Luigi Zingales-  Europa o no - “Sogno da realizzare o incubo da cui uscire
Rizzoli, Milano 2014

Nell’ aprile di quest’ anno è uscito presso l’ editore Rizzoli il libro di Luigi Zingales “Europa o no”: un saggio ad alto tasso di informazione e di intelligenza. L’ autore è un brillante economista che insegna scienza della finanza presso la Booth School of Business della Università di Chicago. Attualmente è anche il presidente della prestigiosissima American Finance Association.
Chicago: la mecca dei liberisti e dei monetaristi. Anche Zingales è un liberista. E anche a lui stanno molto a cuore il controllo della massa monetaria e la lotta all’ inflazione, che, non appena raggiunta una certa soglia, altro non è che un esproprio strisciante dei risparmiatori e di chi ha un reddito fisso, oltre che un modo subdolo per uno stato di non onorare i suoi impegni o di fare un default latente e a tappe. Ma Zingales non fa dell’ ideologia, né è alla ricerca di conferme per principi di alcun tipo. Ad ogni passaggio del libro dimostra di considerare l’economia come una scienza empiristica, che poco alla volta usa e fa tesoro del procedimento di prova ed errore. Qui è là traspare, non celata, una notevole allergia per gli schemi deduttivi, il centralismo e le politiche economiche concepite come applicazioni di tali schemi.
Il primo merito del saggio mi pare stia nell’ insegnare a contestualizzare e ad adattare alle contingenze, sia le scoperte economiche fatte che le regole di politica economica. E ovviamente il contesto non può che essere storico, sociale e politico.
Zingales si cimenta con la crisi dell’ euro, cerca di spiegarla e di commisurarla agli obiettivi e alla realtà dell’ integrazione europea, avanza infine proposte realistiche per superarla. Ha però costantemente di mira il rapporto dell’ Italia con l’ euro, le ragioni che consigliarono l’ adesione alla moneta unica, i problemi che il Paese si trascinava e si trascina dietro. Traspare così il suo impegno civile, un impegno che lo portò, nell’ estate del 2012, ad essere uno dei promotori di Fare per fermare il declino, formazione politica che si presentò alle ultime elezioni politiche, ma da cui presto si distanziò per l’ affare Giannino.
Due sono le bussole con cui si orienta: a ) quel sapere economico accumulato che ha dato buone prove di sé e b ) il successo dell’ integrazione  europea. Ecco perché il titolo suona “Europa o no” e non “Euro o no”. La partita che abbiamo sotto gli occhi viene giocata soprattutto sul terreno economico, ma le strategie di gioco non sono meramente economiche e pure la posta in gioco è molto più alta.


( II )

LE RAGIONI E LA REALTÀ DELL’ EURO.
Le sue malattie congenite. Le distorsioni prodotte.

Zingales chiarisce innanzitutto quali sono i vantaggi cha hanno nazioni di grandi dimensioni demografiche e/o territoriali. Possono certamente usufruire degli effetti positivi dell’ economia di scala e di un’ incidenza minore delle spese per la difesa (esercito e armamenti). A questo si aggiunge il fatto di poter far meglio fronte a calamità naturali. Questo vale, in fondo, anche per una grossa zona economico-politica sufficientemente integrata.
Evidentemente questi benefici valgono o varrebbero anche per la zona-euro. Lo stesso dicasi per quello che fu il Mercato Comune Europeo e a maggior ragione per l’ Unione Europea. Anche al di là dei motivi storico-politici e ideali che portarono al processo di integrazione europeo, dal punto di vista strettamente economico e sociale l’ idea fu ottima e portò benessere al continente. Ma con l’ approfondimento dell’ integrazione di una zona disomogenea a livello linguistico, culturale, dei costumi e delle strutture economiche e sociali, prima o poi ci si scontra con queste disomogeneità.

