Mirella Serri - I redenti - Corbaccio,  Milano  2005

Alberto Arbasino
11 novembre 2005

Spietato e infelice, Ruggero Zangrandi fu uno dei primi e pochi descrittori e analisti della grande metastasi novecentesca nei tradizionali caratteri italiani: trasformismo, doppiogiochismo, voltagabbanismo, dissimulazioni e riconversioni disonestissime. Tutto dato per ovvio e scontato, anche con macchinose ipocrisie e arzigogolati sinonimi. Che non alterano o truccano i dati e i fatti. Turpi.

Ricordo bene il sinistro disgusto che si diffuse quando uscì il suo 'Lungo viaggio attraverso il fascismo' (Feltrinelli, 1962), perché già qualche anno prima, studente a Parigi presso 'Sciences-Po', esaminando i giornali 'sotto l'Occupazione' li trovavo pieni di foto e cronache di 'prime' e 'vernissage' e 'soirées' incessanti, con gli ufficiali tedeschi chic in compagnia dei migliori intellettuali e artisti parigini successivamente esaltati come antifascisti e resistenti. E mi pareva inverosimile, farla così franca, neanche dieci anni dopo quelle mondanità documentate sui quotidiani e settimanali di massa. Però quando André Halimi fece 'Chantons sous l'Occupation' - un montaggio delle cine-attualità 1943-44 sulle feste con le celebrità insieme ai nazi - lo si poté vedere soltanto in un cinemino della Rive Gauche.

Ricordo però anche un nostro stato d'animo, diffuso in quel dopoguerra: "Abbiamo sofferto troppo, voltiamo pagina e non piangiamo troppo addosso ai bambini, sennò oltre che orfanelli cresceranno come dei poveri disgraziati". Le rievocazioni estroverse delle bombe e stragi e macerie e fughe, dei lager e delle vittime, infatti, cominceranno molto più tardi, fra chi non aveva vissuto sulla propria pelle quegli anni terribili. Tutti evidentemente decisero di interiorizzare il dolore sia per non continuare a parlare di fame e lutti dalla mattina alla sera; e sia perché il culto degli eroici caduti, dopo la Grande Guerra (vinta) aveva portato direttamente alle sfilate di vedove decorate e bellicose dagli ossari ai sacrari e fin sotto il balcone del Duce. Ecco il contesto italico d'allora.

Ora, Mirella Serri ne 'I redenti' (Corbaccio) rievoca appunto quel nostro dopoguerra così ingenuo e ruffiano: infatti, chi era nato intorno al 1930 non poteva aver memoria degli innumerevoli fascistelli che si facevano strada fra i Guf e i Littoriali mentre noi andavamo alle elementari, e poi si sfollava e scappava sotto i bombardamenti. E certamente, i nostri giornali fra il '43 e il '45 non avevano sottomano dei galà milanesi o romani d'arte e musica in abiti da sera e alte uniformi.

Per molti anni una intera generazione di opportunisti e trasformisti conniventi riuscì a nascondere sotto qualche tappeto ideologico i propri documentati entusiasmi fascisti e razzisti, giacché poi ricattati o reclutati in massa dalla politica del Pci togliattiano nei ranghi delle egemonie sul territorio. Né più né meno, del resto, come agirono gli occupanti angloamericani, o prima ancora i piemontesi coi borbonici, in tutte le burocrazie e polizie e università e magistrature già sottoposte ai precedenti padroni. E rilevate in blocco, fra cinismi scontati e scambievoli di capi e leccapiedi italiani mutevoli. (Non per niente gli americani vengono biasimati per non averlo rifatto a Baghdad).

Ricorderò ancora a tal proposito - circa l'horror suscitato dal volume di Zangrandi fra i più innocenti junior - un mio paginone giovanile (maggio 1962) intitolato appunto 'L'antologia dell'orrore', sul quotidiano 'Il Giorno' (vedi box) molto attento ai temi antifascisti giacché diretto da Italo Pietra e curato per la cultura da Paolo Murialdi, ex partigiani tutt'e due.

Con Mirella Serri e le sue ricerche, ci si può quindi augurare che si riproponga puntuale quello storico raccapriccio davanti ai letterati (poi di sinistra categorica, non di destra coe-rente) che si proclamavano sansepolcristi, collaboratori antemarcia del Partito e della Milizia, mistici-fascisti autarchici e razzisti, intolleranti fedelissimi e ubbidientissimi inviati speciali al seguito del Duce, "l'Uomo che per la prima volta si affacciò al mio cuore nel 1914", giacché "la sostanza dell'Uomo, la sua politica, la sua stessa tattica, sono sempre Poesia"... E dunque Mussolini, ex direttore di giornale ruffianissimo, chissà come avrà sogghignato su quelle puttanate smaccatissime.


Eppure, mi disse allora un bravissimo antifascista con le mani totalmente nette: "Mi fa un tale piacere sentire esaltare l'antifascismo e la Resistenza da gente che si è compromessa con Starace finché ha potuto, che mi basta così e non voglio domandare se è in malafede adesso, se lo era allora, o se lo è stata sempre. Non sarebbe peggio se continuassero a fare i loro 'saluti al Duce' anche oggi?".

