Pietro Spirito - Il bene che resta - editrice Santi Quaranta, Treviso 2009


Ogni generazione deve fare i conti con il passato, metabolizzare quello che accaduto alle generazioni che l’hanno preceduta, leggere attraverso gli indizi, le notizie, i documenti che il passato ci lascia una testimonianza che ci avvicini a ciò che è stato. Ma la storia è sempre dalla parte dei vincitori e la vita dei vinti scivola verso un oscuro buio. Con attenzione quasi verghiana per coloro che sono stati sconfitti dalla vita si snoda questo romanzo di Pietro Spirito Il bene che resta  orchestrato su un gioco di specchi tra la figura di un anziano professore di storia e un fascista catturato dagli alleati e condannato come criminale di guerra. Si tratta di due diari: il primo è costituito da una serie di lettere del professore a un collega, lettere che svelano i tormenti che perseguitano l’uomo dopo la morte della giovane amante di cui si ritiene responsabile – e di cui è stato considerato responsabile in un processo che in qualche modo ha bloccato la sua carriera e la sua vita – e narrano l’esistenza che conduce in una casa sul Carso accudito da una badante giovane  e un po’ truffaldina che ha portato una ventata di freschezza nelle sue giornate; il secondo diario, – fondato su un documento reale, – narra le disavventure dell’ex fascista che si ritrova, dopo aver combattuto – dalla parte sbagliata, ma con una sostanziale onestà e amor patrio – a essere vittima di secondini e di carcerieri che sfogano su di lui la loro sete di vendetta. Non c’è molta luce nelle prigioni dove viene trasportato, non c’è molta umanità nelle persone con cui ha a che fare e alcuni individui, come sempre accade nei momenti più bui della storia, arrivano a inumanità bestiali.

 Il documento che narra le traversie dell’ex fascista, rinvenuto casualmente una ventina di anni fa da Spirito in una libreria, permette all’autore di frugare, con una tecnica analoga a quella impiegata in altre sue opere, nelle testimonianze del passato che in qualche modo, di striscio, per osmosi o per contrasto, si rapportano con il presente e questo è forse anche “un atto di ribellione verso quest’epoca dove ognuno sembra voler alterare di continuo ogni memoria, dove nella perdita di realtà trascorse si smarrisce ogni prospettiva del rapporto tra presente e futuro”. In questo buio però la letteratura ha la possibilità di aprire qualche spiraglio di verità perché ha il compito di “mentire per dire la verità” e così, quasi in un gioco di specchi, può essere messo in luce ciò che sfuggirebbe a una ricerca storica. È infatti proprio l’anziano professore, che con la storia si è sempre confrontato, a riconoscere i limiti della pura ricerca e a calarsi in questa sorta di empatico percorso. Percorso che è anche corrispondenza di due vinti, perché anche l’anziano professore ha avuto l’universo della sua vita privata e lavorativa scardinato da un fatto casuale che per qualche aspetto ha cristallizzato la sua esistenza in una sorta di momento irrisolto attorno a cui ruota il suo futuro. “Il male ha un suo odore, Virgilio. Un modo speciale di annunciarsi… Era la stessa bestia seduta dietro di me, in automobile, quella sera di tanti anni fa, ho sentito battere il suo cuore marcio ancora prima di vederlo… L’avevo sentita anche quella sera, poco prima dell’incidente, un attimo prima, un’ombra fredda. C’è un’altra circostanza – ancora – che non ti ho mai detto. Che non ho mai detto a nessuno. È una verità che ho tenuto nascosta anche a me stesso tutti questi anni, pur essendone perfettamente consapevole. È sempre stata lì perfettamente visibile, eppure recondita, velata dal dolore, ma che adesso mi si rivela in modo assoluto, ineludibile. E rende forse più chiaro, o più terribile, tutto quello che è stato. Potevo salvarla. Potevo salvare Anna e non l’ho fatto… La verità è che io ho ucciso la donna che amavo, ho interrotto il nostro futuro, ho distrutto le nostre esistenze e quelle di chi ci stava più vicino. Potevo salvare Anna e invece non l’ho fatto. Di proposito… La verità ha mille facce, mille sfumature, la verità è ancora lì, negli occhi di Anna, nel suo sguardo, un istante, uno solo... i nostri sguardi si sono incrociati per un istante immenso. È finita, mi diceva una voce, salva la tua vita. Ho lasciato Anna dov’era e ho seguito la mia via di fuga…o forse no, quello che ti sto raccontando è solo frutto dell’immaginazione. Forse mi accollo una responsabilità che non ho. Negli anni ho rivissuto migliaia di volte alla moviola della coscienza quei momenti. Ora chiedo un giudizio finale e la sentenza è senza dubbio: colpevole”.