Zingales si pone poi la domanda se sia stato giusto e razionale fare il salto di qualità che portò alla moneta unica. La risposta è che si trattò quanto meno di un grosso azzardo dal punto di vista economico e sociale. E non fu un caso che molti economisti americani delle più disparate tendenze giudicassero la zona-euro inadatta, perché troppo disomogenea. Per loro l’ UE non possedeva i requisiti per essere un´area valutaria ottimale.
Ma che cosa è per gli economisti un’ area valutaria ottimale? È “(…) l’ area più ampia possibile all’ interno della quale i lavoratori si spostano facilmente“ – ci spiega Zingales a pag. 59. L’ avere un’ unica moneta mette a nudo gli squilibri strutturali, settoriali, di produttività tra le differenti regioni. Mancando le fluttuazioni tra le monete nazionali, singole regioni e singoli settori entrano in crisi, altri si avvantaggiano. E se non si ha una sufficiente mobilità si innescano gravi crisi economiche e sociali nelle regioni penalizzate. Se non si prendono misure per ammortizzare le crisi e favorire la mobilità del lavoro, sorgono infatti grossi guai a livello di reddito, occupazionale, creditizio, di patrimonio produttivo.
Tra l’ altro anche il concetto di area valutaria ottimale va relativizzato. Tra zone fortemente disomogenee anche in termini nazionali non è nemmeno giusto considerare la mobilità come una panacea, poiché vanno salvaguardate le diverse specificità sociali e culturali. Sono quindi necessari anche ammortizzatori sociali comuni di tipo automatico, se non si vuole che esplodano forti conflitti e alcune zone si impoveriscano. A maggior ragione, lo spopolamento di intere zone non può essere un’ opzione accettabile.
L’autore fa capire che il progetto dell’ euro fu prematuro e viziato da malattie congenite. Ma perché allora si fece un passo così rischioso? Zingales trova la risposta nella politica. A suo parere, l’ intero processo di integrazione europea, dalla costituzione della Comunità europea del carbone e dell’ acciaio, alla creazione del Mercato comune europeo, fino alla nascita dell’ Unione europea, fu guidato dalla volontà della Francia ¬– invasa e devastata per ben tre volte nell’ arco di tempo di soli 75 anni – di impedire che la Germania imboccasse un nuovo Sonderweg, che si avviasse ad un nuovo progetto egemonico. La Germania stessa assecondò di buon grado questa strategia francese per riacquistare la cittadinanza nel consesso dei popoli europei e civili.
Lo scenario ebbe però un brusco e forte sommovimento con il 1989. La prospettiva della riunificazione tedesca ed il fatto che Kohl (anche per comprensibili motivi tattici) non avesse coinvolto abbastanza il partner d’ Oltre Reno, inquietarono molto i francesi. La nuova Germania avrebbe avuto più di 80 milioni di abitanti, avrebbe certamente aumentato ulteriormente il suo vantaggio economico, avrebbe avuto un naturale ed enorme influsso ad Est in termini politici ed economici. Non potendo né rallentare né impedire la riunificazione, Mitterand giocò la carta di accelerare i piani, che già c’ erano, per arrivare ad una moneta unica. La Francia avrebbe accettato di buon grado l’ unificazione tedesca, ma la Germania avrebbe dovuto assecondare un salto di qualità nell’ integrazione europea. Helmut Kohl accettò questo deal, ma impose le sue condizioni: un corsetto di regole economiche che fossero la fotocopia delle regole economiche tedesche ed una banca centrale europea a immagine e somiglianza della Bundesbank. Ecco dunque spiegata in breve la gestazione, razionale, di un costrutto congegnato in modo non proprio razionale.
Dopo questi importanti rilievi, in buona parte ben noti, ma che messi in breve sequenza acquistano pregnanza, ecco altre importanti sottolineature che Zingales fa nel suo libro.
L’autore affronta la questione dell’ euro sobriamente, dal punto di vista dei costi e dei ricavi impliciti ed espliciti dell’ intera operazione. E lo fa soprattutto dal punto di vista dei paesi più in difficoltà, l’anello debole della zona-euro.
L’ introduzione dell’ euro ha significato per tutti la perdita della sovranità monetaria nazionale. Ma, per alcuni di più, per altri di meno. In fondo solo la Germania ed i paesi ad essa più omogenei (Olanda, Austria e Finlandia) hanno perso poco della loro sovranità, giacché l’ intera costruzione corrisponde perfettamente ai criteri guida che avevano da decenni. Si è invece visto che cosa significhi la perdita della propria sovranità monetaria per i Paesi della cosiddetta periferia, ma anche per la stessa Francia,: nessuna libertà di manovra sul lato del cambio e una grande limitazione dello spazio di manovra congiunturale.
Di contro, però questi paesi hanno avuto due grandi vantaggi: un deciso calo dell’ inflazione e, per parecchi anni, un altrettanto deciso alleggerimento dei costi del debito pubblico. Che poi alcuni di essi, in primo luogo l’ Italia, non abbiano saputo sfruttare il secondo vantaggio, non può essere certo addebitato all’ euro, ma all’ incapacità di questi Paesi di fare una saggia politica di risanamento. A questo proposito, Zingales calcola ( vedi pag. 81- 82 ) che se si fossero utilizzati i risparmi sugli interessi interamente per ripagare il debito, non lasciando che la spesa pubblica debordasse, il rapporto debito/PIL sarebbe stato nel 2007 del 67%. Invece, a quella data, quel rapporto fu del 103,3%. Minore del 114% del 1998 (alla vigilia dell’ entrata in vigore dell’ euro) ma pur sempre assai peggiore di quell’ ipotetico e possibile 67%. “L’ Italia non ha sprecato del tutto il regalo dell’ euro (…) ma ne ha sicuramente sprecato la maggior parte”.
Ora passiamo al rovescio della medaglia, ai rischi e agli svantaggi che Zingales spiega esaurientemente nel libro. Il primo pericolo-svantaggio è che, non avendo più la leva dell’ inflazione e della sovranità monetaria, per i paesi più fortemente indebitati aumentava il rischio di fare default. E visto che nei trattati di Maastricht, per iniziativa tedesca, fu inserito il divieto per la BCE e la zona-euro di compiere salvataggi di debiti sovrani dei singoli stati, ben si capisce come quel rischio diventò molto concreto. All’inizio non lo si percepì, ma dal 2008 è dia infine proposte realistiche pefont>
L’ altro rischio, spesso sottovalutato, è che la costruzione dell’ euro porta con sé una tendenza strutturale alla deflazione. Il mandato della BCE è solo di combattere l’ inflazione. I tedeschi si opposero e si oppongono a spada tratta a che si badi anche all’andamento dell’ occupazione e che ci si preoccupi della deflazione. Lo si è visto, a più riprese, nel corso della crisi dell’ euro. Di fronte ad una tendenza chiarissima alla depressione economica per vaste zone dell’ area dell’ euro, il governo tedesco imponeva il fiscal compact e si poneva ambiziosi obiettivi di riduzione del debito pubblico, ovvero degli investimenti pubblici.
Il quadro non è però completo. Zingales fa una sua sottolineatura, tutt’altro che ovvia. Secondo lui l’ euro ha in sé soprattutto questa colpa: ha tolto ai paesi che hanno aderito all’ unità valutaria la principale forma di pressione e di incentivo a riformarsi, ad adeguarsi ai mutamenti economici e sociali in atto nel mondo, che oggi sia rimasta in Europa: una moneta propria. 
L’ autore ricorda come nel passato, remoto e vicino, lo stimolo maggiore fosse la competizione militare. Fortunatamente è venuta meno e viviamo in un’ Europa Occidentale pacificata. Anche l’altra spinta alla competizione e a non soccombere ai più forti, la mobilità del lavoro, in Europa (per ragioni ovvie, di lingua, cultura, costumi) non può che essere limitata. Scrive Zingales (pag. 136): “L’unica pressione che rimaneva verso una qualche forma di efficienza era il tasso di cambio e il tasso a cui queste istituzioni nazionali prendevano a prestito”. Ancora Zingales, a pag. 137 : “Con il cambio fisso e l’ indicatore del rischio di default ‘drogato’ dalle regole europee e dalle dichiarazioni dei leader europei, il governo italiano non ha avuto nessuna forma di pressione esterna verso l’ efficienza”.
In altre nazioni le cose sono andate anche peggio. A parte il caso greco, che ha qualcosa di patologico, in Spagna, Portogallo e Irlanda l’ euro è servito da veicolo affinché ingenti flussi finanziari, soprattutto da Germania, Francia e Olanda, andassero a finanziare bolle immobiliari e di consumi. Zingales non ‘criminalizza’ né i creditori né i debitori. I toni morali sarebbero veramente fuori luogo. Piuttosto chiarisce che le distorsioni sono opera della moneta unica, così come fu concepita. Allo stesso modo, il contraccolpo finanziario e la profonda crisi del credito, con tutte le conseguenze sociali e produttive, sono da addebitare a quel “neonato prematuro e malaticcio” che finora l’ euro è stato.
Da tutto ciò Zingales non trae però la conclusione che vada messa la parola fine all’ esperienza dell’ euro. Piuttosto cerca di capire e farci capire quali spinte e quali motivi si contrappongono e tendono al dissolvimento o alla continuazione dell’ euro. Nel capitolo “A mali estremi…” espone le ragioni sia di tipo economico che di tipo politico-strategico che a suo parere rendono plausibile la prosecuzione del viaggio monetario comune, di cui però non riferisco. Il libro non può essere surrogato da questa scheda.
Per Zingales, al momento, i benefici prevalgono ancora sui costi, ma la situazione è fluida. E alla fine della ricognizione (nel capitolo “Una visione alternativa d’Europa”) a pag. 174 scrive, riflettendo sull’ Italia: “Nella mia opinione i costi per uscire dall’ euro oggi eccedono i benefici. Vale la pena di provare ancora a riformare l’Unione per rendere l’ euro sostenibile. Ma il tempo stringe. O queste riforme sono fatte nei prossimi 18-24 mesi oppure i costi di rimanere cominceranno a eccedere i benefici e l’ uscita diventerà il male minore”. 



( III )

