Marguerite Yourcenar, Ad occhi aperti- Conversazioni con Matthieu Galeytrad. di Laura Guarino, Bompiani, Milano  2004



Con interventi brevi e puntuali, volontariamente ridotti a battute di rilancio, affinché si colga la sola voce dell’interlocutore, Matthieu Galey traccia in questo saggio - una raccolta di colloqui portati avanti per  anni - un ritratto obiettivo e completo dell’ autrice di Alexis e di Feux.  
  Sfatata la leggenda della scrittrice del lontano e sperduto stato del Maine (isola Monts-Désert), con gli zoccoli ai piedi e un fazzoletto nero in testa, l’immagine di Marguerite Yourcenar, che si viene lentamente ricostruendo, è quella di una personalità complessa, capace di coniugare a Petite Plaisance – così si chiama la sua casa  collegata da un ponte alla costa del Maine - solitudine ed impegno. Serena fino al distacco, eppure tenera, ella non ha perduto nulla di quel vigore e di quella fermezza che emanano dal suo occhio azzurro, l’ occhio celtico. 
  È con l’usuale tono deciso, per l’occasione confidenziale ed amichevole, che la romanziera classica, dallo stile che pare scolpito nel marmo latino, si confessa, spaziando dai sogni irrealizzati - quello di una comune all’americana, molto prima che diventasse una pratica in voga - alle questioni universali ed etiche, alla genesi delle sue opere. 
  Particolarmente interessante, a questo proposito, il capitolo Un baule e un imperatoreStoria di un libro, in cui vengono rievocate le differenti fasi di lavorazione dei Mémoires d’Hadrien, il cui primo abbozzo fu ritrovato in un baule, a distanza di anni, insieme a uno o due libri su Adriano. «Un autentico colpo di fulmine - chiosa la scrittrice - poiché aprendo quei libri, ho sentito improvvisamente ridiventar vive le ricerche che avevo iniziato prima della guerra». Una minuta, quella rinvenuta, che non conteneva, in realtà, che un abbozzo di scrittura molto vicino al tono del diario intimo, del journal, ma sufficiente a far riemergere l’entusiasmo momentaneamente sopito per il personaggio.   
Merito di quel ritrovamento, di quell’evento fortuito, perché - sostiene ancora la Yourcenar - «il caso, quale intrecciarsi di avvenimenti con cause troppo complesse perché si possa definirle o calcolarle, ha una parte importantissima in tutto».  
  Altrettanto stimolante appare il capitolo Un mestiere da artigiano, nel quale viene affrontata la delicata questione della scrittura. Un artigianato – com’è definita nel saggio - il cui metodo dipende un po’ dalle circostanze, a seconda dei problemi che ogni nuova opera pone. Un lavoro scrupoloso, caratterizzato dalla particolare cura del vocabolario, per cercare di eliminare gli orpelli e le parole inutili, e che può spingere, talvolta, anche alla riscrittura di un’intera opera (è il caso del Dernier du rêve). E ciononostante, un’arte vissuta con gioia, come fosse un gioco, poiché ciò che conta realmente, al momento della creazione, è la visione. 
  Ma ad attrarre di questo testo sono soprattutto quelle pagine in cui il lettore è reso partecipe dei momenti intimi e più significativi della vita della scrittrice: l’ infanzia sul Mont-Noir, vissuta a stretto contatto con la natura, l’adolescenza nel Midi della Francia, la “gente di casa” (il cocchiere Achille o l’autista César), il rapporto con il padre e le sue letture: quelle di Ibsen, Barrès, Hugo e Gide, per citarne alcune. E ancora la passione, cominciata presto – intorno ai vent’anni – per le letterature giapponese e cinese. Un’opera tra tutte? Il Genji Monogatari, romanzo giapponese «di incredibile finezza non solo nella psicologia dei rapporti tra uomini e donne, ma nel senso molto profondo del fluttuare delle cose, del passare del tempo, del fatto che gli eventi d’amore lì trattati siano al tempo stesso tragici, deliziosi e fugaci».   
  Un saggio, questo proposto da Galey, nel quale l’autrice si racconta lucidamente, senza falsi pudori. Ad occhi aperti, potremmo aggiungere, riprendendo il titolo del testo in questione. Ovvero, con quella filosofica propensione al rigore ed alla riflessione, in buona parte mutuata dai metodi d’investigazione orientali, che sempre la contraddistinse. Rigore che così ella semplifica: «combattere le proprie cattive inclinazioni; dedicarsi allo studio fino alla fine; perfezionarsi nella misura del possibile; e, infine, per numerose che siano le creature in errore su tutta la superficie dei tre mondi, vale a dire nell’universo, lavorare per la loro salvezza». 
Propositi, questi, che confermano una volta di più, qualora ce ne fosse bisogno, la grandezza di Marguerite Yourcenar.

