Gilberto Sacerdoti - Sovranità e sacrificio - Teologia e politica nell'Europa di Shakespeare e Bruno - Einaudi, Torino 2002
  
  Tutto nasce dalla scena più strana in una delle più strane commedie di Shakespeare. In Pene d'amor perdute  (Love’s Labour’s Lost ) c’è una strana caccia al cervo, commentata da due strambi personaggi (Oloferne e Nataniele), con frasi così criptiche che è difficile trovarne di peggio in letteratura.
Riassumendo, la Principessa, con poca voglia, caccia un cervo e lo uccide, Nataniele loda la Principessa perché ha praticato uno sport reverendissimo, Oloferne compone un epitaffio per il cervo, stabilendo che è un cervo di tre anni (vale a dire un sorel), e con witz invidiabile trasforma il cervo in cinquanta piaghe (sore + L), oltretutto un cervo di tre anni ha le corna triforcute e quindi porta sul capo il numero 33.  Da questo sfoggio di pedanteria, Sacerdoti parte per una cavalcata che da Platone, attraverso Averroè, Dante, Maimonide, Bodin e molti altri, arriva fino a Giordano Bruno ed alla lotta per la supremazia tra teologia e filosofia a cavallo tra Cinque e Seicento.

Cercherò di spiegare in breve il percorso di Sacerdoti senza svelare  troppo, perché, come nei libri della Yates, anche questo è così rigonfio di spunti che elencarli tutti toglierebbe troppo piacere alla lettura.
Che il cervo sia un’immagine del Cristo, secondo l’allegoresi del  Cantico dei Cantici , è cosa nota a tutti; l’uccisione o, se vogliamo, il sacrificio del cervo è una chiara metafora dell’Eucaristia, il fatto strano è che sia una principessa, all’interno di una commedia rappresentata davanti ad Elisabetta I, ad amministrare il sacramento e che i due chierici trovino la cosa buona e giusta.
Altra cosa che fa notare Sacerdoti è che gli altri personaggi della commedia sono: un Re di Navarra, chiaro riferimento ad Enrico IV di Francia, il quale nello stesso anno aveva emesso l’Editto di Nantes, ed altri cortigiani i cui nomi assomigliano a personaggi storici legati ad Enrico di Navarra ed alle guerre di religione francesi.
Dopo l’uccisione del cervo, la Principessa deplora l’atto, confessando di averlo commesso solo per amor di lode, al che un cortigiano ribatte: “Le maledette mogli non si prendono l’auto-sovranità solo per amor di lode, quando si sforzano di diventare signore dei loro signori ?”

La soluzione del giallo sta tutta nel concetto di self-sovereignity, con questa parola Shakespeare vuole indicare la completezza del potere esercitato da Elisabetta, potere politico e religioso al tempo stesso, come nessun laico aveva più esercitato dalla caduta dell’Impero Romano.  La lotta per la supremazia tra potere politico e religioso era stato il nodo centrale del pensiero politico nel medioevo, basti pensare alla lotta tra Impero e Papato, per affrancarsi definitivamente dall’ingerenza del Papa era chiaro che bisognava opporre clero a clero, come dice Campanella “contra la religione non vagliono armi, se non un’altra religione”.  Esattamente quello che fece Enrico VIII quando si pose a capo della Chiesa Anglicana.
Una volta affrancatasi dall’ingerenza papale, Elisabetta aveva però scoperto un altro potere pericoloso quanto quello romano: i numerosi papi di Ginevra; la Chiesa Presbiteriana, pur essendo su posizioni opposte rispetto al cattolicesimo, specialmente in materia eucaristica, era d’accordo sulla necessità della supremazia del potere religioso su quello politico.  Elisabetta era dovuta scendere a patti coni Puritani firmando i Trentanove Articoli, uno dei quali afferma che la Regina faceva in ogni caso parte del gregge della chiesa, sottoposta ad essa in materia di fede, per ovviare il problema, Elisabetta aveva difeso il sistema episcopale e posto a capo di esso i suoi partigiani.
Per essere realmente self-sovereign, Elisabetta avrebbe dovuto, come la Principessa scespiriana, uccidere lei stessa il cervo, in pratica amministrare direttamente i sacramenti e diventare anche capo spirituale della sua chiesa.

La storia dell’idea di self-sovereignity è la parte centrale e sostanziale del libro.
Dante nella  Monarchia  aveva confutato la superiorità del papato con argomenti sia legali che filosofici, ma aveva trovato solo una mezza soluzione, in quanto pensava che Papa e Imperatore potessero coesistere, il primo badando ai bisogni spirituali dell’uomo, il secondo badando a quelli terreni (che includevano anche la ricerca filosofica); questa soluzione bicefala non era applicabile in pratica dato che nessuno dei contendenti avrebbe accettato una diminuzione del proprio potere.  Necessitavano soluzioni più radicali.
Anche perché Tommaso D’Aquino, aveva già aggirato la soluzione professata da Dante, stabilendo che l’unica felicità conquistabile dall’uomo era il Regno dei Cieli e quindi la supremazia del potere spirituale, l’unico che potesse portare l’uomo alla beatitudine; visto che il monarca poteva occuparsi solamente dei bisogni secondari dell’uomo, ne conseguiva il primato del Papa.