LA GESTIONE TEDESCA

La Germania ha indubbiamente impresso il suo marchio alla costruzione dell’ euro e dell’ eurozona. Ha proposto ai partner, come unico modello accettabile, il modello ed i principi del proprio sviluppo economico. Prendere o lasciare. Gli altri hanno preso, per motivi pur differenti. Va naturalmente detto che si tratta di un modello e di principi di grande successo.
Si può mettere in dubbio che sia stato giusto o razionale trasferirlo così, pari pari, in un rapporto 1 a 1. Si può speculare se la sua attuazione fosse pensata dalla Germania per imporre la sua egemonia economica o se piuttosto come la tutela necessaria nei confronti di stati più indisciplinati. A questi pensieri si è indotti qui e là leggendo il libro di Zingales. Va però detto che non è questo l’ oggetto della sua riflessione.
Da buon pragmatico, l´autore guarda piuttosto ai fatti e questi gli dicono  e ci dicono due cose: a ) La Germania è de facto egemone nella zona euro ed usa rigidamente il pacchetto di regole e le istituzioni dell’ eurozona in un gioco competitivo ai danni dei suoi partner; b ) la leva per condurre questo gioco ha un nome preciso: si chiama deflazione.
Nel secondo capitolo del libro – intitolato “A cosa serve una moneta unica” – dopo aver analizzato i danni che l’ inflazione, oltre una certa soglia, provoca sull’ intera economia; dopo aver spiegato chi è avvantaggiato e chi svantaggiato dall’ inflazione, sul breve e sul lungo periodo; dopo aver sottolineato con vigore il danno quasi indelebile che questo dolce veleno arreca alla reputazione di uno stato, passa ad analizzare il fenomeno opposto: la deflazione.
Da pag.  49 a 53 leggiamo: “La deflazione è un saldo continuo. Perché non dovrebbe essere un fatto positivo? Invece (…) se perfettamente anticipata, la deflazione può portare a una forte diminuzione della domanda. (…) i consumatori tenderanno a posticipare  il consumo il più a lungo possibile. Più lo posticipano, più merce possono comprare per una data quantità di denaro. Ma più i consumatori posticipano l’ acquisto, più i produttori, preoccupati di non vendere, abbassano i prezzi. Quando comincia, la spirale deflazionistica è difficile da fermare.”
“La deflazione crea anche problemi con il debito. (…) Se salari, prezzi e profitti si riducono del 50% ma il debito no, il peso reale del debito raddoppia. Non si tratta solo di un trasferimento di valore da debitore a creditore, ma anche di una potenziale riduzione di valore”.  (…) la deflazione può creare un eccesso di debito (…) aumentando i fallimenti. I fallimenti, a loro volta, forzano le imprese a liquidare i propri beni a saldo, creando ulteriore pressione deflattiva sui prezzi. (…) Rinunciare alla sovranità monetaria non significa necessariamente accettare la deflazione. Ma senza detenere il controllo della propria moneta, un Paese è più a rischio, soprattutto se la moneta comune è pesantemente influenzata da chi ha tutto da guadagnare da una deflazione”. Il nome non viene ancora fatto, ma Zingales intende proprio la Germania.
Nel paragrafo intitolato “Una moneta tedesca” ( che fa parte del capitolo “A mali estremi…”) – a pag. 131 – Zingales spiega che il mandato scritto della BCE è di contenere l’ inflazione al di sotto del 2% annuo. Aggiunge, a pag. 132: “Secondo questa definizione, una deflazione del 10% l’ anno non è contraria al mandato della Bce, mentre un’ inflazione del 2,1% lo è. Siccome i banchieri centrali non sono in grado di controllare l’ inflazione in modo esatto, avendo parametri così asimmetrici la BCE tenderà a sbagliare sempre e solo in una direzione: la deflazione”.
Ma perché la Germania preferisce in modo tanto deciso la deflazione all’ inflazione? Ci sono per Zingales due ordini di motivi. Uno è interno alla Germania stessa, l’ altro va visto in relazione agli altri. Dò ancora una volta la parola all’ autore.
I ) “Ma non è solo l’ esperienza storica a rendere i tedeschi antinflazione: è anche il loro interesse economico. La Germania, come l’ Italia, sta invecchiando. Ma a differenza dell’ Italia, dove l’ investimento degli anziani è principalmente in abitazioni (quindi in beni reali protetti dall’ inflazione), in Germania sta invece nelle attività finanziarie. Di conseguenza la maggioranza dei tedeschi (come la maggioranza dei giapponesi) preferisce la deflazione “. (pag. 132).
II ) “La teoria economica ci insegna che il modo migliore per creare un vantaggio competitivo è quello di scegliere una strategia che i nostri rivali non possono replicare. Per questo le imprese leader aumentano gli investimenti per spiazzare i concorrenti che non hanno risorse finanziarie per realizzarli” (ibidem). “ (…) Dopo essere stati forzati a una moneta comune, i tedeschi hanno deciso di adottare la strategia in cui loro hanno un vantaggio comparato: quella della deflazione. Nessun altro Paese (tranne l’ Austria) è riuscito a contenere la crescita dei salari come hanno fatto loro. Se i salari crescono meno della produttività, la pressione deflattiva è assicurata. La Germania è molto vicina a questo risultato” (pag. 133).
“ (…) il Bundestag ha approvato una serie di misure per ridurre il deficit di bilancio, ma anche per aumentare gli investimenti in educazione e ricerca tecnologica. Di fronte al Sud Europa che arranca per tenere il passo, la Merkel accelera. (…) È una manovra brillante per trasformare il vantaggio competitivo di cui gode oggi la Germania, in termini di costo del lavoro e di solidità fiscale, in un vantaggio di lungo periodo. Una manovra brillante, ma fortemente antieuropeista” (ibidem).
“ Nel 2009, di fronte allo stupore del mondo, i tedeschi in piena recessione approvano una norma costituzionale che avrebbe limitato i deficit di bilancio dal 2016 in poi al di sotto dello 0,35% del PIL. (…) A parità di comportamento del settore privato, una riduzione del deficit pubblico si traduce in un aumento del surplus della bilancia commerciale”.
“Esportando più di quello che importa, la Germania tende a ridurre la domanda aggregata negli altri Paesi, favorendo una riduzione dei prezzi e quindi una deflazione. In altre parole, i tedeschi hanno deciso unilateralmente di esportare deflazione in tutti i rimanenti Paesi dell´area euro” (pag. 134).
“Lavata con il tempo la colpa nazista, incassata e digerita la riunificazione, la Germania non ha alcun motivo per limitare la propria influenza, un’ influenza amplificata dall’ impasse nei processi decisionali dell’ Unione, bloccati dal diritto di veto di ciascun membro” (pag. 135).
Non ho voluto intromettermi, sarei stato meno preciso di Zingales. Il collage, credo onesto, di passaggi del suo libro offre materia per riflettere sulla Germania. Da anni si ha l´impressione che questo Paese abbia utilizzato la grande fase europeista per rifarsi la reputazione e potersi rigenerare, ma che i suoi obiettivi di fondo siano tutt’ altro che europeisti. Sinceri europeisti tedeschi come Joschka Fischer, Helmut Schmidt o Ulrich Beck già avevano  espresso timori simili.

( IV )

