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Il primo dato che si può ricavare dalla lettura del Gattopardo è costituito da una nozione che è insieme di stile e di struttura narrativa: il ritmo saggistico del discorso, fondato su un accuratissimo calcolo critico della parola, guidata da una lucidità razionale di eccezionale impegno, che costituisce in ogni momento uno schermo di ragionamento, di spiegazione, di sistemazione critica fra la parola e la realtà: una realtà, quindi, dominata dall'alto, con uno sguardo amplissimo che abbraccia i fatti (la Sicilia, fra l'occupazione garibaldina e l'inizio del secolo), la società aristocratica entro la quale gli eventi sono vissuti e giudicati, i personaggi che la animano, dal principe Fabrizio Salina  alla moglie, ai figli, al nipote Tancredi Faloneri, ai borghesi e ai contadini che urgono intorno alla feudalità oscillante nelle preoccupazioni economiche e nelle incertezze del mutamento di regime, alla costante ricerca di un'interpretazione che valga non soltanto per quel mondo risalito dalla storia, ma per condizioni e personaggi ripetuti in un'attualità che Tomasi di Lampedusa ha sempre dolorosamente presente, come nuova verifica delle situazioni di un tempo, ripresentarsi di domande cieche, di risposte amare. 
L'intervento critico del narratore, la ricerca accanita di ragioni e di spiegazioni, non si attuano però nei termini. del giudizio storico, di un distacco nel tempo dalla maestria dolente del racconto: e ciò proprio per il difficilissimo incontro di piani storici che avviene nel suo discorso, fra gli eventi assunti dal tempo alla luce del ragionare attento e acutissimo, e il pensiero costantemente presente di vicende ben più prossime, anzi in atto ancora. Non si tratta solo del riflettersi dello scrittore con le sue esperienze nel personaggio centrale del principe Fabrizio, ma del riferimento costante degli eventi  del passato remoto a quelli degli anni recenti, in una trama fitta di allusioni, di giudizi, di interpretazioni, che animano di continuo la pagina, le danno quel tono di furore non placato, di accanimento, di non pacificato dolore e di partecipata sofferenza di fronte ad avvenimenti tanto lontani quanto a nuda datazione, eppure amari e vivi ancora, da non concedere riposo e rasserenarsi di definizioni e di sistemazioni storiche, se dietro di essi è in ogni momento attivo il tormento di chi vede nella parte di storia che ha vissuto il ripetersi di quelle antiche vicende. E allora dominio borbonico e fascismo, conquista garibaldina e occupazione alleata, vita politica nell'Italia appena unificata e nell'Italia dopo il 1945, costituiscono nelle pagine di Tomasi di Lampedusa una trama continuamente intersecata di rapporti allusivi, di richiami, di mutue implicanze: ma. senza che mai il fatto e il dolore contemporaneo prevalgano sul rigore della ricostruzione del passato, se un'intelligenza eccezionale nel suo acume critico riesce ad assumere i personaggi storici (il re Ferdinando di Borbone, Garibaldi, il prefetto piemontese, il colonnello Pallavicino) e i personaggi storico-fantastici (il principe Salina, Tancredi, i Sedàra), alla funzione di « correlativi oggettivi » di quel dolore e di quell'esperienza contemporanea che tanto urge nel discorso di Tomasi di Lampedusa .. 