Il punto focale del pensiero di Dante è che la filosofia doveva essere libera dalla giurisdizione della teologia. Da dove prendeva questo concetto Dante? Lo dice lui stesso: da Averroè.  Per Averroè l’unica verità è quella filosofica, dimostrabile per ragionamento, essa è superiore alla verità creduta per fede, da tutto questo deriva la superiorità della filosofia sulla teologia.  Questo concetto Averroè lo apprende da Al-Farabi che, gia nel X secolo, scriveva che, scopo della religione è “insegnare alla moltitudine le cose teoretiche e pratiche, precedentemente dedotte attraverso la filosofia, in modi che siano adatti alla limitata comprensione della massa”.  Dante quindi non è un vero averroista, per lui filosofia e teologia non sono in relazione di sudditanza ma separate, Dante evita di fare il passo successivo che l’avrebbe portato fuori del cristianesimo.  Al-Farabi, e dopo di lui Averroè, partono dalla  Repubblica  e dalle  Leggi  di Platone (il mondo arabo ignorava la  Politica di Aristotele), così come il greco affermava che i regnanti potevano usare bugie, invenzioni e favole per il bene della nazione, così i commentatori arabi arrivarono a postulare che la religione non è altro che un mezzo di governo per far capire alla massa quello che i filosofi capivano per ragionamento, attraverso allegorie favole e bugie.
Una simile filosofia non poteva non attirare le ire dei teologi e difatti Al-Ghazali scrisse una  Destructio philosophorum  con cui tacciò di empietà i filosofi, accusandoli di raccontare che Maometto aveva mentito ai fedeli; questo mise fine alla scuola di filosofia politica araba.  Un altro discepolo di Al-Farabi ebbe la stessa sorte: Maimonide, il filosofo ebreo autore della  Guida dei Perplessi ; nella sua trattazione del sacrificio mosaico, Maimonide afferma che fu soltanto un artificio per limitare la pratica del sacrificio di esseri viventi (anche esseri umani) così com’era praticato dai Sabei, limitando le vittime agli animali ed il carnefice al Sommo Sacerdote; Mosè aveva fatto una mossa politica dovuta al fatto che il popolo non era ancora sufficientemente maturo da comprendere l’abolizione totale del sacrificio. Maomonide affermava che Mosè si era inventato una favola per il bene della nazione, così come insegnato da Platone.
Anche Maimonide fu attaccato dai teologi, il suo libro venne segnalato all’Inquisizione, che provvide a bruciarlo; nel periodo della disgrazia della filosofia di Maimonide crebbe e prese piede la cabbala, secondo Sacerdoti, Scholem non vede il nesso tra Maimonide e cabbalismo, inteso come rigetto mistico della filosofia razionale.

A differenza che nel mondo arabo, il pensiero di Maimonide non risultò sterile ma fu il seme da cui poi sbocciò il  Trattato Teologico - Politico  di Spinoza.
Prima di Spinoza, un altro pensatore politico aveva ripreso le tesi di Averroè e Maimonide: Jean Bodin autore de  I sei libri dello Stato . Bodin è un vero machiavellico e Machiavelli è un’altra delle fonti del suo sistema politico Per Bodin la religione deve essere un rito patrio, tale da cementare l’unione del popolo e l’obbedienza al sovrano, il modello è sempre l’Impero Romano.
La religione di stato deve essere soltanto una facciata, in privato il suddito è liberissimo di credere e seguire il proprio credo, finché questo non interferisce con la sua fedeltà allo stato. In caso di interferenza da parte di una religione o in caso di un conflitto tra religioni, il sovrano doveva intervenire per stroncare simili turbamenti, restando sempre fedele alla religione di stato ed usandola come arma contro le altre.  Bodin è un interessante caso di trasformismo, capace con disinvoltura di professare la fede della parte al potere, Lega Cattolica o Ugonotti; capace di scrivere un trattato sulla supremazia del potere civile sulla religione ed al tempo stesso un trattato contro la stregoneria; una simile mescolanza di temi si ritrova nelle opere di Giacomo I, autore anch’esso di un’opera contro la stregoneria e di opere di politica.
I  Sei libri dello Stato  furono adottati come libro di testo a Cambridge e Bodin, durante l’ambasciata a Londra in occasione del possibile matrimonio di Elisabetta con il Duca d’Alencon, venne interrogato sui possibili metodi per armonizzare le differenti fedi dei futuri sposi e dei rispettivi popoli; Bodin portò ad esempio le politiche speculari di Teodorico e Teodosio nei confronti degli Ariani.

