La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line

                Carlo Sgorlon - Il vento nel vigneto - 1960

Colui che ho sempre considerato il miglior narratore italiano vivente se n’è andato il giorno di Natale del 2009 (era nato nel 1930), una data di elezione, un segno distintivo per noi di riconoscenza e gratitudine.
Scrivere ancora sull’autore de “Il trono di legno” (1973), “La regina di Saba” (1975), “Gli dei torneranno” (1977), “La carrozza di rame” (1979), “La conchiglia di Anataj” (1983), “L’armata dei fiumi perduti” (1985), sei capolavori (ma non i soli), è da parte mia un doveroso omaggio che intendo fare a chi ha saputo trascinarmi nel mondo magico e misterioso della scrittura.
Ho scelto “Il vento nel vigneto”, perché fu il suo primo romanzo, e rappresentò il suo ingresso nel mondo delle lettere. Fu riscritto in dialetto friulano nel 1971 con il titolo “Prime sere”.
Non si fa mai fatica a leggere Sgorlon, è un affabulatore nato. Una quiete, un piacere intimo ci avvolgono non appena iniziamo a scorrere i suoi romanzi.
Ne “Il vento nel vigneto”, un uomo, Eliseo Bastianutti, sulla cinquantina, “alto e massiccio”, un carrettiere, fa ritorno dopo anni al suo paese, Cassacco (è il paese in cui nacque Sgorlon). È stato in carcere a scontare una pena di circa trent’anni. Scende dal treno, la serata è ventosa, viene subito buio, è inverno. Lungo la strada scorge “pendere una frasca secca sopra la porta”. È un’osteria, entra e chiede da bere.
La vita di una volta fa irruzione in questa scena, anche se l’uomo ha visto passare sullo stradone “macchine e camion che correvano rombando”. C’è sempre un angolo di antico fuori e dentro di noi. Basta coglierlo, lasciarlo affiorare.
La sorella Iolanda vive a Vendoglio, va da lei per ricevere aiuto, avere un lavoro, ma la trova fredda, distaccata, anzi dispiaciuta che sia tornato, con la brutta fama che ha. Sono le prime tappe difficili di un reinserimento: “Per loro è come se tu fossi morto”. Eliseo prova vergogna della situazione in cui si trova. Che nessuno, cioè, abbia dimenticato la vecchia storia che l’ha condotto in carcere. Quale storia? È troppo presto per saperlo. Sgorlon non ha fretta, è un raccontatore alla maniera antica, scaltro, abile nell’intreccio, come lo era nella realtà suo nonno, dal quale ha imparato l’arte. Ci fa sapere che tutto è accaduto “per un’ora di rabbia bestiale”, e dobbiamo per il momento accontentarci.
Non solo la sorella, ma nessun altro lo vuole accogliere, avendo saputo che è stato in galera, tuttavia Eliseo “sentiva con forza che non voleva e non doveva andarsene dai suoi paesi.”
È lo stesso amore di Sgorlon per la sua terra. Nessuno vi può rinunciare, nemmeno se ha contro il mondo intero. La terrea natia è madre e sposa. “Chiese a Dio che gli desse una mano.”
Quando riesce finalmente a trovare una stanza tutta sua dove poter alloggiare gli sembrò una grande conquista e che ora c’era il modo di ricominciare: “Aveva un letto, un tetto, un numero di casa…
Bastano, ossia, le cose semplici, quelle basilari, e se c’è volontà e onestà tutto può riprendere. Sgorlon vuol mostrarci che la ricostruzione di una esistenza, che la società vorrebbe cancellare per sempre, è possibile, pur in mezzo a mille ostacoli. Lo fa per piccoli passi. C’è sempre un’anima buona pronta ad aiutarci. In questa caso è Rita De Luca, una vedova con un figlio, Riccardo, la quale, pur avendo sentito in paese, a Treppo, dei trascorsi di Eliseo, non chiede nulla del suo passato, anche quando Eliseo è pronto a parlargliene: “No. Sono fatti vostri.” È lei che gli affitta la stanza.
Se c’è in giro tanta cattiveria, basta dunque una piccola scintilla di bontà per riaccendere il fuoco della vita e la speranza.
Sgorlon afferma, così, che ogni uomo che sia stato colpito dalla sventura ha sempre la possibilità di rigenerarsi, purché non si arrenda e non si faccia travolgere dalla sfiducia.