I PROBLEMI E GLI INTERESSI ITALIANI

Avevo anticipato più sopra la prognosi a cui giunge Zingales circa la possibile permanenza dell’ Italia nell’ euro. O nell’ eurozona si cambia registro su alcuni tratti fondamentali nell’ arco dei prossimi due anni, o l’ Italia sarà costretta ad uscire dall’ unione monetaria. Il che significherà automaticamente la fine dell’ euro, così come lo conosciamo. Anche su possibili scenari Zingales dimostra perspicacia, ma su ciò non mi soffermo. A interessarmi di più in questa sede sono invece le stazioni della marcia di avvicinamento del nostro Paese all’ entrata nell’ eurozona.
Il punto di partenza è la forte inflazione degli anni settanta del secolo scorso. A partire dal 1971 le monete non furono più legate all’oro, direttamente o indirettamente,  con un rapporto fisso. Così incominciarono  a fluttuare liberamente e si ebbero rapidamente forti differenziali del tasso di inflazione. Se negli USA, negli anni sessanta, l’inflazione su base annua era mediamente del 2%, negli anni settanta passò ad una media del 7%. In Germania salì dal 2,5% al 4,8%. In Italia schizzò dal 3% al 12%, con il picco più alto addirittura del 22%. Zingales decide di non addentrarsi sulle ragioni. Si limita a constatare l’ effetto catastrofico che quella fase inflazionistica ebbe sulla reputazione del Paese tra i suoi cittadini e agli occhi degli altri Paesi e dei mercati finanziari internazionali.
I dati parlano da sé. Se – dal 1971 al 1998 – il valore reale (potere d’ acquisto) di mille dollari negli USA scese a 250 dollari, se in Germania il valore reale di mille marchi calò a 380 marchi, in Italia il valore reale di mille lire passò a 80 lire.
Con un simile galoppo dell’ inflazione in Italia, lo spread tra il tasso d’ interesse di titoli italiani ed i corrispettivi titoli tedeschi si allargò fortemente. Ad ammortizzare il salasso di valore ci pensava l’inflazione stessa, che conduceva a continue svalutazioni. Poi, a rendere il debito pubblico in qualche modo sostenibile ci pensava la Banca d’Italia, che acquistava di continuo i nostri titoli per tenerne relativamente bassi i tassi d’interesse. Ma gli effetti perversi sul sistema produttivo non tardarono a farsi sentire.
Consci di questo, e per restare in qualche modo ancorati alle economie del resto d’ Europa, nel 1981 venne sancito il ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro. La nostra banca centrale non era più costretta a immettere moneta nel sistema e riacquistava il controllo della politica monetaria. Si riavvicinava così alla realtà del resto dei Paesi della CEE, dove il principio dell’ indipendenza delle banche centrali dal governo era uno dei pilastri della politica monetaria ed economica. Gli effetti si videro presto. Dal 1981 al 1984 l’ inflazione scese dal 20% al 6%. Alla vigilia dell’ entrata nell’ euro era un poco superiore al 2%.
Il rapido successo non impedì che lo spread del tasso d’ interesse dei nostri titoli rispetto a quelli tedeschi fosse ancora nel 1992 di 600 punti, ovvero del 6%. Zingales fa notare che i mercati hanno la memoria lunga. Evidentemente diffidavano ancora del nostro sistema Paese. Da qui il desiderio della parte più avveduta e responsabile della classe dirigente italiana di costringere il Paese ad un esercizio di disciplina ancora più severo.
L’ autore usa più volte nel libro una metafora assai efficace. L’ Italia si comportò come Ulisse al passaggio davanti all’ isola delle Sirene. Per sentire il loro bellissimo canto, ma non subire il destino rovinoso di chi le ascoltava, l’ acheo si fece legare dai compagni all’ albero maestro. Nel nostro caso, l’ Italia si legò all’albero maestro tedesco per non soggiacere più alle proprie tentazioni.
Solo una disciplina venuta dall’ esterno avrebbe costretto il Paese a cambiare. Così pensavano le élites culturali e politiche. E perciò avviarono il Paese all’ adesione all’ euro, da considerarsi giustamente salvifica. Su questo aspetto Zingales non lascia dubbi di sorta. Pur non amando la retorica europeista che si fece né il ruolo dirigista di élites che si arrogano il diritto di mettere sotto tutela il proprio popolo, il nostro autore non ha dubbi: l’ Italia non aveva altra scelta. Ancora a metà degli anni novanta il rapporto debito/Pil aveva raggiunto il 120%. Il costo annuale degli interessi del debito era almeno del 7% del Pil stesso, più o meno la metà del gettito annuale dell’Irpef.
Del resto, dalla fine degli anni settanta, già l’Italia era entrata nel cosiddetto serpente monetario, una banda più o meno larga di fluttuazione delle valute dei Paesi leader della CEE. Per poterci stare, la Banca d’Italia doveva sempre orientarsi in base alle decisioni della Bundesbank. Se questa alzava i tassi d’interesse, la nostra banca centrale era costretta a fare lo stesso. Zingales giunge ad una conclusione al vetriolo: “Aderendo alla moneta comune, quindi l’ Italia non avrebbe rinunciato alla sovranità monetaria: l’ aveva già perduta” (pag. 67). L’ adesione era una scelta obbligata.
Zingales sostiene che però due errori vennero fatti da Prodi. “Il grosso errore di Prodi non fu quello di entrare nell’ euro, ma di entrarci senza una forma di rinegoziazione del debito pubblico e pensionistico” (pag. 73). Se ben capisco, Prodi avrebbe dovuto convincere i risparmiatori a una ristrutturazione del debito e i pensionati e i lavoratori ad accettare una efficace riduzione della spesa pensionistica. Avrebbe dovuto parlare in modo aperto al Paese per convincerlo della bontà di questi sacrifici. Qui mi permetto l’unica chiosa nel corso della mia esposizione del libro. In quel tempo nel Paese si aggirava un caimano che se lo sarebbe divorato in un sol boccone: non il debito pubblico, ma il povero Prodi. Per di più, anche certi asini che contornavano Prodi gli avrebbero assestato un bel calcio. Non sempre la verità e la razionalità coincidono con l’ incolumità.
Sia come sia, alla fine, con l’euro venne fatto all’ Italia un grande regalo: lo spread rispetto alla Germania, per qualche anno, quasi si azzerò. Come riferivo nel secondo paragrafo, quel grande beneficio fu sfruttato troppo poco, e così, nel 2011 si entrò nel gorgo in cui ancora siamo.
Nella parte finale del paragrafo vorrei però riferire in modo abbastanza esteso di quello che secondo Zingales è la più grave malattia italiana, una malattia che a suo avviso nulla ha a che fare con l’ euro: la produttività del lavoro. Sarebbe soprattutto il gap italiano da questo punto di vista la fonte più significativa dei nostri guai degli ultimi 20 anni. Anche basandosi su un periodo un poco più corto, i dati parlano un linguaggio chiarissimo. Leggiamo Zingales: “Tra il 1995 e il 2011 la produttività per ora lavorata crebbe del 2,3% l’anno negli Stati Uniti, dell’ 1,4% in Francia e dell’1,5% in Germania. In Italia la crescita fu solo dello 0,4%. Questa mancata crescita è responsabile della stagnazione del reddito pro capite italiano e quindi dell’ impoverimento relativo degli italiani. Ma è anche la maggiore responsabile della crisi finanziaria italiana” (pag. 84-85). 
Ancora Zingales: “ Se nel 2011 il mercato ha messo in dubbio la sostenibilità del debito italiano, non è stato per la sua politica fiscale, ma per la mancata crescita: il rapporto debito/Pil tende a crescere se il denominatore (ovvero il Pil) rimane fermo. E, con una popolazione che non cresce di numero e invecchia di età, l’unico modo per far crescere il denominatore è aumentare la produttività. La mancata crescita della produttività è il vero male dell’ economia italiana. “ (pag. 85). Un ragionamento che non fa una grinza. Nemmeno quei giganti di Bertinotti, Fassina, Camusso and Co. saprebbero confutarlo.
Ma visto che quello della produttività è un tema strategico, cerchiamo di approfondirlo grazie a Zingales, che si occupa del tema in due parti del libro: nel paragrafo “La malattia italiana” del capitolo “Costi e benefici dell’ euro” e nel paragrafo “La svalutazione è una cura?” del già citato capitolo “A mali estremi…”. Pur da profano provo a farne una sintesi.
Precisiamo innanzitutto due concetti ineludibili per comprendere l’ intero ragionamento. La produttività del lavoro (p) è quel fattore che – assieme al salario e alle altre componenti del costo del lavoro (tante altre voci di spesa a carico dell’impresa e del dipendente: contributi previdenziali e assicurativi, IRAP, ratei della liquidazione ecc.) – concorre a determinare il costo del lavoro per unità prodotta (Clup).  Più in specifico, la produttività del lavoro è quella componente legata al processo lavorativo decisiva per la redditività di un’ impresa, quando sia dato il costo del lavoro.
Come viene calcolata la produttività? Semplice: (p) = valore aggiunto / ore lavorate. Detto in modo più esplicito: la produttività del lavoro consiste nella quantità di valore aggiunto per ora lavorata. Qualcuno dirà: ma che è il valore aggiunto? È la differenza tra ricavi e costi di un dato processo produttivo. Ben si capisce che con la produttività ne va del guadagno dell’ impresa, cioè in fin dei conti della ragione della sua esistenza.
Ma che è poi quello strano Clup? Come viene calcolata questa grandezza, e che rilevanza ha questo indicatore economico? Il costo del lavoro per unità prodotta viene quantificato con questo rapporto frazionario: costo del lavoro / valore aggiunto. È logico che per calcolare il Clup non si prenda in considerazione il solo salario, ma il montante lordo speso da un’impresa per impiegare la forza-lavoro e che lo si metta in relazione, lo si commisuri con il valore aggiunto. Il Clup fornisce cioè l’ indice della redditività, per un’ impresa, dell’impiego del fattore lavoro.
I tre fattori che determinano il Clup sono: (a) il salario per ora lavorata, (b) il rapporto tra costo del lavoro e salario e (c) l’ inverso della produttività. Clup = (a) x (b) x (c). Orbene, aumenti di (a) e di (b) fanno aumentare il CLUP, così anche come (c) – che è l’ inverso della produttività. Viceversa un aumento della produttività (p) fa diminuire il Clup.
Un’ ulteriore informazione: sappiamo che nel nostro Paese l’ importo del prelievo fiscale (a carico del lavoratore) e contributivo (a carico del datore di lavoro) è particolarmente alto. Da tempo viene chiamato per brevità “cuneo fiscale”. Nel 2010, nel caso di un lavoratore medio, coniugato  e con due figli, il suo valore era pari al 39,2% dell’ intero costo del lavoro, terzo tra i Paesi OCSE, contro una media del 24,8%. [Fonte: “Dizionario di Economia e Finanza” – Treccani].
Ancora una precisazione: una diminuzione salariale, così come una diminuzione del tanto citato cuneo fiscale, aumenterebbero di per sé la produttività, anche se non fossero intervenuti mutamenti tecnologici né di miglioramenti nell’ efficienza dell’ organizzazione del lavoro. Ma di regola e sul lungo periodo sono soprattutto i miglioramenti tecnologici e dell’ organizzazione del lavoro, come pure un buon clima sui luoghi di lavoro e la motivazione (legata anche al salario) del personale impiegato, a far aumentare la produttività (p) e diminuire o stabilizzare il Clup.
Torniamo ora a Zingales, ai dati e alle riflessioni che ci fornisce da pag. 127 a pag. 129 del libro. Dal 1999 al 2011 [primi 13 anni dall’introduzione dell’ Euro] il costo del lavoro per unità prodotta (Clup) è aumentato in Italia del 40%. In Francia del 25%. In Olanda del 20%. Negli USA del 18%. In Austria del 14%. In Germania solo del 5%. Più bassa è la percentuale di aumento e maggiore è l’ aumento della redditività del lavoro. La performance della Germania è sbalorditiva, quella italiana preoccupante.
Ma, come sappiamo, non dobbiamo fare di ogni erba un fascio. Chiediamoci prima di tutto quanto abbia inciso l’aumento dei salari orari < il nostro (a) > su quelle diverse performance. Nel periodo 1999-2011 il salario orario (a) è aumentato in Italia del 34%, in linea con la Francia [+35%]. Il guaio è che quello tedesco è aumentato solo del 17%.
E come stanno le cose con gli altri fattori del Clup, cioè  il cuneo fiscale e la produttività? Rimanendo alla Germania, nell’ arco di quei 13 anni, il cuneo fiscale è stato diminuito, anche se di poco.  La produttività (p) è invece aumentata di quasi il 12%. Risultato: un aumento del Clup tedesco solamente del 5%.
Spostiamo ora il confronto con la Francia. Ma quel 15% di minore aumento di CLUP rispetto all’ Italia a che cosa è dovuto? Quasi per intero a un aumento in Francia della produttività (p) del 7%. In Italia la stessa diminuiva invece del 6%. Un gap del 13% sulla Francia e del 18% sulla Germania.
Ora sappiamo una cosa importante: il maggiore aumento del Clup in Italia non è tanto da addebitare agli aumenti salariali, quanto al calo della produttività, che è un indice della redditività. Si è dunque creato un circolo vizioso tra redditività delle imprese e produttività. Ma come si spiega questo fatto?

