di Salvatore Lucchese

Viviamo in un’età in cui – non per la prima volta nella storia – vi sono nell’aria e gravano su ogni cosa previsioni di catastrofi cosmiche, che non possono essere né dimostrate né confutate. In ogni caso esse sono molto meno sicure dell’altra previsione che tutti morremmo: e dal momento che la certezza di questa previsione non ci impedisce di fare piani per il futuro, così mi accingerò a esaminare lo stato presente e quello futuro della società in cui viviamo, nel presupposto che il nostro paese o, se non il nostro paese, qualche parte importante del globo – sopravviva ai rischi che ci minacciano e che la storia continui (1) . (Edward H. Carr, 1980)

Nell’assistere alla proiezione del film Syriana (2) lo spettatore viene posto nella condizione del cittadino moderno, che, frastornato dall’industria mediatica, non riesce più a cogliere i nessi di avvenimenti tra loro apparentemente lontani e diversi, di cui viene continuamente informato e/o disinformato .(3)
Paradossalmente, la nostra società della comunicazione di massa e dell’«iperspecialismo» (4) ci sta progressivamente privando della possibilità di «conoscere»(5)  la realtà, frantumandola in mille rivoli, in una serie interminabile di fotogrammi, di cui ci sfuggono continuamente i nessi costitutivi.
Nasce, allora, l’esigenza di uscire da questa condizione di apparente conoscenza, per approdare ad una visione «sistemica»(6), capace di cogliere criticamente i rapporti tra il «tutto» e le «parti», tra il «particolare» e il «generale» (7).
In altri termini, è sempre più avvertita l’esigenza di ricomporre le nostre informazioni sparse ed isolate all’interno di un più vasto e «complesso»(8)  quadro critico di riferimento, entro il quale i «costrutti» a sé stanti possano acquisire razionalità ed intelligibilità, possano essere «empiricamente» reinseriti nel «mastice» che li tiene insieme, senza, tuttavia, pretendere di vincolarli all’interno di schemi aprioristici, teleologici o deterministici (9).
Francesco Soverina con il testo Per una storia del presente fornisce al lettore una ricostruzione chiara, critica e rigorosa del Novecento, mettendolo nella condizione di individuare i nessi tra storia sociale, politica, economica e culturale sia da un punto di vista diacronico che da un punto di vista sincronico. Un’operazione, quella dell’autore, maturata in un clima di estrema «parcellizzazione» dei saperi e di profonda «decontestualizzazione»(10)  della realtà, sacrificata sull’altare di un «presentismo»(11) , in cui, similmente alla notte hegeliana, tutto diviene indistinto, vacuo, generico, senza radici e senza prospettive per il futuro. 
Si potrebbe obiettare all’autore che il suo testo si caratterizza per una palese contraddizione di termini: «storia del presente». Ma come? La storia non è il racconto di ciò che è realmente accaduto, dunque del passato? E non di ciò che accade, dunque del presente? Come dirimere questo paradosso?
In realtà, con l’espressione «storia del presente» Soverina non si riferisce banalmente alla storia della mera attualità, dell’hic et nunc, ma allude esplicitamente alla possibilità di inquadrare le tendenze di fondo della nostra età, già analizzate da altri saperi, in una prospettiva temporale di media e lunga durata, onde coglierne, in un’ottica comparativa, le radici, le caratteristiche precipue e gli sviluppi storici. Da qui l’esigenza di ribaltare il circolo «passato-presente». Esigenza che, secondo l’autore, oramai dovrebbe informare definitivamente di sé l’indagine storiografica.

Il presente – osserva Soverina – con le sue urgenze e problematiche, pone dunque le domande da cui si cerca di ricostruire il passato, anzi diviene il punto di partenza che va assunto a pieno titolo come oggetto di indagine. Un presente non appiattito sulla dimensione dell’istante, ma ancorato al passato che ne costituisce lo spessore e la profondità; un presente non come mera e indistinta successione di venti, ma dialetticamente correlato al suo retroterra: “il presente come storia” […](12) .

