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Gianni Sibilla – I linguaggi della musica pop – Bompiani, Milano 2005

Mi sono accostato a questo libro nell’ingenua attesa di trovare una risposta a una piccola domanda che mi era sorta spontanea davanti alla vetrina di  una gioielleria della mia cittadina dove Vasco Rossi appariva in una locandina pubblicitaria di gioielli: « Perché il geniale e grande Vasco Rossi, che ha esordito con una vita spericolata, che voleva una vita come Steve Mc Queen, che si sfiniva come un poeta maledetto francese al Roxy bar, è finito col pubblicizzare  questa  linea di gioielli e diamanti per damazze della borghesia?». Forse perché, come cantava spudoratamente Lady Gaga in quel momento (la voce della cantante pop proveniva dal cellulare di mio figlio adolescente) “Thats money honey/Thats money...so sexy”, e quindi al di là del ribellismo e maledettismo “al lambrusco” del rocker più famoso nostrano c’è l’orizzonte umano troppo umano del denaro,  com’è giusto che sia? Ma perché, allora, non cantare l’integrazione piuttosto che la ribellione? Da subito, la prima volta che si sale sul palco: scrivere e cantare l’umano eroismo, la vera vita spericolata,  di chi si reca a lavorare ogni giorno in banca? Bianciardi che sfotteva l’integrazione (ci ha scritto anche un libro con lo stesso titolo) visse da drop out e morì da drop out, poveretto. Si fa fatica a  immaginare il maledetto toscanaccio di Grosseto collaborare al Corriere e girare una pubblicità per i vestiti della Lebole come un Gad Lerner e un Vittorio Feltri qualsiasi. Voglio dire che questo slittamento progressivo semantico (che si conclude con una aperta  infrazione  al codice culturale, ermeneutico,  proairetico: nozioni di Roland Barthes)  della sua narrazione pubblica, desterebbe lo stesso stupore di un Vittorio Messori che si proponesse per una réclame di profilattici.
Si sta dove il destino o noi stessi ci siamo collocati? Non saprei rispondere: so che il maledettismo è consequenziale e irriducibile o non è, dice no all’ethos borghese fino alla fine, altrimenti è un vorrei ma non posso, il vagheggiamento e contrario di un mondo ambito. Senza tacere che  il pifferaio di Hamlin è sempre in agguato: si zufola e si portano tutti i topini al fiume, ma lo  zufolatore no, e fa marameo.

Ma dunque, non sarà per caso una truffa tutta la finto- ribellistica canzone rock? E poi altra domanda: quanta sottocultura (piuttosto che controcultura come affermano i più spinti fan del rock) c’è nel rutilante e pervasivo mondo della musica pop oggidì?
Preso il libro in mano,  Sibilla  ha stoppato subito e brutalmente  la mia domanda- illazione, ispiratami peraltro da  Adorno, Marcuse, Arbasino  che leggono la produzione e il consumo della musica pop come un unico progetto del “sistema” di sedare, tramite la sublimazione repressiva del consumo, anche di quello musicale dunque,   una massa in preda a tempeste ormonali e potenzialmente ribelle, e renderla “totalmente amministrata”,  deliberatamente e strumentalmente  concedendo ad essa l’ossicino della finta “liberazione” dei movimenti da taranta dei rocker furbi che cantano la ribellione e l’irregolarità, e poi tutti in banca (la loro!). 

Sibilla mi dice che questa domanda-pretesa di lettura unicamente sociologica (e per giunta di conio apocalittico-francofortese) non è esaustiva, forse anche riduttiva. Sicuramente  è una lettura trascendente, poiché «si occupa principalmente delle forme del consumo della musica pop, individuando il suo significato all’esterno del testo, nella sua fruizione» (p. 81). Peraltro verso c’è una lettura immanente, quella proposta dal modello  semiotico-musicologico basato sulla notazione del testo musicale, anch’esso largamente inadeguato. «Sia l'assunto musicologico/semiologico che quello sociologico generano quindi un'analisi ideologica della musica pop: parziale e viziata dalla precomprensione teorica dell'analista» (p.97).

Il tentativo di questo libro è invece quello di proporre  un’analisi socio-semiotico-narratologica, non immanentistica e trascendente dunque, ma entrambe. « Analizzare i linguaggi della musica pop in chiave socio-semiotica significa innanzitutto considerare la musica stessa come un’esperienza narrativa». (p.99). Sibilla intende innanzi tutto estendere alla musica pop la strumentazione della linguistica strutturalista ai linguaggi non verbali, in particolar modo a quello iconico, come avevano già fatto Christian Metz  con il cinema e Roland Barthes con la moda e la fotografia. Inoltre  per Sibilla la canzone pop si propone come un racconto. In conclusione:   in quanto testo non esclusivamente verbale (conta la parola ma anche la musica e l’interpretazione) la canzone pop chiede un’analisi semiotica e, in quanto racconto,  un’analisi  narratologica. Questo è lo scenario culturale e accademico (più di 200 testi citati in bibliografia) cui Sibilla sottopone quelle che un po’ tutti da tempo abbiamo imparato a capire che non “sono solo canzonette”. Infatti: «Capire la musica pop non significa solo ascoltare un brano musicale, né concentrarsi esclusivamente per capire chi lo ascolta. Significa capire un’esperienza più complessa, che coinvolge testi e teste – messaggi e persone – e i canali che permettono ai testi di arrivare alle teste. La musica pop, quindi è un fenomeno testuale, ovvero fatto di testi; è un fenomeno sociale che coinvolge gruppi di persone generando degli effetti su di essi; è un fenomeno mediale: i testi raggiungono delle persone grazie a diversi mezzi di comunicazione». (pag. 98)

Da qui l’esigenza di tentare un' analisi dei linguaggi della musica pop, dove il plurale non è messo a caso, poiché si tratta di cogliere diversi ambiti del discorso e d’interpretazione.  Vedremo che Sibilla costruirà uno schema dopotutto formalistico-trascendentale, dove in ultima istanza, e  adottando il  suo costoso linguaggio accademico, trascurerà proprio l’ambito trascendente (quello sociologico, quello che avrebbe, però, fornito una risposta alla domanda sullo  sviamento iconico di Vasco Rossi ). Uno schema, occorre avvisare il lettore che si imbatterà in questo volume,  che trascurerà quasi del tutto la canzone italiana propriamente detta, concentrandosi, forse per l’abbondanza della letteratura specialistica a disposizione e per il carattere planetario del fenomeno, soprattutto sul mondo anglosassone. 

Innanzi tutto chiarezza definitoria (terminologica e lessicale). Cosa intende Sibilla per musica pop? I fanatici del rock, quello maledetto, quello di Simpaty for the Devil avranno un dispiacere. Sibilla ricomprende nella locuzione “musica pop”: 1) il rock con tutti i suoi sottogeneri; 2) la cosiddetta musica leggera; 3) la popular music; 4) la musica pop propriamente detta, quella largamente di consumo senza   pretese di autenticità e verità, quella che non vuole salvare il mondo, né suggerirgli modelli alternativi, la musica che – orrore! – piace di più a me: lieve, disimpegnata, scacciapensieri, grevemente di consumo, grevemente pop. Da qui la definizione capitale: «La musica pop è un macrogenere musicale contemporaneo che ricomprende tutti i sottogeneri specifici della canzone popolare sviluppatosi a partire dall’avvento del rock ‘n roll, contraddistinti dalla diffusione intermediale su supporti fonografici e mezzi di comunicazione». (p.29). Al di là delle sottigliezze dei generi e dei prevedibili risentimenti soprattutto dei rocker che hanno creduto di opporsi a tutto il resto (hanno parlato perciò di controcultura)  e  dove a distinguersi è solo la prevalenza delle chitarre sulle tastiere e una particolare interpretazione aggressiva, Sibilla ha ragione a unificare tutti i generi musicali nati tutti a partire dagli anni ’50 in America sotto un’unica etichetta. Egli opera questa unificazione terminologica a partire da un dato squisitamente sociale, ossia focalizzando il fatto che a partire da quel decennio del secolo scorso – e ci sarebbe anche una data spartiacque , il 9/9/1956,  data di partecipazione di Elvis Presley all’Ed Sullivan Show – tale musica è prodotta, destinata, consumata esclusivamente da giovani che attraverso di essa  effettuano il proprio processo di socializzazione che li differenzia e li oppone al mondo degli adulti ed in seguito, sviluppandosi e ramificandosi, li differenzierà e opporrà ad altri giovani ( a me piace il pop più canaglia a te il rock più duro e satanico, a quell’altro il grunge, ad altri ancora il punk etc: tribù e sottotribù, ma tutti giovani, ossia esonerati per un periodo della vita dalla leva della produzione capitalistica).