Il segno stilistico di questa duplicità di piani su cui si svolge il Gattopardo è dato dall'ironia che ne intride ogni pagina, autentica lente attraverso la quale le vicende i personaggi gli oggetti stessi sono esaminati: un'ironia incisiva, crudele, corrosiva nella sua misura critica di spietata chiarezza. Non c'è nulla di ilare, non c'è vivacità di colori, non c'è intenzione di deformazione comica o grottesca nel discorso di Tomasi di Lampedusa, bensì questa luce aspra, impietosa di ironia, che nasce dalla chiarezza di un'intelligenza alla ricerca di ragioni e interpretazioni, dalla lucidità di un'impostazione critica che si volge a recuperare  di volta in volta a esplicazione del dolore e della rovina di oggi le lezioni evidenti di ieri : l'ironia è lo schermo stili¬stico che permette la perfetta rappresentazione del « correlativo oggettivo» storico e la fredda,sicura lucida incisività del giudizio sulle vicende antiche che si ripresentano alla memoria e si ripetono nella prassi, quasi seguendo il volgersi delle stelle che il principe Fabrizio calcola con i suoi telescopi. Tutto il romanzo deriva da questo tono continuo, quasi un accompagna¬mento musicale, la sua atmosfera disincantata e amara: l'impronta che il distacco ironico e il giudizio corrosivo del principe Fabrizio incidono su ogni personaggio ed evento, anche sui paesaggi e sugli oggetti, è il segno di un disinganno assoluto, senza speranza, di una sfiducia totale nella storia, e allude altresì al dramma di un'intelligenza che per troppa comprensione ha corroso la possibilità stessa di agire per modificare una vicenda che gli è tanto chiara in ogni più riposta ragione, in ogni premessa, in ogni conseguenza futura, da non avere più alcun interesse di partecipazione, da non consentire alcuna ambizione (quell'ambizione che ancora sorregge Tancredi Falconeri, che degli eventi si serve a fondo, sposa la causa del vincitore Garibaldi, accetta il matrimonio con Angelica, la figlia dell'uomo nuovo Calogero Sedàra, il borghese che sorge dalla rovina della nobiltà feudale, per averne il denaro necessario alla carriera politica; anch'egli uomo senza illusioni, ironico, scettico come lo zio intorno al futuro dell'Italia unificata, eppure inteso, a differenza del principe Fabrizio, a profittare della situazione, fingendo fedi che non ha, entusiasmi in cui non crede, non meno disilluso nel fondo, non meno chiaroveggente, ma deciso a usare della propria intelligenza per ottenere vantaggi dal nuovo ordine politico, pur senza lasciarsi mai compromettere in esso, restandone anzi distaccato con la sua segreta e desolata ironia). Solo una volta il principe Fabrizio cede al dolore della sua spaventosa chiarezza, rompe per un attimo il distacco della sua ironia per rivelare il dramma che la ragione in un mondo senza ragione costa a ogni istante: nel grande colloquio ideologico con Chevalley di Monterzuolo, il burocrate piemontese venuto in Sicilia a organizzarvi l'amministrazione, e giunto fino al principe Salina per offrirgli un posto al senato italiano. Nello scontro fra i due personaggi tanto diversi Tomasi di Lampedusa raccoglie uno dei momenti più acuti del suo impegno critico-saggistico, e altresì alcune fra le pagine più profonde e sofferte del romanzo, per il venire alla luce del dramma di un'intelligenza che si autodistrugge nella sua spaventosa lucidità, impedendosi ogni illusione, di fronte all'onestà semplice, un po' limitata, attiva di un fervore di fare più che di ragionare, che il nobile piemontese oppone dall'altra parte di un abisso non colmabile: pagine fitte di ragioni teoriche, dense di problematica sociale e storica (c'è perfino un accenno a Marx), ma animate, al di là del significato ideologico, dalla tragica rivelazione della condizione disperata di un individuo e, insieme, di un'intera nazione. 
