Michael Walzer e Herbert Marcuse
Michael Walzer
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L' intellettuale militante. Critica sociale e impegno politico nel Novecento
Più nel dettaglio, quella di Michael Walzer, ebreo nuiorchese, amico di Irving Howe (di cui LaFrusta ha ripreso alcuni scritti, vedi sotto) è una delle più corrosive critiche intentate al libro di Marcuse.
A Walzer, Marcuse appare un "critico antidemocratico" sulla scia di Ortega y Gasset, autore del celebre La rebellion de las masas (1930). La sua avversione alla società consumistica e di massa è condotta sul versante elitistico (ma paradossalmente di sinistra) di chi invoca la repressione delle libertà - cui le masse eterodirette non sarebbero degne - a favore della libertà, naturalmente quella spiegata da individui intellettualmente dotati.
Walzer lumeggia il "malcontento filosofico" di Marcuse inquadrandolo sì nella scia di sociologi democratici (Vance Packard e Whright Mills) ma svelandone anche l'invincibile diffidenza dell'europeo colto e raffinato che mal comprende i riti e i miti della società di massa americana (archetipo e prototipo di tutte le società di massa). Insomma quella di Marcuse è la critica di "un Socrate insoddisfatto verso quella di tanti maiali soddisfatti", per dirla con una metafora che torna spesso nel libro.
Rileva che le critche alla società ad una dimensione di Marcuse, rivolte come sono ad un "tutto repressivo", dove è difficile distinguere amministratori ed "amministrati", spiriti autonomi e masse eteronome, sono un "predicato senza soggetto", ossia enucleano una critica che indica gli schiavi ma non i padroni: il mercato?, lo stato?, la moderna società per azioni?
Stigmatizza l'impiego di un gergo filosofico esoterico, non un linguaggio segreto, ma uno volutamente difficile e astratto. Una neolingua.
Infine: «Il tono di una tale opera costituisce una variante collettivista della misantropia, sebbene a venir disapprovato sia soltanto ciò che l'uomo moderno, l'uomo di massa, ha foggiato».
Altrove, in un capitolo di sintesi non dedicato a Marcuse, ma dove la polemica sotterranea col filosofo francofortese è strisciante, Walzer scrive:
«Non è mai stata una buona idea per la sinistra quella di collocarsi in netta contrapposizione ai valori della gente comune. L'attacco ai beni di consumo è il punto estremo cui può arrivare l'ostinazizone dei critici della società, poiché la gente, privata delle cose, è resa libera per una politica non più di quanto siano resi liberi per l'arte gli artisti che fanno la fame. La privazione è privazione; non ci si può sottrarre al mondo del guadagno e della spesa semplicemente non guadagnando e non spendendo. La vita comune ha le sue esigenze, non soltanto di ciò che è assolutamente necessario, ma anche di ciò che è puramente desiderabile».
Quale deve essere il ruolo del critico militante? Gli intellettuali a cui sono dedicati gli undici ritratti che compongono il volume, nell'interpretare alcuni degli snodi politico-ideologici che hanno caratterizzato il Novecento, hanno offerto altrettante declinazioni della 'vocazione all'impegno'. Benda, Bourne, Silone, Orwell, Camus, Gramsci, Simone de Beauvoir, Breytenbach, Buber, Foucault, Marcuse: stili diversi, tematiche diverse (dal tradimento degli intellettuali al movimento operaio, al femminismo, all'esilio, alla politica, alla decolonizzazione). Il rapporto che il critico sociale intrattiene con la società che viene criticata è delicato e costantemente a rischio di ambiguità, avverte Michael Walzer. Perché la sua azione sia efficace e trasformativa, decisivo è il problema della distanza: né apologeta conformista né apocalittico sdegnato, rispetto ai valori, agli interessi e al linguaggio della società di cui è testimone egli deve essere al tempo stesso interno, cioè moralmente coinvolto, ed esterno, cioè capace di dire no. Lungi dall'essere fuori moda, la figura del 'critico partecipe' si ridefinisce oggi, nel declino delle grandi ideologie, soprattutto nei termini delle tre virtù critiche necessarie per guardare in modo pragmatico e tempestivo la realtà sociale: coraggio, compassione e un 'buon occhio', inteso come prontezza morale.