Michele Serra - Cerimonie - Feltrinelli, Milano 2002, pp136.
Michele Serra non si chiama Michele Serra ma Michele Serra Errante. Dai remoti tempi della maggiore età avendo ritenuto di eliminare il secondo cognome, che faceva borghese pretenzioso, adesso ha ritenuto di reintrodurlo. Va bene? Dopo la villona in collina (oggetto di furiose querele) e la Fiat Coupe' Turbo, ora
con la pancetta arriva la vanità. Occhiaie: stabili.
Michele Serra scrive da dio. Non un aggettivo, un avverbio, non un giro di frase che siano fuori posto. Mai un tiramento e mai una sbracata. Certo, dice culo quando parlando di una donna deve dire culo, e non si potrebbe dire altro che culo, e subito anche a voi le mani formicolano: questa è letteratura, non giovanilismo. Grazie a questa dote, Michele Serra si mantiene bene vendendo la sua scrittura, dai vent'anni in poi. Se la merce è buona, la gente compra. Comprate anche voi.
Cerimonie è una breve raccolta di racconti, prezzata esosamente. La scrittura è sempre fantastica, ma non tutte le storie sono di livello ugualmente alto. A Serra non si confà il romanzo e forse nemmeno il racconto gli rende pieno merito: in realtà è un corsivista nato, un'idea, un'osservazione, le parole per dirlo.
Ogni racconto in qualche modo racconta una situazione latamente ascrivibile al concetto di cerimonia. l'ateo che sente il bisogno di una celebrazione laica, il rito dell'happy hour dei vecchi pur rincoglioniti, il funerale bricoleur, incursioni dubbiose nel futuribile e rientri nel presente, il lutto spiegato al bambino, ecc.
"Fa un freddo dannato", dice tale Mila in un racconto pseudo SF. Mi viene in mente Maria Strofa e mi girano subito le scatole, il raccontino giustamente si rivelerà debole.
Funerale padano, maschi imbarazzati, femmine a loro agio coi rituali domestici dell'ultimo addio. Ma al momento dell'inumazione "la lastra sborda", i dolenti da imbarazzati recuperano il loro ruolo di artigiani, discutono su come rifilarlo, hanno i ferri in macchina, la cerimonia da mesta si fa operosa, il defunto se ne va fra flessibili e smerigli, piccola e media impresa forever.
In "il nuovo che avanza" Serra aveva fatto strangolare una commessa perché aveva proposto all'assassino "un calzino molto valido". Qui prende un bottegaio e gli fa minacciare a mano armata un graffitaro, sorpreso di notte dopo lunghi appostamenti. Il graffitaro, come risulta, non e' basquiat. Il bottegaio, stavolta, non spara.
Giovani, tatuati e pettinati male: se i nostri padri biasimavano noi
capelloni, noi biasimiamo i figli skinhead. La ruota della storia gira, e con la ruota il trucido gippone, rinnovato bersaglio di storici sarcasmi. Pensose considerazioni sulla onomastica dei Manuel e delle Samanthe.
Andare a vivere in campagna non ti rende campagnolo, se non dopo anni di presenza e dedizione. Allora puo' finire che ti accettino e ti arruolino nella task force che una notte, una sola notte nella stagione, farà il censimento dei cervi maschi nell'appennino. E in questa storia virile, miracolo! il gippone si trasfigura, non è più l'odioso bestione cromato made in japan ma diventa la fedele e sobria "land rover". Il recensore, compatitelo, si commuove.
Lei zoppa per duplici malriusciti interventi acetabolari, lui rincoglionito dall'alzheimer, entrambi in età depassé, un appuntamento medico incombente, e non rinunciano al rito del te' (happy hour, biscotti e chiacchiere), ultimo retaggio di parentado borghese: "Zia Emma, i signori Mauser e tutti i loro amici avevano in comune soprattutto questo: non avevano mai fatto un cazzo per tutta la loro vita. Se dicessi che volevo arruolarmi nella guerriglia maoista boliviana già verso i dieci anni anche per merito dello spettacoloso parassitismo di Zia Emma e dei suoi accoliti, direi solo una parte molto banale della verità. L'altra parte della
verità, quella meno banale, è che la formidabile vocazione di quel
milieu - fare un cazzo per tutta la vita, ma farlo come se quel cazzo fosse la vita stessa - conteneva un ammaestramento fondamentale (anche per la guerriglia maoista boliviana): ci vuole talento per ogni cosa, anche per non fare un cazzo. E loro ce l'avevano".
