Mariapia Veladiano  –  La vita accanto- Einaudi, Torino 2011

Valutazione XX/5

È  difficile per un recensore onesto esprimere una valutazione negativa opponendosi all’entusiasmo generalizzato verso un libro di cui tutti dicono bene: rischia di apparire geloso, oppresso da nevrastenia o male di fegato, ipercritico, desideroso di attirare l’attenzione imboccando una strada in senso contrario e, se è a suo volta scrittore, di attirarsi il classico invito:- Medice, cura te ipsum!-
Potrebbe tacere, rinunciando a manifestare la propria opinione sul libro che non gli è piaciuto, limitandosi ad annotare per promemoria il giudizio su un registro personale, ma gli sembrerebbe di agire per non attirarsi inimicizie, e quindi per ipocrisia, il che gli disturba la coscienza. Quando invece decide di pubblicare il proprio pensiero in contrasto con gli altri, pur consapevole del rischio di esserne danneggiato, ci si potrebbe chiedere: perché lo fa? Per masochismo? Per troppa fiducia in sé? Forse per lo stesso senso di giustizia che spinse il bambino della fiaba a dichiarare che il re era nudo.
Per una di queste ipotesi, o magari per tutte, ho quindi voluto esporre la mia forse unica disapprovazione per il libro di Mariapia Veladiano, pronta a confrontarmi con chi volesse contestare la mia tesi.
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Il doppio riconoscimento di alto valore letterario ottenuto dall’esordiente Mariapia Veladiano, (Premio Calvino 2010 e 2° posto allo Strega 2011, quindi in odore di vittoria), mi aveva creato l’attesa di una lettura interessante e coinvolgente, tanto rara nell’attuale panorama letterario in cui pare che molti autori, pur abili nella scrittura, abbiano ormai ben poco da raccontare di veramente nuovo dopo che tutto pare sia stato già detto e scritto, sopraffatti dalle orripilanti realtà fornite dalla cronaca quotidiana, dalle confessioni immaginifiche di gente in cerca di una sia pur miserabile notorietà, e da una giostra di fatti esasperati e fantasiosi propinati a getto continuo nelle ore dei pasti, non certo utili per la digestione.
È noto che quanto più ci si abitua a sapori o a reazioni forti, si ha bisogno di qualcosa in più per provare emozioni nuove, ed è forse per questo che l’A. de “La vita accanto” ha fatto ricorso a una storia che ha superato i limiti dell’accettabile, e che per la sua artificiosa esasperazione non mi ha convinto.
Nonostante l’abile presentazione dei risvolti di copertina, che promettono intriganti situazioni e misteri irrisolti, il racconto di una bambina brutta nata da genitori bellissimi, totalmente rifiutata dalla madre, non è riuscito a suscitarmi emozione, non –ha quagliato-, come si dice in gergo semipopolare.
La piccola Rebecca è dunque a tale punto orribile da essere respinta dalla madre, che non accetta neppure di prenderla in braccio e di allattarla, e dopo essersi chiusa in sé, totalmente staccata dal mondo, arriva alla pazzia e al suicidio? E poi, che cosa intende l’A. per tale orrenda diversità? È  forse dotata di tratti mostruosi, di caratteristiche animalesche, di corpo storpio? A queste domande ipotetiche la Veladiano non risponde, lasciando nel lettore dubbi insoddisfatti e limitandosi a mezze frasi disseminate qua e là, quando accenna a reazioni di ripulsa da parte di chi vede la piccola.
Forse assomiglia al protagonista del celebre film del 1980 premiato con l’Oscar, -Elephant man-, in cui è raccontata la storia di un povero essere deforme, sfruttato dalla crudeltà umana che ama il brivido dell’orripilante? Eppure la pietà può essere più forte di ogni impulso naturale, e trasformare in affetto profondissimo l’istintivo respingimento, come accade a tanti genitori che riversano sui figli infelici il loro intenso amore.
Certo: fa parte dei trucchi del mestiere dello scrittore restare sul vago, lasciando a ciascuno la possibilità d’immaginare a tutto tondo ciò che è stato sapientemente accennato per sommi capi, così che ogni lettore possa costruire da sé il personaggio, appropriandosene, ma perché il giochino funzioni occorre un’abilità straordinaria e una capacità di coinvolgimento che solo certi scrittori possiedono, ma non, a mio avviso, la Veladiano.
Solo nella penultima pagina del libro si trova un vago riferimento all’occhio destro di Rebecca ripristinato da un chirurgo e alla sua peluria, ma sono quelle le anomalie che hanno caratterizzato il -mostro-?
Si viene presto a sapere dalla stessa Rebecca, l’io narrante, che è stata tenuta segregata in casa per sottrarla alla curiosità e alla repulsione(?) della gente, con la sola compagnia di una tata pietosissima che la ama davvero, del padre e della zia gemella di lui a sua volta bellissima, docente al Conservatorio.
Strana casa davvero quella in cui Rebecca cresce, in un’atmosfera torbidissima di rapporti anomali, in particolare quelli della zia nei confronti della nipotina, vice-madre severa che nutre verso la bambina un sentimento contradditorio. È  lei che, ammirando le mani perfette della piccola, le pronostica un futuro nella musica, ma non come concertista, poiché mai potrà salire su un palcoscenico con il suo aspetto (e dalli!). Pare incredibile che con simili folli condizioni la bambina non sia impazzita; invece accetta tutto, e trova consolazione nella musica, che pare una dote di famiglia in cui si cimentano padre e zia, suonando ogni sera a quattro mani, mentre lei assorbe l’arte musicale ascoltando le loro esibizioni, e arrivando addirittura a comporre in proprio.
La zia vorrebbe perfino impedirle di frequentare la scuola pubblica e in seguito il Conservatorio, eppure non riesce nel suo intento, così Rebecca, entrando per la prima volta in contatto con i suoi coetanei conosce una ragazzina grassa, estroversa e impicciona tanto diversa da lei, che le diventa amica e rappresenta il suo unico legame con il mondo.
Dopo il suicidio della madre, due nuovi personaggi entrano nella vita di Rebecca, innestati in modo anomalo in una storia già tutta anomala di per sé.
Uno è un professore di musica che dimostra simpatia per la protagonista ormai cresciuta, e che avendola invitata a casa propria, una grande villa in collina nei pressi di Vicenza, le fa conoscere la vecchia madre, famosa concertista ormai invalida, ridotta ad avere bisogno di costante assistenza. Nasce tra lei e Rebecca una specie di simbiosi affettiva, finché si scopre, sempre nelle ultimissime pagine, che le sofferenze della donna sono solo simulate per mantenere legato a sé il figlio, evitando di rivelargli un terribile segreto di famiglia.
C’è anche, verso la fine, uno scandalo avvenuto a scuola durante una pausa dell’intervallo, di un’improbabile esibizione di Rebecca davanti ai compagni di classe, anche questo episodio affidato all’intuizione del lettore, un dire e non dire che nella sua altalenante ripetizione diventa alla fine irritante.
Insomma: un pasticcio poco convincente creato da una scrittrice che ha voluto costruire a tavolino una vicenda a tinte forti ed esasperate, con tutte le caratteristiche di un romanzo di appendice volto a commuovere il lettore, e pare che ci sia riuscita, se ha ottenuto la generale approvazione. Questo, però, può bastare per conferire valore letterario a un libro? Da parte mia sono rimasta indifferente, spesso disturbata dalla sensazione di un’insopportabile presa in giro.
Peccato, perché da questa giovane autrice già coronata con un doppio alloro, dotata di ottima padronanza della lingua e d’indubbia fantasia, ci si potrebbe attendere molto di più, se prima di scrivere un nuovo libro attenderà una vera ispirazione, di quelle che permettono di raggiungere il capolavoro, senza arrampicarsi sugli specchi di storie volte soltanto a stupire.   


