Sandro Veronesi   –  Caos Calmo - Bompiani, Milano 2005

Valutazione XXXX/5

Il romanzo di Sandro Veronesi pubblicato nel 2006, e premiato con la vittoria allo “Strega” nel 2007, fu giudicato con entusiasmo dalla maggioranza dei critici. Letto a sei anni di distanza, tuttavia, si evidenziano nel libro alcuni lati negativi quali, tra l’altro, una certa prolissità e un’eccessiva discontinuità nella narrazione.
L’A. racconta la storia di Pietro Paladini, che trovandosi in vacanza al mare, alla vigilia delle nozze con la bellissima ragazza dalla quale aveva avuto dieci anni prima una figlia, rientrando dopo l’avventuroso salvataggio di una donna in procinto di annegare, scopre che la futura moglie con cui è convissuto a lungo more uxorio, è morta pochi istanti prima in un incidente domestico.
La bambina era presente e lui, sentendo la responsabilità di aiutarla a superare il trauma, mentre l’accompagna a scuola alla ripresa delle lezioni promette inopinatamente che resterà davanti alla finestra della sua aula ad aspettarla fino all’uscita pomeridiana, e se lei si affaccerà, lo potrà vedere e salutare. Pensa così di confortarla con la propria presenza fisica, e se ne fa un dovere: trascorrerà infatti tre mesi nei giardinetti davanti all’edificio, seduto su una panchina, o dentro l’auto posteggiata nei pressi quando c’è cattivo tempo.
E’ una situazione assurda, eppure accettata dagli altri che ritengono sia per lui uno sfogo per abituarsi ad accettare il dolore. Sarà quindi da quel luogo che proseguirà il suo lavoro di alto funzionario di una multinazionale, in crisi per una prossima fusione. Lì lo raggiungeranno i capi, che finiranno col proporgli una promozione ai massimi livelli.
A poco a poco il lettore, se non ha già rifiutato l’irritante anomalia della storia ed eliminato il libro, accetta ciò che accade e prosegue, lasciandosi coinvolgere.
Tra i piccoli fatti che s’inseriscono nel romanzo, ce n’è uno all’inizio (pag.32) che conferisce al racconto una nota poetica. Il protagonista, in attesa davanti alla scuola, nota un bambino Down che sta passando, tenuto per mano da una donna, forse la madre, mentre lui fa scattare il telecomando dell’auto che accende le frecce ed emette un beep: allora il ragazzino volta la testa, interpretando l’accaduto come un messaggio rivolto a lui. Pietro, che ha capito, fa scattare di nuovo i comandi e poi ancora, e il bambino sorride e saluta contento. La scena si ripeterà spesso nel corso della narrazione, intermezzo gentile nel disordine delle situazioni dei vari protagonisti minori.
Giunta a questo punto, mi era nato il dubbio di avere già letto il libro, finché ho ricordato: avevo visto il film tratto dal romanzo nel 2009 con lo stesso titolo, interpretato da Nanni Moretti nelle vesti del protagonista. La staticità espressiva del Moretti, suo noto difetto, si adatta perfettamente al personaggio che per tutto il libro resta apparentemente impassibile a elaborare pensieri e ad ascoltare sfoghi di amici, che avvicinatisi per esprimergli condoglianze e pietà, dinanzi alla sua compostezza approfittano per riversare su di lui i propri turbamenti, come per dimostrargli con ipotesi consolatoria che non è il solo a essere stato colpito dalla malasorte.
Avevo presto abbandonato il film, dopo la scena del bambino Down, poiché il contenuto mi era parso noioso e indisponente. Già: la magia della scrittura può offrire molto più di una rapida visione incalzata da altre immagini. 
Pietro, intento ad analizzare i propri sentimenti dopo il lutto, si rende conto a un tratto di non soffrire come gli altri si aspetterebbero, ma ancora più strano gli pare che neppure la figlia dimostri tristezza per la perdita della madre, nonostante non sia una bambina egoista o introversa, ed è su questi problemi che il libro continua a svilupparsi.
Nuoce al testo la frequente riproduzione di dialoghi privi d’interesse, tipici del parlato, sostituiti a volte da sproloqui ininterrotti, senza distinzione tra l’uno e l’altro dei parlanti, questo sì un vero caos, nonostante l’A. abbia dato alle pagg.415-16 un diverso significato al titolo, comunque ugualmente oscuro.
L’immancabile elemento –forte- è dato dalla descrizione particolareggiata di una seduta di oppio in coppia col fratello Carlo, ricchissimo nullafacente adorato dalla nipotina, plagiata dal suo lusso e dalla liberalità con cui la copre di doni, uno zio al quale in certe occasioni non affiderei tranquillamente, come fa il protagonista, una bambina in età evolutiva.
Nonostante la frequente citazione d’improvvise erezioni fuori luogo, e un paio di dettagliate scene di sesso, non è comunque un libro pornografico: è invece un romanzo maschile, soprattutto per il tono con cui sono descritte le donne, con quella punta di superiorità che si avverte tra le righe.
Per i difetti citati, giunta a una cinquantina di pagine dalla fine ancora non mi sentivo in grado di esprimere un giudizio, dopo essere passata attraverso varie valutazioni contrastanti, finché sono arrivata alla splendida conclusione, esempio di scrittura alta e di magnifica sensibilità letteraria.
Sarà la figlia che con semplicità gli farà comprendere come il suo sacrificio sia stato inutile, tanto da averla messa in imbarazzo davanti ai compagni, che la deridevano per quello strano padre apparso nullafacente.
Lei in realtà soffre per avere perso la madre, ma nessuno dovrebbe credere di potersi sostituire a noi nei nostri patimenti, che ciascuno deve risolvere da sé, anche se è solo un bambino, perché è anche così che s’impara a crescere.
Armanda Capeder


Armanda Capeder è giornalista, specialista di Linguistica Italiana, settore per il quale redige da oltre quattro anni una serie di articoli sul mensile “Studi Cattolici” delle milanesi Edizioni Ares.
Sullo stesso argomento ha scritto, per l’Assessorato alla Cultura della Provincia di Milano, un piccolo manuale che ha incontrato ampio successo, “L’anacoluto non è una parolaccia”, pubblicato nel 2004.
Per 10 anni ha tenuto Corsi di Scrittura Creativa presso un Ente pubblico collegato col Comune di Milano.
Ha pubblicato 5 romanzi, 2 libri di fiabe e numerosi testi di cultura generale editi da Fabbri, Rizzoli, Domus.
Leggi nel link in basso le sue letture raggruppate nella rubrica:  "Scegliere il libro giusto". Le sue valutazioni, espresse in X, variano da 1 a 5.


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Pietro Paladini è un uomo apparentemente realizzato, con un ottimo lavoro, una donna che lo ama, una figlia di dieci anni. Ma un giorno, mentre salva la vita a una sconosciuta, accade l'imprevedibile, e tutto cambia. Pietro si rifugia nella sua auto, parcheggiata davanti alla scuola della figlia, e per lui comincia l'epoca del risveglio, tanto folle nella premessa quanto produttiva nei risultati. Osservando il mondo dal punto in cui s'è inchiodato, scopre a poco a poco il lato oscuro degli altri, di quei capi, di quei colleghi, di quei parenti e di tutti quegli sconosciuti che accorrono a lui e soccombono davanti alla sua incomprensibile calma. Così la sua storia si fa immensa, e li contiene tutti, li ispira fino a un finale inaudito eppure del tutto naturale.

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