William Shakespeare - Giulio Cesare

   
 
  II Julius Caesar fu stampato per la prima volta nel 1623, nel primo in-folio, che ha da restar, cosi, l’unica fonte del testo. Né le successive tre ristampe dell’in-folio, né quattro in-quarto pubblicati verso la fine del secolo, nel 1684, nel 1691 e in altre due occasioni per le quali non è possibile stabilire una data precisa, offrono qualche interesse per la critica del testo, sebbene, a partire dal secondo in-folio, ci si possa valere, qua e là, di qualche correzione di semplici refusi: nulla, tuttavia, che anche un lettore di media informazione non possa far  da sé.
Difatto, la stampa nell’in-folio del ‘23 del Julius Caesar è eccezionalmente corretta e nitida, non solo nei particolari, ma anche nell’insieme, che prevede delle didascalie singolarmente pertinenti e precise, che si giova di una punteggiatura — contrariamente all’uso dei testi dell’in-folio — coerente e significativa, per cui soltanto in pochissimi luoghi si può generare confusione, e che da ultimo presenta solo pochi casi di mislineation, e cioè di irregolarità nell’allineatura — passi in versi, cioè, stampati come prosa — dovuti non già a una cattiva lettura della copia, ma solo all’angustia della colonna. Per tutte queste ragioni, gli editori di Cambridge credettero di trovarsi di fronte a uno di quei casi in cui la fonte della stampa doveva identificarsi con il manoscritto dell’autore. Il Dover Wilson e il Greg, invece, poterono dimostrare che, per la presenza di didascalie tipiche di copioni per uso teatrale e per la sistematica assenza di caratteristiche ortografiche da riferirsi direttamente all’uso shakespeariano, il manoscritto, per quanto curato, non poteva essere quello originale. Il Dover Wilson, inoltre, non crede nemmeno che si tratti del copione d’uso originale, ma d’una sua trascrizione che ha permesso, qua e là, al testo di subire alcune corruzioni. Non si deve ritenere probabile, pensa infatti il Dover Wilson, che la compagnia si separasse dal copione originale per mandarlo alla tipografia. Veramente questo argomento tiene poco: seppure la compagnia tollerò di separarsi da tanto documento, lo fece a un dipresso dopo un quarto di secolo dopo le prime rappresentazioni del dramma, in un’epoca in cui era più interessante per la compagnia stessa — rappresentata, nell’impresa della stampa, da Heminge e Condell — che si pubblicassero buoni testi di Shakespeare che non di tener per sé una copia d’un vecchio dramma che, proprio per esser tra i favoriti, doveva certamente contare sulla presenza di parecchie e collaudate copie per uso teatrale. Per quanto riguarda l’altra questione, e cioè la corruzione che tra-sparirebbe in qualche luogo, anche lì si crede che il Dover Wilson tenda a esagerarne l’importanza. Lo stesso T. S.Dorsch, nell’ultima edizione per il New Arden (1955), la ridurrebbe a due casi, e questi si potrebbero, io credo, ridurre ulteriormente. D’un aggiustamento del testo dell’in-folio, recherebbe traccia un celebre passo di Ben Jonson in Timber: Or Discoveries, &tc. (pubbl., postumo, 1640), là dove, dopo aver lodato i vari talenti del poeta e dell’amico, aggiunge: « Spesso non sapeva fare a meno di lasciarsi andare a scrivere di quelle cose per le quali non si sa trattenere il riso, come quando, in persona di Cesare, a qualcuno che gli obbietta: “Cesare, tu mi fai torto” egli se n’esce a dire: “Cesare non ha fatto mai torto a qualcuno se non per qualche giusto motivo”». Il Jonson ritornò, con umor satirico, nel prologo della sua commedia The Staple of News (1626), sulla questioncella, e in un contesto che non lascia dubbi sul fatto che la battuta shakespeariana cui ci si riferisce doveva esser ben nota, e correr sulle bocche di tutti. Ora, come si può vedere in III, I, 47-48, l’in-folio ci dà, del passo, una versione lievemente alterata, e certamente corretta rispetto a quella citata dal Jonson. Tale correzione fu apportata al dramma dallo stesso autore o fu il frutto di un intervento di Heminge e Condell? Se Jonson poteva sfruttare la questione per eccitare il riso dei suoi spettatori fin dopo tre anni che l’in-folio era già pubblicato, bisognerebbe credere che di sulle scene, almeno, la battuta infelice continuasse la sua vita innocente. Insieme a una correzione vera e propria del senso — e nell’intento di sanarlo, epperò deliberata — come si può vedere confrontando la citazione del Jonson con il passo originale, si sarebbe data anche la soppressione d’una battuta intermedia di Metello Cimbro. Il testo, dunque, in quel punto, dovette subire un qualche intervento, direi, piuttosto deciso.
Un altro luogo che ha lasciato perplessi i commentatori riguarda l’apparente contraddizione di Bruto che, di fronte a Messala, ignora la morte di Portia in IV, III, 180-94, mentre poco innanzi (vv. 146-56), s’era aperto con Cassio sull’avvenimento. Il passo, per solito, viene spiegato come una variante lasciata per inavvertenza nel manoscritto e, insomma, o l’uno o l’altro — per solito il
secondo — dei due passi viene relegato tra parentesi quadre come non propriamente appartenente al corpo vivo del dramma, ma soltanto a una sorta di inventano dei suoi materiali. In realtà la cosa non è così semplice: non è da credere che, per tanti anni, il copione continuasse a mantenere le due soluzioni, posto che fossero alterne, senza decidersi a lasciarne cadere una. In secondo luogo è sintomatico che questa contraddizione sia stata sentita in tempi relativamente recenti, e cioè solo alla fine dell’Ottocento, da un filologo tedesco, J. Resch, mentre restò inavvertita dalla critica settecentesca, che pure, per quanto riguarda il commento, è sempre quella dalle orecchie più sveglie e pronte. Il caso si spiega, infatti, con un più addestrato, e, insieme, fantasioso senso della psicologia, che non solo prevede tali contraddizioni, ma se ne fa addirittura una propria legge. Pure direi che nel passo non vi è nemmeno contraddizione: Bruto non mostra di sapere, con Messala, che sua moglie è morta solo perché intende, per quanto e fino a quando gli è consentito, difendere una sorta di pudore dei propri sentimenti. Quando capisce che la questione dovrà finire col dichiararsi, è troppo tardi per riconoscere ch’egli ne è già a parte, e deve continuare nel giuoco di fingere d’ignorarla. La situazione è molto semplice e il meccanismo psicologico che la guida è molto naturale, e insomma, l’apparente contraddizione può venir facilmente sciolta più da un attore esperto e dell’arte scenica e delle passioni umane che non da un filologo che tratti la materia clinicamente La corruzione del testo, così, sentita dal Dover Wilson, non andrebbe oltre il caso della correzione, diciamo, affettuosa, operata, come si può congetturare, da Heminge e Condell, per quietare l’umor satirico del Jonson. E, nella sostanza, non induce a mutare la valutazione di questo dramma come d’uno di gran lunga fra i meglio preservati e trasmessi.