Potrebbe sembrare un romanzo disperato, dove l’incapacità del vecchio professore di amare si pone come una condanna senza appello, e invece per molti aspetti non lo è. Se la storia contiene tanti mali, se le esistenze private grondano anch’esse di dolori e sofferenza, alla fine quel che rimane è la vita, la vita che vince sempre e alla fine oltre ogni male non si può non vedere – come appunto fa il protagonista di questo libro – il bene che resta.  

Marina Torossi Tevini


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dal 12 dic 2009
Ha letto per noi questi libri Marina Torossi Tevini

Nata a Trieste, è laureata in lettere classiche.

Nel 1993, con il racconto Una donna senza qualità, vince il primo premio del concorso letterario Il leone di Muggia.

Nel 1997 cura la pubblicazione postuma del romanzo del padre, La valle del ritorno. Lo stesso anno riceve il premio speciale della Giuria al festival Felsina.

Nel 1998 riceve la menzione speciale al via di Ripetta.

Collabora a riviste nazionali ed internazionali, come StilosZeta news ed Arte&Cultura.

Bibliografia  
1991 - Donne senza volto (poesie), edizioni Italo Svevo 
1994 - Il maschio ecologico (antologia), Campanotto editore 
1997 - L'unicorno (poesie), Campanotto editore 
2002 - Il migliore dei mondi impossibili (antologia), Campanotto editore - 2004 - Il cielo sulla Provenza, Campanotto editore -Viaggi a due nell'Europa di questi anni, Campanotto editore 2008

 Partecipazioni  
2000 - Poeti triestini contemporanei, Lint 
2003 - Trieste la donna e la poesia del vivere, Ibiskos 

Marina Torossi Tevini
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PIETRO SPIRITO, nato a Caserta nel 1961, vive a Trieste, dove lavora come giornalista alle pagine culturali del quotidiano «Il Piccolo». 

Tra i suoi ultimi romanzi, tutti pubblicati da Guanda, ricordiamo Le indemoniate di Verzegnis (2000, Premio Chianti), Speravamo di più (2003, finalista al Premio Strega), Un corpo sul fondo (2007, Premio Scritture di Frontiera), dal quale successivamente è stato tratto il film documentario «Medusa – Storie di uomini sul fondo» per la regia di Fredo Valla. Seguono i libri qui segnalati: Il bene che resta (2009); L'antenato sotto il mare (2010); Trieste è un'altra (2011)




