Don Fabrizio, principe di Salina, all'arrivo dei Garibaldini sente inevitabile il declino e la rovina della sua classe. Approva il matrimonio del nipote Tancredi, senza più risorse economiche, con la figlia di Calogero Sedara, un astuto borghese. Don Fabrizio rifiuta però il seggio al Senato che gli viene offerto, ormai disincantato e pessimista sulla possibile sopravvivenza di una civiltà in decadenza e propone al suo posto proprio il borghese Calogero Sedara. Il romanzo è riproposto in un'edizione speciale per i cinquant'anni di Giangiacomo Feltrinelli Editore.
Genere di narrazione d’invenzione, redatto in prosa, piuttosto lungo, destinato principalmente alla lettura da fermi dove dei personaggi sono alle prese con una vicenda, che ha un inizio e una fine, e che si sviluppa in un tempo superiore a quello impiegato nel leggerla.
(Fielding lo definiva "scritto prosai-comico-epico")
Inizio e fine possono essere temporali o soltanto logici, come anche dentro o fuori la narrazione o lo spazio fisico del romanzo. Il romanzo ha un inizio il quale può anche coincidere con l’incipit del romanzo, come anche una fine che coincide con l’explicit, dentro i confini, per così dire tipografici del romanzo. Tuttavia molte storie iniziano in altri romanzi e possono finire in altri romanzi ( è il caso delle saghe e dei romanzi a cicli). Un romanzo può avere solo una fine temporale (quando si esaurisce la vicenda narrata o quando muore il protagonista principale), o soltanto logica, quando cioè la fine del romanzo coincide con il suo fine. In genere sia la fine temporale che quella logica coincidono.
L’elemento inventivo può anche non essere necessario al romanzo anche se storicamente è proprio la storia inventata che ha distinto il romanzo dalla narrazione di storie realmente accadute, e anche se inizialmente, in Inghilterra dove il genere è ri- nato (dopo Cervantes) si spacciava proprio una storia platealmente inventata come una vicenda realmente accaduta (Robinson Crusoe) . Ma poiché qui il discrimine è davvero molto sottile – e diventa un vero rompicapo nei romanzi storici – preferiamo lasciare impregiudicata la questione se l’invenzione sia elemento costitutivo o meno del romanzo. Anche perché tante storie sono così vere da sembrare inventate e tante altre così inventate che riescono a sembrare vere.
La narrazione chiede necessariamente una storia. È impossibile una narrazione senza una vicenda narrata: benché l’antiromanzo l’abbia tentata, nei fatti anche un abbozzo di storia è sempre presente nel più strampalato anti-romanzo. Senza di essa non c’è romanzo. Così anche i protagonisti: essi possono anche non essere esseri umani (“Zanna bianca”, che ha per protagonista un cane, è tuttavia un romanzo in piena regola), ma un romanzo senza protagonisti-personaggi è impensabile.
La forma prosastica è anch’essa consustanziale al romanzo: l’Odissea non è stricto sensu un romanzo, benché lo sia sotto molti aspetti, anzi è forse il romanzo per eccellenza dell’Antichità: tuttavia le manca la forma prosastica e la destinazione alla lettura da fermi, poiché si ha ragione di credere che fosse destinato alla declamazione di cantastorie a un pubblico di non-lettori. Così pure Casa di bambola che ha tutti gli attributi del romanzo: una vicenda, dei personaggi, anche una narrazione seppure nella forma monca delle didascalie e delle indicazioni di regìa, non è un romanzo, ma è un dramma destinato principalmente alle scene, alla recitazione, anche se può essere letto da fermi.
Storia, personaggi, forma prosastica, lunghezza, inizio e fine sono attributi strutturali del romanzo. Invece i dialoghi, i versi e le poesie, le descrizioni, gli apoftegmi (sentenze generalizzanti) possono far parte del romanzo ma non appartenergli necessariamente. Sono degli attributi accidentali. Sono solo i contributi degli altri generi letterari al genere - il romanzo che è perciò un genere low less, che li fonde tutti-: il dialogo dal teatro, i versi o le intonazioni liriche dai poemi, le massime dai trattati morali, le descrizioni dai libri di storia o dai trattati scientifici. “Tutte le famiglie sono felici allo stesso modo, ogni famiglia è infelice a modo proprio” è una frase che può starci in un romanzo, ma se i romanzi fossero fatti solo da frasi come questa non avremmo il romanzo. Quanto sopra detto vale pure per “Addio monti sorgenti dalle acque”, un lacerto di poesia dentro la forma-romanzo. Mentre “La marchesa uscì alle cinque” è già un mini-romanzo e paradossalmente un romanzo potrebbe essere fatto solo da frasi come questa.
La lunghezza del romanzo è fatto meramente convenzionale e rapportato ai tempi. Nel ‘700 – 800 non si aveva romanzo senza i due tomi in ottavo. Oggi un romanzo è convenzionalmente ritenuto tale se supera le 200 pagine o comunque si possa leggere entro la tratta ferroviaria Milano-Roma, compreso un sonnellino tra Firenze e Arezzo. Tuttavia in tale misura confina con il racconto lungo. In genere il romanzo si distingue dal racconto ( o novella) se sviluppa più di un personaggio o una vicenda sufficientemente complessa (a trama proliferante o multitematica). Ma il confine è molto labile, e nessuno è riuscito a sceverare in maniera convincente un racconto da un romanzo a partire quantomeno dal Novecento: “Il fu Mattia Pascal” ha la struttura di una novella dilatata e “Le Metamorfosi” quella di un romanzo en abrégé.
Alfio Squillaci
© La Frusta
«In Sicilia più che altrove è arduo discriminare moti di umanità autentica e motivi di disumanità mascherata. Nello stato di crisi perenne in cui versano tutti i rapporti dell'io con gli altri e con se stesso, unica legge di comportamento universale è la doppiezza: mai confidare, neanche alla propria coscienza, ciò che si pensa, si fa e si vuole davvero. Così, le apparenze più grandiose celano le realtà più meschine; le proclamazioni di idealità più pure hanno un rovescio di filisteismo spregevole. La finzione è non solo necessità ma istinto e assieme arte di vita».
Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico, Editori Riuniti, Roma 1990, pag. 18