Gabriele Baldini - Manualetto shakesperiano, Einaudi , Torino 1964 (pp.331 -338, compresi gli altri due brani sulla datazione e sulle fonti, pubblicati di seguito e a lato)




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Esempio 1
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William Shakespeare
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Sogno di una notte di mezza estate

Teseo duca d'Atene e Ippolita regina delle Amazzoni celebrano le loro nozze. Per festeggiare l'avvenimento Bottom e altri artigiani vogliono offrire loro una rappresentazione teatrale. Per lo spettacolo scelgono una foresta nei dintorni della città.  Ma ecco arrivare anche gli innamorati Lisandro e Ermia inseguiti da Demetrio che ama Ermia e  da Elena che ama Demetrio.

Nella foresta, durante questa bella notte d'estate , il re e la regina delle Fate, Oberon e Titania sono in piena lite d'amore. Per vendicarsi, Oberon chiede a Puck, suo fedele servitore, di spandere sugli occhi di Titania un liquore magico che la farà innamorare della prima persona che incontrerà  al risveglio. Toccherà a Bottom la fortuna, trasformato in asino dalla malizia di Puck. Nel frattempo, Oberon, notando la tristezza di Elena chiede a Puck di cospargere sugli occhi di Demetrio  il liquido magico. Ma il folletto si sbaglia e la confusione è totale. Elena è adesso inseguita da Lisandro e Demetrio, Ermia fino a poco prima ambita da Lisandro si trova sola... Ma Oberon ordina che tutto rientri nell'ordine.

Teseo giunge alla foresta ed ordina le nozze di Lisandro ed Ermia e di Demetrio ed Elena. Le tre coppie celebrano insieme le nozze, mentre gli artigiani danno una rappresentazione di Piramo e Tisbe.
«Dietro al gioco dei bisticci linguistici, dietro al molto rumore, ci sono le contraddizioni di una realtà che vede gli uomini strettamente divisi da barriere formali: la diversità dei loro linguaggi troppo strettamente legati ai ranghi di ciascuno di loro è fonte di continui equivoci pericolosi; l'unico modo di superarli è il rendersi conto che tali divisioni non sono altre che nulla, vuoti ingannevoli artifici» (Giorgio Melchiori). 

La fonte principale del dramma è Plutarco nella traduzione di Sir Thomas North, o nella prima (1579) o nella seconda edizione (1595). I primi tre atti sfruttano le vite di Cesare, di Antonio e di Bruto, e quest’ultima è utilizzata soprattutto per gli ultimi due. La fonte è seguita con molta fedeltà. La composizione del Julius Caesar segna il primo incontro importante di Shakespeare con il biografo greco; il rapporto ha ancora un carattere, in qualche misura, d’esperimento e, insomma, tra la fonte e la sua resa drammatica si nota pure un certo margine d’indipendenza che, in seguito, si potrà ritagliar sempre meno. Un Caius Iulius Caesar che fu aggiunto all’edizione 1587 del Mirror for  Magistrates poté suggerire — come crede il Dorsch — qualche giro di frase, e si riscontrerebbero, nel dramma, anche echi da altre sezioni del Mirror. E, fin qui, il suggerimento è più che ragionevole, data la presenza del Mirror tra i materiali essenziali per la composizione delle Histories. Ma questa influenza è, comunque, assai poco rilevante, rispetto a quella di Plutarco. Si pensi che questi è sfruttato nei minimi particolari e, sebbene espanso e contratto a seconda che lo richieda l’azione drammatica, mirabilmente fondendosi nella costruzione dei cinque atti un materiale che era seminato, qua e là, in ben tre Vite diverse, pure Shakespeare non inventò, praticamente, nulla all’infuori dei discorsi di Bruto e di Antonio nel foro: e, tutto sommato, anche per l’impostazione stilistica di questi egli pensò bene di affidarsi a certe osservazioni di Plutarco, là dove, ad esempio, toccando dello stile di Bruto nelle sue lettere greche, il biografo dice ch’egli padroneggiava « il modo. breve e compendioso che s’usa nella parlata de’ Lacedemoni », o dove rileva che Antonio coltivava l’oratoria di stile asiatico.
Naturalmente, siccome il tema era stato già trattato da altri drammaturghi prima di Shakespeare, gli eruditi non si son fatti pregare per andare a frugare in tutti i ripostigli più alla mano, al fine di scoprirvi qualche relitto di motivo che potesse aver messo in moto la fantasia del poeta. Ma il raccolto è stato gramo, e praticamente infruttuoso. D’un dramma accademico, Caesar Interfectus, che poté esser rappresentato a Christ Church College, Oxford, nel 1582, ci è pervenuto soltanto un epilogo in prosa latina di un Richard Edes, fellow del College, che probabilmente scrisse anche tutt’intero il dramma. Il diario del Henslowe segna un « seser & pompie » (Cesare e Pompeo) all’8 novembre 1594 e una « 2 pte of sesore »(Seconda parte di Cesare) al 18 giugno 1595, ma poiché di questi drammi non ci è stato tramandato nulla, neppure sotto forma di notizie, non si può stabilire quanto poterono influenzare Shakespeare. Né si vede in che misura il drammaturgo si poté servire del Cesare (1594) di Orlando Pescetti, che costituirebbe l’unica possibile fonte italiana: le due opere si somigliano solo perché hanno per oggetto la stessa vicenda e si riferiscono, press’a poco, alle stesse fonti. Il tema della morte di Cesare era parte anche della Cornélie (1574) del Garnier, ch’era stata tradotta e adattata in inglese dal Kyd e stampata nel ‘94, ma né il testo né la traduzione presentano alcuna diretta connessione con il dramma shakespeariano. Tutti i  più importanti drammi su quel tema, del resto, son posteriori al ‘99. In altre parole, fin dal suo primo incontro con Plutarco, Shakespeare aveva inteso perfettamente che per la sua creazione drammatica gli sarebbe bastato fidarsi del biografo greco, e che qualsiasi altra garanzia sarebbe stata superflua.