Forse si può soprattutto compatirci e compiangerci, se la nostra cultura resta più che mai una periferia provinciale dove non interessano più i buoni scrittori veri come Volponi, Bassani, Delfini, Ripellino, Soldati, Buzzati, Comisso, Palazzeschi, Wilcock, e altri autori 'solo' di bei libri, ma si chiacchiera politicamente e accademicamente e pubblicisticamente e cheap solo di chi ha 'acquistato visibilità' voltando gabbane e 'correct' variabili, con una calza gialla e una rossa e un berretto a sonagli, sull'orbace, sull'eskimo, sul blazer, sul casual, sugli intimi... E compromessi meschini che rimangono miseri e di posticini e ambientini e traffici fra Destra e Sinistra anche se trattano di Guerra e Pace dopo l'11 settembre nel Terzo Mondo globale o no. Ma anche tutti i cantanti e i comici conoscono bene la prima regola-base dello show business: 'Per vendere i biglietti e farsi battere le mani, sempre dire e cantare ciò che piace al pubblico presente'.

Adesso, qui, nelle quotidiane interferenze fra conformismi e intimismi e impegni e guadagni e metafore e microcosmi a getto continuo e senso unico, nel corso dei decenni si è spesso osservato che la nostra cultura produce gran quantità di robette e robacce succubi del potere o regime del momento. Con gesti e ammicchi acconci o sconci, e badando soprattutto al 'vento che tira'. 'Lacchè' si diceva una volta. Ma a cominciare da quando?

AlbertoArbasino
Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
Esempio 1
Mirella Serri

I redenti, Mirella Serri Ordina da iBS Italia

La caduta del fascismo ebbe per effetto il rinnovo di buona parte della classe politica italiana ed è quindi, nella storia nazionale, una evidente cesura. Ma nel mondo degli intellettuali questa cesura non esiste. Quasi tutti i giornalisti, gli scrittori e gli studiosi che avevano collaborato ai quotidiani e alle riviste del regime passarono dolcemente dal fascismo all'antifascismo e continuarono a esercitare, con maggiore o minore successo, i loro talenti. Furono trasformisti, opportunisti, conformisti? Furono doppiogiochisti o infiltrati dell'antifascismo nella macchina propagandistica dell'Italia mussoliniana? Furono fascisti di sinistra, animati dalla speranza di orientare il regime verso i loro ideali? O furono più semplicemente "poveri diavoli", costretti dal bisogno a vendere il lavoro della loro immaginazione? Basta dare un'occhiata alla lista dei collaboratori di "Primato", la rivista fondata e diretta da Giuseppe Bottai, per comprendere che non è possibile dare una sola risposta per Sibilla Aleramo e Corrado Alvaro, Arrigo Benedetti e Vitaliano Brancati, Dino Buzzati e Mario Luzi, Dino Del Bo e Leo Longanesi, Guido Piovene e Vasco Pratolini, Giaime Pintor e Salvatore Quasimodo, Renato Guttuso e Marcello Piacentini, Giulio Carlo Argan e Indro Montanelli, Giorgio Spini e Luigi Salvatorelli. Il libro di Mirella Serri evita i giudizi sommari e ricostruisce il percorso individuale di alcuni dei protagonisti della cultura italiana tra fascismo e antifascismo. Al centro del lavoro non vi è soltanto "Primato". Vi è anche il dialogo che la rivista di Bottai instaurò con altri giornali e riviste del regime in cui scriveva il resto della cultura italiana: "Roma fascista", organo dei GUF (Gruppi universitari fascisti), "Il ventuno domani", "Tevere", "Quadrivio", "Le Conquiste dell'Impero", "Nuovo Occidente", "Gioventù Italica". Molti di quegli intellettuali divennero comunisti, furono definiti da un vecchio esponente del Pci "fascisti redenti" e mondati in tal modo di ogni loro peccato. Per usare un termine evangelico furono "born again", rinati. Ma questa assoluzione, impartita al fonte battesimale di un partito politico (la definizione è di Paolo Mieli), ebbe l'effetto di oscurare le ragioni del loro passaggio all'antifascismo e quindi della continuità che ha caratterizzato la cultura italiana nel momento in cui il paese cambiava istituzioni e classe politica. Molto di ciò che il lettore troverà in questo libro è stato ricoperto per molti anni da un pudico velo. Grazie al lavoro di Mirella Serri la discussione è aperta.

Altri suggerimenti


Il libroc di Zangrandi citato da Arbasino ebbe  la severa riprovazione di Renzo De Felice.
Zangrandi  sosteneva che la sua generazione, abbandonata a se stessa durante gli anni del regime, si era trovata ad essere fascista in mancanza di altre proposte culturali e di maestri capaci di fornire alternative all'altezza, intendendo così pronunciare un giudizio auto-assolutorio riguardo alla precedente adesione al fascismo e scaricando sulle vecchie generazioni qualsiasi responsabilità. Energica fu la reazione di De Felice di fronte a questa semplificazione delle vicende storiche attraverso generalizzazioni onnicomprensive, che non andavano a indagare "dall'interno" i fenomeni, politici o culturali che fossero.

vedi qui >>>




L'articolo  cui allude Arbasino è oggi rintracciabile sul n° 18 di Riga, dell'editore Marcos y Marcos interamente dedicato ad Alberto Arbasino (vedi qui in basso l'articolo).