Armanda Capeder

Armanda Capeder è giornalista, specialista di Linguistica Italiana, settore per il quale redige da oltre quattro anni una serie di articoli sul mensile “Studi Cattolici” delle milanesi Edizioni Ares.
Sullo stesso argomento ha scritto, per l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano, un piccolo manuale che ha incontrato ampio successo, “L’anacoluto non è una parolaccia”, pubblicato nel 2004.
Per 10 anni ha tenuto Corsi di Scrittura Creativa presso un Ente pubblico collegato col Comune di Milano.
Ha pubblicato 5 romanzi, 2 libri di fiabe e numerosi testi di cultura generale editi da Fabbri, Rizzoli, Domus.
Leggi nel link in basso le sue letture raggruppate nella rubrica:  "Scegliere il libro giusto". Le sue valutazioni, espresse in X, variano da 1 a 5.


dal 12 nov 2011

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Rebecca è nata irreparabilmente brutta. Sua madre l'ha rifiutata dopo il parto, suo padre è un inetto. A prendersi cura di lei, la zia Erminia, il cui affetto però nasconde qualcosa di terribile, e la tata Maddalena, affettuosa e piangente. Ma Rebecca ha mani bellissime e talento per il piano. Grazie all'anziana signora De Lellis, Rebecca recupera un rapporto con la complessa figura della madre, scoprendo i meccanismi perversi della sua famiglia. E nella musica trova un suo modo singolare di riscatto, una vita forse possibile. La Veladiano racconta senza sconti l'ipocrisia, l'intolleranza, la crudeltà della natura, la prevaricazione degli uomini sulle donne, l'incapacità di accettare e di accettarsi, la potenza delle passioni e del talento.

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Di Eraldo Baldini vedi anche: