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Viktor  Šklovskij  - Zoo o lettere non d'amore - Sellerio, Palermo 2002

Sull'indicibilità dell'amore.
Ci sono delle cose che non si dicono. Nominarle, significa andare a
prenderle dal caldo Assoluto in cui sono distese, e sottoporle a leggi
piccole, a unità di misura; significa delimitarle con contorni, e sono
invece cose che vivono di sfumature.
L'amore non si dice.

Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l'ultimo gradino...

Ora è sparsa l'acqua della vita
e tutta la lunga scala è da ricominciare
T' ho barattato, amore, con parole.

E' l'inizio di una poesia di Cristina Campo, ed ecco tutto l'inesorabile senso di irreparabilità  per aver pronunciato ciò che non si deve.

Ho letto questo libro di Sklovskij affascinata da questa suggestione:
scrivere d'altro per scrivere d'amore. C'è un uomo che ama una donna. Lei, pur chiamandolo «mio caro, mio amato», non vuole il suo amore. Lei è lieve, sfuggente e crudele. «Forse il tuo amore è grande - gli dice - ma non è gioioso». Oppure: «Smetti di scrivere quanto, quanto, quanto mi ami, perché al terzo 'quanto' comincio a pensare a qualcos'altro». Lui comprende, ma l'ama. E allora comincia a scriverle d'altro. Di Berlino, dei russi, delle automobili, della poesia, del tempo, delle parole, «dell'anello attraverso il quale passano i pensieri dell'autore', del principio della relatività, delle fiabe, e di cose così.
Eppure, questo è il libro più innamorato che io abbia mai letto.

Scrive come se tenesse per mano la sua Alja, mentre filtra il mondo con la
sua scrittura per offrirlo a lei. Il mondo scritto, il mondo sotto forma di
parole. Non posso dirti l'amore, pare voler dire, e allora ti confeziono il
mondo sotto forma di testo letterario, e te ne faccio dono.
E nel mondo, nel suo mondo, ci sono i poeti, prima di tutto.

C'è l'immagine di Velemir Chlebnikov dilaniato dalla sofferenza d'amore, che «era simile a un uccello malato, scontento che lo si guardasse». Di
Chlebnikov si parla nella lettera quarta, fra le più belle. Si parla della
sua morte e della sua poesia, dell'iscrizione sulla sua croce tombale
(«Velemir Chlebnikov, presidente del globo terrestre»); il ritratto dolce e
intriso di nostalgia dello stralunato poeta si intreccia con  riferimenti
molto puntuali al mondo letterario dell'epoca, per scivolare verso
considerazioni amare sulla pena d'amore che sembra attraversare entrambi:
«La vita è sistemata bene, come un nécessaire, ma non tutti riescono a
trovarvi il proprio posto al suo interno. La vita tenta di adattarci gli uni
agli altri e ride quando noi siamo attratti da chi non ci ama. Tutto ciò è
molto semplice, come i francobolli.»

Svolge in assoluta fede il compito che lei gli ha assegnato: non scriverle,
non telefonarle. E in questa condizione di eterno turno di guardia, le parla
di Andrej Belyj, anche stavolta oscillando fra una precisa analisi critica
della sua opera e il ritratto affettuoso del poeta, un uomo «quasi timido,
preliminarmente d'accordo su tutto», gli occhi come fessure e la scrittura
dotata di «un metodo pieno di forza, incomprensibile a lui stesso». E lo
vediamo questo Boris Bugaev, così si chiamava davvero Andrej Belyj, una
specie di angelo nevrotico, un ritratto che tanto somiglia ad altri, letti
altrove, di Mandel'stam. Ma noi ci figuriamo questo poeta, e Sklovskij sta
già parlando di antroposofia, due righe più sotto.