<<<Torna all'indice Recensioni
Ruggero Zangrandi

Lungo viaggio attraverso il fascismo

Mursia 1998

... e buona parte dell'opera, sia narrativa che saggistica, di Vitaliano Brancati è dedicata al tema del passaggio dal fascismo all'antifascismo. Ricordiamo oltre alle pagine del Diario romano, il racconto Il vecchio con gli stivali, dove un anomimo impiegato del comune di Catania, per progredire in carriera e su istigazione della moglie, fa le "carte false" - come tanti italiani del tempo -vantando un attestato di fascista squadrista della prima ora; lo steso certificato che gli varrà, dopo la guerra, l'epurazione e la perdita del posto.


Dante Isella
intervistato da Paolo Distefano:
Isella: la letteratura d' oggi è solo un mondo di pigmei
«Dopo il gigante Contini, il vuoto. E si scredita il passato»
2 novembre 2005


[…] «Oggi colpisce il mutamento di livello. Dobbiamo chiederci: che cosa è avvenuto? Qual è la causa di questo spaventoso abbassamento dei valori per cui dei pigmei possano essere considerati giganti?».
Ma è proprio possibile un confronto tra l' oggi e l' ieri?
«Negli ultimi tempi sono sbalordito dal tentativo di screditare il passato». Per esempio? «Per esempio, è stata fatta, da Mirella Serri, una rivisitazione degli intellettuali che operavano attorno alla rivista Primato per dimostrare come la gran parte di loro fosse fascista. Ma è chiaro che gli antifascisti istituzionali erano pochissimi... e alcuni furono presto fatti fuori, come Gobetti e i fratelli Rosselli. C' erano sfumature interne nel gruppo, con diverse responsabilità e diversi intendimenti, c' erano quelli che facevano la fronda, e c' erano i fascisti per vanità e non per convinzione, che volevano riconoscimenti dal regime, e che però alla fine sono stati in parte riscattati dalla serietà del loro lavoro intellettuale nonostante le debolezze e i cedimenti. Non si può pensare che il Paese fosse fatto solo di eroi. E non bisogna dimenticare che erano tutti molto giovani in un tempo di autarchia. Insomma, come si fa a stilare delle liste di ignominia. Il processo indiscriminato al passato finisce per dirci: tutti fascisti, nessuno fascista. Le sembra giusto? Non si può certo affermare che i partigiani sono uguali ai ragazzi di Salò...».
E in letteratura?
«Lo stesso. C' è chi vorrebbe persino contestare la grandezza esemplare di un Contini o di un Longhi; chi spara contro Calvino, chi contro Sciascia, come se fossero pari a quelli che scrivono oggi. Vittorini viene accusato di essere stato un voltagabbana... Lo sappiamo tutti che fino all' altezza della guerra di Spagna era un fascista di sinistra, assiduo sulle pagine del Bargello. Ma è proprio attraverso l' esperienza fascista che è arrivato a essere antifascista e a scrivere un libro come Conversazione in Sicilia. Lo stesso vale per Bilenchi...».

dal 14 novembre 2005
<<<Torna all'indice Recensioni

al mio cuore», «esaltandone la figura, analizzando criticamente il suo stile per mostrarne la forza», proclamando che «la sostanza dell'uomo, la sua politica, la sua così detta tattica sono sempre poesia», e proclamando se stessi militi MVSN, sansepolcristi, collaboratori antemarcia di Nicola Bonservizi, inviati speciali al seguito del duce, mistici-fascisti, autarchici, razzisti, fedelissimi, devotissimi, ubbidientissimi, nemici di «una libertà individuale che è in realtà un avanzo di privilegio».

«La grandezza politica di Mussolini e la ragione precipua dei suoi trionfi sugli uomini politici è che non ha nulla dell'uomo politico come lo si pensa dai più, e che oggi è sceso, grazie a lui, nel numero delle persone vili. Mussolini non vive nel pettegolezzo dei tattici, ma tra grandi spazi e silenzi, e piega la politica ad un ardente e incontaminato concetto». Questo è soltanto uno dei numerosi brani impressionanti che si trovano a ogni pagina sfogliando sconvolti dalla ripugnanza quel sinistro repertorio che è “Il lungo viaggio attraverso il fascismo” di Ruggero Zangrandi, la più autentica antologia dell’orrore del nostri tempi; ed è piuttosto difficile evitare che alla fine la prima reazione sia quella dell'«allora, cambiamo paese, cambiamo paese», se solo si potesse pensare per un attimo che il nostro Paese sia tutto così.

FRENESIE.
Certo, non si è nati ieri; e non lo si era mai dimenticato, su che annate di giornali si sarebbero potuti andare a pestare, all'occorrenza, i più sporchi giudizi razzisti, le esaltazioni più abbiette del regime, i più insensati piani di guerra, nonché le varie corrispondenze dalla Spagna di Franco (con le celebri frasi tipo «oggi avendo visto una dozzina di miliziani rossi fucilati, ho fatto colazione con più appetito»), da parte di tipi che con la medesima sicumera hanno attualmente la pretesa di dar giudizi in cattedra, distribuire attestati in tutto, tutelare la pubblica moralità, illustrarci il "bello" e il "giusto", erudirci sulla incomunicabilità, spiegarci l'alienazione, commentare il centro-sinistra, approvando o disapprovando la cultura di massa, il gaullismo, la bomba atomica, Pasolini, Volponi, Volpini, Antonioni, la fenomenologia, il neocapitalismo, Citti, Vitti, Alberto Moravia e Rosanna Schiaffino.