Per Zingales l’economia italiana è specializzata nei settori a minor crescita nel mondo, come l’abbigliamento che è passato – dal 1980 ad oggi – da una quota del 5% degli scambi mondiali ad una del 3,6%. Invece il settore Itc (tecnologie dell’ informazione e della comunicazione) è passato dal 9% al 23%. Qui l’ Italia offre ben poco.
Se si è attivi nei ‘settori sbagliati’, allora si subisce la concorrenza di nuove economie emergenti, dove i salari sono più bassi. Se anche si riesce a stare sul mercato, la redditi.
Questo incide ovviamente anche sull’ occupazione. Se le imprese hanno meno utili, è pure ovvio che abbiano anche meno mezzi per investire in tecnologia, per aumentare la produttività. E così la tendenza negativa si rafforza. E si producono pericolose distorsioni.
Da un calcolo, i cui risultati Zingales presenta nella figura 6.3 a pag. 131,  risulta che il nostro Paese, ipotizzando che avesse mantenuto la stessa presenza percentuale nei settori produttivi che lo caratterizzava nel 1999, avrebbe dovuto perdere il 15% dei posti di lavoro. In realtà, prima che si entrasse nel vortice della crisi del 2011, l’ occupazione è aumentata circa del 5%. Perché questo ‘miracolo’? Secondo Zingales, se ben capisco, soprattutto perché si è rimasti nei settori in calo, investendo il meno possibile in innovazione tecnologica, cioè senza aumentare la produttività, cioè il valore aggiunto per ora lavorata. Così l’ incidenza di manodopera impiegata per prodotto unitario è stata più alta che altrove. In Germania l’ occupazione è invece rimasta invariata, ma le imprese hanno aumentato molto la produttività, come pure il volume della produzione e la loro redditività in generale.
La nostra performance in termini di occupazione aveva dunque i piedi di argilla. I dati combaciano infine con quelli sull’ andamento del Clup e confermano che i nostri talloni d’ Achille sono proprio la produttività e la presenza in settori in arretramento e meno redditizi. Due fatti legati a filo doppio tra loro.
Nel paragrafo significativamente intitolato “La svalutazione è una cura?” – ponendosi Zingales la domanda se con il ritorno ad una lira svalutata risolveremmo i nostri problemi – leggiamo quanto segue: “Una svalutazione della nostra moneta rispetto al resto d’ Europa ci darebbe un vantaggio temporaneo, ma non risolverebbe il problema: la nostra produttività non cresce” (pag. 128).
Anche a proposito dell’ incidenza negativa che l’ euro, ben più forte dell’ ipotetica lira, avrebbe avuto sulla produzione in Italia l’autore è tranchant: “Se siamo andati peggio [rispetto ai partner europei, ndr] (…) non è tanto perché la nostra valuta è sopravvalutata, ma perché siamo specializzati nei settori sbagliati” (ibidem).

Il Paese va dunque profondamente riformato affinché la sua economia si adegui ai nuovi scenari europei e mondiali. Con o senza l’ euro. Come avevamo anticipato più sopra, a conclusione della sua ricognizione dei problemi italiani, Zingales si domanda se la permanenza del nostro Paese nella zona dell’ euro sia sostenibile. Ritiene che, a conti fatti e per stimolare la trasformazione del Paese, la moneta comune offra ancora più benefici che svantaggi. Ma non ancora per molto tempo, e soprattutto, solo a due condizioni: che vengano introdotte in tempi abbastanza brevi importanti modifiche nel sistema dell’ euro, che la Germania sia meno spregiudicata nel gioco non-cooperativo che conduce da tempo. 


( V )

COME RENDERE SOSTENIBILE L’ EURO

Prima di avanzare le sue proposte, l’autore sottolinea quali sono stati a suo avviso i maggiori meriti e vantaggi dell’ integrazione europea:
(1)La diffusione e radicamento della democrazia e del rispetto dei diritti umani. I vantaggi economici sperati hanno spinto molti paesi con deficit democratici a riformarsi, anche a tappe forzate.
(2)Il libero scambio e la libera circolazione delle persone.

Quanto al da farsi, spiccano innanzitutto due cose da mettere rapidamente in agenda:

a ) L’ integrazione dovrebbe avanzare fortemente anche sul piano delle spese militari. Sinergie tra gli stati nell’ acquisto di strumenti di difesa porterebbero certamente a forti risparmi.

b ) Nella ricerca scientifica e nell’ università va fatto di più. Due dati: ben il 70% delle prime 50 università nel mondo è statunitense; solo il 20% è europeo. L´Europa offre di per sé una dimensione sufficiente per fare un  balzo in avanti. Va approntato un piano integrato che potenzi l’ Europa nel suo insieme.


Lo schema delle proposte avanzate da Zingales per rendere sostenibile l’ euro è questo:

I ) UN’ UNIONE BANCARIA VERA, FORTE, RIGOROSAMENTE SOVRANAZIONALE

(A)
Non ha alcun senso avere una moneta unica e non avere un unico sistema bancario. Con sistemi bancari nazionali che vanno in orine sparso si dissoda solo il terreno perché si accentuino gli squilibri macroeconomici interni all’ euro-zona, invece di farli diminuire.
Fu fatto un grosso errore nel sottovalutare le possibili crisi e le distorsioni finanziarie che gli squilibri dovuti all’ esistenza di una moneta unica avrebbero provocato sull’ intero sistema bancario europeo. Non ci si è preoccupati di mettere in cantiere istituti che affrontassero il problema del legame che ogni sistema bancario nazionale intrattiene con lo stato di appartenenza e con il debito pubblico dello stesso. 
Così, esplosa la crisi americana, sono venute a galla le manchevolezze del sistema economico dell’ Eurozona. Gli schock finanziari hanno presto diffuso una sfiducia generalizzata in tutto il sistema creditizio. Ad essere colpiti in modo più duro sono ovviamente stati i paesi in cui il sistema bancario era più esposto o in cui il debito pubblico era maggiore. Questi due focolai di crisi si sono addirittura alimentati a vicenda. Risultato: un fortissimo calo nell’ erogazione del credito, e naturalmente recessione e deflazione. Ultima conseguenza: una restrizione della capacità produttiva in molti paesi della zona euro.

(B)
Se le banche europee dipendono (in termini di possibili aiuti) solo dagli stati nazionali, si genera un’ iniqua competizione tra le economie nazionali. I paesi più forti potranno perciò permettersi più agevolmente salvataggi o nazionalizzazioni di banche in gravi difficoltà. Non solo. In questi stati sarà più facile accedere al credito e a tassi di interesse più bassi, dando alle economie di questi stati un ulteriore vantaggio competitivo. Tutte cose che si sono effettivamente verificate.
Anche i criteri di salvataggio o non-salvataggio di una banca sono stati finora lasciati all’ arbitrio del rispettivi governi nazionali.

(C)
Da tutto ciò discende la necessità di essere molto coerenti nel configurare l’ unione bancaria. Va creata un’ UNICA ISTANZA DI SUPERVISIONE DELLE BANCHE. Serve una GARANZIA COMUNE EUROPEA PER I RISPARMIATORI. A DECIDERE COME E QUALI BANCHE SALVARE o NAZIONALIZZARE DEVE ESSERE UN´UNICA ISTANZA SOVRANAZIONALE. Negli ultimi 2 anni si sono fatti passi in avanti in questa direzione, ma sono insufficienti ed in parte ingiusti.