Un «presente prospettico», dunque, che conduce il lettore a porsi le domande fondamentali circa l’identità delle sue radici storiche: Che cos’è il Novecento? E quali sono le sue tendenze significative ancora oggi operanti? Quali sono i nessi tra gli aspetti precipui del nostro tempo e il secolo appena trascorso?
A queste domande, lo studioso offre delle risposte problematiche, formulate sia alla luce del più recente dibattito storiografico – Hobsbawm, Maier, Poggi e Pinzani, tra gli altri – sia alla luce dei contributi provenienti da altri ambiti disciplinari, quali la sociologia, l’economia, la filosofia e la politologia.
Per Soverina, il Novecento è un secolo complesso, sfaccettato, variegato, caratterizzato da tendenze e spinte progressive ed emancipative intrecciate dialetticamente a tendenze e processi regressivi e nichilistici.  

[Il Novecento] Segnato da un’impetuosa accelerazione storica, da notevoli trasformazioni, è al tempo stesso il secolo di Aushwitz e di Hiroschima, della penicillina, dello sbarco dell’uomo sulla Luna e del computer; è il secolo di grandi progressi e di colossali tragedie, delle maggiori speranze e delle più cocenti delusioni, della più sbalorditiva accumulazione di risorse materiali e delle più stridenti disuguaglianze, di rilevanti conquiste scientifiche e della morte e violenza su scala industriale, della modernità più avanzata come del palesarsi del volto oscuro e ferin (13) .

Oltre all’«accelerazione storica»(14) , le tendenze di fondo che caratterizzano il «secolo innominabile» (15) sono indicate da Soverina nei processi di massificazione e globalizzazione, colti nella specificità del loro concreto sviluppo storico. Ed è all’interno di queste tendenze predominanti e caratterizzanti il Novecento che, secondo l’autore, bisogna collocare ed analizzare criticamente le «urgenze» del presente, da lui riassunte nelle categorie dei «conflitti planetari» e dei «rischi globali»: la guerra preventiva; i localismi; i fondamentalismi; la crisi ecologica planetaria; i conflitti per il controllo dell’acqua; la crescita degli arsenali nucleari e degli armamenti convenzionali.
Il Novecento, sostiene Soverina, ha conosciuto la progressiva ascesa delle masse nell’economia, nella politica, nella società e nella cultura. Un’ascesa caratterizzata da una duplice funzione fortemente ambivalente:

Soggetto e insieme oggetto della politica, le masse hanno questo duplice ruolo pure nell’economia, essendo al tempo stesso produttrici e fruitici delle merci e servizi che le fabbriche e gli uffici sfornano a getto continuo (16).

Contemporaneamente ai processi di massificazione, prosegue Soverina, il Novecento è attraversato dai processi della mondializzazione, che impongono l’assunzione di una prospettiva planetaria per comprenderne gli eventi storici sempre più incalzanti: le due guerre mondiali, le crisi economiche, le rivoluzioni, le lotte anticoloniali. E’ nell’epoca degli estremi che

La storia diviene pienamente storia mondiale e rilevanti mutamenti avvengono negli equilibri internazionali (17) .

A partire da queste due coordinate di fondo, massificazione e globalizzazione, Soverina ripercorre sinteticamente ed incisivamente alcuni degli snodi cruciali del Novecento, partendo dalla catastrofe originaria del ventesimo secolo, per giungere sino alle attuali dinamiche della geopolitica, dei «conflitti planetari» e dei «rischi globali».
Dopo essersi soffermato sull’ascesa dei «totalitarismi», la radicalità della «guerra totale» e la configurazione del «secolo americano», lo studioso incentra la propria attenzione sull’età della globalizzazione, cogliendone correttamente la profondità storica.

Iniziata agli albori dell’età moderna con le scoperte e le conquiste europee dei secoli XV e XVI, la globalizzazione è giunta ora ad un punto alto del suo compimento ed investe tutti i campi (l’economia, la politica, la società, la cultura, l’ambiente), dando luogo ad una crescente interconnessione che influisce sulla vita e l’identità di ogni individuo. Gli eventi che accadono in un posto possono immediatamente ripercuotersi in qualsiasi altro, grazie a sistemi di comunicazione straordinariamente celeri (18) .