Arriviamo infine all’altro grande protagonista del libro, insieme a Shakespeare, Giordano Bruno. Durante il suo soggiorno londinese, Bruno scrisse un dialogo filosofico che ha notevoli analogie con  Love’s labour’s Lost :  Lo Spaccio della Bestia Trionfante .
Nello  Spaccio , Bruno dice un sacco di cose: filosofiche, politiche, mistiche; tra le molte cose parla anche di caccia.  Nel suo generale riordinamento delle nequizie celesti, rese tali dal cristianesimo che ha travisato la legge naturale (specialmente quello riformato che non ha nemmeno l’utilità pratica del cattolicesimo), Giove riceve da Momo la richiesta che la caccia venga rivalutata e considerata “una virtù, una religione, una santità, e che grande sia onore a uno per essere carnefice, ammazzando... una bestia selvaggia”.  Elisabetta era un’appassionata cacciatrice di cervi, qui ritroviamo un altro personaggio che vuole santificare il passatempo della regina, che Bruno in altre opere chiama “unica Diana”.
Giove esaudisce la richiesta di Momo e stabilisce che “l’esser boia di bestie selvatiche sia onore, reputazione buona e gloria” così come in  Love’s Labour’s Lost  la Principessa, versando il sangue del cervo, commette un “crimine” che viene definito “reverendissimo” dal curato e ne riceve “lode, gloria e fama”.
In questo modo Elisabetta/Principessa/ Diana si prende la prerogativa sacerdotale del sacrificio, E/P/D conquista la self-sovereignity e si libera di quei signori che, da Samuele in poi, avevano fondato la superiorità sui Re basandosi sul monopolio del sacrificio.

Sembra che in questo modo Elisabetta abbia avverato il sogno dantesco, facendo dipendere il suo potere “immediatamente da Dio”.  Perché allora, parla in termini di “detestabile crimine” riferendosi al sacrificio? Quale sacrificatore parlerebbe in tal modo dell’atto che santifica il suo potere?
Perché Bruno e Shakespeare non seguono Dante, ma quanti, da Platone in poi, hanno visto nella religione e nelle sue cerimonie, solamente favole, bugie e bagatelle, atte soltanto a rendere chiari, alla massa del popolo, concetti e regole altrimenti incomprensibili, ecco perché Bruno, pur disprezzandole, le definisce “sacrosante bagatelle”.
Elisabetta era sicuramente in possesso di una copia dello  Spaccio,  Love’s labour’s Lost  venne rappresentato a Corte nel Natale del 1598.  Attraverso la scena della caccia, Bruno voleva esaltare Elisabetta che aveva raggiunto la self-sovereignity; Shakespeare ne copiò l’allegoria per incensare Elisabetta davanti agli ambasciatori riuniti.
Pur essendo il filo conduttore del libro, la scena della caccia non rappresenta che il tronco da cui si dipartono innumerevoli rami, Hobbes e Spinoza sono discussi in dettaglio ed anche il buon vecchio Machiavelli ha la sua parte L’unico appunto che mi sento di muovere a Sacerdoti è il voler considerare l’ermetismo di Bruno solo una facciata, solo una favola da usarsi per rendere più comprensibile il suo pensiero filosofico, ma questo significa non considerare le opere magiche di Bruno che, a questo punto, perderebbero la loro ragione d’essere, se non fossero credute utili e reali; perché usare una favola che abbisognava di più spiegazioni che non le razionali filosofie che, secondo Sacerdoti, erano l’unico vero interesse di Bruno?
Henry Newbolt
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Esempio 1
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dal 25 luglio 2003
"Amleto", "Re Lear", "Misura per misura": le tre opere di Shakespeare sono presentate nella collana "I libri dello spirito cristiano" diretta da don Luigi Giussani perché il grande drammaturgo inglese ha un segreto. Questo segreto è come un abisso, che sta sotto la moltitudine di storie con cui ha tessuto la sua tela. Queste tre opere sono aclune delle possibili vie per accostarsi a quel segreto. Vie godibili, piene di scorci di poesia e di pathos, di sorriso e di divertimento. E pur vie che conducono a una specie di abisso. A quello che può esser chiamato il "dramma della libertà". 
In "Pene d'amor perdute" di William Shakespeare c'è una scena celebre per la sua oscurità che, se messa in rapporto con quanto Giordano Bruno aveva scritto nell'Inghilterra di Elisabetta I, consente la messa a fuoco del maggiore problema politico dell'Occidente cristiano sconvolto dalle guerre di religione: la fondazione della sovranità autonoma dello Stato secolare - un problema che per tutto il secolo XVII continuerà a essere al centro del pensiero di Hobbes e Spinoza, e che comportava l'ineluttabile scontro delle autorità secolare e religiosa, cattolica o riformata. Partendo dai concreti tentativi di soluzione di quel problema in Inghilterra, Francia e a Venezia, Gilberto Sacerdoti ne porta alla luce le radici intellettuali: da un lato il conflitto fra Papato e Impero, dall'altro il ruolo giocato non soltanto dall''averroismo latino', ma anche dalle originarie fonti di quel pensiero islamico-ebraico medievale in cui la filosofia aveva per la prima volta rifiutato di essere ancella della teologia. Dietro Bruno, Bodin e Sarpi emergono a poco a poco le figure di Averroè, Maimonide e Al-Farabi. 

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