Gilberto Sacerdoti - Nuovo cielo, nuova terra -  La rivelazione copernicana di «Antonio e Cleopatra» di Shakespeare-
Il Mulino, Bologna 1990

La missione di Sacerdoti è individuare i collegamenti tra William Shakespeare e Giordano Bruno, questo libro precede “Sovranità e Sacrificio” e prende in esame “Antonio e Cleopatra”.
La critica classica (Dover Wilson) si è sempre rammaricata della mancanza di riferimenti alla rivoluzione copernicana all’interno dell’opus scespiriano, secondo Sacerdoti, “Antonio e Cleopatra” è la scoperta da parte del Bardo di nuovo cielo, nuova terra.
In un libro di Sacerdoti non esiste mai un tema solo, insieme al copernicanesimo Sacerdoti trova tracce anche della poetica rinascimentale neoplatonica, così come canonizzata da Pico, Ficino e Leone Ebreo; la scena del trionfo di Cleopatra sul Cidno è, appunto, un Trionfo allegorico (o impresa, o divisa) dove la Regina d’Egitto passa dall’essere Venere Pandemia ad essere Venere Urania, con attributi che sono gli stessi della Sapienza dell’Ecclesiaste e della Sposa del Cantico dei Cantici.























  L’interpretazione copernicana di Sacerdoti si basa essenzialmente su due passaggi della commedia: il primo apparire di Antonio e Cleopatra sulla scena ed il summit tra i Tre Grandi sulla nave di Pompeo.  Analizzando per primo il summit, si capisce che è un play-within-the-play o, per meglio dire, un Masque (rappresentazione allegorica in gran voga nel rinascimento inglese); sin dalla prima apparizione dei servi, i Tre Grandi vengono caratterizzati secondo i tre tipi filosofici che a quel tempo si disputavano il palcoscenico culturale: Lepido è il pedante aristotelico-scolastico, il servo lo descrive come colui che non si muove nella grande sfera (il che ha il doppio significato di sfera politica e sfera dell’universo), quindi un seguace del vecchio cosmo tolemaico; Antonio e Cesare, invece, grazie al miracoloso vino del baccanale egiziano, in cui si trasforma il summit, si uniscono alla teofania finale in cui si invoca Bacco affinché riempia i calici e faccia girare il mondo, lo faccia girare in conseguenza dell’ebbrezza alcolica ma lo faccia girare anche su se stesso come descritto da Copernico.

Lepido non arriva al giro-mondo finale perché non regge il vino egiziano-ermetico e rimane ancorato al suo vecchio universo, di lì a poco Cesare lo farà sparire dalla scena: teatrale, politica e culturale.  Cesare partecipa al baccanale, ma lo fa di malavoglia, alla prima occasione si allontana perché chiamato da incombenze più importanti, vale a dire andare a dormire.
Antonio è l’unico che accetta completamente la visione egiziana del mondo, dopotutto è l’amante del serpente del vecchio Nilo dalla fronte bruna (altra caratteristica della Sposa del cantico e della Dark Lady), attraverso Cleopatra, Antonio è convertito al copernicanesimo ermetico, quello che voleva un cielo infinito e la materia viva e creatrice; l’universo ipotizzato da Giordano Bruno e da Thomas Digges, padre di quel Digges che curò in parte la stampa delle opere del Bardo.

La visione infinitistica di Antonio è dichiarata a chiare lettere all’entrata in scena del personaggio: Cleopatra gli chiede “ma quanto mi ami ?”, Antonio afferma che è meschino un amore che può essere misurato, ma Cleopatra, testarda, vuole che lui tracci un confine al suo sentimento, Antonio non può che rispondere che deve trovare un nuovo cielo ed una nuova terra; come sono un cielo ed una terra capaci di contenere un amore incommensurabile? Infiniti, è logico.
La teoria dell’infinità dell’universo, deducibile dall’infinita grandezza dell’amore del Creatore, è teoria neoplatonica e pitagorica che, sia Bruno sia Digges avevano fatto propria e che invece sarà rifiutata da Copernico, Keplero e Galileo, tutti convinti assertori di un cosmo chiuso, perché altrimenti non ancora dimostrato.
Come Cesare, che partecipa sì al giro-mondo ma con ritrosia, così i grandi astronomi, alfieri della rivoluzione eliocentrica, non erano disposti a schierarsi insieme con chi il copernicanesimo lo vedeva come una pezza d’appoggio all’ermetismo.
Cesare è molto interessato ai sistemi egiziani per la misurazione e lo sfruttamento delle piene del Nilo, ha un atteggiamento più baconiano, più utilitaristico, più scientifico.

I tre pilastri del mondo: Cesare. Antonio e Lepido, rappresentano i tre pilastri della cultura inglese rinascimentale: Lepido i pedanti oxoniensi, destinati ad essere messi da parte; Antonio i copernicani ermetici del circolo di Sidney, alfieri di un rinnovamento apocalittico (nuovo cielo, nuova terra) e che vedranno le loro speranze deluse nel giro di pochi anni;
Cesare i pragmatici ricercatori di utile sapere come Harriot, ben attenti a non mischiare scienza e teologia, i temporeggiatori, ma alla fine i vincitori assoluti sui concorrenti.
Sacerdoti non solo ci presenta uno Shakespeare consapevole del copernicanesimo ma anche un acuto osservatore e vaticinatore, anche se bisogna ammettere che nel 1608, anno in cui venne composta “Antonio e Cleopatra”, tutti i segni del fallimento ermetico erano pronti per essere letti.

Se continua di questo passo, Sacerdoti finirà per attribuire a Bruno la paternità stessa di alcune opere del Bardo, se non arriva ad identificare Shakespeare in Bruno stesso (spero di no) ma, tra questo lavoro ed il successivo, si nota il passaggio da una visione ermetica di Bruno (complice Frances Yates) ad una visione più scientifica (complice Saverio Ricci); sarei curioso di sapere quanto di questo suo lavoro riscriverebbe adesso.


Henry Newbolt

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