Caratterizzata dai processi di delocalizzazione, informatizzazione dei sistemi produttivi e comunicativi, finanziarizzazione dell’economia e dall’egemonia del «pensiero unico» liberista, in ambito politico-economico la globalizzazione è alla base del divorzio tra ricchezza e territorio con la conseguente crisi della sovranità fiscale degli Stati-nazione.
L’accentuarsi delle sperequazioni economiche tra Nord e Sud del mondo, sostiene Soverina, determina il carattere asimmetrico della globalizzazione. 

Lo scambio ineguale, che impronta di sé l’economia globalizzata, è alla base del nesso sviluppo-sottosviluppo e dell’emarginazione di intere regioni del pianeta. Mentre nei punti alti del sistema capitalistico si assiste ad una crescita senza sviluppo, che compromette il tenore di vita degli strati sociali più deboli, nelle aree del sottosviluppo ha luogo una modernizzazione senza crescita, che scompagina le articolazioni delle società rurali, provocando un massiccio esodo dalle campagne verso le città. Nel Terzo mondo il 58% della popolazione attiva è ancora dedita all’agricoltura, ma ciò non basta ad assicurare ai paesi più poveri l’autonomia alimentare (19) .

Tuttavia, Soverina evidenzia anche il fatto che la situazione dei paesi del cosiddetto Terzo mondo non è affatto omogenea, ma si caratterizza per una forte articolazione al suo interno, in cui spiccano gli alti tassi di crescita della Cina e dell’India. Una crescita pagata a prezzo dell’inasprimento delle disuguaglianze socio-economiche e delle devastazioni ambientali(20) . 
La compressione spazio/temporale, l’accentuarsi delle fratture sociali, economiche e digitali, i continui e variegati flussi migratori, l’omologazione culturale, nonché la crisi dell’ONU, degli Stati nazione e delle tradizionali forme della rappresentanza politica, favoriscono, secondo l’autore, la rinascita dei localismi e dei fondamentalismi.

Ai processi di rapida uniformazione delle culture e degli stili di vita corrisponde, infatti, il richiamo a patrie sempre più piccole, l’invenzione di frontiere culturali e religiose, di campanilismi senza campanile. È forte la paura del disorientamento, di perdere la propria identità e per reazione, per avere un solido ancoraggio, si va alla ricerca di radici, vere o infondate che siano. La rinascita dei cosiddetti localismi, l’esaltazione dei propri valori e costumi esprime il ripudio di un’omologazione che minaccia di appiattire singoli, ceti, e popoli nelle maglie avvolgenti della globalizzazione. […] I revival identitari sono alla base della ripresa e del successo dei fondamentalismi, che si nutrono dei rancori verso le potenze egemoni e di un intollerante fanatismo religioso. Negli ambienti occidentali queste resistenze all’omogeneizzazione del mondo in nome dell’economia di mercato, assurta a sinonimo di libertà e democrazia, vengono spesso stigmatizzate come espressione di irrimediabile arretratezza, favorendo così un clima di ostilità e incomprensione reciproca (21) . 

È un passaggio epocale che segna anche in questo campo la crisi dei socialismi e dei comunismi, con il progressivo slittamento dei conflitti da forme di lotta tese, anche se in modo problematico e contraddittorio, all’emancipazione degli individui e delle classi sociali meno abbienti a nuove forme ideologiche, che pur avendo una radice socio-economica, rilanciano i conflitti identitari sulla base della costruzione di appartenenze etnico-religioso-culturali. Conflitti di carattere regressivo che hanno segnato e continuano a segnare la storia di molti paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’Europa.  
Tuttavia, precisa l’autore, gli odierni localismi e fondamentalismi non possono essere considerati come la semplice riproposizione degli «antagonismi originari».
Per quanto concerne i localismi, Soverina sostiene che essi, rispetto ai nazionalismi tradizionali, si caratterizzano per una precisa scelta di divisione, frammentazione e creazione di unità politico-territoriali sempre più piccole, in cui entrano in gioco e in corto circuito l’appartenenza etnica, la lingua, la religione e il territorio.
I fondamentalismi, invece, riguardano la sfera prettamente religiosa, ponendosi come

[…] reazione agli effetti, ai costi dei processi di modernizzazione (22).