Ma l'ironia come dimensione del narrare di Tomasi di Lampedusa incide ancora più a fondo nel significato del romanzo, là dove esso attinge le ragioni della sua eccezionale durata poetica: anzitutto per l'implesso di comportamenti che l'ironia determina sui due piani del giudizio storico e di quello privato, che offrono una diversità radicale di interpretazione sotto lo stimolo di un uguale tormento dell'intelligenza, di un'uguale chiarezza disillusa di visione del mondo, Vogliamo dire che il Gattopardo contiene quale altro dato singolare un tono di alta saggezza e di commossa pietà, che circola intorno ai personaggi, discendendo dall'atteggiamento stesso di ironia impie¬tosa verso eventi e storia, dal dominio disincantato e amaro dell'intelligenza sul presente e sul futuro, guardati senza attesa e senza speranza: il gesuita padre Pirrone, con la sua famiglia tragica e meschina insieme, intristita dalle vicende oscure delle vendette, delle seduzioni senza amore, delle oscure lotte economiche; Tumeo, l'organista della cattedrale di Donnafugata, patetico nella sua fedeltà ai vecchi Borboni, e tradito l'unica volta che avrebbe potuto far sentire a tutti la sua voce, quando, per prestigio politico, Calogero Sedàra cancella, col suo, ogni voto antiunitario nel plebiscito; Stella, la moglie dominata del principe Fabrizio; il piemontese Chevalley, con la sua onestà ingenua, la sua chiusa e ferma moralità, sperduta nell'ignoto e terribile mondo sici¬liano; i poveri abitanti di Donnafugata, di Palermo, di San Cono, intravisti un istante nella loro spaventosa miseria; la stessa Angelica Sedàra, col padre Calogero, rappresentanti delle nuove classi che si avanzano; il cane Bendicò, affettuoso e amato. Lo sguardo dall'alto comprende ugualmente il disinganno verso le cose e la pietà verso gli uomini: ne nascono pagine altissime, come il colloquio del principe con Tumeo, sullo sfondo della Sicilia arsa dall'estate, in cui tutta l'amarezza del torto subito, della distruzione della fiducia, esprime la sua desolata elegia; come certi colloqui del Salina con padre Pirrone, incontro di ironia e lucidità della ragione con la trepidazione sentimentale del gesuita. 
Ma questo senso di pietà, questa saggezza della vita che si fa compassione e commozione per gli uomini, amarezza verso gli eventi, non nascono da altro che da una memoria assidua della morte, da un vivere accanto alla morte, col suo pensiero costante davanti. Una grande poesia funebre circola in tutto il romanzo di Tomasi di Lampedusa, investendo di sé l'intera simbologia figurativa del Gattopardo, e innalzandola a momenti indimenticabili: il rigoglio funebre del giardino palermitano del principe Salina, con i suoi profumi acuti e vertiginosi, mescolati al lezzo del cadavere del soldato borbonico venuto a morirvi; gli assassinati per le trazzere; le stanze vuote del palazzo di Donnafugata, piene di polvere e di avanzi dei morti; e il grande paesaggio siciliano dell'estate, senza vita come un deserto, nella sua arsura, o sconvolto dalle piogge dell'inverno, dalle frane; soprattutto quell'ombra di morte che ogni personaggio si porta appresso, la bellissima Angelica come il formidabile principe Fabrizio, l'ironico Tancredi come padre Pirrone, quasi una dimensione che tutti li raccoglie in un'uguale appartenenza al destino comune di morte. Da questo senso della morte nasce l'alone di pietà che circonda tutti i personaggi: una grande tragedia funebre, una contemplazione della morte costituisce il tema supremo del Gattopardo, la ragione ultima della sua poesia. Il ballo dai Ponteleone, forse il culmine del libro, proprio da questo senso funebre del destino umano, del perire della bellezza, acquista il suo ritmo eccezionale di meditazione disillusa e pietosa; e la stessa alta poesia funebre si raccoglie nella descrizione della morte del principe Fabrizio (come non ricordare qui l'aggancio alle supreme pagine verghiane della morte di Mastro Don Gesualdo, e ancora, con un richiamo di ambiente regionale ben giustificato, la grandiosa elegia della morte che circola lungo le vicende dei Vicerè, e il fondo desolato dell'ispirazione di Brancati). Lo stesso capitolo conclusivo, di tono minore, proprio dalla. presenza della morte e dei morti trae la sua giustificazione e accenti ancora attivi di poesia: la mostra delle reliquie nella cappella di famiglia, la rovina fisica delle tre figlie del principe Fabrizio, rimaste zitelle, la vecchiaia di Angelica vedova, infine il corpo imbalsamato di Bendicò, gettato nel cortile, fra le immondizie, ultima sigla mortuaria sul romanzo, sulla grande poesia della morte in cui consiste la ragione profonda della sua eccezionalità. 

GIORGIO BARBERI SQUAROTTI. (da Poesia e narrativa del secondo Novecento, Milano, Mursia, 1961, pp. 279-83). 






