Zadig era un nobile caldeo provvisto dalla fortuna di ogni grazia
materiale e spirituale. Acquistò sapienza e saggezza alla scuola di
Zoroastro e fu scelto da Moabdar re di Babilonia come giudice
supremo del suo regno. Il successo gli procurò l'invidia di sapienti
e cortigiani, e quando il cuore puro della regina Astartè si accese
di casto amore per lui, i suoi nemici trovarono una buona sponda
nella gelosia del re per farlo condannare a morte. Grazie all'aiuto
di amici sinceri, però, Zadig riuscì a fuggire e vagò per il mondo,
raccogliendo nuovi onori e nuove persecuzioni, fino a quando la
Provvidenza, stanca di vedere la virtù soccombere alla malvagità,
venne in suo aiuto, consentendogli di riunirsi all'amata e di sedere
sul trono che fu di Moabdar. Sotto la sua guida illuminata «l'impero
godette di un periodo di pace, di gloria e di abbondanza; fu il secolo più bello della terra».
L'uomo replica da millenni un copione a soggetto e per garantire
la conservazione del canovaccio ha inventato la letteratura,
assegnandole il compito di registrare le recite meglio riuscite, ma
vietandole espressamente di scrivere una versione compiuta della
commedia. Grazie a questo provvidenziale divieto la letteratura
può conoscere tutto, senza tuttavia riuscire a spiegare alcunché.
Ed è proprio per via di questa incapacità che, sebbene tutto sia
già stato scritto, tutto deve essere riscritto.
Zadig, racconto pubblicato da Voltaire nel 1747, è appunto un
caso di riscrittura, come la trama lascia intuire. Se fosse solo
questo, però, basterebbe catalogarlo come onesto discendente
delle fiabe antiche o incolpevole precursore del filone "menate
illuminatorie" e non pensarci più. Ma Zadig è anche Voltaire, lui
in persona dico, e sarebbe un vero peccato condannarlo a marcire
su uno scaffale per un peccatuccio di scarsa originalità.
Flaubert sosteneva che Voltaire, qualunque cosa scrivesse, non
sapeva far altro che esporre la sua opinione personale sul mondo.
Non era quindi propriamente un poeta o un autore di teatro o un
romanziere, ma sempre e comunque un philosophe che usava
mezzi espressivi diversi (con esiti estetici non sempre impeccabili)
per enunciare il suo pensiero.
In Zadig, però, questo "opinionismo" diventa autobiografia, dato
che l'argomento trattato riguarda l'autore molto da vicino: sotto il
velo dell'allegoria, infatti, il racconto è una rappresentazione della
società politica e letteraria parigina - una tra le molte repliche della
commedia millenaria di cui sopra - in cui Voltaire recitava un ruolo
da protagonista.
Ci sono analogie evidenti fra le disavventure del personaggio e
quelle dell'autore - l'invidia dei "colleghi", il carcere, l'esilio - ma
soprattutto c'è in entrambi il desiderio di portare i "lumi" della
ragione e della scienza nella casa dei re senza dover rinunciare
alla propria libertà e indipendenza di giudizio. Problema non da
poco, dato che difficilmente gli intellettuali dell'epoca di Voltaire
potevano affermarsi senza i favori dei potenti, i quali chiedevano
in cambio obbedienza e soggezione.
Nel racconto Voltaire diede al problema una soluzione in bilico
fra utopia e ironia: il filosofo, dopo aver superato le prescritte
peripezie catartiche, prende fisicamente il posto del re, moglie
inclusa, garantendo al trono di Babilonia adeguata illuminazione
e illuminata discendenza.
Nella vita reale le cose andarono alquanto diversamente. Pochi
anni dopo la pubblicazione di Zadig, Voltaire vide in Federico II
di Prussia un candidato ideale al processo di "illuminazione", e si
trasferì in pianta stabile alla sua corte. L'esperimento, come noto,
fallì miseramente e il pur volenteroso pensatore dovette tornarsene
in patria con le pive nel sacco, lasciando in Germania un tiranno
non molto diverso dagli altri.
Accertata l'impossibilità di far diventare filosofi i re, Voltaire decise
di realizzare fin dove possibile l'utopia di Zadig: far diventare re i
filosofi. Investì gli oculati risparmi di una vita nell'acquisto di un paiodi tenute e le trasformò in roccaforti di un regno privato.
Così nella sua Vita di Federico II , che racconta il fallimento del
tentativo di illuminare il despota, Voltaire poté ritrarre sé stesso nei
panni di "re domestico", in una scena idilliaca che ricorda da vicino
il "secolo di pace, di gloria e di abbondanza" del finale di Zadig:
«Nelle mie due case ho radunato ogni comodità: le migliori
suppellettili, i migliori equipaggi, la migliore cucina. Una garbata
e parca società di persone intelligenti riempie i momenti che lo
studio e la cura della mia salute mi lascian liberi. C'è di che far
schiattare di dolore più d'uno dei miei colleghi letterati. (...)
Sento molto parlare di libertà, ma io non credo che esista in
Europa un altro uomo che se ne sia procurata una grande come
la mia».
Luca Tassinari