Boris Souvarine, Stalin , Adelphi, Milano, 1983, pp. 983
Poiché l'essere umano è altrettanto portato all'antropofagia quanto alla critica della ragion pura, non deve sorprendere che in certi casi s'instauri un curioso legame tra i due estremi. Tra il 1930 e il 1935 (ma fino al 1977, anno dell'ultima edizione, con l'aggiunta di un importante epilogo) Boris Souvarine scrisse una monumentale biografia su Stalin. Souvarine si è interessato, cercando con pazienza tra documenti e ricordi, alla storia di colui che era a capo del terrore comunista, per mostrare, ad un occidente ormai al tramonto, il vero volto di Stalin. E lo fece partendo da una posizione del tutto particolare: Boris Lifschitz - Souvarine era un nom de plume preso dal "Germinal" di Zola -, fu colui che nel 1920, dal carcere di Parigi, arrestato sotto il pretesto di un grave complotto contro la sicurezza dello Stato, preparò la risoluzione che portò alla rottura tra socialisti e comunisti francesi e alla fondazione del Partito Comunista Francese. Fu colui che nel 1921, a Mosca, sedette al segretariato del Komintern, di cui fu membro autorevole fino al 1924, e fu uno dei primi dirigenti comunisti che divenne anticomunista, radicalmente disincantato e impegnato a denunciarne la politica criminale. E lo fece da subito fondando una prestigiosa rivista, "La Critique Sociale", alla quale collaborarono tra gli altri Simone Weil, Raymond Queneau, André Breton, Colette Peignot e Georges Bataille.
Ma cosa voleva dire denunciare, negli anni '30, a Parigi, gli orrori di Stalin? Nel paesaggio ditirambico della cultura francese c'era di tutto: da Alexandre Kojève che in quegli anni, durante le celebri lezioni sulla Fenomenologia dello Spirito di Hegel, si definiva, forse ironicamente, coscienza di Stalin (così come Hegel lo era stato di Napoleone), dal gesuita Gaston Fessard che invocava "la mano tesa" tra cattolici e comunisti, all'anticomunista Raymond Aron (che pure era amico intimo sia di Fessard che di Kojève). E Souvarine ci ricorda l'atmosfera di quei tempi con un significativo episodio sulla fortuna del libro che stava pubblicando: Georges Bataille recatosi da André Malraux, allora membro del comitato di lettura presso l'editore Gallimard, per convincerlo a pubblicare lo Stalin, ottenne questa risposta: "Penso che lei abbia ragione e, con lei, Souvarine e i vostri amici, ma sarò dalla vostra parte quando sarete i più forti".
Uno degli aspetti centrali di questo libro, che è anche e soprattutto una ricostruzione quasi annalistica della vita di Stalin e della vita politica sovietica, è quindi la denuncia, la rabbia contro l'occidente al tramonto incapace di agire secondo i principi di democrazia e diritto che avrebbero dovuto caratterizzarlo. Siamo negli anni '30, e i totalitarismi s'imponevano come la distruzione consapevole del mondo di ieri, e per dirla col matematico Bruno de Finetti, di "quelle deliziose verità assolute che imbottivano i cervelli demo-liberali!".
E basterebbe la storia editoriale dello Stalin a dare un senso a tutto questo.
Lo Stalin dapprima fu commissionato da un editore americano, Alfred Knopf, il quale in seguito, influenzato da Raymond Postgate, un "esperto" britannico diventato stalinista, rinunciò alla pubblicazione cedendo i diritti, senza avvisare l'autore, a "Martin Secker and Warburg" di Londra e a una piccolissima casa editrice americana. Il libro fu comunque pubblicato, divenendo sempre più imbarazzante con l'aggressione tedesca contro la Russia sovietica nel 1941, visto che questo atto di guerra "aveva provocato a Washington, e in seguito in tutti gli Stati Uniti, - scrive Souvarine - una stupefacente revisione della scala dei valori. Stalin che, per la sua connivenza con Hitler, aveva gettato l'Europa, e poi il mondo intero, negli orrori della seconda guerra mondiale, apparve improvvisamente come un modello di democrazia, un campione di civiltà e di umanesimo". Non era quindi eccessivamente sorprendente che un cugino dell'editore inglese Warburg scrivesse una lettera al direttore del "New Reader" di New York, sostenendo che Souvarine fosse divenuto ormai persona indesiderabile perché autore di un libro su Stalin.
Questo negli Stati Uniti. Ma torniamo in Francia. Rifiutato da Gallimard il libro fu poi pubblicato dalla prestigiosa Plon. E scrive Souvarine: "successivamente l'opera fu accolta con favore dalla casa editrice Plon, dove fu osteggiata da Gabriel Marcel, definito filosofo «esistenziale», che negava al mio lavoro il diritto di esistere. Dicono che abbia cambiato parere, ma solo dopo la guerra".