Non è neanche una novità che il letterato italiano tiene a fare appena può il Metastasio di qualcuno, dell'Imperatrice Maria Teresa o della Regina Margherita, dei Consiglio dei Dieci o dell'Ovra o di De Gasperi o del PC. o della Confindustria o di Elisa Baciocchi Principessa di Piombino. Non per nulla, fra i vecchi arnesi lasciati sulle spalle dal fascismo, i settantenni che hanno ancora pochi anni da vivere si sono abbarbicati subito al lato destro della Democrazia cristiana per spremere qualche favore concreto al più presto, mentre i cinquantenni puntano generalmente sul centro-sinistra perchè fanno un calcolo a lunga portata. E fra le tricoteuses letterarie che ci capitano sotto battendo i più loschi fescennini della pseudo-cultura romana, ci è stato ripetuto fin troppo quali fossero le spie e quali invece le affittacamere del regime, e quali invece si accontentino del soprannome "La contraerea" in memoria d'antiche stagioni di mondanità bellica perchè ogni volta che combinavano con un gerarca, poveretto, lui veniva abbattuto in aeroplano il giorno dopo.

Ma certo fa senso, da morire, ritrovare nel libro di Zangrandi, vivo e intatto come se le frasi indecenti fossero state pronunciate ieri, l'intero campionario delle occasioni perdute dai nostri letterati più furbi per non coprirsi di vergogna negli anni fascisti: gli eccessi di zelo e le infamie non richieste, gli scatti isterici e le viltà servili, le frenesie arrivistiche e le pugnalate nella schiena...

È ovvio che un esame di coscienza come questo, moralmente e storicamente sarebbe stato giusto compierlo in pubblico a non a grande distanza dalla fine della guerra. Ci sono state invece le elezioni del ‘48, e la dozzina d'anni che ben sappiamo, con le coalizioni e tutto. E in Italia credo che solo Brancati abbia accennato a fare un'autocritica onesta paragonabile alle molte autobiografie ideologiche dei letterati collaborazionisti francesi che a battaglia perduta hanno cercato di spiegare a se stessi e agli altri le ragioni di anni e anni di errori (e la ragione mi pare chiara: i furbi e gli opportunisti non hanno nessuna autobiografia ideologica da fare, a loro basta il libretto dei conti).

Ma è solo uno dei tanti segni propizi di questo momento storico così stimolante che stiamo attraversando ora; il bisogno di veder chiaro nel nostro brutto passato che le generazioni "fresche" stanno provando: come testimonia l’interesse vivissimo suscitato da questo libro di Zangrandi e da quello precedente di De Felice sulle responsabilità nella lotta razziale, come viene confermato dal successo delle lezioni di storia del fascismo e dei film sui vent'anni perduti, e dall'ironía che «comincia appena ora» a screditare i vecchi arnesi che credevano d'averla fatta franca; e pretendono ancora di venirci a fare la morale: sempre fiutando dove tira il vento, sempre mettendosi dalla parte della maggioranza (e con l'eterna aggravante di abbracciare i giudizi della maggioranza sempre con un leggero ritardo, e sempre dove si è sicuri che la maggioranza ha torto).

PREDICATORI
Però stavolta si trovano di fronte non più un pubblico di balilla, ma della gente assolutamente non disposta a prenderle per buone, le loro solfe, pronta a reagire a pernacchie sulla faccia come si fa alle prediche dei reazionari travestiti da progressisti e davanti ai cinici che non credono a niente e che pretendono di far sermoni cattolici ammonendoci ancora a comportarci bene. Dal momento che non hanno saputo meritarsi un minimo di rispetto, è logico che i loro giudizi non vengano accettati, su niente; e quando pretendono di dare delle lezioni, la risposta più giusta è in quelle pittoresche invettive che non mancano né nel dialetto milanese né in quello romano per mandare al diavolo i seccatori.

Si capisce che ha ragione Forcella quando dice che il vero significato e il valore del libro di Zangrandi «dovrebbe essere piuttosto quello di ricordare, in una epoca e in una società che tende a dimenticarlo, che la cultura non serve a nulla se non riesce a trasformare le coscienze e a diventare costume, modello di vita. Dalle squallide vicende degli intellettuali asserviti al fascismo possiamo raccogliere soltanto una lezione di moralità, un invito all’autocritica».

Giusto. Nessuno si sogna di riaprire processi del '45; per quanto il '45 ci sembri appena ieri. Sarebbe come mettersi sullo stesso piano dei fascisti. Ma dimenticare, proprio no, anche se fatalmente la "questione morale" tenderà oggi a spostarsi sul piano dei rapporti sociali, dei rispetti umani, addirittura della mondanità.

Mi diceva per esempio, fin da Formentor, un bravissimo uomo che col fascismo ha sempre avuto le mani nette: «Mi fa un tale piacere sentire esaltare l'antifascismo e la Resistenza da gente che si era compromessa con Starace finchè ha potuto, che mi basta così e non voglio neanche domandare se è in malafede adesso, o se lo era allora, o se lo è stata sempre.

Non sarebbe peggio se continuassero a fare i loro "saluti al duce" anche oggi?». E nella stessa occasione un'amica bonaria mi ammoniva a riflettere sulle sofferenze di quei salotti facoltosi che erano la suprema aspirazione loro e delle loro famiglie.

