Dava Sobel - Longitudine - Rizzoli - Milano 1999
“Il tempo sta all’orologio come l’intelligenza sta al cervello. L’orologio, grande o piccolo che sia, grossa pendola o delicato gingillo, in qualche modo contiene il tempo. Tuttavia il tempo si rifiuta di essere imbottigliato come il genio della fiaba che viene ficcato dentro una lampada. Quello che possiamo sperare da un orologio è che ne registri il flusso, nient’altro. E poiché il tempo ha il suo ritmo, come il battito del cuore o il ciclo della marea, gli strumenti per misurarlo non lo trattengono, al massimo stanno al passo, se ci riescono.”
Così scrive Dava Sobel nel suo ultimo libro Longitudine vincitore del premio Pulitzer, dove si narra dell’ avventurosa storia della determinazione della longitudine durante i viaggi per mare, problema che fino a oltre la metà del settecento avevano affrontato con scarsa fortuna grandissimi fisici e astronomi, come Galileo, Newton e Halley. Un vero piccolo intrigo internazionale che fu risolto da un geniale orologiaio dilettante inglese, John Harrison, il cui ritratto fiero e orgoglioso fa bella mostra di sé nel museo di Greenwich, l’Old Royal Observatory , che si trova nell’omonima cittadina a due passi da Londra ( basta mezz’ora di metropolitana), dove il Tamigi fa una profonda curva verso sud, in cima ad un colle. In quel luogo numinoso e relativistico dove s’incontrano il mondo degli dei e della scienza, dove lo spazio e il tempo si incrociano misteriosamente, sotto un piccolo edificio di mattoni rossi, tipicamente inglese, c’è uno spezzone di rotaia di rame, la più famosa rotaia del mondo, quella che segna il meridiano fondamentale, la longitudine zero, e stando a cavallo della stessa, potrete mettere un piede nell’emisfero est od ovest del mondo.
Già lungo il percorso, percorrendo la salita, in mezzo agli alberi, si nota una specie di campanile con una palla rossa. È la Greenwich Time Ball e regola gli orologi di tutto il mondo. Alle 13 in punto la palla rossa viene issata sulla cima del pennone. È l’ora in cui i marinai inglesi regolano gli orologi. E di un orologiaio, narra questo libro di Dava Sobel, tracciando i contorni di una figura, John Harrison, a cui tutta la storia della navigazione dovrebbe fare un monumento. Infatti, chi conosce le cose di mare, o anche solo chi fa della curiosità una delle sue ragioni di vita, sa che la determinazione della longitudine, cioè la distanza di un punto sulla Terra da un meridiano di riferimento, è un problema che ha sconvolto, fino al diciottesimo secolo, le menti di scienziati e navigatori, che vedevano le navi schiantarsi sugli scogli, a causa delle errate determinazioni delle loro posizioni sul mare, senza poter fare niente. I naviganti, fin dalla remota antichità, grazie alle naturali carte del cielo e, via via, agli insegnamenti degli astronomi, grazie al sestante, arrivavano a fissare con precisione la latitudine delle loro navi e, se si eccettua l’effetto collaterale dei danni alla vista che alla lunga dava guardare verso il sole (come testimoniano le bende nere dei pirati, che nascondevano occhi rovinati proprio da questa pratica), il sistema era efficace. Ma per fare il punto nautico mancava egualmente un dato essenziale: la longitudine. Le navi, pur riconoscendo la loro posizione rispetto al Polo Nord o al Polo Sud, o all’Equatore, perdevano il senso della loro distanza da Londra o da New York, dalla Cornovaglia o da Lisbona, spesso andando incontro a naufragi disastrosi. Per risolvere la questione della longitudine il re Carlo II fondò nel 1675 il Royal Observatory, scegliendo un colle di proprietà reale, non lontano da Londra, ma abbastanza alto perché l’osservazione delle stelle fosse efficace e abbastanza distante perché la luce della grande città non infastidisse l’ osservazione. Passarono anni, ma senza risultati, finché, dopo l’ennesima tragedia (quattro navi da guerra britanniche si incagliarono in un unico gigantesco incidente proprio vicino alla madrepatria, in acque che avrebbero dovuto essere familiari per loro e duemila uomini persero la vita), il Parlamento inglese varò una legge “ad hoc” con cui si mettevano in palio 20.000 sterline di premio, circa venti miliardi di lire attuali, per chi avesse trovato un sistema pratico e utile per determinare la longitudine in mare. Fu istituita una commissione scientifica presieduta da Sir Isaac Newton, allora 72enne, e dal suo amico astronomo Halley ( quello della Cometa). Il premio era ambito e scatenò la fantasia e l’ingegno dei più bizzarri concorrenti: ci fu chi propose di fissare delle navi boa ancorate a distanze fisse nell’Oceano , chi fece calcoli astronomici di distanza dalla luna e ci fu chi propose di far uso di una polvere ‘simpatica’ che cicatrizzava all’istante le ferite provocando lancinanti dolori. Si portava a bordo una cane ferito. Una persona a terra, a mezzogiorno preciso, intingeva la benda. Il cane, sia pure a molte miglia di distanza, avrebbe ugualmente guaito per il dolore e avrebbe dato il segnale che a Londra era mezzogiorno. Newton aveva indicato due metodi scientifici, il primo di natura astronomica e consisteva nel conoscere “le distanze lunari”, ossia la distanza tra Luna e Sole, per i rilevamenti diurni, tra Luna e stelle per i rilevamenti notturni: grazie alla legge di gravitazione universale, formulata dallo stesso Newton, i moti della Luna erano divenuti più comprensibili, ma il calcolo di queste distanze era tutt’altro che facile. Il secondo metodo necessitava di un orologio che segnasse il tempo con assoluta precisione. Conoscendo a bordo della nave l’ora di Londra e confrontandola con quella locale, rilevabile dall’altezza del sole, sarebbe stato possibile sapere la differenza di longitudine tra Londra e la posizione della nave.
