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Emanuele Trevi - Senza verso. Un'estate a Roma - Laterza,  Bari 2004

"Quando i carpentieri in legno iniziano a costruire un ponte, quando i maghi
esibiscono una cordicella sul palco, quando i bambini giocano a tiro alla
fune e quando i funamboli clandestini installano un cavo, c'è sempre un
momento in cui il filo penzola liberamente tra due punti, e sorride"

(Philippe Petit " Trattato di funambolismo").



"Ecco cosa dovremmo sforzarci di fare: parlare della Bellezza e cercare la
Bellezza, investirla della nostra ansia di superare ciò che ci angoscia, che
ci involgarisce, che ci deprime" ( una mia amica, l'altra sera a cena).

Trevi è un funambolo delle lettere: forse gli piacerebbe essere paragonato a Philippe Petit, l’artista che, un mattino d’estate del 1974, riuscì a camminare, per otto volte di seguito, su di un filo d’acciaio che, teso a 417 metri d’altezza, collegava le due Torri, anche lui ama tendere fili ed escogitare trame che mettono in relazione ambienti e luoghi che parrebbero, per definizione, irrelati: la frequentazione delle alte stanze del saggismo raffinatamente antiaccademico e gli angiporti, desolati e squallidi, dell’ autobiografismo più smaccato ed esibito, sulla scorta della lectio keatsiana secondo cui ogni vita è un’allegoria: c’è una specie di leziosa trasandatezza nel compiere questo percorso su corde precarissime ed instabili, un’irridente buffoneria che lo tenta tanto da “alzar le fiche” non solo alla vanagloria sepolcrale della Cultura ufficiale, ma anche, quasi masochisticamente, a quell’aggregato di io, poco eroici e tutt’altro che edificanti, che affollano e complicano la sua identità.

Questa sua nuova opera  Senza verso  potrebbe apparire semplicemente come un sequel de I cani del nulla; l’io che narra sembra voler svendere all’ incanto tranches de vie dell’io che sopporta a malapena la canicola di una stordente estate romana, quasi volesse giungere all’impudicizia del darsi via, del mostrare di sé e delle proprie umanissime debolezze, un repertorio di miserie e di meschinità: un “membrum putridum et foetidum” che varia, in chiave più desolata, cupamente solipsistica, alcune note delle sinfoniette già solfeggiate ne  I cani del nulla , senza cane e senza donna. La stridenza nasce però quando, la svagata leggerezza da passeggiata walseriana, che sembra voler essere ricercata aprioristicamente dall’autore, rovina contro la implacata presenza di dolori e di lutti ( quello dell’ affaire amoroso che termina, quello dell’amico morto) che non consentono vie di fuga o consolatorie rimozioni, che impediscono ogni auspicio di grazia e di liberazione.E’ un continuo contrasto fra tono discorsivo e cristallizzazione concettosa, fra digressione itinerante e pointe concettuale.


Un’elegia funebre per un amico, il poeta Pietro Tripodo che, per una spaventosa piega del destino (l’uomo gobbo di Benjamin) incarnava su di sé tutto il dolore del mondo: è come se, distillato in quell’inappartenenza, in quell’inadeguatezza fatta persona, che suscitava sorrisi di scherno e che invece erano i traumi di una esistenza vocata all’infelicità, fosse stata cacciata a forza, come in una bottiglia troppo piccola per contenerla, tutta la follia del mondo , la sua vanitas vanitatum. Tanto più poi questa crepa dell’Essere si allargava e si ampliava quando più questo principe Miskin di Via Aleardi tentava di recuperare una patina di ‘normalità’ e di decoro:
nella vita normale ci si innamora di donne giovani e bellissime, ma se per i ‘rettorici’ questo diventa routine, collezione di figurine, per i ‘persuasi ‘ essa si trasforma in altro, qualcosa che strazia e riapre corazze tutt’ altro che robuste.


Una flânerie sinedocchizzata: quel gomitolo di strade e di qualche palazzo diventa un movimentato scenario, popolato da figure indimenticabili ( la barbona, l’amico edicolante, il cammeo di Tommaso pincio, etc.) che assumono una statuaria figuralità quasi auerbachiana.


A più riprese Trevi ci dice che il suo amico Pietro, il principe Miskin (un po’ maudit, un po’ fantozzi, come tutti noi), assomiglia più a Buster Keaton che a  Charlot. Forse perché Charlot è proprio lui, cioè Trevi; che, pur se gravato da dolori immedicabili, conserva una svagata trasandatezza che è tipica di Charlot, che sopporta, senza ira, ma quasi curioso e voyeur, gli amplessi del suo amico, ecco la curiosità inesausta per tutte le forme della vita, senza distinguo e senza gerarchie. Una elegante, adorabile cialtroneria muove questo Charlot del colosseo che accetta volentieri anche l’inesplicabilità e l’enigmaticità delle cose e delle persone, senza troppi retropensieri o ermeneutiche spicciole:  la ‘psicologia dei palazzi’, il mistero della vecchia barbona, l’entropia dei giornalai. Ad aiutare questa impenetrabilità e porosità delle cose c’è una cortina fumogena, c’è una coltre che separa il soggetto da esse: la canicola, il sonno, gli spinelli impediscono una piena auscultazione delle cose. Tutto viene visto come accade al de Niro del sogno oppiaceo di  C’era una volta in America, la stessa implausibilità e la stessa necessità destinale che appartiene allo svolgersi delle vicende, che consente solo un sorriso stupefatto e stupido.  L’oblomovismo del protagonista, sdraiato in divano in un perenne stato di dormiveglia, le cui riflessioni sortiscono già impigrite da quel’delirio d’ immobilità’, sembra voler ripercorrere l’immagine folgorante dell’Ulisse che, come Trevi ricorda, si addormenta prima di giungere o appena giunto ad Itaca.

Del resto mentre lui cerca la radianza di ciò che lo circonda, "quel perpetuarsi identico nel tempo della vibrazione” questa gli sfugge completamente, gli cade di mano. Case, luoghi, strade, palazzi ne sono compenetrate, ma, quando si tenta di spiegarla, essa fugge, inesorabilmente.


Linnio Accorroni


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Esempio 1
Emanuele Trevi

Senza verso. Un’estate a Roma, Emanuele Trevi Ordina da iBS Italia

"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di viale Manzoni e di via Merulana al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione: l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa..."