A parte il fatto che per quel che riguarda il «pagare di persona» ci sono altri che hanno rischiato anche di più, sul punto della buona fede troverei da osservare questo: o questi predicatori da strapazzo erano in malafede "allora", e ancora adesso, e allora sono da prendere a calci nel sedere; o sono stati in buona fede talmente spesso, e con coincidenze sempre così svantaggiose (contando poi tutti i successivi "aggiustamenti" degli ultimi quindici anni), che sono ugualmente da calci nel sedere. Il coraggio, la fibra morale, se Don Abbondio non li ha non se li riesce a dare, è noto; ma almeno non abbia la faccia di tolla da travestirsi da Cardinal Federigo.

Come si fa ad appoggiare una cattedra di moralismo sopra la mancanza di principii e la incostanza 'degli stati d'animo? L'emotività (chiamiamola così) è una dote semmai più adatta alle opere creative, alle invenzioni fantasiose; e sarebbero poi l'unico modo di salvare - se non l'anima - almeno un po' di faccia, dimostrando che moralmente squalificati non si e del tutto falliti anche in campo artistico.

CONSIGLIO.
Se invece ci fosse stata di mezzo una crisi, con abbracciamenti successii di tante convinzioni fra loro incompatibili, e tanti successivi pentimenti di fronte allo scandalo, allora tante scuse: ma i lettori non erano stati informati, e d'altra parte è una norma di correttezza elementare il mettere in ordine la casa prima d'avventarsi in una carriera di pubblico interesse come quella del direttore di coscienze. Perciò, a conclusione del penoso argomento, e anche per rispondere ai vari "lettori nell'imbarazzo" che hanno scritto da tutta Italia domandando che atteggiamento prendere di fronte agli scrittori svergognati come ex-mussoliniani, suggerirei un "atteggiamento provvisorio basato sulla tolleranza ma non sull'ingenuità; rispettarli come geometri, o come marchesi, o come uomini di casa, e rider loro in faccia come scrittori seri e come morolisti cattedratici: È un consiglio meno balordo di quel che sembra: infatti, giudizi come quelli abbondantemente citati dallo Zangrandi sono già brutte, bruttissime cose se pronunciati da un artigiano male informato o da un lunatico di campagna. Diventano turpi e colpevoli in bocca a un letterato che si ritiene responsabile, e per di più con la pretesa di illuminare il prossimo.

E se ci si contrapponesse l'argomento del «da che pulpito», la risposta è fra le più modeste, e vale strettamente per i miei coetanei. Il “pulpito” è un accidente meramente anagrafico, di cui nessuno ha meriti o colpe: il fatto d'esser nati quando il gioco era fatto. Da un lato questo ci mette nelle condizioni, avendo avuto quindici anni alla fine della guerra, di giudicare le mani sporche altrui mostrando le nostre manine nette; dall'altro ci rasserena la previsione che secondo le normali leggi biologiche la maggior parte del nostro avvenire si svolgerà in una Italia dove gli scrittori ex-mussoliniani si troveranno sempre meno in società e sempre di più nei dizionari.

Alberto Arbasino
“Il Giorno”, mercoledì 30 maggio 1962


LE MURA E GLI ARCHI.
Certo, lo si era sempre saputo che durante il fasci-smo non solo  gli eterni giornalisti senza coscienza e non solo i professori  d'università più bassamente carrieristi s'erano sbilanciati in  malo modo a leccare le parti meno nobili dell'orribile defunto,  ma quasi tutti i letterati allora e oggi di più chiara fama non si  erano negati nessun eccesso: magnificando sconcia-mente i «fondamenti morali» di Mussolini; paragonan-dolo a Michelangelo e a Pascal, dedicando odi «all'Uomo che si affacciò per la prima volta nel 1914


Su Alberto Arbasino in questo sito:

<<<   Arbasino, Gramsci, Flaubert, il trash...e i loro tristi epigoni televisivi
<<<   Super-Eliogabalo -lettura
<<<   Un morto a Genova. Rap di Alberto Arbasino

<<<Torna all'indice Recensioni


EUGENIO SCALFARI OUTING: IL MIO VIAGGIO ATTRAVERSO IL FASCISMO
“ESSERE STATO FASCISTA HA POI RESO SOLIDO IL MIO ANTIFASCISMO”
“IL SALUTO ROMANO SI FA IN UN SOLO MODO. S’AVANZA A PASSO MARZIALE…”


 
Pietrangelo Buttafuoco per Il Foglio 31 maggio 2008

QUESTO COLLOQUIO
Questo colloquio nato da una recensione con richiesta d’intervista comincia con una telefonata. E’ l’Uomo che non credeva in Dio che parla: “Io ho smesso di essere fascista solo quando ne sono stato espulso, quando, appunto, fui messo fuori dal partito. E devo dire che ne ebbi un grande dispiacere. Fu un dolore inferto alla mia giovinezza vedermi strappare le stellette dalle spalline, una sconfitta che generò in me una profonda crisi”.

Eugenio Scalfari – fondatore de La Repubblica, erede della grande tradizione liberale e democratica de Il Mondo e de l’Espresso – è stato messo sull’avviso dagli amici più cari: “Non vorrai cadere nella stessa trappola in cui incappò Bobbio?”. Inutile dire che Norberto Bobbio, proprio su queste stesse pagine, non ebbe apparecchiata trappola alcuna.