La sorella di Eliseo, Iolanda, nutre del risentimento nei suoi confronti. Per le spese del processo ha dovuto vendere tutto e i genitori sono morti di crepacuore. Lei non perdona. Ricorda, e non vuole dimenticare: “C’era sempre un muro tra lui e gli altri, anche quelli che erano gentili, e forse ci sarebbe sempre stato.”
Si parte da qui, da questo nero convincimento nei confronti degli altri. La rigenerazione, il riscatto sono tutti in salita. Da conquistare.
Intanto cura con amore la sua stanza, ha preso i vecchi mobili di casa sua dalla sorella, per lui quelle quattro mura diventano il suo tutto, il punto di riferimento ogni volta che avverte su di sé la solitudine: “quando lavorava da molte ore e si sentiva stanco, il pensiero di una stanza sua che lo aspettava bastava a mettergli un po’ di allegria.”
Spesso le giornate sono ventose, un vento anche freddo, di tramontana, e Sgorlon lo fa assurgere a simbolo di una Provvidenza che non si è dimenticata di lui, che a poco a poco gli spazza via la strada e il passato: “La pioggia anzi si stava avvicinando; lo si capiva da come il vento aumentava, da come sbatteva i rami degli alberi e fischiava infilandosi tra i filari di viti dietro la casa. Eliseo sentì freddo.”; “era di nuovo libero e immerso nel giro delle stagioni…”
Intorno a lui il mondo è andato avanti, si sente smarrito. È stato rinchiuso in carcere per troppo tempo ed ora si trova immerso in un mondo che non conosce più: “Da ogni esperienza, da ogni particolare gli pareva di ricavare sempre la stessa conclusione, ossia che la vita ormai aveva dappertutto un altro carattere e un altro ritmo, che egli non capiva, al quale non poteva abituarsi, e in cui non c’era posto per lui…”; “La vigna sotto la casa non la vedeva, ma sentiva il vento che passava e ripassava tra i filari. Era come una mano senza pace che raspasse tra le foglie e i viticci per far capire che l’inverno era vicino.” (è la chiusa del romanzo).
Le stagioni sono parte della Provvidenza. Ciascuna ha la sua bellezza e il suo fascinoso mistero.
Eliseo ha momenti di debolezza, ma sa fronteggiarli, non si lascia andare, anche quando a casa si trova solo. Allorché si mette a tavola per consumare quel poco che si è cucinato, stende la tovaglia e apparecchia con ordine. Potrebbe invece sbrigarsela alla buona senza tante cerimonie, ma  non vuole farlo: “Pure continuava in quel modo perché sentiva che doveva quel rispetto a se stesso, e che forse per avere quello degli altri doveva innanzitutto non dimenticare il proprio.”
Tutta l’anima friulana è racchiusa in queste parole. La pazienza, l’ostinazione, la dignità. Si apprende che il delitto compiuto da Eliseo ha a che fare con il fratello Silvano, paralitico. È stato offeso, e lui lo ha difeso, finché la lite è trascesa.
Qualcuno, come il sarto, approfitta del suo passato, contando sul fatto che Eliseo è costretto a controllare i suoi gesti per non tornare in carcere, e così prova a imbrogliarlo, tentando di non pagargli il suo lavoro. È un duro colpo che lo umilia, lo accascia, rischia di mortificare la sua voglia di rifarsi: “Dunque nessuno dimenticava che lui era un ergastolano, e si poteva negargli anche quello che gli era dovuto, tanto era un ex galeotto, e i galeotti non invocano la legge per far valere i loro diritti.”
C’è una pena che lo affligge, non sa ancora definirla, ma non gli dà requie. Il suo sguardo è sempre carico di malinconia. Quando osserva la vita di oggi, la compara a quella della sua giovinezza e pensa “che nella vita c’era qualcosa di perenne, che non mutava mai…”
E questo ad un tempo lo affascina e lo turba: “Si era reso ben conto ormai che della vita gli piaceva non ciò che mutava di continuo, ma le forme fisse e rituali, o quelle che tornavano perennemente uguali a se stesse…”; “Eppure nella vita dei paesi e delle colline c’era qualcosa che restava sempre uguale. Eliseo si domandava cosa fosse, ma era difficile individuarlo.”
Il primo romanzo di Sgorlon, come si vede, già si allunga sulle ombre ed i misteri della vita, già cerca di individuarli e comprenderli: “Forse i destini degli uomini a volte erano totalmente diversi per ragioni più leggere di un capello.
Sembra quasi di leggere Thomas Hardy.