Nato nell’ambito della Chiesa protestante degli USA degli anni ’20, oggi, osserva l’autore, il fondamentalismo deve essere declinato al plurale, trovando un terreno fertile di diffusione e sviluppo tanto in Occidente quanto nei paesi islamici, segnando in forme e modalità specifiche la progressiva «sacralizzazione della politica»(23)  a fronte della crisi delle ideologie laiche.
La diffusione dei fondamentalismi, che spesso si intreccia e si complica con il terrorismo di matrice religiosa, si sviluppa sul paradosso della diffusione della critica alla modernità grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione: dalla Chiesa elettronica, dei gruppi evangelici statunitensi, all’uso di Internet da parte di della galassia di Al Qaeda.
La ricostruzione del quadro dei «conflitti planetari» culmina con l’analisi della politica unilaterale e della «guerra preventiva», che mirano entrambe a tutelare e promuovere la supremazia politica, economica, militare, scientifica e tecnologica degli USA contro l’ascesa di futuri concorrenti globali.
Il «turbo-capitalismo»  e l’accelerazione della globalizzazione liberista segnano il sorgere dei «rischi globali», che mettono seriamente a repentaglio la sopravvivenza di tutte le forme di vita sul nostro pianeta. Il consumo dissennato delle risorse naturali da parte della minoranza della popolazione mondiale non è più ecologicamente sostenibile.

Per scongiurare il rischio di un collasso degli ecosistemi, – osserva l’autore – non basta ridurre i bisogni di mobilità attraverso il tele-lavoro o soddisfacendoli con il potenziamento delle ferrovie e dei mezzi pubblici di trasporto. Questa misura, pur indispensabile, va accompagnata dal rilancio della ricerca di fonti energetiche alternative, ma in tal senso i segnali sono scoraggianti, in quanto la spesa pubblica, sul piano mondiale, per tale voce è diminuita di un terzo, in termini reali, dagli anni Ottanta in poi. Perciò è tanto più necessario, come sostengono le forze e i movimenti più sensibili alla questione ambientale, mettere in discussione gli orientamenti economici e sociali predominanti, assumendo come priorità programmatica la sostenibilità dello sviluppo (24).