Il filosofo stesso, infatti, il 14 novembre 1999, dunque due giorni dopo la pubblicazione dell’intervista dove confessava di essere stato fascista coi fascisti e antifascista con gli antifascisti (“Non ho parlato prima perché me ne ver-go-gna-vo”), mise la parola basta alle polemiche. Con un colonnino di prima pagina su La Stampa, Bobbio replicò ad un articolo di un incredulo e scandalizzato Gad Lerner confermando tutto – doppiezza compresa – e laureando altresì la correttezza dell’incontro avuto col Foglio.

Niente lacci, nessun trabocchetto: “E poi la tagliola dove eventualmente imbattermi“, ci dice Scalfari, “l’ho già messa io stesso tante di quelle volte da perderci il conto. Ho persino fatto pubblicare sul Venerdì di Repubblica la foto con mia madre dove io sono in orbace. Non me ne sono mai vergognato di quella giovinezza nei Guf (Gruppi universitari fascisti, ndr), anzi: tutto quel mio essere stato orgogliosamente fascista ha poi reso solido il mio antifascismo. Ho compreso sulla mia pelle quanto può essere efficace la mobilitazione del moderno partito di massa sulla cera molle della gioventù”.
Nessun calappio, niente inganno. Fine della telefonata.

L’INTERVISTA
Bisogna dire che Eugenio Scalfari è anche un uomo di spirito, l’imprinting c’è tutto e a vederlo col braccio levato, pur da seduto alla sua scrivania nell’ufficio a largo Fochetti (il regno da lui creato da dove oggi s’emana il gruppo editoriale L’Espresso-La Repubblica) l’effetto è strepitoso. “Il saluto romano si fa in un solo modo. Tanto per cominciare s’avanza a passo marziale, quasi un passo dell’oca, dopo di che si porta il palmo della mano aperta all’altezza degli occhi, ci s’irrigidisce e si battono i tacchi”. Eugenio Scalfari che s’impossessò del fascismo dei giovanissimi avrebbe ricevuto l’encomio da Achille Starace in persona: “Perdevamo mesi e mesi per imparare queste stronzate”.

Appuntamento a largo Fochetti, palazzo “Repubblica”, quello che per i taxi è via Cristoforo Colombo 90. Eugenio Scalfari che ha dedicato al fascismo un bellissimo capitolo del suo commovente romanzo autobiografico, “L’Uomo che non credeva in Dio” (Einaudi), non ha cancellato le tracce. Non ha vissuto la doppiezza né quel patto di rimozione collettiva cui, al contrario, la maggior parte dei “redenti” ha fatto affidamento per poi fabbricare la verginità democratica e antifascista.

Scalfari che accetta di raccontarci il suo viaggio attraverso l’Italia del Duce quando “quaranta milioni di fascisti scoprirono di essere antifascisti”, ci ricorda la polemica che nell’Italia ormai matura di democrazia investì Leopoldo Piccardi: “In una nota a margine di uno dei libri di Renzo De Felice si venne a sapere di una partecipazione di Piccardi nel 1936 ad un convegno sulla razza a Berlino. Con Piccardi c’era anche Giuliano Vassalli ma Leopoldo non ne aveva mai fatto parola di questo suo viaggio in Germania, lui era anche uno dei tre segretari del Partito Radicale (gli altri due erano Francesco Libonati e Arrigo Olivetti, una strana idea del verticismo, era previsto un solo vice segretario: io), insomma, divamparono le polemiche: cosa poteva aver fatto un Piccardi a Berlino?

Mario Pannunzio e Nicolò Carandini ne pretendevano le dimissioni ma Piccardi trovò al suo fianco Ernesto Rossi. E Rossi appunto – uno che l’antifascismo l’aveva attraversato nelle galere e non nel frondismo, uno che s’irritava quando Pannunzio e Carandini volevano accreditare il loro antifascismo solo perché facevano uso di fondini grigi nella grafica di Oggi, il loro giornale – chiuse le polemiche con un chiaro sbotto di impazienza: ma che volete tutti voi da Leopoldo, voi e i vostri fondini? Ma non state a rompere il cazzo!”.

Scalfari ride divertito alla reminiscenza: “Lo ricordo bene perché assistetti alla scena. Pannunzio e Carandini raccontavano ancora di quando ebbero la solidarietà – solidarietà clandestina, ben inteso – di Mario Missiroli per la chiusura del loro giornale. Era il 1938, io facevo ancora il liceo e Missiroli li consolava dicendo loro: ‘Vi hanno chiuso il giornale non per quello che avete scritto, ma per quello che non avete scritto’”.
Dovevano dunque fare l’elogio del Regime Pannunzio e Carandini, potevano scrivere tutto quello che volevano, potevano usare tutti i fondini grigi che preferivano, ma la vera pietra sopra tutto – ricorda oggi Scalfari – l’ha messa Ernesto Rossi: “Ma non venite adesso a rompermi il cazzo!”.

Il viaggio attraverso il fascismo di Eugenio Scalfari allora. “Faccio mio il titolo di Ruggero Zangrandi, è un’intestazione che ben s’aggrada al mio racconto… sempre…” – aggiunge con eleganza e sincero distacco il Direttore – ”…sempre che possa interessare a qualcuno questo ricordo. Sono solo i ricordi di un signore di ottantaquattro anni questi miei, ma ho l’abitudine di non aggiustarli, i ricordi. Almeno i miei ricordi io non li accomodo”.