Marilena Genovese
Esempio 1
Giudicando la propria vita di uomo e l'opera politica, Adriano non ignora che Roma finirà un giorno per tramontare; e tuttavia il suo senso dell'umano, eredità che gli proviene dai Greci, lo sprona a pensare e servire sino alla fine. "Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo" afferma, personaggio che porta su di sé i problemi degli uomini di ogni tempo, alla ricerca di un accordo tra la felicità e il metodo, fra l'intelligenza e la volontà. I "Taccuini di appunti" dell'autrice (annotazioni di studio, lampi di autobiografia, ricordi, vicissitudini della scrittura) perfezionano la conoscenza di un'opera che fu pensata, composta, smarrita, corretta per quasi un trentennio. 

"Quando si varca la soglia di 'Petite-Plaisance', sotto la veranda da cui pendono spighe di granturco, simbolo locale di prosperità, si ha la sensazione di penetrare direttamente in un luogo dove l'aria è diversa. Lo sguardo di Marguerite Yourcenar si posa sul visitatore, lo valuta, lo giudica, lontano e al tempo stesso gentile, con una vaga sfumatura di ironia. Poi, comincia a parlare, con la sicurezza di chi crede in ciò che dice... Così scrive Matthieu Galey nella presentazione di "Ad occhi aperti", il testo in cui nel 1980 ha raccolto una serie di colloqui con la scrittrice.

Petite Plaisance, uno scorcio dell'interno della casa di Marguerite Yourcenar, nell'isola di  Monts-Déserts (Maine USA).  

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO  

- Yourcenar-Rosbo Patrick de, Entretiens radiophoniques avec Marguerite Yourcenar, Paris, Mercure de France, 1972.

-  Yourcenar (Savigeau Josyane),  Marguerite Yourcenar, Paris, Gallimard, Biographies, 1990.

D ’Hadrien à ZenonCorrespondance 1951-1956, Paris, Gallimard, 2004.