Nel XXI secolo la corsa al controllo e allo sfruttamento delle principali fonti energetiche, petrolio e gas, sarà affiancata dalla corsa al controllo dell’oro blu: l’acqua. Basti pensare, sottolinea Soverina, che attualmente il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse idriche, la cui domanda sfiorerà il 100% entro il 2050. La crescente domanda di acqua a fronte della diminuzione della sua disponibilità la rendono sempre più preziosa, favorendone la trasformazione da «bene comune» e da diritto per tutti  a merce da privatizzare, sottoponendola, in questo modo, alla devastante logica economica del profitto. 
Se le «linee di frattura» divengono sempre più marcate, profonde ed estese sia a livello globale che a livello nazionale e locale il pericolo di un «inverno nucleare» non è venuto meno con la fine della guerra fredda, ma, sostiene l’autore, è oggi sempre più attuale, dati sia la notevole consistenza degli arsenali sia l’aumento del numero di paesi che posseggono le armi nucleari.
Originatasi a partire dalla Grande guerra e sviluppatasi e perfezionatasi durante il secondo conflitto mondiale con le tecniche di sterminio di massa e l’uso degli ordigni atomici, la barbarie «tecno-burocratica moderna»(25) , conclude Soverina, culmina nell’attuale riproducibilità tecnica dell’orrore su scala planetaria a causa dell’adulterazione e della reversione dell’ambiente biotico (26) .  
Il Novecento, quindi, secondo Soverina, deve essere considerato solo come il secolo degli orrori e delle devastazioni di massa su scala planetaria? Le tendenze che lo caratterizzano sono solo quelle distruttive e nichiliste configurandolo come il «secolo doloroso» (27) ?  Pertanto, l’autore è da ascrivere alla famiglia dei «catastrofisti apocalittici» (28) ?
Pur nell’esplicita consapevolezza critica dell’estrema complessità ed ambiguità del XX secolo, Soverina sembra dare maggiore risalto solo ai processi storici culminanti nei «conflitti planetari» e nei «rischi globali». Ed in effetti, i movimenti emancipativi e libertari, che pur hanno attraversato il secolo segnandone alcune svolte progressive fondamentali, insieme ad eventi storici cruciali, quali la rivoluzione sovietica e quella cinese, sono trattati solo marginalmente.
A dire il vero, l’autore si sofferma sul popolo di Seattle e sulle sue istanze politiche «innovative», ma l’analisi della formazione e del protagonismo di una «società civile globalizzata» viene offuscata dalla ricostruzione delle «fratture» e dei «rischi globali». Perché?
Quella di Soverina di sicuro non è una interpretazione faziosa, ossia ideologicamente pregiudiziale ed «apocalittica» a prescindere, anzi è rigorosamente documentata ed ampiamente condivisibile nelle sue linee di fondo. Dunque, l’autore non è un «catastrofista» per partito preso. Inoltre, la sua sintesi «critico-sistemica» del «presente» possiede l’indubbio merito di contribuire a contrastare anche e soprattutto in ambito storiografico la vulgata neo-liberista, che sino ad ieri celebrava le «sorti magnifiche e progressive» della globalizzazione capitalista e del libero mercato, occultando, se non rimovendo del tutto, i limiti e le contraddizioni di uno sviluppo sempre più insostenibile e fortemente sperequato.  
Tuttavia, come ogni ricostruzione ed interpretazione anche quella proposta da Soverina è una ricostruzione parziale, in cui alcuni aspetti dei processi storici sono evidenziati in modo maggiore rispetto ad altri. E in questo caso il «pessimismo della ragione», non trovando un’adeguata sponda nell’«ottimismo della volontà», ha fatto sì che fossero poste maggiormente in risalto le forze e le tendenze distruttive operanti nel Novecento.
E’ come se la crisi dei socialismi e dei comunismi avesse provocato anche in ambito storiografico un calo della tensione utopistica, un «disincanto» incline ad evidenziare solo gli aspetti negativi della realtà storica, facendoci perdere la capacità di individuare le forze e le tendenze emancipative e progressive pur sempre connesse alle spinte di opposta tendenza. Come, ad esempio, avviene nel caso della dimensione territoriale, colta da Soverina nella sua innegabile torsione regressiva e non anche negli altrettanti innegabili aspetti tendenzialmente progressivi, legati alle lotte ambientaliste e ad alcune importanti sperimentazioni di democrazia partecipativa (29) .
Come impostazione metodologica di fondo, si tratterebbe di non limitarsi solamente a rovesciare il rapporto «passato-presente», ma di aprirsi anche al futuro, in modo tale da individuare le possibilità ed i sentieri interrotti per proiettarli sull’orizzonte dell’avvenire. Tutto ciò, senza temere che i nostri sforzi di ricostruzione ed interpretazione del passato possano essere considerati privi di fondamento solo perché, in ultima istanza, schierandoci rispetto alle contraddizioni del presente, mireremmo ad indicare, tra luci ed ombre, le forze emancipative  e le nuove forme dei conflitti e della partecipazione che tendono a trovare una possibile soluzione ai problemi che ci si stagliano dinanzi, al di là del sistema socio-politico vigente. 

Ce lo ricordava già Croce: fare storia è fare sempre storia contemporanea, ma – possiamo aggiungere – per fare storia contemporanea, dobbiamo rileggere il presente sullo sfondo del passato e di un passato ricostruito à part entière, in tutte le sue possibilità e ramificazioni, anche nei suoi silenzi, nelle repressioni subite, nei suoi sentieri interrotti. Per cogliere sì le cause dirette del presente, ma anche quel possibile che ci sta di fronte; quel diverso che abbiamo perduto e che possiamo pazientemente sperare di recuperare, quel nuovo, quel non-ancora di cui viviamo, insieme, l’aurora e l’attesa (30) . 

Quello che si intravede e bisogna valorizzare tanto sul piano storiografico quanto su quello teorico-politico sono le nuove possibilità che sembrano dischiudersi per le lotte incentrate sull’«autonomia» e sulla «partecipazione dal basso», riallacciando il filo della memoria e delle pratiche con le lotte degli anni ‘60 e ‘70.