Nessuna gabbia, solo ricordi. “…e dunque: nella memoria di quello che fu il gennaio del 1943, l’anno della mia espulsione dal partito, c’è il fascismo in mano ai giovanissimi. E’ quello degli Alicata, degli Ingrao, dei Guttuso, quello stesso dei ragazzi dei Littoriali e dei giornali del Guf. Un focolaio frondista il mondo del Guf dove se da un lato c’erano alcuni dei quali avevano posizioni esasperate nei toni per un ritorno al fascismo sociale – tipo Mario Tedeschi, il futuro direttore de Il Borghese – ce n’erano altri che, al contrario, si riconoscevano nel riformismo di Giuseppe Bottai.

A me piaceva molto questo ministro così intellettuale. Mi piaceva la sua rivista, Primato, mi coinvolgeva il dibattito culturale e quel fascismo era così in mano ai giovanissimi che io, appena diciottenne, potevo ingaggiare una virulenta polemica non con qualche sbarbatello, ma direttamente con il ras Roberto Farinacci il quale poi replicava ai miei articoli su La Gazzetta di Cremona. Chi volesse fare una ricerca in emeroteca troverebbe traccia di ciò”.



E’ un viaggio dentro la giovinezza quello che Scalfari ci offre: “Fu così che Bottai potè accorgersi di me, per via della mia controversia con Farinacci, altrimenti non avrebbe mai saputo della mia esistenza. Io scrivevo su Roma Fascista, il direttore era Ugo Indrio, e il capo redattore invece – non lo dimenticherò mai per via della singolare combinazione tra nome e cognome – era Regdo Scodro”.

Un viaggio per raccontare come Eugenio Scalfari dal fascismo ne venne espulso: “Fu in un breve periodo – saranno state due settimane – che in assenza dei due capi il giornale si faceva lo stesso, senza filtro professionale. E fu proprio in quell’intervallo d’anarchia che io, in prima pagina, piazzai due o tre neretti non firmati e perciò riconducibili all’orientamento della testata. Era la stagione del nascente quartiere dell’Eur, quella. La nazione intera attendeva ai preparativi per l’Esposizione, gli interessi sull’edificazione dell’intera area erano alti (poi venne la guerra, tutto finì, è vero, ma l’atmosfera allora era quella d’attesa), tutti guardavano alla realizzazione del nuovo modello urbanistico. Ebbene: io nei miei pezzi attaccavo i profittatori, accusavo i gerarchi e i loro prestanomi di fare sui movimenti d’acquisto ‘affari non chiari’. Fu questo ciò che scrissi in quei neretti, senza però fare nome e cognomi. Una generica e accalorata denuncia, pronunciata in nome della purezza ideologica”.

Il fascismo in mano ai giovanissimi. “Nessuno disse niente”, prosegue Scalfari nel suo racconto, “passò qualche giorno e dopo arrivò una telefonata a casa. Io abitavo a Roma a quel tempo, da mia nonna. Era una voce femminile che mi parlava alla cornetta: ‘E’ il fascista Eugenio Scalfari che ascolta?’. Emozionato mi qualificai, certo dissi, sono io. ‘Deve presentarsi domani a palazzo Littorio. Alle dieci’. Ero turbato dalla chiamata, ma ancor più della perentoria richiesta, da un preciso dettaglio che l’accompagnava. La voce femminile fu, infatti, categorica: ‘Il fascista Eugenio Scalfari deve presentarsi domani, alle dieci, a palazzo Littorio, in divisa’”.

In divisa dunque, l’uniforme dei giovanissimi padroni del fascismo. “Io adoravo la divisa. E fui meticoloso nella vestizione quel mattino. Era molto elegante la tenuta. Avevo la giacca – quella che al tempo si chiamava sahariana – i pantaloni grigio verde a sbuffo alto, gli stivali, le losanghe sulle spalle, idem sulle maniche, con le stelline, quindi il fazzoletto azzurro e la camicia nera naturalmente”. Forse c’è solo un errore nella descrizione che offre di sé Scalfari, non poteva più avere il fazzoletto azzurro dei balilla nell’età dei Guf ma è un dettaglio, questo, che può colpire i puristi, quegli stessi che però, davanti alla descrizione puntuale del saluto romano e del come si fa, da Scalfari devono proprio andare a lezione. “Il saluto romano si fa in un solo modo. Tanto per cominciare s’avanza a passo marziale, quasi un passo dell’oca, dopo di che si porta il palmo della mano aperta all’altezza degli occhi, ci s’irrigidisce e si battono i tacchi”.

L’imprinting c’è tutto, la cera molle della giovinezza s’è modellata su quella freschezza scanzonata e drammatica: “Credevamo che il mondo si fermasse alla nostra piccola serra. E noi eravamo le piante costrette a crescere in quel vivaio. Che ne potevamo sapere di quello che c’era fuori? Certo, c’erano i comunisti, ma erano tutti lontani dalla nostra patria. Tornavano di tanto in tanto per delle operazioni clandestine ma l’Italia vigilava su di loro, li puniva per come era giusto che fosse, e l’Italia che tornava grande al cospetto del mondo cantava con noi ragazzi “E se la Francia non è una troia, Nizza e Savoia c’ha da tornà…”.