Pietro Spirito - L’antenato sotto il mare - Guanda, Parma 2010

“Il mare è uno specchio magico, conserva e nasconde tracce del passato, sul fondo giacciono rovine e relitti, un precipitato di vissuto in buona parte ancora da scoprire”. Ed è l’archeologia subacquea che ci consente di metterci sulle tracce di quel passato, ancora più affascinante per una generazione come quella di Pietro Spirito che non ha vissuto sulla sua pelle conflitti e battaglie, ma ne ha sentito gli echi vicini, echi che giungono dal passato e anche da un presente che ci porta suoni e inquietudini che attraversano l’aria e si incuneano spesso in quel cul de sac della storia che è il golfo di Trieste. E proprio lungo quell’inquieta linea di confine, più volte spostata nel corso degli anni e gravida del sangue di tante generazioni di combattenti, che l’autore ambienta il suo L’antenato sotto il mare
Nella zona della Venezia Giulia, attorno al golfo di Trieste, capolinea del Mediterraneo, nei secoli si sono mescolate popoli diversi, diverse culture e tradizioni, si sono spostati più volte i confini e la terra è intrisa ancora del sangue che le due guerre del Novecento hanno versato copioso in questa martoriata zona. Identità e memorie si confondono, “il tempo e la Storia fanno a gara a chi segna più punti”. È un viaggio quello di Pietro Spirito nella storia di un passato che ha lasciato tracce attraverso i resti di navi affondate come la nave romana Iulia Felix a largo di Grado, il brigantino Mercurio o il Baron Gautsch. Il mare è il luogo delle nostre inquietudini, oscuramente abbiamo coscienza che da lì veniamo e che in esso tutto è iniziato e perciò forse ci attrae verso i suoi misteri. Il mare è sempre vario e anche il golfo di Trieste, che può sembrare monotono, ha le sue sorprese, oasi multicolori di vita, affioramenti rocciosi, formazioni sottomarine chiamate beachrocks, che hanno un’origine misteriosa e un aspetto quasi tropicale. Ma in mezzo a un paradiso naturale rimangono le tracce della storia umana, i relitti che ci ricordano “la futilità delle aspirazioni umane, la caducità di ogni destino”. All’esploratore subacqueo i relitti “appaiono, letteralmente”, hanno l’evidenza di una rivelazione improvvisa. Sono “epifanie della storia e della memoria”. E spesso hanno un’apparenza spettrale. “Presenze di un’assenza”. E “ci legano a un passato di cui non possiamo non farci carico”.
Il reportage storico-archeologico di Spirito vira così, affondando nella coscienza di ciascuno alla caccia, attraverso inediti varchi, di quei conglomerati ancora irrisolti di noi che ci legano a un passato in gran parte oscuro. Il libro si presta a diversi piani di lettura: l’appassionato di storia della zona di Trieste vi troverà interessanti spunti e molte notizie di grande interesse, si pensi ai capitoli dedicati ai reperti lungo la costa muggesana o alle foci del Timavo, zona ampiamente colonizzata dai romani, luogo sacro, abitato dalle Ninfe, cantato da Virgilio e anche da Plinio il Vecchio e da Marziale, – le foci del Timavo pullulano di tradizioni mitiche, dal greco Diomede al troiano Antenore, da Saturno al dio Mithra, – ma anche chi ama la storia più recente troverà molte interessanti informazioni nei capitoli che parlano della visita ai relitti della corazzata Wien o del Baron Gautsch, o ancora alle spoglie sommerse del bark Agios Nikolaos o del bombardiere B-24. 
La possibile aridità di un così circostanziato e dettagliato reportage viene smorzata dalla passione e dal coinvolgimento dell’autore che nel mare proietta i propri dubbi e le proprie inquietudini e, mentre appaiono e scompaiono i relitti, si pone domande inquietanti sulla sorte degli uomini che in quelle navi hanno vissuto i loro ultimi istanti di vita oppure che rocambolescamente sono riusciti a mettersi in salvo.     La fantasia spesso nel ventre del mare diventa visione allucinata di eventi passati: “nel silenzio del fondo posso sentire le grida, le esplosioni, tocco con mano l’attimo in cui la vita è finita”. Durante la discesa al relitto del Baron Gautsch i fantasmi dei marinai che affondarono con la nave “si fanno avanti uno alla volta, compaiono sul ponte, escono dal buio dei saloni, dal ventre della nave, figure evanescenti nei loro abiti d’epoca, vogliono raccontare, vogliono ricordare”. E mentre l’autore si addentra nelle parti più tetre del relitto all’improvviso ha la sensazione che qualcosa lo afferri, lo trattenga: l’erogatore di emergenza si è incastrato da qualche parte e gli impedisce di muoversi. Momenti inquietanti che poi si stemperano e si alleggeriscono nel sollievo del ritorno in mare aperto e poi sulla costa, negli sguardi complici di Beàta che ha vissuto con lui quell’avventura. Ma se le rovine sottomarine sono simbolo di ciò che siamo e saremo, i minisommergibili monoposto della Marina tedesca diventano simbolo della vita umana, della tragica condizione di noi tutti, uomini soli e chiusi, che “navighiamo nell’oscurità, vorremmo comunicare con gli altri ma non possiamo, siamo concentrati sui nostri doveri e manteniamo uno stato di coscienza vigile e sufficiente per non abbandonare il nostro posto di combattimento” finché “poi ad un tratto succede qualcosa… la realtà ci appare nitida per quello che è. E il nostro stato di marinai chiusi in un sottomarino flottante nel vasto mare precipita con l’insostenibile peso dell’evidenza dagli strati più sicuri della volontà”. Che cosa fare allora quando percepiamo questa come la condizione umana e, usciti dalla nostra programmata solitudine, ci rendiamo conto di essa? A quel punto è urgente dare un senso a ciò che siamo in rapporto a ciò che ci circonda, se non vogliamo scivolare verso il fondo.
È tutto un lavoro di pinne questo interessante libro di Pietro Spirito, saliamo e scendiamo con l’autore nel mare per trarre tessere di conoscenza e per dare significati agli spazi in cui si è consumata la nostra Storia.