Dall’altra parte, però, quella stessa crisi di rappresentanza ha una radice soggettiva, che affonda nelle lotte operaie e proletarie degli anni Sessanta e Settanta, nei conflitti dei giovani e delle donne, nella loro espressione di singolarità indisponibile ad alienare le proprie istanza in una qualche volontà generale, o unificata in una figura universale pronta ad essere rappresentata. Sono le stesse tensioni soggettive che si possono distintamente scorgere nelle pratiche e nei comportamenti delle odierne figure del lavoro contemporaneo. Si dirà: i confini tra singolarità e individualismo, tra desiderio di autonomia e competizione sfrenata, tra irrappresentabilità e depoliticizzazione sono piuttosto labili. Tutto è vero. E’ proprio su questi difficili crinali, dove i rischi della «perdizione» collidono continuamente con le possibilità della «salvezza», che si avventura la [nostra] ricerca (31) .

Salvatore Lucchese

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Note

(1) Edward H. Carr, Sei lezioni sulla storia. La rivoluzione russa. Da Lenin a Stalin (1917-1929), Einaudi, Torino 1980, corsivi miei, p. 141.

(2) Cfr. Stephen Gaghan, Syriana, 2006.

(3)  Sulla manipolazione delle informazioni e sui rapporti tra media e potere, tra gli altri cfr. Antonio Carlo, Economia. Potere. Cultura, Liguori Editore, Napoli, 2000, pp. 441-518; Marcello Foa, Gli stregoni della notizia. Da Kennedy alla guerra in Iraq. Come si fabbrica informazione al servizio dei governi, Guerini e Associati, Milano, 2006; Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti. Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni, il Saggiatore, Milano, 2006; Massimo Mazucco (a cura di), 11 settembre 2001. Inganno globale. Tutto quello che le televisioni non ci hanno raccontato sui fatti di quel giorno, Macro Edizioni, Città di Castello (PG), 2006.

(4)  Cfr. Edgar Morin, La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000, p. 5.

(5Ivi, p. 9.

(6Ivi, p. 6.

(7)   Ibidem.

(8Ibidem.

(9)  Per una lettura dell’opera di Marx antideterministica ed antieconomicistica tesa a promuoverne il valore attuale anche per la ricerca storica tra gli altri cfr. Nicolao Merker (a cura di), La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, Roma, 1998; Salvatore Lucchese, Il concetto di filosofia nell’opera di Karl Marx, in «Dissensi. Rivista Italiana di Scienze Sociali», a. II, n. 3, Palomar, Bari, 2003, pp. 55-74; Marcello Musto (a cura di), Sulle tracce di un fantasma. L’opera di Karl Marx tra filologia e filosofia, Manifestolibri, Roma, 2005; Salvatore Lucchese, La concezione materialistica della storia: filosofia della storia o metodo critico? in www.lafrusta.net.

(10)  Cfr. Edgar Morin, La testa ben fatta, cit., p. 6.

(11)   Cfr. Stefano Pivato, Vuoti di memoria. Usi e abusi della storia nella vita pubblica italiana, Laterza, Roma-Bari, 2007.

(12)   Francesco Soverina, Per una storia del presente. La ricerca storica di fronte all’età globale, Editrice Ferraro, Napoli, 2007, in corsivo nel testo, p. 7.
 
(13) Ibidem, in corsivo nel testo.

(14)   Coerentemente al quadro critico elaborato da Karl Marx ed Friedrich Engels e riproposto da Antonio Carlo nei termini del passaggio dalla storia del «dominio di classe» alla storia della «lotta tra classi», Francesco Soverina coglie uno degli aspetti precipui del Novecento nell’accelerazione dei processi storici, ossia nell’intensificarsi delle trasformazioni complessive degli assetti socio-economici e politico-culturali. Cfr. Karl Marx, Friedrich Engels,  Il manifesto del partito comunista, Neuwton Compton Editori, Roma, 1978, pp. 101-102;  Karl Marx, Friedrich Engels, L’ideologia tedesca,  Editori Riuniti, Roma, 1993, pp. 27-28; Antonio Carlo, Conflitto. Controllo sociale. Rivoluzione. Tredici tesi sulla fine del capitalismo, in www.crisieconfliti.it, pp. 1-5.
 