Atto II scena I

Bruto:

"Dev’esser con la morte …
Per mia parte, non ho nessun motivo
per doverlo coprire di disprezzo;
ma si tratta del bene generale.
Vorrebbe farsi incoronare re.
Quanto ciò può cambiar la sua natura?
Ecco il mio dubbio… È la bella giornata
che fa uscire la vipera all’aperto.
E allora occorre agire con cautela.
Incoronarlo re!…
Già, ma così gli diamo in mano un pungolo
con cui potrà far danno quando vuole…
Del potere si abusa facilmente,
quando non sia congiunto alla pietà;
anche se in Cesare non seppi mai
che le passioni avessero prevalso
sulla fredda ragione… Ma è provato
che l’umiltà servì sempre da scala
all’ambizione, quando questa è giovane,
e chi sale le volge sempre il volto;
ma poi, raggiunto l’ultimo gradino,
volta il dorso alla scala, e guarda in alto
sdegnoso ormai degli umili gradini
grazie ai quali è salito fin lassù.
Così potrebbe Cesare… ed allora,
per impedirlo, occorre prevenirlo.
Poiché, peraltro, una denuncia simile
potrà apparire senza fondamento,
per quello ch’egli è stato fino ad oggi,
mettiamola così: quello ch’è oggi,
se acquistasse maggiori proporzioni,
potrebbe volgere ad estremi eccessi;
e si deve pensare allora a Cesare
come a un uovo di serpe che, covato,
diverrebbe fatale per natura;
ed allora uccidiamolo nel guscio!
















Atto III scena II

I cittadini chiedono ad alta voce spiegazioni e soddisfazione per la morte di Cesare.

BRUTO -Romani, miei compatrioti, amici, io vi chiedo pazienza; ascoltatemi bene fino in fondo, e restate in silenzio,
e vi esporrò la causa(71) del mio agire.
Sul mio onore, credetemi, ed abbiate rispetto del mio onore; giudicatemi nella saggezza vostra, e a meglio farlo aguzzate l’ingegno. Se c’è alcuno fra voi
ch’abbia voluto molto bene a Cesare,
io dico a lui che l’amore di Bruto
per Cesare non fu meno del suo.
Se poi egli chiedesse perché Bruto
s’è levato con l’armi contro Cesare,
la mia risposta è questa: non è che Bruto amasse meno Cesare, ma più di Cesare amava Roma. Preferireste voi Cesare vivo
e noi tutti morire come schiavi, oppur Cesare morto, e tutti liberi?
Cesare m’ebbe caro, ed io lo piango;
la fortuna gli arrise, ed io ne godo;
fu uomo valoroso, ed io l’onoro.
Ma fu troppo ambizioso, ed io l’ho ucciso.
Lacrime pel suo amore, compiacimento per la sua fortuna, onore al suo valore,
ma morte alla sua sete di potere!
C’è alcuno tra voi che sia sì abietto
da bramare di viver come servo?
Se c’è, che parli, perché è lui che ho offeso!
Se alcuno c’è tra voi che sia sì barbaro
da rinnegare d’essere un Romano,
che parli, perché è a lui che ho fatto torto!
E chi c’è qui tra voi di tanto ignobile
da non amar la patria? Se c’è, parli:
perché è a lui ch’io ho recato offesa.

Il popolo sembra inclinare per le ragioni di Bruto. Entra Antonio recando il cadavere di Cesare. Gli viene ceduta la parola.

ANTONIO -Romani, amici, miei compatrioti, vogliate darmi orecchio.
Io sono qui per dare sepoltura
a Cesare, non già a farne le lodi.
Il male fatto sopravvive agli uomini,
il bene è spesso con le loro ossa
sepolto; e così sia anche di Cesare.
V’ha detto il nobile Bruto che Cesare
era uomo ambizioso di potere:
se tale era, fu certo grave colpa,
ed egli gravemente l’ha scontata.
Qui, col consenso di Bruto e degli altri
- ché Bruto è uom d’onore,
come lo sono con lui gli altri -
io vengo innanzi a voi a celebrare
di Cesare le esequie. Ei mi fu amico,
sempre stato con me giusto e leale;
ma Bruto dice ch’egli era ambizioso,
e Bruto è certamente uom d’onore.
Ha addotto a Roma molti prigionieri,
Cesare, e il lor riscatto ha rimpinzato
le casse dell’erario: sembrò questo
in Cesare ambizione di potere?
Quando i poveri han pianto,
Cesare ha lacrimato: l’ambizione
è fatta, credo, di più dura stoffa;
ma Bruto dice ch’egli fu ambizioso,
e Bruto è uom d’onore.
Al Lupercale - tutti avete visto -
per tre volte gli offersi la corona
e per tre volte lui la rifiutò.
Era ambizione di potere, questa?
Ma Bruto dice ch’egli fu ambizioso,
e, certamente, Bruto è uom d’onore.
Non sto parlando, no, per contraddire a ciò che ha detto Bruto: son qui per dire quel che so di Cesare.

Tutti lo amaste, e non senza cagione,
un tempo… Qual cagione vi trattiene
allora dal compiangerlo? O senno,
ti sei andato dunque a rifugiare
nel cervello degli animali bruti,
e gli uomini han perduto la ragione?
Scusatemi… il mio cuore giace là
nella bara con Cesare,
e mi debbo interromper di parlare
fin quando non mi sia tornato in petto.

1° CITTADINO -Mi sembra che ci sia molta ragione
in quel che ha detto.

2° CITTADINO -Certo, a ripensarci.
Cesare ha ricevuto grandi torti.

3° CITTADINO -Ah, sì, certo compagni.Ed ho paura
che al suo posto ne venga uno peggiore.