II ) UN FONDO INTERBANCARIO SUFFICIENTEMENTE DOTATO per gestire gli aiuti che le banche stesse possono darsi. Il volume deciso, 55 miliardi di euro da raccogliere poco alla volta nell’ arco di 10 anni è però insufficiente. L´attuale fondo andrebbe dunque, in tempi più brevi, reso più robusto.  

III ) MIGLIORAMENTO DELLA SOLVIBILITÀ DEGLI STATI con una COMBINAZIONE DI EUROBONDS e di BONDS NAZIONALI.

Secondo l’autore è necessario realizzare la proposta avanzata nel marzo del 2010 da due economisti (Jacques Delpla e Jakob von Weizsäcker) del think tank Bruegel di Bruxelles: a ) la conversione di bonds nazionali in euro-bonds, garantiti comunitariamente, per il 60% del PIL nazionale, b ) il mantenimento, per il resto, dei bonds nazionali. [ Vedi link:
http://www.bruegel.org/publications/publication-detail/publication/509-eurobonds-the-blue-bond-concept-and-its-implications/ ].

Così Zingales: “Con questa distinzione, anche i Paesi più indebitati avrebbero una percentuale di debito sicuro, in cui le banche potrebbero investire senza il rischio di pesanti perdite. Limitando per regolamentazione gli investimenti del sistema bancario nazionale in titoli rossi [ vedi bonds nazionali, ndr ], si spezzerebbe il legame perverso tra Stato e banche” (pag. 177). Detto altrimenti: si normalizzerebbero i flussi del credito e degli investimenti.


IV ) UN´ASSICURAZIONE EUROPEA DI DISOCCUPAZIONE

Cito di nuovo Zingales (pag. 178): “Un’ area con una moneta comune deve avere meccanismi di stabilizzazione automatica che compensino gli schock regionali con fondi europei. Il meccanismo automatico di stabilizzazione migliore che conosciamo sono i sussidi di disoccupazione”.
Si avrebbero effetti positivi non sono soltanto nelle regioni in difficoltà, ma anche nelle economie in espansione, per prevenirne un eccessivo surriscaldamento. Ad esempio, tra il 2000 e il 2005, la Germania aveva più disoccupati di tante altre regioni europee. Avrebbe beneficiato di fondi per la disoccupazione comunitari. Sempre in quel periodo, viceversa, la Spagna era in piena bolla immobiliare e in crescita economica anomala. Con una forma di tassazione per eccesso di crescita si sarebbero raccolte risorse per i sussidi di disoccupazione in altri Paesi e la Spagna sarebbe stata disincentivata, per non dire inibita, nel seguire la strada della crescita ‘dopata’.
Per superare le ovvie diffidenze reciproche tra gli stati nella gestione dei fondi, cioè per impedire che gli assegni diventino incentivi a non lavorare, basterebbe che a controllare la correttezza dell’ applicazione fossero ispettori stranieri.

V ) LASCIARE MAGGIOR FLESSIBILITÀ ALLA BCE NEL GESTIRE L’ OBIETTIVO DEL TETTO INFLAZIONISTICO DEL 2%.

Il mandato alla BCE di garantire che l’ inflazione non superi il tasso del 2% è in qualche modo perfido. In fondo non prevede interventi in caso di inflazione zero o di deflazione. Infatti, da statuto, i tutori francofortesi della moneta già si renderebbero colpevoli se l’ inflazione raggiungesse il 2,1%. Visto anche che non è affatto facile fare delle previsioni tanto precise sul tasso d’ inflazione, tendono a tenersi abbastanza lontani dal 2%. Così preferiscono di fatto la disinflazione o la deflazione. Quanto meno andrebbe consentito un certo corridoio d’ errore anche oltre il 2%, cosicché, in media, negli anni, la BCE centri effettivamente l’obiettivo.
Zingales pensa, come molti economisti, tra cui Olivier Blanchard (il capoeconomista del Fondo Monetario Internazionale), che per la zona-euro sarebbe più salutare, almeno per l’ attuale fase critica, un tasso di inflazione tra il 3% ed il 4%. Ma è ormai chiaro che la Germania non lo vuole accettare. Se ne prenda atto, ma si faccia di tutto almeno per centrare almeno l’ obiettivo dell’ inflazione al 2%. Ora siamo abbondantemente al di sotto: una mina vagante che alla lunga comprometterà l’ esistenza stessa della moneta unica.


( VI )

UN PAIO DI MIE RIFLESSIONI


1. In più punti del libro di Zingales emergono giudizi sull’introduzione dell’ euro che credo si possano sintetizzare così: *La decisione di accelerare con la moneta unica fu prettamente politica e non tenne in dovuto conto l’ aspetto economico. ** Ad avviare la forzatura fu Mitterand, un uomo certamente convinto del primato della politica, non a caso allora presidente del Paese del centralismo, di Colbert, del dirigismo economico. *** In Mitterand, nei francesi, ma anche in molti politici italiani, albergava il pensiero che le severe regole di Maastricht si sarebbero potute eventualmente aggiustare o interpretare in modo più flessibile in corso d’ opera, ma avevano del tutto sottovalutato la mentalità e gli interessi dei tedeschi. **** Non è affatto detto che quella forzatura fosse indispensabile per lo sviluppo dell’ integrazione europea; anzi, sarebbe sempre preferibile un modello di convergenza che partisse dal basso, a settori, dai legami intraeuropei che si rafforzano nel libero scambio dei beni e dei servizi, un modello che assomigliasse di più alla crescita di un organismo e meno all’ assemblaggio di una macchina. ***** Dobbiamo diffidare del ruolo di avanguardia onnisciente che le élites europee si arrogano. Sarebbe stato molto meglio se, invece di fare tanta retorica sull’ euro, avessero chiarito tutti i rischi a cui si andava incontro. E se i popoli e le opinioni pubbliche fossero state restie al progetto, meglio sarebbe stato rinunciare.
Zingales mette in guardia dalla visione elitaria e dirigista che la costruzione europea si porta con sé fin dalla nascita, fin dai progetti di Robert Schumann e di Jean Monnet. Pensa che progetti troppo ambiziosi e la fretta dei decisionisti causino spesso dei guai e soprattutto esproprino i detentori della sovranità di questa loro prerogativa. Crede di più nella forza costruttiva del mercato e delle relazioni sociali e culturali, che sviluppano, molecola dopo molecola, un tessuto robusto. Trova anche calde parole di apprezzamento per progetti come l’ Erasmus, che favoriscono la reciproca conoscenza tra gli europei e mettono in comunicazione i diversi modelli di formazione culturale, tecnica e scientifica.  
Che dire di questo approccio da manuale liberal-liberista? Innanzitutto penso, nel mio piccolo, che sull’ azzardo dell’ euro Zingales abbia ragioni da vendere. Con quella decisione si lasciava una zona sicura, in cui la costruzione di un mercato unico permetteva a tutti una strategia win-win, e ci si addentrava su un terreno di possibili giochi competitivi, anche molto pericolosi e ci si affidava alla ‘ragione’ dei rapporti di forza.
Su un altro punto la sua analisi è acuta e convincente: il costrutto era troppo squilibrato, era anzi ben congegnato per innescare veramente il gioco competitivo tedesco, che Zingales spiega in modo cristallino. Qui vale la pena di fermarsi a riflettere.
I tedeschi da sempre interpretano le costruzioni istituzionali come sistemi rigidi e concedono meno spazio possibile alla governance. Per loro è inconcepibile navigare a vista. Con la nascita della Bundesrepublik hanno anche messo in pratica a livello economico la dottrina dell’ ordo-liberale, dottrina secondo la quale lo stato deve solo costruire un sapiente castello di regole, razionali, chiare, severe, per garantire lo sviluppo della libera concorrenza. Sapendo con molto anticipo in che rete di regole deve agire, ogni operatore economico può elaborare le sue strategie, sia nel breve che nel lungo pericolo. Lo Stato non deve affatto intervenire a modificare il libero gioco delle forze del mercato. Quel che ha da fare sono tre cose: (a) mettere a disposizione infrastrutture adeguate, (b) vigilare sul rispetto delle regole e impedire la formazione di cartelli e (c) creare, con il welfare, gli strumenti per rendere socialmente sostenibile l’ economia di mercato. E di questo modello si può dire di tutto, ma non che non sia razionale, né che non abbia funzionato, né che non goda di un vasto consenso nella popolazione e tra le forze politiche e sindacali. Proprio i successi economici della Bundesrepublik sono la miglior carta da visita. Anche per questo Kohl riuscì ad imporlo nella fase di costruzione dell’ eurozona.
Ma è proprio vero che sia avvenuto un trasferimento di questo modello all’ intera eurozona? Il rispetto delle regole antitrust [il nostro punto (b) di poco sopra] è sì uno dei momenti più curati ed accettati in tutta la UE. A mancare del tutto è invece il ruolo dello Stato nel mettere a disposizione infrastrutture adeguate e sul versante del welfare [i punti (b) e (c) di poco sopra]. Soprattutto l’ultimo tassello dell’ ordo-liberismo manca completamente nei trattati di Maastricht e nella loro attuazione. Troppi ordo-liberisti tedeschi predicano bene ma razzolano male, quando si occupano dell’ eurozona. La cosa non va lasciata cadere. Sappiamo che proprio le proposte del Gruppo di Glienicke colmano almeno in parte questo vuoto. Anche le proposte di Zingales lo fanno. Non c’ è tempo da perdere nell’ intavolare la discussione, in Germania, ma anche fuori.
Su un punto, pur parlando con tutta l’ insicurezza di un orecchiante di politica economica, non credo però che l’ ordo-liberismo sia una teoria in grado di tirarci fuori dai guai. Non è di certo l’impostazione ordo-liberale che ha causato i danni che anche Zingales analizza, ma mi pare sia un grosso freno a prendere misure e decisioni che mi paiono da tempo necessarie. Credo infatti che solo stimoli di tipo keynesiano siano in grado di cavar fuori da profonde depressioni. Le stesse proposte di Zingales di potenziare le strutture universitarie e la ricerca in Europa come possono avere la giusta potenza di fuoco senza interventi statali? Anche lo scongelamento di investimenti pubblici, ormai urgenti, dopo che da anni si trascura persino la manutenzione degli edifici scolastici, delle strade o di altre infrastrutture sarebbe utilissimo. In Germania come in Italia. Di certo non a tappeto, di certo non laddove anche grandi economie sono state nel passato ‘dopate’ con grandi flussi di fondi europei, come ad esempio in Spagna. Ma, in modo mirato, andrebbe dato il via libera ad una politica anticiclica in tante regioni e in tanti settori. Non solo. Un grande sforzo europeo sul fronte dell’ ambiente, dell’ energia e di una digitalizzazione pensata su scala integrata non farebbe al caso nostro?
Perché non coniugare sapientemente politiche economiche sia sul lato dell’ offerta che sul lato della domanda? Non vedo nelle svariate teorie liberiste la possibilità di farci uscire in tempi medio-brevi dalla depressione economica e dalla deflazione in cui grandi zone d’ Europa si sono o sono state cacciate.
Vogliamo indulgere a posizioni che ci consigliano di affidarci solo alle forze della “distruzione creatrice“? Penso anch’ io che alla lunga il libero mercato abbia in sé la potenzialità di uscire da solo da gravi depressioni. Ma in quanti decenni? E con quali costi sociali? Credo che posizioni simili siano l’ immagine rovesciata dello statalismo. Entrambi soffrono del crampo mentale della reductio ad unum.
Ma torniamo all’ Europa. Siamo arrivati ad una stretta in cui tanti dovrebbero – come recita un bel modo di dire tedesco – “saltare oltre la propria ombra”, liberarsi di tante pregiudiziali e di tanti pregiudizi. Altrimenti il naufragio è certo.