Entrata in letteratura dalla porta stretta della poesia, Marguerite Yourcenar doveva presto trascurare  questo modo d’espressione a favore di una prosa che conserverà sempre la traccia di questa sua intonazione primigenia. 
Nell’autunno del 1929, pubblica la sua prima narrazione , Alexis o il trattato della lotta vana, breve lavoro in forma di lettera scritto in una prosa classica, limpida, in cui abbondano le frasi ammirevolmente tornite. È la storia di un uomo che confida alla moglie le proprie reali inclinazioni - fatto cui, escluse le opere di Gide, Proust ed alcuni altri, la letteratura non dava ancora così tanto rilievo all’epoca-, e le comunica la propria decisione di lasciarla allo scopo di realizzarsi. Su un tema che ha avuto tanta fortuna in seguito, spesso in modo troppo scandaloso, Marguerite Yourcenar offriva al pubblico un primo capolavoro ed il suo primo “ritratto di una voce”, tecnica narrativa che troverà il suo compimento ultimo in Memorie di Adriano (1951). 
Due anni più tardi pubblica un secondo racconto, La Nouvelle Eurydice (1931), opera dal disegno incerto, a dispetto dell’eleganza della scrittura, poiché nel corso della redazione, secondo quanto riferito  dall’autrice, «la fusione tra il reale e l’immaginario non è stata ben realizzata in questo racconto dedicato ad una donna scomparsa giovane ed evocata in vario modo dai superstiti»  Quindi è la volta di Pindaro, pubblicato nel 1932, «ma scritto verso il 1924, saggio affrettato sulla vita e l’opera di questo difficile poeta greco, intrapreso troppo presto con un entusiasmo ingenuo». Marguerithe Yourcenar con questa parole severe giudicò in seguito quest’opera di gioventù, che non è stata più ristampata da allora.  Nel 1934, esce Moneta del sogno, romanzo ambientato nella Roma degli inizi degli anni 30, e che, nella sua denunzia del fascismo, traduce già un senso acuto del dramma politico del nostro tempo. (L’autrice darà una versione definitiva di questo libro nel 1959, dopo averne riscritto ampi brani, e ne trarrà un copione teatrale intitolato  Rendre a César nel 1961). Nel 1934, è la volta di La Mort conduit l'attelage, raccolta di tre novelle composte nel fiore dei vent’anni, di cui  la prima,  D'après Dürer, diventerà in seguito il nucleo ispiratore di Opera al nero. Queste novelle  ambientare  tra il  XVI e  il XVII  secolo furono seguite dalle prose liriche di Fuochi (1936), questo sontuoso capolavoro, di una risonanza speciale nella produzione di Marguerite Yourcenar. In Fuochi  - dei vecchi miti  rivisitati in modo da far esplodere ogni nozione di tempo e di durata illustrando pensieri incandescenti sull’amore e la sofferenza.  «Prodotto di una crisi passionale”, aspro, intimo e risentito, questo lavoro esalta finalmente «i valori della passione, siano essi dell’intelligenza, del cuore o della carne» . Nel 1938, Marguerite Yourcenar consegna alle stampe Les Songes et les Sorts, dove espone  alcuni dei suoi sogni, e «si ingegna a individuare un’architettura del sogno, indipendente dai modelli freudiani  dell’epoca» e  Novelle Orientali, dove interpreta ancora  liberamente leggende slave, greche moderne, dell’estremo oriente o indù. Nel 1939 pubblica Il colpo di grazia, storia tragica d’amore sullo sfondo  della guerra, che Volker Schlöndorff ha   portato sullo schermo. Tra il 1936 ed il 1939  traduce Onde di Virginia Woolf, pubblicato nel 1937 e Ce que savait Maisie d'Henry James che uscirà  tuttavia soltanto nel 1947.
Durante la seconda guerra mondiale e negli anni seguenti, Marguerite Yourcenar pubblica soltanto alcuni articoli ne “Les Lettres Françaises” rivista diretta da Roger Caillois (di cui prenderà il posto all’Académie Française) , o ad Algeri su “Fontaines”. Ma è in questi anni  che compone le sue tre pièces  d' argomento greco, Le Mystère d'Alceste (1942), Électre ou la Chute des Masques (1943), Qui n'a pas son Minotaure  (1947), e redige un adattamento scenico della Sirenetta  di Andersen, recitato da A. Everett Austin allo Avery Memorial Theatre di Hartford (Connecticut) nel 1942. In questi anni, raccoglie e traduce innumerevoli Spirituals che confluiranno  più tardi in Fleuve Profond, Sombre Rivière. A partire dal 1948, Marguerite Yourcenar si rimette a lavorare di gran lena  alle  Memorie di Adriano, opera che covava fin  dall’adolescenza, febbrilmente intrapresa, abbandonata, ripresa per essere abbandonata nuovamente poiché costituiva uno di quei progetti troppo ambiziosi che «non si devono osare prima di  aver  superato quarant’anni»  Questa volta, vuole completarla «costi quel che costi» Quando il libro esce, nel 1951, la scrittrice, apprezzata fino a quel momento da un ristretto numero di critici attenti e di ammiratori fedeli, ottiene di colpo l’attenzione del grande pubblico. Più vicino al  saggio che al romanzo storico - al quale è stato indebitamente collegato-, questo libro di memorie immaginarie di un imperatore romano del  II secolo resta  uno dei successi più straordinari del nostro tempo.  «Uscendo io stessa dagli anni di guerra, dichiara la sua autrice, ho voluto presentare l’immagine di un capo di Stato intelligente, pacificatore e  riedificatore »
Tra il 1954 ed il 1963, Marguerite Yourcenar pubblica le tre pièces  a  soggetto antico di cui si diceva sopra, di cui una, Électre ou la Chute des Masques (1943), è portata sulle scene nel 1954; quindi, del 1958, è la sua Presentazione critica di Constantin Cavafy, composta diciannove anni prima. Nel 1962, raccoglie le prose di Con beneficio d'inventario. Due anni più tardi, esce Fleuve Profond, Sombre Rivière, preceduto da una prefazione ispirata dal movimento contro la segregazione dei neri negli  Stati Uniti e dedicata al Negro Spiritual e  alla cronistoria della condizione dell’americano nero . Nel 1968,  esce l’altro capolavoro ruminato fin dagli anni della giovinezza Opera  al nero  (per il quale le viene assegnato  i il "Premio Fémina" all’unanimità), affresco potente e profondo del Rinascimento indagato con un “realismo allucinato”. L’eroe del romanzo, Zenone, alchimista, medico, filosofo, è la più bella figura che l’arte di Marguerite Yourcenar abbia creato, unitamente a  quella dell’imperatore Adriano. L’anno successivo, rivela al pubblico francese un poeta americano sconosciuto, Hortense Flexner, pubblicato da lei in edizione bilingue. Infine, dal 1970, la scrittrice  si dedica ad alcuni volumi di  un’autobiografia   più aderente alla cronaca familiare che alla confessione intima. Nel primo volume  di quest’opera autobiografica in serie   intitolatoLe Labyrinthe du Monde, Souvenirs Pieux  (1974), esplora il lato materno della sua famiglia; in Archivi del Nord (1977), il lato paterno. Ma che ci si guardi bene dal credere che Marguerite Yourcenar, in quest’impresa, si compiaccia  dello spettacolo tribale della cerchia familiare. Al contrario, ne attua con successo, in qualche modo. la difficile impresa di narrare la specie umana tutta intera, che risale “alla notte dei tempi”, ben prima che  si mettesse  in marcia la comitiva umana.  La sua famiglia gli funge da pretesto per una riflessione più alta, poiché ci si occupa di  quest’Io molteplice quando si ha poco  interesse per l’Io particolare.