Ciò stabilito Sibilla avvia un modello di analisi della musica pop di uno schematismo ferreo, degno dello schematismo trascendentale di Immanuel Kant. Il suo schema  socio-semiotico-narrativo   prevede ben sei luoghi del racconto musicale: 1) la canzone registrata; 2) la performance; 3) la stampa musicale; 4) la radio; 5) i media visivi; 6) i new media. Per ogni “luogo” del racconto musicale corrispondono altri sei  livelli narrativi: 1) il contesto; 2) i singoli testi; 3) il paratesto; 4) l’intertestualità; 5) l’intermedialità; 6) la macro-narrazione. Insomma lo studente del DAMS (questo libro è accolto nella collana “Strumenti Bompiani” diretta da Umberto Eco) dovrà ricordare ben 36 momenti testuali di questo volume se vorrà passare l’esame o se vorrà comprendere in pieno il fenomeno della musica pop, innocente motivo per cui da parte mia l’ho abbordato.
Ho terminato la lettura del  libro - che ho letto tutto, da cima a fondo,  con un impegno da studente universitario  secchione pur non essendo tale-,  con grande fatica e con grande dispendio di energie intellettuali. Gli schemi aiutano, ma mancando il brio, la leggerezza espositiva e una capacità sintetica di fondo, soffocano un po’ tutto e spengono l’interesse iniziale.  Ma il testo, ripeto – e stenterete a crederlo – è un compendio accademico, un tosto testo compilativo. Tende a  sistemare in una griglia ermeneutica molta letteratura specialistica, con un occhio rivolto agli accademici, veri lettori impliciti com’è usale tra i figli di Academo,  e uno, sadico, agli studenti: giusta punizione per i giovani iscritti al DAMS o ad altre facoltà di comunicazione, dove mi consta che questo volume è adottato; giusto castigo per chi  ha  creduto di eludere Kant ed Hegel o  le pandette e il sinallagma, e si troverà  davanti a un argomento leggero e a un pesantissimo testo cattedratico.  
Alfio Squillaci

Esempio 1
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dal 7 febb 2010
Docente di Teoria e tecnica dei nuovi media presso l'Univeristà Cattolica di Brescia e coordinatore scientifico del Master in comunicazione musicale per la discografia e i media dell'Università Cattolica di Milano, Gianni Sibilla concentra la sua attenzione sui linguaggi della musica pop. Il volume tenta di spiegare come comunica la musica pop, in che modo i mass media contribuiscono a narrare racconti fatti di canzoni e musicisti-star; l'autore parte da una ricostruzione del contesto socioculturale della musica pop per arrivare, attraverso un'analisi delle questioni, dei metodi e dei termini in gioco, a offrire uno sguardo inedito su questo oggetto ubiquo, uno dei maggiori racconti sociali del nostro tempo. 
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