E su questa nota kantiana, a cui ripenso quando al semaforo vedo gli accattoni elemosinarmi spiccioli con trasandato disinteresse, senza quasi guardarmi e senza interpretare con coscienza e convinzione la loro categoria di bisognosi, su questo richiamo etico all'age quod agis, chiudo il libro.
P.Bianchi
L'assassinio è la cerimonia suprema, gente!
È inutile. Strabuzza gli occhi, ma non muore. Anzi nemmeno li strabuzza, li sgrana solamente, mette a profitto la minima asfissia che riesco a infliggerle, con 'ste mani di merda, per fissarmi più intensamente mentre la uccido.
Senso di colpa. Siamo tutti lì, Raskolnikov che rivede la vecchia, Hide che smania ebbro di violenza, e il gran capo Abramo con il suo coltellaccio sospeso sui riccioli del figlio. Una genia di assassini. Tutti lì, servitori della paura, a brancicare sulle soglie della morte con due povere braccia maldestre, che è come scandagliare il fondo del mare con la punta dell'uccello.
Le stringo il collo, ma la presa è incerta. Lo sapevo che non dovevo mettermi i guanti da lavoro. Li avevo lasciati l'altra mattina sul muretto, la pioggia li ha infradiciati e il gelo irrigiditi. Dentro sono croccanti ma fuori viscidi, mi fanno le mani di wafer, io le sento secche e friabili ma alla vittima la mia forza arriva cremosa e sfuggente.
Si agita. Dà uno scossone disperato al viluppo dei nostri corpi in lotta, tende ogni muscolo e ogni nervo come archi disposti a spezzarsi pur di non essere mai più impugnati da un arciere così malpratico. Alla ricerca di un nuovo equilibrio che rifaccia da fulcro alla mia scoordinata offesa, scivolo sul limo del pendio e mi appoggio di spalle alla rete di recinzione.
Ma quella si sfonda.
Precipitiamo avvinghiati nel fosso, e subito sento la melma ghiacciata che mi impregna la schiena, e un dolore acuto alle spalle, lacerate dalle maglie metalliche spezzate. La presa si allenta quel tanto che basta alla maledetta per sparare le sue ultime cartucce. Grida orribilmente, un suono rauco e insieme acutissimo che percorre come una scossa i meridiani e i paralleli e mi denuncia al mondo intero, è lui, è stato lui, è lui che mi vuole uccidere, è Raskolnikov, è Hide, è l'intera infame schiatta di Abramo che ancora rovista con i suoi miserabili moncherini nel mistero della morte, per elemosinare dal suo dio indifferente almeno il sollievo di una punizione...
Io che sono così buono, chi me l' ha fatto fare? Se stringo più forte, ammesso che ci riesca, porto a compimento la mia dannazione. Se mollo, torno daccapo alla mia miserabile inermità. Ma entrambe le cose sono meno terrorizzanti di questo fosso gelido, delle sue pupille che non si spengono, di questa soglia mostruosa tra il buio e la luce dove ci siamo incastrati. E ci chiediamo tutti e due perché.
E dire che me lo avevano spiegato bene: non devi stringere, devi tirare e torcere, altrimenti l'osso del collo non si spezza. Non è difficile. Le galline hanno una sola vita.
Sono io che ne ho avute almeno dieci, di vite, e tutte sbagliate. Nessuna così vissuta e padroneggiata da riuscire ad avere la meglio su una gallina. Faccio cagare come contadino. Feci cagare come bagnino, come figlio, come padre, come turista, come animatore turistico, come venditore di tapparelle e zanzariere, come fidanzato, come marito, come adultero. E so già che farei cagare anche come omosessuale, come prete, come donna, come capo, come servo. Tutto tentato, niente riuscito.
M'ammazzo! Cazzo, stanotte m'ammazzo, giuro, vado giù con la macchina per un dirupo. Mi faccio secco, mi faccio, mi levo da questa pozza di inettitudine.
Mi porterei dietro anche la gallina, se non fossi sicuro che ne uscirebbe viva. Dalle lamiere spiaccicate, nel silenzio terribile del dopo-botto, mentre il rimbombo e la polvere vanno a spegnersi nei roveti, già me la vedo che rinviene, sgranchisce le ali sporche del mio sangue, mi zampetta sulla faccia scempiata dall'urto e se ne torna alla sua vita. Ai soccorritori non riuscirà facile stabilire perché il mio rigor mortis, tra le altre impressionanti fissità, comprenda anche un occhio orribilmente strizzato nel tentativo preagonico di proteggersi da un'unghiata di gallina.