Yvon Bernier, Études littéraires, vol. 12, no. 1, avril 1979, Faculté des Lettres, Université Laval, Québec
(vedi qui l'originale)

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dal 2 marzo 2006
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano -  Einaudi, Torino 2005

Questo “romanzo storico”, in 6 capitoli non numerati e titolati in latino, uscì in Francia nel 1951. Le memorie di Adriano si presentano sotto  forma di  una lettera indirizzata dall’Imperatore Adriano ormai vecchio (76-138) al nipote adottivo di diciassette anni, Marc’Aurelio, che deve succedergli al trono di  imperatore. Questa «meditazione scritta da un malato che dà udienza alle proprie memorie» ha lo scopo di aiutare il giovane uomo a prepararsi al compito duro che lo attende e di permettergli di riflettere sull’esercizio del potere. Adriano, nel tono di una pensosa confessione, vi fa il bilancio della propria vita. 
La lettera in 6 parti, dicevamo, è composta in realtà da quattro inquadrate da un  prologo e seguite da un epilogo. Comincia con la visita che l’imperatore Adriano ha fatto il giorno stesso della scrittura della lettera a Ermogene, il suo medico. Benché  quest’ultimo lo abbia rassicurato, Adriano, che ha sessant'anni, si sente tradito dal proprio corpo e pensa  che la propria morte sia imminente. Inizia così ad analizzare la propria vicenda terrena  “per trovare un senso alla sua vita e alla sua morte”. 
Evoca la propria  giovinezza e le persone, i combattimenti, e le letture che l’hanno influenzata. Confida  anche le circostanze segrete che gli hanno permesso di diventare imperatore. Nella sua gioventù, Adriano combatté a fianco di  Traiano. Protetto da Plotina, la donna di Traiano, riesce a conquistare la compassione dell’imperatore, che a quarant'anni lo designa come successore. Sposato a Sabina, con la quale non riesce ad essere del tutto felice,  si dedica alla cura dell’Impero. Uomo di pace, chiaroveggente  ed illuminato, rinuncia ad alcune colonie precarie, e lavora alla pacificazione dell’Impero. Per lui la guerra   è un mezzo non  un fine.  Durante il suo regno, ha lavorato al consolidamento del suo Impero e  al miglioramento delle condizioni di vita delle donne e degli schiavi. Ha così cercato di rendere la società romana più giusta (il che è vero: ad Adriano si debbono le Institutiones Alimentarae, sorta di previdenza sociale dell’epoca).
Mentre viaggia in Asia minore, in Bitinia, Adriano incontrerà il giovane Antinoo che sconvolgerà la sua vita. Commosso dalla bellezza del giovane bitino, Adriano scopre la felicità. La scomparsa del suo favorito, che si suicida per amore,  segna un punto di non ritorno nell’esistenza di Adriano. In memoria dell’amasio defunto fa edificare una città e  dedicare un culto. 
Dopo un’ultima vittoria in Giudea, Adriano avverte i primi dolori cardiaci. Malato, si ritira per meditare sul suo corpo da cui ben presto la morte presto lo libererà.
Le memorie di Adriano si concludono con una meditazione sul suicidio.  Avendo la sensazione del dovere compiuto, Adriano pensa in effetti per un momento di porre fine ai suoi giorni, ma desiste e decide di  attendere la morte con dignità e pazienza.