Sedici anni dopo il varo della legge, un orologiaio dilettante, John Harrison chiese e ottenne di parlare con il Presidente della Commissione, Sir Edmond Halley ( Newton era morto tre anni prima) a cui sottopose il progetto di un orologio marino, un cronometro da portare in viaggio sulle navi, che segnasse il tempo senza che il rollio delle onde o gli scossoni delle tempeste, o il caldo o il freddo, l’umido e l’asciutto, incidessero sulla sua precisione. Mantenendo esattamente il tempo del porto di partenza e confrontandolo con l’ora locale, scandita dal sole, si poteva dedurre la posizione longitudinale della nave. Halley lo incoraggiò e Harrison ci mise ben cinque anni, ma alla fine riuscì a costruire l’H 1, dall’ iniziale del suo cognome e dal numero dei tentativi. Ma il suo number one (un orologio di 34 Kg.) era ancora troppo grande, costoso e complesso per poter essere facilmente utilizzato. Lo strumento fu sperimentato durante una traversata da Londra a Lisbona sulla nave “Centurion” ma, sebbene il risultato fosse positivo, la piccola differenza di longitudine tra le due località non ne garantiva le prestazioni, e quindi Harrison ottenne solo un modestissimo anticipo sul premio promesso, a titolo di incoraggiamento per la messa a punto di un secondo modello, che pure ricevette un secondo premio parziale. Ci vollero quasi vent’anni per poter costruire un altro esemplare che avesse le stesse caratteristiche ma di dimensioni e costi notevolmente inferiori, ma alla fine il tenace orologiaio inglese la spuntò, con il suo quarto cronometro, il famoso number four, un bel cronometro piatto del diametro di circa 12 cm, non molto diverso dagli orologi da taschino usati fino a qualche decennio fa.
Fu sperimentato la prima volta sulla nave Deptford in viaggio verso le Indie Occidentali, con grande successo, e una seconda sulla Tartar, ma il premio completo ancora non venne corrisposto ad Harrison ( gli fu riconosciuto solo nel 1790, poco prima che morisse), perché il Board volle una verifica degli ingranaggi del cronometro da parte di un gruppo di esperti.
Oggi gli orologi di John Harrison sono conservati nel museo di Greenwich, perfettamente funzionanti, ed ogni mattina sono regolarmente caricati dal curatore del museo stesso.
Augusto Benemeglio
Nel 1714 il Parlamento inglese offrì una ricompensa di ventimila sterline a chi scoprisse un metodo semplice ed efficace per determinare la longitudine di una nave in mezzo all'oceano (cioè la 'distanza' lungo un parallelo, da un meridiano di riferimento). Come dimostra l'entità della cifra, quella della longitudine non era un problema da poco(...). Invano, per molti decenni, i più brillanti intelletti europei, da Galileo a Newton, avevano cercato una soluzione.
(...) Fu un orologiaio autodidatta, l'inglese John Harrison, a trovare la soluzione: bastava che ogni nave fosse equipaggiata con un cronometro in grado di segnare sempre l'ora 'esatta', quella di Londra, ad esempio, e un semplice confronto con l'ora locale avrebbe istantaneamente fornito il 'fuso orario', e dunque la longitudine della nave. Ma trovata la soluzione, si presentava un altro problema: perché non solo lo spazio, ma anche il tempo del Settecento era diverso dal nostro, e un cronometro così preciso non esisteva nemmeno sulla terraferma. Questo libro è la storia, straordinariamente avvincente, dei quarant'anni di sforzi che furono necessari a Harrison non solo per costruire e perfezionare quel cronometro, ma per persuadere la comunità scientifica, dominata dai fautori della soluzione "astronomica", dell'efficacia del suo metodo.