4° CITTADINO - Avete ben notato quel che ha detto? Non ha voluto accettar la corona:
allora è certo, non era ambizioso.

1° CITTADINO - Se davvero è così,
qualcuno la dovrà pagar ben cara.

2° CITTADINO - Pover’anima, ha gli occhi tutti rossi come il fuoco, dal piangere.

3° CITTADINO - Non c’è uomo più nobile di Antonio a Roma.

4° CITTADINO - Ecco, riprende a parlare.

ANTONIO - Ancora ieri, la voce di Cesare avrebbe fatto sbigottire il mondo:
ed ei giace ora là, e nessuno si stima tanto basso da render riverenza alla sua spoglia.
Oh, amici, fosse stata mia intenzione
eccitare le menti e i cuori vostri alla sollevazione ed alla rabbia, farei un torto a Bruto e un torto a Cassio, i quali sono uomini d’onore, come tutti sapete.
Non farò certo loro questo torto;
preferisco recarlo a questo ucciso,
a me stesso ed a voi, piuttosto che a quegli uomini onorevoli. Ma ho qui con me una pergamena scritta, col sigillo di Cesare;
l’ho rinvenuta nel suo gabinetto: è il suo testamento. 
Se solo udisse la gente del popolo
quello ch’è scritto in questo documento
- che, perdonate, non intendo leggere -
andrebbe a gara a baciar le ferite
di questo corpo, e a immergere ciascuno
i propri lini nel suo sacro sangue;
e a chiedere ciascuno, per reliquia,
un suo capello, di cui far menzione
in morte, per lasciarlo in testamento,
prezioso lascito, ai suoi nipoti.

1° CITTADINO - Il testamento lo vogliamo udire. Leggilo, Marcantonio!

TUTTI - Il testamento!
Il testamento! Vogliamo sentire
quali sono le volontà di Cesare.

ANTONIO - Gentili amici, no,
siate pazienti, non lo debbo leggere. Non è opportuno che voi conosciate fino a che punto Cesare vi amasse. Non siete né di legno, né di pietra, ma siete uomini, e, come uomini, sentendo quel che Cesare ha testato, v’infiammereste, fino alla pazzia.
È bene non sappiate che suoi eredi siete tutti voi, perché, se lo sapeste, oh, chi sa mai che cosa ne verrebbe!

4° CITTADINO - Leggi quel testamento!
Vogliamo udire quel che dice, Antonio!
Devi leggere la sua volontà!

ANTONIO - Davvero non volete pazientare?
Non volete aspettare ancora un po’?
Ho trasgredito a me stesso a parlarvene.
Fo torto, temo, agli uomini d’onore
i cui pugnali hanno trafitto Cesare.

4° CITTADINO - Che “uomini d’onore”: traditori!

ALTRI CITTADINI - Vogliamo il testamento!

2° CITTADINO -Scellerati! Assassini!… Il testamento! Leggici il testamento!

ANTONIO - Mi costringete, dunque, a forza a leggerlo?… Allora fate cerchio
tutt’intorno al cadavere di Cesare
e lasciate ch’io scopra agli occhi vostri
colui che ha fatto questo testamento.
Devo scendere? Me lo permettete?

TUTTI - Vieni giù.
Scendi. È questo che vogliamo.

(Antonio scende dal rostro e si porta vicino alla salma di Cesare)

UN CITTADINO - Stiamo in cerchio.

UN ALTRO - Discosti dalla bara.

UN ALTRO - Non ci accalchiamo tutti sul cadavere.

UN ALTRO - Fate largo ad Antonio…
al nobilissimo Antonio.

ANTONIO - (Che è sceso dal rostro)
No, no, non dovete accalcarvi intorno a me,
state discosti.

ALCUNI - Indietro, gente, indietro!

ANTONIO - Ora, se avete lacrime, Romani,
preparatevi a spargerle. Il mantello lo conoscete tutti: io ho, nel mio ricordo,
la prima volta ch’egli l’ha indossato:
nella sua tenda, una sera d’estate,
il giorno stesso che sconfisse i Nervii.
Guardate: in questo punto è penetrato
il pugnale di Cassio; qui, vedete,
che squarcio ha fatto nella sua ferocia
Casca, e per là è poi passato
il pugnale del suo diletto Bruto;
e quando questi ha estratto da quel varco
il maledetto acciaio, ecco, osservate
come il sangue di Cesare n’è uscito
quasi a precipitarsi fuor di casa
per sincerarsi s’era stato Bruto,
o no, che avesse così rudemente
bussato alla sua porta:
perché Bruto era l’angelo di Cesare,
lo sapete. E voi siete testimoni, o dèi,
di quanto caramente egli l’amasse!
Questo di tutti i colpi
è stato certamente il più crudele:
perché il nobile Cesare
quando vide colui che lo vibrò,
l’ingratitudine, più che la forza
delle braccia degli altri traditori,
lo soverchiò del tutto, e il suo gran cuore
gli si spezzò di schianto;
e, coprendosi il volto col mantello,
ai piedi della statua di Pompeo,
che intanto s’era inondata di sangue,
il grande Cesare crollò e cadde.
Oh, qual caduta, miei compatrioti,
è stata quella! Tutti, in quell’istante,
siamo caduti, mentre su di noi
trionfava nel sangue il tradimento.
Oh, ora voi piangete; e la pietà,
m’accorgo, fa sentire in voi il suo morso:
son generose lacrime, le vostre;
e voi piangete, anime gentili,
e avete visto solo sulla veste
del nostro Cesare le sue ferite.
Guardate qua:
(Solleva il lenzuolo e scopre il corpo di Cesare) il suo corpo straziato dai pugnali traditori.

















CITTADINI - Uh, quale scempio!
Oh, magnanimo Cesare!
O infausto giorno!
Infami traditori!
Oh, che orribile vista! Quanto sangue!
Vendicarlo dobbiamo.
Sì, vendetta!
Vendetta! Attorno, frugate, bruciate,
incendiate, uccidete, trucidate,
non resti vivo un solo traditore!

1° CITTADINO - Silenzio, olà! Ascoltiamo ancora Antonio.