Marina Torossi Tevini


Quando pensiamo al nostro vivere nel mondo oggi, spesso ci immaginiamo come naufraghi, incapaci di mantenere una rotta, persi tra i relitti di una storia che sembra sfuggire sempre di più alle nostre memorie. Ed è proprio alla ricerca e all'interno di quei relitti che Pietro Spirito ci conduce in questo libro: non solo metaforicamente, ma fisicamente. Calandosi in fondo al mare nel punto più a nord del Mediterraneo, lungo l'ideale frontiera sommersa del Golfo di Trieste dove da secoli si scontrano e si mescolano genti, lingue e culture, ci mette di fronte a ruderi e rovine nelle quali osserviamo non solo il nostro passato, ma il nostro futuro: perché i relitti predicono la caduta di regni e imperi, ricordano la futilità delle aspirazioni umane, rappresentano la caducità di ogni destino. Il racconto parte dalla visita sottomarina ai resti degli insediamenti romani diventati una piccola Atlantide. Prosegue con un'immersione sul brigantino Mercurio, affondato durante la battaglia navale che nel 1812 costò a Napoleone l'egemonia nell'Adriatico. E poi, spostando in avanti il cursore del tempo, con un tuffo tra i fantasmi del piroscafo Baron Gautsch, della corazzata Wien, di un bombardiere americano, di una flottiglia di minisommergibili della Marina tedesca, arrivando fino al giallo di un marinaio morto a bordo della sua nave in disarmo nel 1971. Un mondo in cui si annida il catalogo di ciò che è stato perduto per essere ritrovato. 

 
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
Pietro Spirito - Trieste è un’altra  - Mauro Pagliai Editore 2011

