Carlo Tullio-Altan - La coscienza civile degli italiani - Valori e disvalori nella storia nazionale - Gaspari, Udine, 1997 pp. 273.

Da più di un decennio Tullio-Altan torna percussivamente su un tema - quello della sostanziale incompletezza civile degli italiani e della complessiva arretratezza socioculturale del nostro Paese - che gli ha meritato un incernierato silenzio da parte degli intellettuali di casa nostra e qualche amabile rimprovero di storici stranieri come Paul Ginsborg che a più riprese lo ha tacciato di eccessivo pessimismo.

Ora, a parte la considerazione che un pessismista, spesso, altri non è che un ottimista ben informato, il tema resta questo: si può definire civile e socioculturalmente evoluto un Paese affetto da una terribile corruzione che non ha eguali nel primo mondo? Oppure, quale vincolo scellerato ha mai potuto saldare una classe politica ed un'intera società civile in un patto di reciproca assicurazione, d'impunità per la prima e di libertà anarchica per la seconda? O ancora, perché il nostro Paese difetta tanto di civcness, di senso civico? E così via interrogandosi. Chiunque abbia posto mente a queste tematiche sa che si aprono due strade: o sposare il mugugno impotente di quella minoranza di antitaliani che sopportano i costumi dei propri connazionali, o abbracciare il partito autoassolutorio degli indulgenti, per il quale ogni critica viene respinta, perché tanto-tutto-il mondo-è-paese.

 Lo sforzo di Tullio-Altan è teso ad offrire una terza via. Dimostrare per intanto che sotto molti versi un Paese è tutto un mondo. Che cioè esibisce le proprie specificità storiche, religiose, antropologiche etc dalle quali discendono il proprio sistema di valori e attorno alle quali si avvitano i comportamenti collettivi dei suoi abitanti. Fornire poi spiegazioni sui nostri comportamenti di oggi visti sullo sfondo della lunga durata, allo scopo preciso di rintracciare le radici profonde di certe nostre deviazioni comportamentali, di interpretarle, di offrirle alla riflessione e di tentare così di sconfiggere quella "rimozione nevrotica" che le circonda. 

Un etnologo che vuole studiare un popolo primitivo non fa altro che recarsi sul luogo. Ma un antropologo culturale che voglia investigare un popolo che da tempo ha lasciato le capanne non può far altro che studiarne la storia, rileggerla. Ed è perciò con spirito salveminiano ma con il ciglio asciutto dello scienziato (o ancora, di storico che scorge le variabili e di antropologo che sottolinea le costanti) che Tullio-Altan ci fa passare davanti agli occhi quasi tutta la storia nazionale mettendo una lente sulle nostre endemiche insufficienze: il familismo amorale e il particolarismo, il trasformismo, il clientelismo, il populismo estremista ed "impazzito" degli intellettuali e il controriformismo immobile dei Pubblici Poteri, il "pensiero debole" in fatto di ossequio delle norme, l'assenza assoluta e generalizzata di senso civico. Insomma le qualità fisse  ma non immodificabili se le si sa conoscere e riconoscere  del nostro vivere associati, della nostra incompleta democrazia. Si esce dalla lettura del libro con lo sguardo sofferente di chi ha avuto il coraggio di guardarsi dentro ma anche purificato dallo sforzo di aver individuato le origini di molti mali.
Alfio Squillaci

Search this site or the web powered by FreeFind

Site search Web search
deal 4 nov. 2001
Pagine Correlate

<<<Italiani. Postfazione al "Discorso sopra i costumi degli Italiani" di Giacomo Leopardi.