E tutto sembra ben riassunto e ben spiegato da questa considerazione di Souvarine: "i cinici dirigenti di Mosca classificavano come utili idioti i loro simpatizzanti all'estero, definiti «liberali» negli Stati Uniti e «intellettuali di sinistra» in Francia (compresa la sottocategoria degli «esistenzialisti»)". E sugli esistenzialisti, c'è un curioso ricordo di Souvarine a proposito di Sartre: "ho pranzato più volte con Sartre, in compagnia di altri personaggi: molto deludente. Esistenzialismo, Kierkegaard, ecc..".
E se a Parigi, a Londra e a New York Souvarine poteva comunque illudersi di buone tirature per la sua opera, non poteva ragionevolmente aspettarsi, a Mosca, più di quanto in realtà avvenne. Lo Stalin fu infatti pubblicato. Ma in una sola copia. Ad uso di Stalin. E, avverte Souvarine, "si ignora la sorte del traduttore".
Stalin lesse quindi lo Stalin e non è difficile immaginare l'espressione che fece quando, in una specie di ironia lombrosiana, leggeva delle sue origini georgiane: "Cogliendo l'essenziale delle osservazioni fatte sui georgiani da specialisti, Reclus ha scritto queste righe sorprendenti per chi conosce Stalin: «Si dice siano mediamente meno intelligenti degli altri caucasici». Ma se si dovessero prendere alla lettera i giudizi che presentano i georgiani come affabili, aperti, spensierati, retti, socievoli e pacifici, bisognerebbe supporre che Stalin abbia nelle vene una forte dose di sangue mongolo, trasmessogli da un turco o da un tartaro".
Souvarine colpisce comunque più duro quando mostra le statistiche manipolate sui piani quinquennali secondo i bisogni delle opportunità politiche (è un'idea di economia fiction che non sarebbe dispiaciuta a Von Hayek), oppure nel descrivere l'occidente sotto quella che Anatole France chiamava "la generosità tumultuosa delle idee generali" e cioè la naturale seduzione esercitata dai principi astratti del socialismo costantemente contraddetti da Stalin nella pratica e diffusi grazie ad una macchina propagandista ben congegnata.
William Bullit, amico di Roosevelt e suo ambasciatore a Mosca racconta di un aiuto americano a beneficio di Stalin di 11 miliardi di dollari e ricorda che Roosevelt gli disse: "Se io gli do tutto quel che posso dargli senza chiedergli nulla in cambio, noblesse oblige, egli non potrà pensare ad alcuna annessione e accetterà di lavorare con me ad un mondo di democrazia e di pace". Come se, disse poi ancora Bullit, Stalin fosse il duca di Norfolk e non un bandito del Caucaso che, "quando ottiene qualcosa per nulla, pensa: il mio socio è soltanto un asino". Persino il Presidente degli Stati Uniti fu raggirato da Stalin, da «Uncle Joe», come veniva chiamato affettuosamente dalla stampa liberal americana. Ed è di certo significativo che, proprio secondo la dottrina antichissima secondo cui il simile si conosce col simile, l'unico che capì veramente Stalin fu Hitler.
Sentiamo Souvarine: "Hitler si dimostra stranamente lucido quando dice al maresciallo Antonescu: Stalin «non sollecita mai, ma ogni volta esige o protesta. Quando gli si dà qualcosa, è perché gli è dovuto. Quando è lui che deve restituire qualcosa, invece, non ammette che si tratti di un obbligo, anzi, vuole sembrare generoso. In questo modo è riuscito a convincere gli inglesi, e soprattutto gli americani, che non sono loro ad aiutare i sovietici a difendersi, ma che invece è lui ad essere entrato in guerra unicamente per tirar fuori gli occidentali da una situazione difficile. Il russo (sic) che, senza l'aiuto americano, sarebbe stato costretto a capitolare nell'estate 1942, riesce a farsi considerare dai suoi alleati come un salvatore. Per ottenere un simile risultato, ha stabilito il prezzo: i milioni di russi che muoiono al fronte»". E questo è veramente un fatto curioso. Come Souvarine si veda costretto a condividere il giudizio di Hitler. E come Hitler la pensi come Souvarine.
Poiché l'essere umano è altrettanto portato all'antropofagia quanto alla critica della ragion pura, non deve sorprendere che in certi casi s'instauri un curioso legame tra i due estremi: Souvarine intraprende la lotta per la verità contro le menzogne subite dall'occidente, e trova poi la verità espressa soltanto presso chi l'ha negata.
E' come il santo che si erudisce in demonologia, o come un ribobolo hegeliano. Chissà Stevenson, lo strano caso del dottor Souvarine e di Mr. Stalin.