Trieste è un’altra, il recente saggio di Pietro Spirito edito da Mauro Pagliai nell’intrigante collana  Le non guide si snoda come un diario di viaggio suggestivo e personale attraverso la città di Trieste a ricercarne la sua intima natura. “Trieste è un’altra” recita il titolo. In che senso un’altra? È un’altra rispetto all’immagine stereotipata che ne abbiamo, è un’altra perché non è la Trieste ufficiale ma quella città in parte incomprensibile che si presenta alla vista dell’autore (non a caso affacciato al belvedere della Napoleonica). Un autore che cerca, come in uno specchio rotto, di ricomporre i frammenti per arrivare a un’immagine, a un senso, a un’ipotesi definita. Ma un senso è difficile da trovare in una città che appare morta come nel Porto Vecchio le rotaie e le traversine abbandonate. E proprio il Porto Vecchio con la sua suggestione di binari morti che parlano di “un matrimonio finito male, quello tra il governo portuale e le ferrovie dello stato” la rappresenta bene e ci prospetta  un angosciante paesaggio da città fantasma, un “non luogo” che molti cineasti  hanno scelto come sfondo per le loro storie di celluloide (come forse un “non luogo” è anche la stessa Trieste con i suoi spazi “pensati per lasciare la mente libera di credere che in fondo tutto è possibile”). L’immagine che Trieste dà è in qualche modo l’immagine di una città irrisolta, una città che vive in compagnia di fantasmi come quelli che popolano i magazzini di Porto vecchio che un tempo ospitavano le derrate ed ora, con i sacchi accatastati e vuoti, simboleggiano una ricchezza scomparsa e alludono a un tempo in cui “la città respirava atmosfere universali e l’abbondanza delle mercanzie parlava di un Occidente avviato a un progresso senza fine”. Trieste a metà strada tra un passato glorioso e lontano e un futuro che appare incerto e difficile. 
Alla ricerca di far combaciare i opposti, di dare un senso alle immagini che si moltiplicano ma non si unificano in un tutto comprensibile e omogeneo lo scrittore percorre molti luoghi significativi della città, dall’antica stazione ferroviaria di Campo Marzio che sembra attendere ancora i treni dell’impero austroungarico, al gigante Ursus che attende un improbabile riutilizzo, ai sotterranei e alle casematte della guerra, ai resti di un confine che non c’è più. Trieste con le sue ingombranti tracce di un passato che ha lasciato dovunque delle cicatrici, Trieste città fluttuante ma ferma, Trieste che, sempre in Porto Vecchio ospita in alcuni magazzini le masserizie degli esuli e in qualche modo esprime il reiterato dramma che ha colpito tante persone nel dopoguerra, Trieste sede del Narodni dom, luogo che conserva il ricordo dell’odio razziale che caratterizzò in queste terre gli anni tra le due guerre ed ora ospita la Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori, dove i ragazzi di tutto il mondo vengono ad imparare lingue diverse dalle loro “con la passione di chi in cuor suo vede nella possibilità di una comunicazione globale l’unità del mondo”. Il futuro dunque sembra nascere sotto migliori presagi, proiettato verso uno scambio tra i popoli. “Osservo i ragazzi con gli Ipad, le cuffiette, i libri, i modi e le mode del loro tempo. È tutto molto confortante. L’idea che i guasti della Storia possano essere riparati, i cocci messi assieme, il vaso prezioso ricostituito. Nulla può essere come prima, certo, ma  dalle macerie può risorgere un presente nuovo e migliore”.
Reportage narrativo godibilissimo questo libro ci conduce in dieci tappe attraverso una terra di frontiera “in bilico tra un passato mitizzato e un presente immobile” e si conclude, non a caso, nel cimitero di Sant’Anna perché, per ricomporre i frammenti di questo specchio rotto, per scoprire le mille anime di Trieste, dobbiamo chiedere una sorta di avallo anche ai morti, “ai custodi della memoria verso i quali, piaccia o meno, siamo sempre in debito”. 


Marina Torossi Tevini


Reportage narrativo nei luoghi simbolo di Trieste. Dal Porto Vecchio all'Hotel Balkan, dal Molo Audace al cimitero di Sant'Anna, un viaggio in dieci tappe dentro la città di Svevo e Saba, eterna terra di frontiera sempre in bilico tra un passato mitizzato e un presente immobile. L'autore descrive in prima persona il suo percorso in motocicletta attraverso zone sconosciute ai turisti e a volte anche agli stessi triestini, ricostruendo attraverso le testimonianze e i ritratti di numerosi personaggi la storia moderna della città.