Non solo, ma la natura, come in Hardy, anche in Sgorlon è coessenziale: “Si sentiva calato dentro il ciclo delle stagioni, che per tanti anni non era esistito per lui, e gli pareva che il ritmo di esse regolasse anche la sua esistenza, come tra lui e la natura ci fosse una misteriosa simpatia…”
Riccardo, il giovane figlio di Rita, è attratto dal mistero che avvolge Eliseo. Sa che ha commesso un delitto, vorrebbe sapere dalla madre il perché, ma la madre gli raccomanda di non chiedere: “è una grande maleducazione”.
Dopo una lite con un prepotente, Eliseo spiega a Riccardo che non occorre essere delinquenti per uccidere un uomo; a volte bastano “l’ira e la superbia”. Gli racconta ciò che successe. Come non ricordare il fra Cristoforo de “I promessi sposi”. Riccardo riesce a capire la bontà di Eliseo e si fa messaggero d’amore per lui.
A poco a poco intorno ad Eliseo tutto va assestandosi. Nino, lo straccivendolo, gli cede il suo lavoro. Con il triciclo Eliseo va in giro per i paesi a cercare roba vecchia che rivende facendoci un buon guadagno. Negli spostamenti ha tempo di godersi la natura: “Sentiva che, per vie misteriose, i due tronconi della sua vita si riallacciavano, si inserivano armonicamente uno nell’altro, superando il tempo lunghissimo e vuoto dell’ergastolo…”
Risorge in lui la gioia di vivere: “riusciva a trovare in ciò una gioia elementare, connessa con la sensazione stessa di esistere, che veniva prima di tutte le ragioni che uno può avere per essere  triste e felice.”
Vedete come, dentro una scrittura semplice, quasi elementare, da raccontatore antico, Sgorlon riesca ad inserire considerazioni sensibili e profonde.
Mi vengono in mente certi disegni del Picasso dei periodi blu e rosa, semplicissimi nella esecuzione ma difficili da imitare, o la scrittura di Charles Dickens.
A mano a mano che Eliseo si affranca dal passato e si afferma nella vita, Sgorlon immerge sempre più il personaggio e i suoi più cari amici, Rita e Riccardo, dentro una natura quieta, rigogliosa, riposante. In Sgorlon l’uomo non sarà mai slegato dalla natura. Comincia infatti qui, con questo romanzo, un percorso d’amore che l’autore non abbandonerà mai più.

Bartolomeo Di Monaco
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Carlo Sgorlon
dal 21 febbraio 2006

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Risvolto di copertina
Chi è realmente Ermete Lunati Eudòxios, il protagonista di quest'ultimo romanzo di Carlo Sgorlon? Un uomo che insegue idee bizzarre e che crede di essere in rapporto con forze remote dell'universo? Qualcuno che non si trova a casa nel mondo di oggi e per questo pensa di modificarlo con la forza del suo pensiero? Un benefattore idealista che sa intervenire al momento opportuno nella vita degli altri? Come spesso avviene nei romanzi di Sgorlon, il personaggio attorno a cui ruota l'intera storia possiede una natura anomala e inafferrabile, manifesta un atteggiamento di protesta e di ribellione nei confronti del mondo e dei suoi luoghi comuni. Quella di Ermete è però una ribellione dolce e assolutamente pacifica, una ribellione che si manifesta attraverso idee e teorie filosofiche. Dopo una breve pratica come ufficiale su un grande transatlantico che va a fuoco (e che lui salva con intuito e abilità), e grazie a una immensa fortuna economica ereditata dal padre, Ermete fonda insieme alla donna amata, la rumena Octavia, una singolare comunità di pensatori che si ritrovano a vivere, come monaci medievali, in una abbazia del Norditalia. Qui, in nome di uno spiritualismo sincero, nasce il Circolo Swedenborg, che prende nome dal grande scienziato e mistico svedese del Settecento. Attirati dalla teosofia e dalle scienze occulte, lettori di Mircea Eliade e di Gioacchino da Fiore, gli adepti del circolo desiderano aprire uno spiraglio sui segreti del mondo.
Nel Friuli degli anni Sessanta, un ergastolano, graziato dopo ventisette anni di galera fa ritorno ai luoghi in cui è nato e cresciuto. Le cose, però sono cambiate profondamente e il mondo di un tempo - quel mondo rimpianto e desiderato durante la prigionia - ormai non esiste più. Eppure l'ex ergastolano Eliseo Bastianutti ha imparato a farsi bastare il poco che gli capita in sorte. Abituato alla rinuncia e alla solitudine, egli ormai guarda alle cose da lontano, senza per questo negarsi ai brevi momenti di dolcezza che la vita è ancora disposta a regalargli.