2. Credo che nei primi decenni dell’ integrazione europea sia stato giusto far trainare dall’ economia il processo di collaborazione e di convergenza in Europa. Cittadini di nazioni molto diverse tra loro, divise fino ad allora da reciproca diffidenza, da progetti egemonici, addirittura da conflitti bellici, si trovarono in un breve lasso di tempo a toccare con mano i grandi benefici di un mercato comune: prima, di alcuni beni strategici, poi, la progressiva liberalizzazione degli scambi di beni e servizi, infine, dei capitali e del mercato del lavoro. Con la creazione della Commissione Europea iniziò poi il processo dell’ armonizzazione sul terreno della buona amministrazione (se si fa eccezione degli eccessi di dirigismo e centralizzazione). Anche in campo giuridico si sono compiuti enormi passi in avanti verso standard comuni. Il Parlamento europeo è poi un’ istanza di confronto e di controllo di riconosciuta utilità, anche se si tratta di un parlamento strano, poiché la vera istanza legislativa è invece il Consiglio europeo (la riunione dei capi di governo dei Paesi membri dell’ UE).
Anzi, a essere sinceri fino in fondo, l’ insieme della costruzione istituzionale è strana e non corrisponde allo schema canonico delle democrazie costituzionali. Il legislativo è composto dai vertici degli esecutivi nazionali. Si può ben capire che, non essendo l’ UE uno stato federale, gli stati membri si vogliano tutelare, che vogliano stare sulla plancia di comando, ma non ci si può nascondere che una somma di rappresentanti di esecutivi non può avere le caratteristiche né portare con sé la legittimazione di un vero potere legislativo europeo. La Commissione è poi un ibrido: è al contempo la sede dell’ amministrazione e la centrale che propone misure e leggi, assomma cioè in sé un mandato e delle funzioni normalmente delegate dall’ esecutivo e funzioni invece tipiche del momento legislativo. Chiaramente, il Parlamento europeo è svuotato delle prerogative tipiche dei moderni parlamenti nazionali. Last but not least, manca il momento fondante di ogni stato costituzionale: la Costituzione. Non sono un esperto di diritto, non sono nemmeno un assiduo orecchiante in questa materia, ma mi pare che l’ intera costruzione, così com’ è, mostri gravi falle democratiche e non sia adatta a trainare un processo di integrazione politica e culturale dell’ Europa. Si sa che ha avuto parecchie fasi di stallo e ha vissuto molte crisi, superate poi con compromessi o rinvii. Ma sembra quasi miracoloso che abbia potuto reggere.
In realtà, credo che siano stati proprio gli evidenti vantaggi economici complessivi  a impedire che la costruzione saltasse in aria. All’ economia spettò un primato di fatto.
Ma possiamo dire che questo continuerà ad accadere? Mi sento di negarlo nel più deciso dei modi. Con la moneta unica si è oltrepassata la soglia dei vantaggi facili e quasi ovvi di un gioco economico che garantisce a tutti degli utili. Nell’ euforia europeista dei primi anni dall’ introduzione dell’ euro si dimenticò che proprio da allora le diverse economie entravano in concorrenza, che la redditività della produzione, il potenziale tecnologico, la produttività del lavoro, i diversi sistemi finanziari, i diversi livelli di indebitamento pubblico, i diversi costi dell´energia, l’ efficienza o inefficienza delle infrastrutture avrebbero pesato nel confronto diretto, senza rete, tra i sistemi Paese. E se le cose stanno così, allora l’ economia, da motore dell’ integrazione, è divenuta il pomo della discordia.
Ora le voragini che si sono aperte mettono a nudo i deficit di linee guida, di principi, di cultura europea che si sono accumulati nei decenni. Esiste sì una cultura dell’ amministrazione e della mediazione che permettono che i conflitti non portino alla rottura del sistema, ma questa è poca cosa davanti alle sfide che abbiamo difronte. E come negare che vecchi pregiudizi, opacità, diffidenze si siano di nuovo diffusi? Tutto questo significa almeno due cose: l’ introduzione dell’ euro fu troppo frettolosa, si è lavorato male dal punto di vista politico, istituzionale e culturale.
L’ Eurozona e l’ UE sono ben più di una zona di libero scambio e assai meno di uno Stato federale o di una zona di compiuta integrazione politica. Che fare adesso? Far marcia indietro ripiegando sul terreno più facile? Sarebbe un peccato. Di più. Sarebbe un grave errore, sia perché il retrocedere avrebbe il sapore della sconfitta e si porterebbe dietro risentimenti e conflitti, sia perché i singoli Paesi, anche i più grandi e meglio strutturati, non avrebbero quella massa critica per contare sullo scenario che si va profilando con l´avanzare della globalizzazione e con la modernizzazione di grandi aree prima sottosviluppate.
Sarebbe molto meglio avanzare, ma visto che il fattore economico non può più surrogare il vuoto di azione e sapienza politica e di consenso finora mancati, è su questi aspetti che dobbiamo puntare. Ma guai ad indulgere a tirate ideologiche sul primato della politica, a cambiare il campo di gioco . La prova del nove è di nuovo prima di tutto sul terreno economico. Si deve arrivare al punto in cui la comprensione delle differenti storie, dei differenti ruoli che i popoli europei hanno avuto e hanno, porti alcuni ad adeguarsi agli standard europei di trasparenza, di efficienza, di responsabilità, di giustizia raggiunti in certe zone ed altri ad accettare come appropriati dei transfer di risorse, ad accettare eventuali compromessi sul tasso di inflazione programmata, a comprendere che misure europee di welfare sono sacrosante. Ma sia chiaro che il cervello di questa grande opera di comprensione e di mediazione interculturale non può che essere politico e deve attingere ai fondamenti della civiltà europea.
Ora vengo a Zingales. Le sue proposte sono eccellenti nel breve periodo. L’ autore non si complica la vita allargando il discorso – come invece fanno il Gruppo di Glienicke o i Pikettyani francesi o il Gruppo Eiffel – a livello istituzionale. Sul breve periodo questo è un grande vantaggio, perché così facendo si guadagna in efficacia e realismo… e ben sappiamo con che urgenza si dovrebbe intervenire.
Ma c’ è il rovescio della medaglia. È suonata anche l’ ora della ripresa della politica e delle costruzioni istituzionali. È pure urgente fare un salto di qualità nel prendere coscienza di quel che abbiamo in comune, dal profondo della nostra storia. C’ è in giro troppa ignoranza sul senso della nostra civiltà e pure troppo utilitarismo miope, a corto raggio. Va ripensato anche il ruolo dello Stato e della collaborazione tra stati in vista dell’ integrazione europea. Va bene liberare le forze del libero scambio, ma mai il mercato da solo poté costruire da solo le nostre economie o cucire assieme le nostre società civili. È una favola quella che la sola mano invisibile sia l’ autore dell’ economia capitalistica. I mercati nazionali come poterono farsi senza l’opera dello stato? Ed il tanto disprezzato mercantilismo non ebbe forse in quasi tutti gli stati europei per certi aspetti un ruolo insostituibile? Non si può far cominciare la storia moderna con il solo sviluppo del sistema di produzione capitalistico. E quando fu il laissez faire l’unico o il principale motore dello sviluppo capitalistico e dei salti tecnologici?  Mai o quasi mai. Su queste cose hanno ragione Keynes (La fine del laissez-faire) e Polanyi (La grande trasformazione). An den beiden geht kein Weg vorbei.
La lettura della recente storia europea di Zingales, di cui non mi sono occupato nella scheda, ma che vale la pena conoscere con il suo libro, ha il braccio troppo corto. La contrapposizione tra dirigismo mitterandiano e liberismo thatcheriano non ci porta lontano.  Senza indulgere alle fumisterie del ‘trombonismo’ europeista va ripresa la strada delle idee alte, che hanno una storia lunga lunga. Gli stereotipi che troppo spesso i grandi termini si portano dietro come zavorra vanno sciolti. E come? Comprendendoli nel loro significato storico e normativo. Su questo terreno è urgente una rigenerazione delle élites e dell’ opinione pubblica. E al crocevia di tutti i cambiamenti c’ è sempre lui: lo Stato moderno. Di certo non quello italiano, che ancora arranca sciancato e zavorrato dietro alla modernità.