Esempio 1
Don Fabrizio, principe di Salina, all'arrivo dei Garibaldini sente inevitabile il declino e la rovina della sua classe. Approva il matrimonio del nipote Tancredi, senza più risorse economiche, con la figlia di Calogero Sedara, un astuto borghese. Don Fabrizio rifiuta però il seggio al Senato che gli viene offerto, ormai disincantato e pessimista sulla possibile sopravvivenza di una civiltà in decadenza e propone al suo posto proprio il borghese Calogero Sedara. Il romanzo è riproposto in un'edizione speciale per i cinquant'anni di Giangiacomo Feltrinelli Editore.
dal 5 aprile 2008


Giuseppe Tomasi di Lampedusa - Il Gattopardo - Lettura critica di Giorgio Barberi Squarotti
ELOGIO DEL GATTOPARDO FIRMATO DA VARGAS LLOSA
Repubblica — 23 novembre 2010   sezione: PALERMO
 -SALVATORE FERLITA

Provate ad allineare le pagine che, dalla pubblicazione del "Gattopardo", sono state scritte in Italia sul capolavoro di Tomasi di Lampedusa: una volta raccolto questo sterminato materiale critico, ponetelo accanto alla smilza e però profondissima chiosa che il premio Nobel per la letteratura di quest' anno, il peruviano Mario Vargas Llosa, ha scritto sul romanzo postumo del principe-scrittore nel 1987 e che oggi per la prima volta vede la luce in Italia, grazie alla casa editrice Scheiwiller. Si intitola "Menzogna di principe" (256 pagine, 20 euro) il saggio in questione ed è inserito nel volume il cui titolo, "La verità delle menzogne". Una volta realizzata questa malevola collazione, ecco servito il miracolo: le monografie, gli articoli, le note indigene (fatto salvo il bellissimo "Ricordo di Lampedusa" del compianto Francesco Orlando) svaniscono nel nulla per lasciare la scena all' intelligenza critica dell' autore di "La zia Jiulia e lo scribacchino". Poco tempo fa, una cosa del genere era accaduta con la pubblicazione di un volume di Edward Said, "Sullo stile tardo" (Il Saggiatore), in cui finalmente è svelata la vera natura del rapporto tra il libro e il film di Visconti: insomma, italiani (siciliani) - resto del mondo, zero a due.  Ma torniamo a Vargas Llosa: si tratta di appena undici pagine, che però dicono quanto di più sottilee indispensabile sul romanzo di Lampedusa, centrando le questioni principali, riguardanti lo stile, l' ideologia, la struttura dell' opera, ma soprattutto l' alchimia misteriosa che fa di un libro un capolavoro assoluto, mettendo in luce i punti di forza dell' opera, liquidando definitivamente la questione relativa al rifiuto di Vittorini, senza concedere alcuna attenuante. L' incipit del saggio è fulminante: «Il Gattopardo è una di quelle opere letterarie che compaiono di tanto in tanto e che, al contempo, ci abbagliano e ci confondono, perché ci mettono dinanzi al mistero del genio artistico. Una volta esaurite tutte le spiegazioni alla nostra portata - e lo sa Dio fino a quali estremi sono state controllatee frugate le fonti di questo libro e la peripezia biografica dell' autore - una volta soddisfatta la nostra legittima curiosità sulle circostanze in cui siè svolta la sua gestazione, un dubbio fondamentale rimane, incolume: com' è stato possibile?». Si tratta insomma, continua Vargas Llosa, di un' occasionale esplosione che mette in subbuglio la produzione letteraria di un' epoca, basandosi «su un fondo di irrazionalità umana e di incidente storico nei cui confronti la nostra capacità di analisi è insufficiente. Ci ricordano che l' uomo è, sempre, qualcosa di più che ragione e intelligenza». Per il Nobel peruviano l' opera in questione è una vera e propria "eccezione", e dal 1958, anno in cui uscì, non s' è più visto in Italia e in Europa un romanzo che possa «rivaleggiare in delicatezza di tessitura, forza descrittiva e potere creatore». A sconcertare ancora oggi, si legge, sono «gli anacronismi estetici e ideologici» con cui l' autore palermitano (che viene accostato a due grandi narratori barocchi cubani come Alejo Carpentiere