<<<Loredana Sciolla: "Stereotipi di casa nostra"

<<<Saggio sul familismo degli Italiani

<<<C. Tullio-Altan Religioni, Simboli, Società - 

<<< C.Tullio-Altan antropologo degli italiani - Saggio di A. Squillaci
Esempio 1
L'articolo commerativo apparso sul Corriere della sera del 17 febbraio 2005

Il suo Manuale di antropologia culturale, pubblicato ormai più di trent' anni fa (nel 1971) da Bompiani, rimane ancora oggi «l' unico grande testo che espone la storia e il metodo di questa materia nel nostro Paese». Con Carlo Tullio-Altan, morto martedì all' ospedale di Palmanova a 89 anni dopo una lunga malattia (i funerali si svolgeranno sabato ad Aquileia), se ne va dunque uno dei padri fondatori dell' antropologia culturale italiana. Animato dalla curiosità che da sempre lo caratterizzava, aveva negli ultimi tempi scelto di scandagliare «con severo metodo critico» le problematiche legate alla nostra identità nazionale arrivando a sostenere che «l' antropologia degli italiani è caratterizzata da arretratezza socioculturale, clientelismo, populismo, trasformismo, ribellismo». Altan era padre di quel Francesco Tullio disegnatore e vignettista satirico inventore del metalmeccanico Cipputi ed era stato allievo di Ernesto de Martino. In un primo tempo (dopo gli studi filosofici e giuridici) avrebbe voluto intraprendere la carriera diplomatica: poi venne la Seconda guerra mondiale, durante la quale combatté in Albania, e poi l' 8 settembre, dopo il quale Altan si impegnò «attivamente» nelle fila della Resistenza. Nel dopoguerra, Altan collaborerà con Benedetto Croce «nell' attività di ricerca filosofica» e successivamente si dedicherà alla storia delle religioni ed all' etnologia comparata insegnando alle università di Pavia, Trento, Firenze e Trieste, dov' era tuttora professore emerito. Fitta è la sua attività di scrittura, nella quale si possono ritrovare le tappe della sua formazione: Lo spirito religioso del mondo primitivo (il Saggiatore, 1960); Valori, classi sociali e scelte politiche (Bompiani, 1976); Modi di produzione e lotta di classe in Italia (Mondadori-Isedi, 1979); Ethnos e civiltà (Feltrinelli, 1995); Gli italiani in Europa (il Mulino, 1999); La nostra Italia (Feltrinelli, 1986 e ora Egea, 2000); Le grandi religioni a confronto. L' eta della globalizzazione (Feltrinelli, 2002). 
Stefano Bucci
Dello stesso autore
Nella prima edizione (1986)  di questo libro Carlo Tullio-Altan lanciava un grido d'allarme sul futuro del nostro Paese rivelando una sostanziale dicotomia tra progresso tecnologico, sviluppo economico e tradizionalismo culturale in seno al quale trovare spiegazione dei fenomeni di disgregazione sociale, di malcostume, di carenza di spirito pubblico, di assenza di corresponsabilità sociale che interessavano la società italiana. Un insieme di contraddizioni che a suo avviso andava ben oltre le semplici difficoltà di una crescita distorta, spiegabile con la giovinezza delle istituzioni politiche ed economiche del Paese, penetrando profondamente nei gangli della società e permeando le mentalità dei singoli. Carlo Tullio-Altan pone l'insieme di questi comportamenti, che denomina arretratezza socio-culturale, nel lungo periodo e la tratteggia nei termini di una "sopravvivenza anacronistica" di modelli di comportamento originati nei secoli passati, tenuti in vita dalla resistenza inerziale che oppongono al cambiamento, in un contesto economico-sociale e politico-istituzionale radicalmente mutato. 

Il frontespizio del libro di Carlo Tullio-Altan, Italia: una nazione senza religione civile. Le ragioni di una democrazia incompiuta, Istituto editoriale veneto friulano, Udine 1995.

Vi è riportata una vignetta del disegnatore satirico Altan (figlio dell'antropologo) con il celbre Cipputi che proferisce: "L'italiano è un popolo straordinario. Mi piacerebbe tanto che fosse un popolo normale".

Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line