2° CITTADINO -Ascolteremo, seguiremo Antonio, moriremo con lui…

ANTONIO - Miei buoni amici,
miei cari amici, non fatemi carico
d’istigarvi ad un simile improvviso
flutto di ribellione. I responsabili di quest’azione sono gente d’onore…
Quali private cause di rancore possano averli indotti, ahimè, a compierla,
non so: essi son saggi ed onorevoli
e vi sapranno dire le ragioni.
Non son venuto, amici, a rapire per me il vostro cuore; non sono un oratore come Bruto, sono - mi conoscete - un uomo semplice che amava Cesare con cuor sincero; e questo sanno bene anche coloro
che m’han concesso il loro beneplacito
a parlare di lui così, in pubblico; perché io non posseggo né l’ingegno, né la facondia, né l’abilità,  né il gesto, né l’accento,
né la forza della parola adatta a riscaldare il sangue della gente: parlo come mi viene sulla bocca, vi dico ciò che voi stessi sapete, vi mostro le ferite del buon Cesare,
povere bocche mute, e chiedo a loro di parlar per me. S’io fossi Bruto e Bruto fosse Antonio, allora sì, che qui a parlare a voi
vi sarebbe un Antonio ben capace di riscaldare gli animi e di dar voce ad ogni sua ferita per trascinare a Roma anche le pietre alla rivolta ed all’insurrezione!

 Traduzione italiana  di Goffredo Raponi  tratta da LiberLiber .  




Giulio Cesare e l'ambizione di diventare re, Bruto e Cassio congiurati in nome di un'idea astratta di libertà che ormai non esiste più, lo sfuggente e opportunista Cicerone, il cinico e spietato Ottaviano, l'astuto e coraggioso Marco Antonio che infiamma il popolo romano con una travolgente orazione sul cadavere di Cesare... Una grande riflessione di Shakespeare sul potere e le mutevoli sorti della vita. 




Anche la data, come il testo, offre scarsi dubbi. Un viaggiatore svizzero, certo Thomas Platter, che fu in Inghilterra dal 18 settembre al 20 ottobre 1599  segnò queste osservazioni in un suo diario, dipoi pubblicato da Gustav Blinz in «Anglia», XXII (1899), 458-62: «Dopo colazione, il 21 settembre, verso le due del pomeriggio, ho attraversato il fiume con i miei amici, e, all’altra riva, nel teatro dal tetto di paglia, abbiamo assistito a una eccellente rappresentazione della tragedia del primo imperatore Giulio Cesare, con un quindici personaggi all’incirca; dopo il dramma, com’è costume di que’ commedianti, fu eseguita una danza molto elegante e insieme strana, con due ballerini vestiti da uomini e due da donne ». Non potrebbero esservi dubbi che si tratti del Julius Caesar di Shakespeare e del Globe Theatre, che fu iniziato nel gennaio o nel febbraio 1599, e fu terminato di costruire, con ogni probabilità, nella successiva estate, e che naturalmente, anche per questa ragione, si doveva pensare attraesse soprattutto gli stranieri di passaggio. Francis Meres in Palladis Tamia non ricorda il dramma, e quindi questo non doveva esser noto prima del settembre 1598. D’altra parte, una allusione molto precisa, quasi una citazione (dell’orazione di Marc’Antonio), contenuta in The Mirror of Martyrs&tc. di John Weever (pubbl. 1601) non ci aiuta gran che nel restringere la data perché, sebbene l’autore, nella dedica a William Couell, dichiari che la sua opera era già completa due anni innanzi di venir pubblicata, e cioè nel 1599, pure essa è talmente rimpolpata di materiali tratti dal Godfrey of Bulloigne di Edward Fairfax (una traduzione elisabettiana della Gerusalemme liberata del Tasso), che fu disponibile solo dopo il i6oo, che l’accenno, come materiale probante per la datazione, è messo fuori causa dal diario del Platter. Il Weever, così, può attestare, del dramma, solo la viva popolarità fin dal suo primo apparire sulle scene. La composizione, a questo modo, si può ragionevolmente assegnare alla prima metà del ‘99, e se si esita a spostarne la data un po’ prima, è anche perché, nel ‘98, Shakespeare dovette essere intensamente occupato a scrivere almeno la seconda parte di Henry IVMuch Ado e As You Like It.
PERSONAGGI
PERSONAGGI

GIULIO CESARE

OTTAVIO CESARE
MARCO ANTONIO
M. EMILIANO LEPIDO

CICERONE
PUBLIO
POPILIO LENA

MARCO BRUTO
CASSIO
CASCA
TREBONIO
LIGARIO
DECIO BRUTO
CINNA
METELLO CIMBRO

FLAVIO
MARULLO

ARTEMIDORO                                sofista di Cnido
Un INDOVINO
CINNApoeta
Un altro poeta

LUCILIO
TITINIO
MESSALA
CATONE il Giovane
VOLUMNIO

VARRONE
CLITO
CLAUDIO
STRATONE
LUCIO
DARDANIO

PINDAROservo di Cassio
CALPURNIA    moglie di Cesare
PORZIA   moglie di Bruto

Senatori, Cittadini, Guardie, Schiavi, ecc…


Atto I  scena I

Una via di Roma. Giulio Cesare è di ritorno a Roma dalla guerra civile contro Pompeo.

 Flavio e Marullo, i due tribuni della plebe, intercettano la conversazione di alcuni popolani che inondano le strade di Roma  per accogliere  favorevolmente il ritorno di Cesare. I due tribuni, che temono la tirannia di Cesare, nel commentare la volubilità del popolo che prima aveva inneggiato a Pompeo e adesso si appresta a glorificare il nuovo potente, disperdono i popolani dicendosi che  « tutte queste penne che strapperemo dall’ali di Cesare lo forzeranno a volare più basso.»    

Atto I, scena II
Una piazza di Roma.

Tra la folla un indovino ferma Cesare profetando  di guardarsi dalle Idi di marzo. Cesare non  dà peso alle sue parole. Nel frattempo, la folla a Roma è in delirio mentre Marc'Antonio  tenta  di assegnare a Cesare per ben tre volte la corona di re. Tutte e tre le volte Cesare rifiuta.  Bruto e Cassio (cui più tardi si aggiungerà Casca)  in disparte di scoprono unanimemente contrari  al  potere di Cesare. Ma nel discorso di Cassio c’è livore e malanimo anche personale verso Cesare, che egli confessa di aver salvato dai flutti del Tevere e di  aver assistito in Spagna durante la malattia, mentre adesso, questo nuovo padrone del mondo, a malapena gli rivolge il saluto. 
Ma Cesare nel colloquio seguente con Antonio (Marc’Antonio) sospetta qualcosa: dice di temere gli individui come Cassio, troppo magri, sempre in tensione, che non amano la musica, che leggono troppo. Se qualche offesa gli deve arrivare sicuramente da gente come Cassio arriverà.