«Io sono un salvadanaio per le tue parole», le dice, e con questo vorrebbe
dire piuttosto quanto gli sono care le sue lettere, ma non può. Le parla
della forza di trazione delle automobili, paragonata a quella dei
transatlantici, con considerazioni di natura tecnico-poetica di questo
genere: «Dev'essere molto bello danzare su un pavimento che si muove e,
quando i pensieri restano un po' indietro rispetto al movimento (come fa il
cuore su un ascensore che scende), baciarsi e pensare». Questo dopo aver confrontato la trazione di una Fiat rispetto a una sessanta cavalli
Mitchell. Nella stessa pagina, arriva a parlare della trazione della storia. E al poeta che meglio riesce a  dirla, Boris Pasternak, i cui versi hanno la
trazione dei treni che si arrestano improvvisamente, hanno il rumore di
barre d'acciaio che si ammassano una sull'altra. E ancora, la rassegnata amarezza del suo stato di emigrato esule, l'assoluta assenza di trazione che è nella condizione dell'emigrazione russa a Berlino, che non va da nessuna parte, che non ha destino, ineluttabile come una condizione esistenziale.
Le lettere sono ventuno, e si parla di ogni cosa. Alcune sono di Alja, e di
queste quasi tutte sembrano avere la funzione di riportare il lettore al
contesto/finzione in cui il libro è nato: il divieto di parlare d'amore. Poi
ce ne sono altre che non si devono leggere, e nell'introduzione si spiega
esattamente perchè non bisogna farlo. Ma la lettera è lì, e uno la legge.
Subito dopo tre pagine solcate da una grande X rossa a tutta pagina. Anche quella è una lettera da non  leggere; ma fra i segni rossi si può leggere, e io ci ho mescolato i miei segni di matita, a sottolineare certe espressioni particolarmente care.

So che ci sarebbe da fare tutto un discorso sulla finzione letteraria.
Bisognerebbe inevitabilmente tirare in mezzo Barthes. Ci sarebbe da
considerare la definizione di antiromanzo, ci sarebbero da percorrere
diversi livelli di lettura, più o meno trasversali. Poi bisognerebbe fare
anche qualche riflessione sul gioco dell'inganno svelato e del lettore
consapevole, qualcosa anche su quanto il lettore entri nel gioco quando lo
scrittore propone un inganno e il suo svelamento. Poi si potrebbe sviluppare proprio questo punto, la libertà del lettore: seguire l'inganno o lo svelamento? In ogni caso è cadere nella trappola tesa dallo scrittore, e
cade anche il concetto di libertà del lettore. So che bisognerebbe parlare
di tutto questo: stiamo parlando di Viktor Sklovskij.

Ma il fatto è che io ho voluto credere al primo, banale, letterale livello
di lettura di questo libro, e fino in fondo mi sono lasciata trascinare dal
fascino di tutto quel parlare d'altro, solo per parlare d'amore.

Eusebia Parrotto





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Esempio 1
Il libro in breve
Berlino 1923. Una donna rivolge a un uomo innamorato il rimprovero più doloroso: "il tuo amore è grande ma non è gioioso" e gli vieta di scriverle d'amore. L'uomo allora comincia a scriverle lettere non d'amore. Questa finzione è il nucleo si "Zoo", romanzo in lettere del fondatore del formalismo russo. Da essa si sivluppa un ininterrotto divagare e vagheggiare intorno a un esilio berlinese, un serraglio di giovani e meno giovani che non sopportano la lontananza dalla patria russa, una comunità riunita in un quartiere a ridosso della città tedesca; da queste due circostanze il titolo: ritratti di artisti, scene di vita, incontri, cose viste e lette; un parlar d'altro fitto di riferimenti e citazioni nascoste, in uno stile ironico e trepidante.
Vedi anche dello stesso autore su IBS:
Viktor Šklovskij  C'era una volta
Il Saggiatore, Milano 1994

Qui

E' un libro di memorie, di rapide biografie d'amici e compagni, di confessioni. Fantasmi, statue, folle rivivono tra lungofiumi di granito, piazze e chiese; aeroplani, tram, balie, guerre, rivoluzioni, funerali, poetiche si uniscono a ricostruire un'epoca. La memoria di Šklovskij si arresta alla giovinezza, ma il ricordo è filtrato attraverso il setaccio di chi ha visto, sperimentato e sofferto molto, di un vecchio pieno di acciacchi che ancora chiede alle oche-cigni di portarlo con loro, lontano.

Viktor Šklovskij  Teoria della prosa
Einaudi, Torino 1981

Qui

Teoria della prosa (1925) è l'opera più famosa di Viktor
Šklovskij, massimo rappresentante del formalismo. A lui si deve la messa a punto di concetti basilari come quello della natura puramente convenzionale dell'opera d'arte in quanto somma di artifici, e come quello di straniamento.
"Primo passo verso il superamento storico dell'opposizione fra la visione formale e quella contenutistica dell'opera d'arte", questo libro agressivo e inquieto, ricco di paradossi e di sorprese, viene qui presentato in una edizione che si segnala per l'introduzione scritta appositamente da
Šklovskij per i lettori italiani, brillante capitolo insieme critico e autobiografico; e per l'acuto saggio di un altro grande studioso, Jan Mukafovsky, apparso in rivista nel 1934, e anch'esso inedito in Italia.

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