ELOGIO DEL GATTOPARDO FIRMATO DA VARGAS LLOSA
Repubblica — 23 novembre 2010 sezione: PALERMO
-SALVATORE FERLITA
Provate ad allineare le pagine che, dalla pubblicazione del "Gattopardo", sono state scritte in Italia sul capolavoro di Tomasi di Lampedusa: una volta raccolto questo sterminato materiale critico, ponetelo accanto alla smilza e però profondissima chiosa che il premio Nobel per la letteratura di quest' anno, il peruviano Mario Vargas Llosa, ha scritto sul romanzo postumo del principe-scrittore nel 1987 e che oggi per la prima volta vede la luce in Italia, grazie alla casa editrice Scheiwiller. Si intitola "Menzogna di principe" (256 pagine, 20 euro) il saggio in questione ed è inserito nel volume il cui titolo, "La verità delle menzogne". Una volta realizzata questa malevola collazione, ecco servito il miracolo: le monografie, gli articoli, le note indigene (fatto salvo il bellissimo "Ricordo di Lampedusa" del compianto Francesco Orlando) svaniscono nel nulla per lasciare la scena all' intelligenza critica dell' autore di "La zia Jiulia e lo scribacchino". Poco tempo fa, una cosa del genere era accaduta con la pubblicazione di un volume di Edward Said, "Sullo stile tardo" (Il Saggiatore), in cui finalmente è svelata la vera natura del rapporto tra il libro e il film di Visconti: insomma, italiani (siciliani) - resto del mondo, zero a due. Ma torniamo a Vargas Llosa: si tratta di appena undici pagine, che però dicono quanto di più sottilee indispensabile sul romanzo di Lampedusa, centrando le questioni principali, riguardanti lo stile, l' ideologia, la struttura dell' opera, ma soprattutto l' alchimia misteriosa che fa di un libro un capolavoro assoluto, mettendo in luce i punti di forza dell' opera, liquidando definitivamente la questione relativa al rifiuto di Vittorini, senza concedere alcuna attenuante. L' incipit del saggio è fulminante: «Il Gattopardo è una di quelle opere letterarie che compaiono di tanto in tanto e che, al contempo, ci abbagliano e ci confondono, perché ci mettono dinanzi al mistero del genio artistico. Una volta esaurite tutte le spiegazioni alla nostra portata - e lo sa Dio fino a quali estremi sono state controllatee frugate le fonti di questo libro e la peripezia biografica dell' autore - una volta soddisfatta la nostra legittima curiosità sulle circostanze in cui siè svolta la sua gestazione, un dubbio fondamentale rimane, incolume: com' è stato possibile?». Si tratta insomma, continua Vargas Llosa, di un' occasionale esplosione che mette in subbuglio la produzione letteraria di un' epoca, basandosi «su un fondo di irrazionalità umana e di incidente storico nei cui confronti la nostra capacità di analisi è insufficiente. Ci ricordano che l' uomo è, sempre, qualcosa di più che ragione e intelligenza». Per il Nobel peruviano l' opera in questione è una vera e propria "eccezione", e dal 1958, anno in cui uscì, non s' è più visto in Italia e in Europa un romanzo che possa «rivaleggiare in delicatezza di tessitura, forza descrittiva e potere creatore». A sconcertare ancora oggi, si legge, sono «gli anacronismi estetici e ideologici» con cui l' autore palermitano (che viene accostato a due grandi narratori barocchi cubani come Alejo Carpentiere Lezama Lima) ha elaborato il suo romanzo, che di certo infastidirono enormemente Elio Vittorini, definito da Vargas Llosa «il mandarino letterario del momento in Italia». Vargas Llosa, per fortuna, la pensa diversamente: «Se Il Gattopardo era un grande romanzo, che cosa potevano essere, allora, le elucubrazioni politico-filosofiche che Vittorini e altri facevano passare in quel periodo per romanzi? Erano gli anni della letteratura impegnata e noi tutti, educati male da Gramsci e da Sartre, credevamo che il genio fosse pure una scelta ideologica, una presa di posizione moralmente e politicamente corretta a favore della giustizia e del progresso». Un capolavoro come il "Gattopardo", vuol dire Llosa, ci ricorda che il genio è più complicato e arbitrario, e che nel caso specifico, discutere «la nozione stessa di progresso» (da Leopardi Tomasi eredita nichilismo e rifiuto delle "umane sorti e progressive"), non credere nella possibilità della giustizia e «assumere in modo risoluto una visione retrograda e anche cinica della Storia», non rappresentano un ostacolo «per scrivere un' imperitura opera artistica». Per fortuna ci pensò Giorgio Bassani, chiosa lo scrittore sudamericano, a «salvare l' onore della specie letterario-editoriale italiana», aprendo a Tomasi le porte della Feltrinelli. Ma qual è il segreto di questo romanzo? Quali gli ingredienti nascosti del successo? Vargas Llosa prova a rispondere a questi interrogativi mettendo da parte definitivamente il caso, per prendere, diciamo così, il toro per le corna: ossia analizzando lo stile, il linguaggio, «di superba squisitezza, capace di graduare una percezione visiva, tattile o uditiva fino all' evanescenza». In otto quadri, che vengono definiti affreschi «di una sontuosità rinascentista», si dispiega una storia che seduce per una «musicalità senza stonature» della pronuncia: ma soprattutto nel quarto episodio «l' abilità trasformatrice della parola dell' autore» raggiunge l' acme, quando si assiste alla scorribanda di Angelica e Tancredi negli anfratti, nelle stanze abbandonate, nei solai del palazzo di Donnafugata, in un' atmosfera che «il fuoco dell' estate e del loro sangue innamorato carica di lussuria», imprimendo alla narrazione un ritmo intrepido, vertiginoso, di «dissoluzione materiale». Ma questa duttilità dello stile cozza contro l' impianto del romanzo, cioè la «mano stilistica che ha prodotto i miracoli stilistici» non mostra la stessa abilità «nel momento di fissare l' architettura che quelle sue meravigliose parole animavano». Da qui i punti di debolezza del «romanziere principiante», che si permette «gratuite intromissioni», «esclamazioni personali» che si rivelano non pertinenti rispetto a quanto è narrato. Violare certi punti di vista, sostiene Vargas Llosa, interrompe l' incantesimo, «distrugge l' illusione di una realtà fittizia autonoma». Insomma, il narratore del "Gattopardo" è incapace di mantenere il riserbo o fingere l' invisibilità. È cosa meschina, si chiede alla fine l' autore, menzionare queste manchevolezze in una creazione così splendida? «Non può essere altrimenti: una simile ricchezza - si legge alla fine - ci rende ancor più intollerabili i dettagli imperfetti». -
«In Sicilia più che altrove è arduo discriminare moti di umanità autentica e motivi di disumanità mascherata. Nello stato di crisi perenne in cui versano tutti i rapporti dell'io con gli altri e con se stesso, unica legge di comportamento universale è la doppiezza: mai confidare, neanche alla propria coscienza, ciò che si pensa, si fa e si vuole davvero. Così, le apparenze più grandiose celano le realtà più meschine; le proclamazioni di idealità più pure hanno un rovescio di filisteismo spregevole. La finzione è non solo necessità ma istinto e assieme arte di vita».
Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico, Editori Riuniti, Roma 1990, pag. 18