Atto I, scena III
Una via di Roma, notte.

Cicerone incontra Casca il quale lo informa dell’accadimento di  strani fatti, da interpretare come presagi  (un leone manso per le vie di Roma, una  civetta che appare in pieno giorno nel Foro). Cicerone ,  gli risponde che ai segni si possono dare interpretazioni opposte e chiede, ottenendone assenso, se il giorno dopo Cesare sarà in Campidoglio.  All’uscita di Cicerone entra Cassio. Tra i due è commentato il fatto che Cesare andrà in Campidoglio per ricevere dai senatori la corona di re.  Si salda il primo nucleo della congiura contro la tirannia. Si aggiunge  anche Cinna:  insieme ordiscono di  tirare dalla loro parte anche Bruto, che è amato da Cesare.

Atto II, scena I
Il giardino della casa di Bruto.

Soliloquio di Bruto sull’ascesa al potere di Cesare e sulle sue ambizioni alla tirannia contro cui decide in cuor suo di porre argine.  Il servo Lucio gli porge un foglio, rinvenuto nel giardino di casa.  Lo scritto contiene un incitamento alla resistenza contro il tiranno.  Alla porta di casa si presenta allora Cassio con altri congiurati incappucciati (Casca, Cinna, Metello, Decio, ecc), che Bruto riceve.  Si salda il patto tra i congiurati. Si decide di tener fuori dalla congiura Cicerone, che pure potrebbe appoggiarla, e di escludere dalla morte Marc’Antonio, perché l’obiettivo della  congiura non sono i corpi ma lo spirito della tirannide. Al battere di un orologio (sic!) che segna le tre di notte i congiurati decidono di sciogliersi e di darsi appuntamento alle otto del mattino, benché gli ultimi timori li facciano dubitare sul fatto che Cesare, negli ultimi tempi superstizioso, possa decidere di uscire di casa per recarsi al Campidoglio. Decio s’incarica di convincerlo. Rimasto solo in casa Bruto ha un colloquio con la moglie Porzia che gli chiede di essere messa a parte  del suo tormento interiore degli ultimi giorni, che non le è certo sfuggito, come non le è sfuggito il convegno notturno con uomini incappucciati. Bruto allontana la moglie con la promessa di aprirle il proprio cuore, e rimasto nuovamente solo riceve un altro congiurato, Caio Ligario col quale, ormai giorno, decide di recarsi a casa di Cesare.

Atto II, scena II
Roma. Una sala del palazzo di Cesare

Cesare teme i presagi. Incarica un servo di  correre verso i sacerdoti, di chiedere un sacrificio per lui e di interrogare gli aruspici. La moglie Calpurnia ricordando i cattivi presagi (una leonessa che partorisce per strada e  i sogni suoi e dei famigli) lo supplica di non uscire di casa. Cesare ha ormai deciso di uscire, solo i vili infatti temono il proprio destino, i valorosi vi vanno incontro, anche perché esso non può essere modificato. Di ritorno il servo annuncia che gli aruspici sono negativi, ché non è stato trovato il cuore nelle viscere della bestia sacrificata. Cesare interpreta il presagio in senso contrario perché, al pari di quell’animale, sarebbe egli senza cuore, se rimanesse a casa per paura. Ma Calpurnia in ginocchio riesce a fargli mutare opinione e a inviare Marc’Antonio in vece sua al Campidoglio. Entra Decio per scortare Cesare al Campidoglio. All’annuncio di Cesare che non andrà per via del sogno fatto da Calpurnia di aver visto la sua statua cadere e scorrere sangue nel quale il popolo intingeva le mani, Decio riesce a ribaltarne il significato, convincendolo che quello della moglie era un buon presagio, significando quel sangue la linfa del grande Cesare cui il popolo romano attingeva. Tant’è vero che il Senato lo attende  in Campidoglio per dargli la corona, e cosa avrebbe detto ai senatori, di aspettare che nuovi beneauguranti sogni  facesse Calpurnia? Cesare rompe ogni indugio e decide  di uscire. Sul limitare di casa e lungo la via del Campidoglio incontra tutti i congiurati e anche Marc’Antonio. Suonano (sic!) le otto.

Atto II, scena III
Roma, una via nei pressi del Campidoglio

Artemidoro legge un foglio dove è rivelato per filo e per segno l’intero complotto. Decide di consegnarlo a Cesare al suo passaggio

Atto II, scena IV
Roma, un’altra parte della stessa via, davanti alla casa di Bruto.

Entra Porzia che tenta di inviare il servo Lucio al Campidoglio al solo scopo di riferirle il comportamento di Bruto e degli altri. Un indovino incontrato per strada le comunica che vuole mettere Cesare in guardia, ma timoroso del pigia-pigia che sicuramente procurerà il passaggio di Cesare si mette da parte. Porzia intuisce che gli eventi stanno per precipitare ed infine riesce a mandare Lucio incontro a Bruto perché le possa riferire ciò che accadrà di lì a poco.

Atto III, scena I
Roma, il Campidoglio.Grande folla sulla strada che mena al Campidoglio e tra la folla Artemidoro e l’indovino. Una fanfara annuncia l’ingresso di Cesare, scortato da tutti i congiurati.