(15) Franco Cambi, Le pedagogie del Novecento, Laterza, Roma-Bari, 2005, p. 3.

(16) Francesco Soverina, op. cit., p. 16.

(17 ) Ivi, p. 14.

(18) Ivi, p. 50.

(19Ivi, p. 66. Il concetto di «globalizzazione asimmetrica» conferma sul piano storiografico quanto Antonio Carlo ha colto sul piano sociologico. Ossia il carattere verticistico e piramidale degli attuali rapporti economico-politici a livello globale, al contrario di quanto erroneamente sostiene Antonio Negri con la sua tesi dell’«altopiano». Cfr. Antonio Carlo, Conflitto. Controllo sociale. Rivoluzione, cit., pp. 24-25.

(20)  Sulla modernizzazione della Cina e dell’India cfr. i saggi estremamente critici ma ampiamente documentati di Antonio Carlo, Il capitalismo «straccione» e l’impossibile modernizzazione, in  www.crisieconflitti.it. e Silvio Serino, La Cina non replica l’Inghilterra, in www.crisieconfltti.it. Inoltre, sulle trasformazioni del sistema politico cinese, che sembrano non essere più configurabili nei termini del «dirigismo autoritario», bensì in quelli della «democrazia conservatrice» cfr. Jean Louis Rocca, Cina. Un partito di governo e di lotta, in www.monde-diplomatique.it 

(21)  Francesco Soverina, op. cit., p. 59. L’autore evidenzia un problema fondamentale della nostra età, in cui le forme ideologico-politiche dei conflitti perso il loro riferimento alle ideologie laiche si configurano sempre di più in termini etnico-religiosi. Al contrario di quanto sembra sostenere Antonio Carlo, la crisi strutturale che sta attraversando il capitalismo globalizzato non conduce di per sé ad un supermanto progressivo del sistema, se non si tematizzano i problemi dei soggetti, delle lotte e delle forme dei conflitti. Quindi, pur affondando le loro radici nelle profonde sperequazioni socio-economiche dell’età della globalizzazione, le attuali contraddizioni non si traducono automaticamente in conflitti dai contenuti sociali e politici emancipativi e libertari, ma subiscono una torsione regressiva sulla quale urge riflettere ed agire. Cfr. Antonio Carlo, Il capitalismo «straccione» e l’impossibile modernizzazione v. in www.crisieconflitti.it; Id. Conflitto. Controllo sociale. Rivoluzione. Tredici tesi sulla fine del capitalismo, in www.crisieconfliti.it., Id., L’economia globale un «Titanic» che affonda, in www.crisieconflitti.it; Id., Crisi del lavoro e tramonto del capitalismo, in www.crisieconflitti.it

(22) Ivi, p. 97.

(23) Ivi, pp. 102-103.

(24) Ivi, p. 119.

(25) Ivi, p. 36.

(26) Sul rapporto tra capitalismo e mercificazione della natura cfr. Salvatore Lucchese, Capitalismo, natura, ambiente. Ovvero: come il mondo diviene merce, in www.crisieconflitti.it.

(27)  Franco Cambi, Le pedagogie del Novecento, Laterza, Roma-Bari, 2005, p. 6.
 
(28) Cfr. Paolo Rossi, Tre ragioni per sperare, «Domenica. Il Sole 24 Ore», n. 289, 19 ottobre 2008, p. 33.

(29) Tra gli altri cfr. Massimiliano Smeriglio, Città comune. Autogoverno e partecipazione nell’era globale, Roma, Derive e Approdi, 2006; Red Link, Prime approssimazioni sulla lotta contro la gestione dei rifiuti in Campania, in www.crieconflitti.it

(30)  Franco Cambi, Storia della pedagogia, Laterza, Roma-Bari, 2002, p. 19.

(31)  Marco Revelli, Le due destre, Bollati Boringhieri, Torino, 1996, p. 8.


Esempio 1

Note critiche al testo di Francesco Soverina, Per una Storia del presente.
La ricerca storica di fronte all’età globale, Editrice Ferraro, Napoli, 2007.
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