Ce n’era un’altra. Faceva così e capita di cantarla ancora: E se l’Italia non è un bordello, col manganello si salverà. “Questa non la conosco”, ci dice Scalfari che ritorna al racconto di quella mattina a palazzo del Littorio: “E’ il palazzo bianco dopo il Foro Mussolini, la sede del Pnf (partito nazionale fascista, ndr) scelta prima di trasmigrare sulla stessa via alla Farnesina. Il segretario del partito a quel tempo era Aldo Vidussoni ma io ero stato chiamato per conferire con il vice segretario, Carlo Scorza (fondatore del Fascio di Lucca, estensore dell’ordine del giorno a favore del Duce il 25 luglio, ndr).

Quando arrivo nell’anticamera c’è Indrio che è già stato ricevuto. Mi viene incontro e mi sussurra: ‘C’è tempesta’. Emozionato, vengo introdotto nella stanza di Scorza, lo vedo seduto sulla scrivania e mi porto avanti scattando nel saluto romano. Lui mi ordina il riposo e quando solleva gli occhi, alza anche il suo capoccione mussoliniano dalle carte che stava leggendo, manovrando di matita rossa e blu con le sue larghe mani da squadrista. Sono i miei neretti pubblicati su Roma Fascista quelle carte.

Scorza sventaglia i fogli sotto il naso e mi chiede: ‘Li hai scritti tu, camerata?’. Scorza ha i polsi larghi quanto la coscia di un uomo, è un omone degno della sua fama di lottatore. ‘Però non li hai firmati…’aggiunge appoggiando l’incartamento sul tavolo. Quindi si leva dalla scrivania e mi viene di fronte: ‘Camerata, dammi i nomi di questi mascalzoni che lucrano sul lavoro dell’Italia proletaria e io li farò arrestare!’. Io non ho nomi da dargli, la mia leggerezza professionale non può trovare giustificazione alcuna, non posso neppure balbettare un si dice, un mi pare, un ‘è risaputo’ che Scorza comincia a urlare: “Sei un irresponsabile! Un calunniatore”. A un certo punto si ferma e mi chiede: ‘E poi perché non sei a Bir El Gobi?’. Bir El Gobi è un avamposto del deserto africano difeso dai ragazzi della Gil (la Gioventù italiana del Littorio, ndr). Io trovo la risposta più fessa, gli dico: ‘Veramente avrei il rinvio universitario…”.

Scorza allora mi prende per il petto e mi stringe acchiappandomi dalla bandoliera, dalla giacca, dalla camicia, insomma: da ogni cosa che avessi addosso dove potermi afferrare, lui mi agguanta. Mi solleva dal pavimento, mi tiene alzato e urla in faccia a me questo discorso: ‘Dovrei farti sbattere fuori dal partito ma Vidussoni ha conosciuto a Fiume tuo padre e perciò ti espello dal Guf’. Mi riporta a terra, mi strappa le mostrine e mi congeda: ‘Vattene e non farti vedere mai più’. Stupefatto che si espellesse un fascista esco da palazzo Littorio e torno a casa, preda di una crisi fortissima, disarmato.

Il mio silenzio viene violato da una prima telefonata. E’ Nelson Page (funzionario del Minculpop, ministero della cultura popolare, nel dopoguerra diventerà direttore de Lo Specchio, il Dagospia degli anni ’50) che mi chiama: ‘Sei il figlio di Pietro? E’ meglio che tu non faccia telefonate per un periodo, stattene buono”. Un’altra telefonata me la fa Nino D’Aroma, direttore de Il Giornale d’Italia. E’ un altro bottaiano e fa un’edizione di metà giornata, un quotidiano chiamato Il Piccolo. Mi offre di scrivere per questo giornali. Pezzi non firmati ovviamente”.

Un lungo viaggio di attraversamento del fascismo. E l’uscita. “Avevo diciotto anni e giorno dopo giorno prendo coscienza che forse avevano avuto ragione ad espellermi dal Guf. Forse non ero fascista. Mi costò tanto sforzo venirne fuori: uscii dal fascismo brancolando. Non sapevo nulla, certo, conoscevo Benedetto Croce perché pubblicava. Anche Montale, Ungaretti, Quasimodo. Tutti i poeti che stampavano i loro libri li conoscevo, così come i filosofi che dibattevano su Primato. Avevo cognizione di tutto ciò ma ignoravo Gobetti, Gramsci, i martiri uccisi dai sicari del regime. Non avevo idea su chi fosse Togliatti e non sapevo che farmene della decrepita Italia liberale smantellata dalla vera modernità di Mussolini – che non era non certo la terra redenta delle paludi pontine, ma la creazione del nuovo partito di massa. Niente era proibito ma una manipolazione della moltitudine ci isolava da tutto ciò che era isolabile. Ecco qual è il peccato mortale del regime, ecco perché ne ho ricavato una sorta di vaccino contro una malattia epidemica. Io sono come gli animali che avvertono i terremoti quando stanno per arrivare, io fiuto il fascismo quando sta per formarsi…”

A questo punto sarebbe stato perfetto chiedere quando e quante altre volte è stato sul punto di arrivare, tornare e sbucare il fascismo, ma le domande che non si fanno sono solo domande cretine, quelle sì che sono trappole, tagliole e calappi.
La parola ancora a Scalfari: “…ed essendo io una persona che ha sempre faticato nel conquistare un’autonomia non potevo consentirmi di sfuggire a me stesso. Aveva ragione Scorza: io non ero più un fascista”.


Contribuisci alla vita della rivista. Lascia un contributo tramite
PAYPAL
qui in basso.
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line