Artemidoro riesce a consegnare il suo foglio a Cesare. Ma lesto Decio gliene mette in mano un altro. Cesare decide di non leggere il foglio di Artemidoro. I congiurati stabiliscono di accostarsi a Cesare fingendo di porgergli una supplica. S’avanza Metello Cimbro. Ma Cesare lo redarguisce, ammonendolo che se è venuto a perorare la causa del fratello Publio Cimbro, bandito da Roma, egli non cambierà certo i suoi decreti. Anche Bruto s’accosta perorando la causa di Publio, e anche Cassio. Ma Cesare si dichiara fermo nella sua decisione “come la stella dell’Orsa Minore”. Tutti i congiurati accerchiano Cesare, e Casca è il primo a colpire Cesare con una  pugnalata al collo. Tutti colpiscono, Bruto per ultimo: « Et tu, Brute?… E allora cadi, Cesare!», sono le ultime parole di Cesare, che stramazza al suolo ai piedi della statua di Pompeo. Cinna inneggia alla libertà ritrovata e alla caduta del tiranno, mentre Bruto prima di  raggiunge i rostri, tenta un’allocuzione al popolo romano. Invita il popolo a bagnare le mani e le armi nel sangue di Cesare e a inneggiare alla pace e alla libertà ritrovata. Sopraggiunge un servo di Marc’Antonio che gli rende omaggio e sottomissione in nome del suo padrone. Bruto rimanda indietro il servo con l’ambasciata di rassicurare Marc’Antonio che egli lo stima e che se vuole può aggregarsi a loro. Ma ecco sopraggiungere Antonio, che rende omaggio alla salma di Cesare e che dice ai congiurati di non conoscere i loro disegni e che se vogliono ucciderlo vicino a Cesare ne sarebbe onorato. Bruto lo rassicura e conferma che il suo gesto, grondante pietà per Cesare, aveva tuttavia inclinato di più per la pietà di Roma, la cui libertà era minacciata dal tiranno. Antonio, dibattuto tra codardia, adulazione e  ultimi segni di sincero dolore per Cesare, si dichiara, con estremo tatto politico, dalla parte dei congiurati, stringendo ad ognuno le mani,  prima ancora di conoscerne e chiederne le ragioni del tirannicidio. Chiede però a Bruto, che magnanimamente e incautamente glielo concede, di portare il cadavere di Cesare al Foro e di farne l’epicedio. Alle obiezioni di Cassio che tenta di dissuaderlo da questa decisione Bruto replica che egli per prima parlerà al popolo e che ad esso egli spiegherà le proprie ragioni e che Antonio parlerà sì ma col suo beneplacito e con l’esplicita intimazione di non biasimare i congiurati. Escono tutti e rimasto solo Antonio piange sul cadavere di Cesare le sue lacrime più intime e sincere. Sopraggiunge un servo di Ottavio. Antonio gli chiede di aiutarlo a portare il cadavere di Cesare nel Foro ma anche di raggiungere il suo padrone  e di informarlo sui fatti accaduti e di suggerirgli  di non raggiungere Roma insicura al momento per lui. 

Atto III, scena II
Roma, il Foro.

I cittadini chiedono ad alta voce spiegazioni e soddisfazione per la morte di Cesare. Bruto affronta il pubblico uditorio. Ha amato egli Cesare, ma di più ha amato Roma. «Cesare m’ebbe caro, ed io lo piango; la fortuna gli arrise, ed io ne godo; fu uomo valoroso, ed io l’onoro. Ma fu troppo ambizioso, ed io l’ho ucciso. Lacrime pel suo amore, compiacimento per la sua fortuna, onore al suo valore, ma morte alla sua sete di potere!». Il popolo sembra inclinare per le ragioni di Bruto. Entra Antonio recando il cadavere di Cesare. Gli viene ceduta la parola. « Romani, amici, miei compatrioti, vogliate darmi orecchio. Io sono qui per dare sepoltura a Cesare, non già a farne le lodi. Il male fatto sopravvive agli uomini, il bene è spesso con le loro ossa sepolto; e così sia anche di Cesare». Antonio, da consumato retore e scaltro uomo politico riesce  a tessere le lodi di Cesare e a ribaltare in meriti quelli che sono vizi per Bruto, che è pure un uomo d’onore. Egli non è venuto per contraddire Bruto, certamente,  ma per dire tutto ciò che sa di Cesare (vedi per intero il grande discorso di Antonio nel box a fianco). Poi con consumata astuzia  retorica fa cenno al testamento di Cesare. Il popolo ne reclama allora la lettura integrale. Forte del consenso popolare Antonio rompe ogni indugio e scoprendo platealmente il corpo di Cesare ne mostra le ferite e i colpi di pugnale inferti da  quelli che adesso indica pubblicamente come traditori. Quindi il colpo di scena finale: la lettura del testamento di Cesare col lascito al popolo di Roma di settantacinque dramme pro capite e dei giardini di là del Tevere lasciati a godimento della cittadinanza tutta. Il popolo è in fiamme e porta in trionfo il corpo di Cesare, verso la cremazione e l’onore pubblico. I congiurati fuggono e Antonio va in direzione di Ottavio, annunciato da un servo.

Atto III, scena III
Roma, una via.
Il poeta Cinna che intende omaggiare Cesare viene scambiato dal popolo per il cospiratore, di cui ahimè è sfortunatamente omonimo, e tale è il furore popolare che il povero poeta viene fatto a pezzi.


Atto IV, scena I
Roma, in casa di Marcantonio.
Ottavio, Lepido e Antonio preparano la lista dei cospiratori da giustiziare, cui non sfuggono i congiunti sia di Ottavio che di Lepido. Uscito Lepido i due stringono un patto di spartizione del mondo che escluda costui,  ritenuto da Antonio «un individuo di spirito sterile, uno che si alimenta di rifiuti, di robacce, di false imitazioni che, scartate dagli altri, fuori uso, diventano per lui ultima moda». I due saldano il loro patto che li vede per intanto affrontare Bruto e i suoi che stanno assoldando truppe.

Atto IV, scena II
Davanti alla tenda di Bruto, nell’accampamento presso Sardi.

Bruto teme qualche tradimento da parte di Cassio. Da messaggeri apprende che la sua amicizia si sta intiepidendo. «Come sempre l’amicizia quando inizia a guastarsi ed a marcire s’ammanta di sforzata cortesia. La lealtà, quando è sincera e semplice, non ha trucchi; ma gli uomini insinceri
sono come i cavalli sfocazzanti guidati a mano, che fan grande sfoggio d’ardore e ti prometton chi sa che; ma quando son montati e sentono sui fianchi il duro sprone, abbassano la cresta e come pigri e rozzi ronzinanti deludono e falliscono la prova». Viene annunciato l’ arrivo di Cassio.

