cornice si inseriscono i ricordi del protagonista: l'adolescenza milanese tra cortei e primi amplessi, ma soprattutto le estati a Valmasca di cui la casa e le montagne circostanti sono state il principale teatro (la sua fuga lì è infatti un ritorno e una regressione). Queste parti, in cui maggiore è il peso dell'invenzione narrativa, risultano forse le più godibili del romanzo. Il racconto della crisi del protagonista, invece, risente di una certa difficoltà. Come il protagonista Lanteri, pur rifugiato tra i monti, finisce per tornare continuamente sul tema dei suoi rapporti con il mondo dei mass media (inchiodandovi anche il lettore), così Serra non riesce a fornire alla storia di un intellettuale di sinistra in crisi un respiro che la affranchi del tutto dagli stereotipi del dibattito giornalistico. Non a caso i personaggi più legati alla memoria e al passato del protagonista - e più lontani dall'attualità - sono i più riusciti del libro: lo zio comunista e miliardario, straripante di vitalità, che per i suoi stravaganti tentativi di impiantare imprese a conduzione collettivistica in vari paesi del Sud America finirà nelle liste argentine dei "desaparecidos"; e il padre, stimato micologo, che per indole e per mestiere alle avventure del fratello ha preferito una vita schiva e silenziosa, tra la penombra dei boschi, le minuziose catalogazioni e i fornelli. L'intera crisi di Antonio segue appunto un percorso che, allontanandosi dalla chiassosa vacuità delle rotative, si avvicina al modello paterno.