Marina Torossi Tevini, Le parole blu,  Campanotto 2010

Libro insolito  e complesso in cui due racconti lunghi - o, se preferite, romanzi brevi - vengono sapientemente manovrati da un’autrice che chiaramente al suo attivo ha un ricchissimo bagaglio di solide, impegnate e diversificate letture.
Nel primo un’indagine disincantata sul rapporto di coppia (lei è Alice che vorrebbe l’assoluto, lui è Alessandro che di sé offre solo briciole, ma “briciole doc”) a cui fa riscontro in parallelo una non convenzionale rievocazione della grecità classica, una rievocazione in virtù della quale -  com’è, come non è? - succede che per le vie di Atene (dove Alice è in vacanza) ci imbattiamo in Socrate in persona, un Socrate in gran forma, che polemizza con Teofrasto e scherza con Aspasia. E c’è da sottolineare che si tratta di una rievocazione in cui alla scrupolosità della ricostruzione si accompagna una sorta di stupore per quanto attraverso i millenni si è ribaltato il modo in cui gli umani si accostano alla realtà (basti dire che nell’Ellade di allora l’amore con la A maiuscola era quello tra uomo e uomo, mentre l’eros eterosessuale veniva considerato di seconda categoria, superficiale, grossolano, finalizzato al solo appagamento fisico).
Comunque in questa prima parte a intrigare (e disorientare) il lettore è soprattutto  il fatto che la scrittura risulta talmente intersecata di citazioni (moltissimo Platone, tanto Plutarco, un po’ di Senofonte, e non basta, ci stanno anche Marcello Veneziani, Umberto Galimberti e altri intellettuali odierni) che è come se la dimensione saggistica finisse col prevalere su quella narrativa (quasi fagocitandola), e non solo, a coinvolgerci e catturarci contribuisce anche l’inesauribile molteplicità dei filoni  e degli spunti, quasi che l’autrice in una volta sola avesse voluto estrinsecare ed esprimere, liberandosene, tutte le convinzioni, suggestioni e ripugnanze che ha collezionato nel corso della sua vita: così si discute sulla incomunicabilità, la sfiduciante incomunicabilità da cui nessuna parola riesce a redimerci, e sul nichilismo dei giovani d’oggi, e sul meccanismo perverso per cui non ci sentiamo realizzati che nel lavoro e non sappiamo valutarci che con gli occhi degli altri, e ancora sul lavaggio del cervello praticato dalla televisione. Insomma le tematiche sono  tante e tutte impegnative, ma il testo non perde concretezza e intensità, perché,  a intervallare le considerazioni teoriche, l’autrice provvede a inserire brani di dirompente urgenza fisica, come quando si immedesima nel cane con cui la protagonista ha fatto amicizia dalle parti dell’Acropoli e nella femmina di lupo che non può impedirsi di seguire il maschio da cui è stregata, o ci propone una metamorfosi alla maniera di Apuleio (ma a trasformarsi in asino non è Lucio, bensì un turista norvegese).
Nel secondo racconto i ritmi sono più ariosi e i dialoghi più veloci e incalzanti, ma anche qui nel raccontare le scaramucce all’interno dello spregiudicato triangolo formato da Monica, Francesca e  Giulio (personaggi tratteggiati con gran vivacità  e verità nella loro irrequietezza  e nei loro malesseri) e nel descrivere il fascino  di Trieste, la dolce tristezza della Camargue e i paesaggi stranianti della Patagonia l’autrice non rinuncia ad affrontare un gran numero di temi non banali: di nuovo l’incomunicabilità (Antonioni docet), e poi il consumismo, le colpe dell’Occidente, il conflitto nei Balcani, le problematiche ecologiche, la crisi di Sandro che sente superfluo il suo lavoro di professore, e tuttavia, niente paura, la passione intellettuale da cui la pagina è ventilata e vitalizzata ammortizza e riscatta a pieno ogni pericolo di didascalismo. Mentre il finale rasserenante e pacioso (con i tre protagonisti, a cui si è aggregato Sandro, che, dopo tante incertezze e contraddizioni e smarrimenti,  si son risolti  a organizzarsi una sorta di idilliaca “comune” in campagna, e, a completare il quadro, è pure nato un piccino che vediamo succhiare al gran seno di Monica) attenua il pessimismo della diagnosi che l’autrice ha tracciato sulla realtà contemporanea.
La conclusione insomma sembrerebbe essere che  con un po’ di fortuna  e di buona volontà forse anche in questo nostro mondo così disastrato  è possibile sentirsi felici.

Giovanna Mozzillo



<<<Torna all'Indice Recensioni
<<<Torna all'Indice Recensioni
Search this site or the web powered by FreeFind

La Frusta! Web search
Tell a friend about this page
Esempio 1
dal 3 marz 2010
Marina Torossi Tevini

Nata a Trieste, è laureata in lettere classiche.

Nel 1993, con il racconto Una donna senza qualità, vince il primo premio del concorso letterario Il leone di Muggia.

Nel 1997 cura la pubblicazione postuma del romanzo del padre, La valle del ritorno. Lo stesso anno riceve il premio speciale della Giuria al festival Felsina.

Nel 1998 riceve la menzione speciale al via di Ripetta.

Collabora a riviste nazionali ed internazionali, come Stilos, Zeta news ed Arte&Cultura.

Bibliografia 
1991 - Donne senza volto (poesie), edizioni Italo Svevo
1994 - Il maschio ecologico (antologia), Campanotto editore
1997 - L'unicorno (poesie), Campanotto editore
2002 - Il migliore dei mondi impossibili (antologia), Campanotto editore - 2004 - Il cielo sulla Provenza, Campanotto editore -Viaggi a due nell'Europa di questi anni, Campanotto editore 2008

Partecipazioni 
2000 - Poeti triestini contemporanei, Lint
2003 - Trieste la donna e la poesia del vivere, Ibiskos