Atto IV, scena III
L’interno della tenda di Bruto

Bruto accusa Cassio di avere la mano sciolta e di vendersi le cariche pubbliche. Ma come, incalza Bruto, abbiamo ucciso l’uomo più potente della terra, perché proteggeva i ladri  per poi insozzarci le mani con basse regalie e « ridurci a barattare il grande spazio del nostro onore per una manciata
di vil metallo?» . I due hanno aspro diverbio, Bruto  rimprovera a Cassio di avergli negato il denaro che gli occorreva per pagare le truppe; Cassio lamenta all’amico un’asprezza di toni e di non saper sopportare le sue debolezze ma di metterle piuttosto in risalto. Dopo reciproco chiarimento i due si abbracciano riappacificandosi. Dopo l’intermezzo di un poeta pazzo che incita i due a riconciliarsi, Bruto rivela a Cassio la morte della moglie Porzia, che si suicidata ingerendo del fuoco. Messaggeri pervengono annunciando che il triumvirato ha messo a morte cento senatori e anche Cicerone e che ha radunato un grande esercito a Filippi.  Si ragiona con Bruto se sia meglio  sfidarli in battaglia a Filippi o attenderli dove si trovano a Sardi. Si opta per la prima. Andati via tutti Bruto si ritira nella tenda e al suono della cetra del servo Lucio, che tuttavia si addormenta  sfinito,  si abbandona  alla lettura quando gli appare lo spettro di Cesare che lo ammonisce: « Ci rivedremo a Filippi». Allarmato Bruto sveglia tutti e ordina che si  allerti Cassio  e che ci si metta subito in marcia per la battaglia.

Atto V, scena I 
La piana di Filippi

Ottavio e Antonio commentano lo strano ardimento della parte avversa di scendere in battaglia nella piana di Filippi piuttosto che attestarsi sul monte. Non è che un falso ardimento per Antonio. Ma prima della battaglia Bruto chiede un conciliabolo coi duumviri, ma ben presto il dialogo rende evidenti le ragioni di un impossibile chiarimento. Si scioglie la riunione e Cassio chiama i suoi e svela che è il giorno del suo compleanno. Da epicureo pentito dichiara altresì di avere avuto cattivi presagi e di prestare loro fede. A Bruto che entra chiede che cosa farà in questo giorno che potrebbe essere l’ultimo di sua vita. Bruto ritiene basso e vile anticipare la propria fine, ma certamente non accetterà di  essere condotto in ceppi a Roma. I due si salutano come se fosse l’ultima volta. 

Atto V, scena II 
La piana di Filippi

Un breve ordine di Bruto a Messala di  far avanzare le legioni dove l’ala di Ottavio gli appare in difficoltà.

Atto V, scena III
Filippi. Un’altra parte del campo

Cassio è trionfante per  la sua azione militare, ma Titinio lo avvisa che l’ordine di Bruto di attaccare l’ala di Ottavio s’è  rivelato intempestivo perché se ha avuto buon gioco su Ottavio ha scoperto le truppe di Cassio contro quelle di Antonio, che infatti gli sono addosso. Vistosi perso Cassio si fa trafiggere a morte dallo schiavo Pindaro. Il suo ultimo pensiero va a Cesare: « Sei vendicato, Cesare, con quella stessa lama che t’ha ucciso!», dice spirando. L’amico Titinio  nello scoprire il cadavere di Cassio si trafigge anch’egli. Allarmi, frastuoni di guerra, sopraggiunge Bruto che scorge subito i cadaveri dei due sodali. Rimanda le esequie.

Atto V, scena IV
Filippi. Altra parte del campo

Ultime resistenze dei ribelli. Il giovane Marco Catone urla la sua fede in Roma e il suo odio verso i tiranni. A lui si accompagna Bruto. Il giovane Catone si getta nella mischia ed è sopraffatto. 

Atto V, scena V
Filippi. Altra parte del campo

Bruto chiede ai suoi di ucciderlo. Ma sia Dardanio che Clito che Volumnio si rifiutano. Allarmi e frastuoni lontani. Bruto dà allora l’addio a tutti. «Da questa mia sconfitta avrò più gloria di quanta ne potranno derivare sicuramente Ottavio e Marcantonio da questa loro meschina vittoria. Addio a tutti». All’amico Stratone dà l’incombenza di tenere ferma la spada su cui si getta trafiggendosi. 
Entra Ottavio che rende omaggio al congiurato Bruto prendendo al suo servizio Stratone. Antonio trova  parole di  sincera stima verso Bruto, rispetto agli altri congiurati che agirono per mero interesse, privi di ideali: « Che di tutti loro fu il Romano di gran lunga il più nobile: tutti i cospiratori, eccetto lui, hanno agito così come hanno agito perché invidiosi contro il grande Cesare: soltanto lui, per onesto sentire e premuroso del pubblico bene s’è accompagnato a loro nell’impresa. Nobile è stata tutta la sua vita, e in lui Natura sì armoniosamente aveva mescolato i suoi elementi, da ergersi e proclamare al mondo:“Questo fu un uomo!” »
 Ottavio ordina di rendere adeguati onori militari al valoroso Bruto.

© lafrusta. Tutti i diritti riservati.Sinossi originale di A.S. Riproduzione vietata. 
Vietato il deep link. Copia registrata in "corso particolare". Autorizzato l'uso solo per scopi didattici o di studio personali. Sinossi condotta su traduzione italiana  di Goffredo Raponi tratta da LiberLiber . Pagina a cura di g.f.
 


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Triumviri dopo la morte di Cesare
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Senatori
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Congiurati
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Tribuni della plebe
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Tribuni della plebe
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Tribuni della plebe
Marlo Brando indimenticabile Marc'Antonio nel film
Giulio Cesare 
(Julius Caesar)

regia e sceneggiatura Joseph L.Mankiewicz
1953


James Mason è  l'intenso  Marco Bruto (qui ritratto con Deborah Kerr, nel ruolo di Porzia)   nel film Giulio Cesare 
(Julius Caesar), regia e sceneggiatura Joseph L.Mankiewicz, 1953.


Il Giulio Cesare di Mankiewicz non piacque granché a Roland Barthes, che ne scrisse in Mythologies scorgendo nell’artificialità hollywoodiana  delle frangette, tutta una romanità posticcia, e dove  «il segno  funziona in eccesso, si discredita facendo apparire la sua finalità».
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Ricordiamo che Cicerone  è autore del "De divinatione",
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