Lezama Lima) ha elaborato il suo romanzo, che di certo infastidirono enormemente Elio Vittorini, definito da Vargas Llosa «il mandarino letterario del momento in Italia». Vargas Llosa, per fortuna, la pensa diversamente: «Se Il Gattopardo era un grande romanzo, che cosa potevano essere, allora, le elucubrazioni politico-filosofiche che Vittorini e altri facevano passare in quel periodo per romanzi? Erano gli anni della letteratura impegnata e noi tutti, educati male da Gramsci e da Sartre, credevamo che il genio fosse pure una scelta ideologica, una presa di posizione moralmente e politicamente corretta a favore della giustizia e del progresso». Un capolavoro come il "Gattopardo", vuol dire Llosa, ci ricorda che il genio è più complicato e arbitrario, e che nel caso specifico, discutere «la nozione stessa di progresso» (da Leopardi Tomasi eredita nichilismo e rifiuto delle "umane sorti e progressive"), non credere nella possibilità della giustizia e «assumere in modo risoluto una visione retrograda e anche cinica della Storia», non rappresentano un ostacolo «per scrivere un' imperitura opera artistica». Per fortuna ci pensò Giorgio Bassani, chiosa lo scrittore sudamericano, a «salvare l' onore della specie letterario-editoriale italiana», aprendo a Tomasi le porte della Feltrinelli. Ma qual è il segreto di questo romanzo? Quali gli ingredienti nascosti del successo? Vargas Llosa prova a rispondere a questi interrogativi mettendo da parte definitivamente il caso, per prendere, diciamo così, il toro per le corna: ossia analizzando lo stile, il linguaggio, «di superba squisitezza, capace di graduare una percezione visiva, tattile o uditiva fino all' evanescenza». In otto quadri, che vengono definiti affreschi «di una sontuosità rinascentista», si dispiega una storia che seduce per una «musicalità senza stonature» della pronuncia: ma soprattutto nel quarto episodio «l' abilità trasformatrice della parola dell' autore» raggiunge l' acme, quando si assiste alla scorribanda di Angelica e Tancredi negli anfratti, nelle stanze abbandonate, nei solai del palazzo di Donnafugata, in un' atmosfera che «il fuoco dell' estate e del loro sangue innamorato carica di lussuria», imprimendo alla narrazione un ritmo intrepido, vertiginoso, di «dissoluzione materiale». Ma questa duttilità dello stile cozza contro l' impianto del romanzo, cioè la «mano stilistica che ha prodotto i miracoli stilistici» non mostra la stessa abilità «nel momento di fissare l' architettura che quelle sue meravigliose parole animavano». Da qui i punti di debolezza del «romanziere principiante», che si permette «gratuite intromissioni», «esclamazioni personali» che si rivelano non pertinenti rispetto a quanto è narrato. Violare certi punti di vista, sostiene Vargas Llosa, interrompe l' incantesimo, «distrugge l' illusione di una realtà fittizia autonoma». Insomma, il narratore del "Gattopardo" è incapace di mantenere il riserbo o fingere l' invisibilità. È cosa meschina, si chiede alla fine l' autore, menzionare queste manchevolezze in una creazione così splendida? «Non può essere altrimenti: una simile ricchezza - si legge alla fine - ci rende ancor più intollerabili i dettagli imperfetti». - 

«In Sicilia più che altrove è arduo discriminare moti di umanità autentica e motivi di disumanità mascherata. Nello stato di crisi perenne in cui versano tutti i rapporti dell'io con gli altri e   con se stesso, unica legge di comportamento universale è la doppiezza: mai confidare, neanche alla propria coscienza, ciò che si pensa, si fa e si vuole davvero. Così, le apparenze più grandiose celano le  realtà più meschine; le proclamazioni di idealità più pure hanno un rovescio di filisteismo spregevole. La finzione è non solo necessità ma istinto e assieme arte di vita».

Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico,  Editori Riuniti, Roma 1990, pag. 18
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