Le memorie di Adriano illustrano la vicenda terrena di questo grande imperatore romano, che visse dal 76 al 138 della nostra era. Margherita Yourcenar intende così “rifare dall’interno ciò che gli archeologi del XIX secolo hanno fatto  dall’ esterno”. Lavora dunque con “un piede nell’erudizione, l’altro nella magia, o più esattamente, e senza metafora, in questa  magia simpatetica che consiste nel portarsi col pensiero nell’interiorità di qualcuno”.  Conformemente al genere delle memorie, Adriano riferisce gli eventi ai quali ha assistito o partecipato. Avendo accompagnato il   cugino, l’imperatore Traiano, nelle sue campagne militari, riporta di quest’epoca le circostanze che l’ hanno segnata. Egli stesso imperatore a sua volta, ha preferito rinunciare alle  conquiste pericolose  e azzardate, per garantire le frontiere dell’impero, costruire porti, acquedotti e biblioteche, viaggiando senza tregua a attraverso le province per mantenere l’ordine e la giustizia, “cooperare con la terra”, “collaborare col tempo”, e fare regnare HumanitasFelicitas, e Libertas.
Ma, nella misura in cui il memorialista indugia lungamente sulle circostanze della sua vita privata, si tratta anche di un’autobiografia fittizia: come   indica Yourcenar, è “il ritratto di una voce”. Adriano evoca il suo amore per la caccia, la cultura greca, l’astronomia e l’astrologia. Lontano da qualsiasi ascetismo come dai qualsiasi edonismo, ha ricercato una felicità giusta nell’esercizio delle sue funzioni. Evoca alcune sue relazioni con le donne, la sua amicizia per Plotina, la moglie di Traiano, ma soprattutto la sua passione per Antinoo, il giovane pastore che ha preso per amante - “questo bel  levriero avido di carezze e di ordini si accucciò nella mia vita” - e di cui la morte prematura ha fatto la sua indelebile disperazione.
Il romanzo è infine un  testamento, sotto forma di epistola   indirizzata a Marc’Aurelio, poiché, dice “inizio a scorgere il profilo della mia morte”. Senza timori né vane speranze, Adriano considera i materiali della sua vita, per trarne come gli è possibile un ammaestramento  per lui, il suo successore, ed i secoli futuri: « Je compte sur cet examen des faits pour me définir, me juger peut-être, ou tout au moins pour me mieux connaître avant de mourir. » E  conclude la sua opera con somma dignità : « Un instant encore, regardons ensemble les rives familières, les objets que sans doute nous ne reverrons plus... Tâchons d’entrer dans la mort les yeux ouverts... »


La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line