3. Uno dei maggiori meriti di “Europa o no” sta a mio avviso nel chiarire il ruolo che la questione demografica ha per i tedeschi, come movente della disinflazione ovvero della deflazione. Semplicemente, la certezza che la popolazione, stante il trend attuale, diminuirà di parecchio e che l’ età media dei tedeschi aumenterà, è veramente un punto fermo a partire dal quale la classe politica ha fatto scelte strategiche in economia. Zingales tocca anche il nervo della questione quando paragona la visione dei tedeschi a quella dei giapponesi. C’ è davvero un consenso trasversale, persino esagerato, tra le forze politiche sulla necessità di ridurre le spese dello stato e delle amministrazioni locali, di far sì che i lavoratori vadano molto più tardi in pensione. Mai in Germania è stata aperta una vera discussione pubblica su questa strategia o su eventuali alternative, eppure la scelta compiuta appare come un’ ovvietà.
L’ ossessione dell’ insostenibilità del debito raggiunge anche aspetti parossistici. Faccio un paio di esempi. Da qualche anno sentiamo i verdi ripetere con ossessione che la spesa pubblica va rigorosamente contenuta. Li abbiamo sentiti criticare la marcia indietro compiuta dalla SPD sull’ età pensionabile: dal limite dei 67 a quello dei 63 anni. Gridano al tradimento delle nuove generazioni, spalleggiati da economisti del calibro di Bert Rürup (un socialdemocratico). Anche sulla richiesta di sovvenzioni alla green economy hanno messo la sordina. Poi, sempre forti sono le resistenze nella SPD nel correggere la linea tracciata dalla agenda 2010 di Schröder [concepita con l’ aiuto dell’ economista Rürup, e dell’ ex-dirigente della Volkswagen Peter Hartz].
Persino sindacalisti di primissimo piano, che ancora negli anni ottanta e novanta tuonavano con parole d’ ordine tipiche dello pseudo-keynesismo d’ accatto, sono diventati prudentissimi, persino silenziosi. Pare che in questi giorni siano scossi dal fatto che la Bundesbank abbia consigliato loro di avanzare nei prossimi mesi sostanziose richieste di aumenti salariali. E questa notizia di prima grandezza, benché quasi sussurrata sui media, ci dice questo:
a ) I sindacalisti tedeschi hanno talmente puntato le loro carte sul consenso nazionale e sull’ effetto trainante dei successi industriali e commerciali dell’ industria tedesca da non capire la gravità, per tutti, della crisi che morde in Europa. Sono piuttosto i professori del Gruppo di Glienicke a proporre, come Zingales, un’ assicurazione europea sulla disoccupazione: un’ idea europeista di vitale importanza per i lavoratori.
b ) La Bundesbank è ora preoccupatissima per il pericolo della deflazione. Dopo aver contribuito in modo impareggiabile a creare il problema, ora, quatti quatti, gli arcigni difensori della severità sperano che si faccia macchina indietro, ma non lo fanno a viso aperto. Affidano ad altri il lavoro da fare. Raffinatissima ipocrisia.  
Ma torniamo al tema demografico. La preoccupazione in Germania, qualunque sia la soluzione cercata, è più che giustificata. Davanti al fatto che i tedeschi se ne occupino e traggano le loro conseguenze dovremmo toglierci il cappello. Lo stesso dicasi dei francesi, anche se seguono una via del tutto diversa. In Italia invece è tale lo scadimento della classe politica e dell’ opinione pubblica che di problema demografico manco si parla.
Leggendo “L’urgence européenne”, un opuscolo scritto da Claude Bartolone, socialista francese, attuale presidente dell’ Assemblée nationale, pubblicato dalla Fondation Jean Jaurès e scaricabile da questo link: http://www.jean-jaures.org/Publications/Essais/L-urgence-europeenne  ci si imbatte a pag. 53 in questo passaggio, che cito per esteso:
Je veux citer un seule exemple, essentiel pour comprendre les choix politiques de l’ Allemagne: la démographie. Son taux de fécondité figure parmi les plus faibles en Europe (1,4 enfant par femme) et sa population est en déclin depuis 2003. En France, la fécondité se maintient à un haut niveau qui assure le renouvellement de sa population (deux enfants par femme). Ainsi, entre 2010 et 2011, la population française a crû de 1,6% quand l’ Allemagne perdait 0,1% de sa population. En 2060 on comptera plus d’ habitants en France qu’ en Allemagne: 74 millions contre 72,4 millions “.
Lo stato francese spende moltissimo in asili gratuiti, in scuole a tempo pieno, e ovviamente nel personale per gestirle. Vuole garantire alle madri la chance di lavorare, di rendere compatibile lavoro e famiglia. Non solo. Insegue l’ obiettivo di integrare e omogeneizzare la popolazione, autoctona o immigrata. In ciò mi pare siano all’ opera soprattutto due motori: la volontà di grandeur e l’ idea di guidare lo sviluppo demografico in modo tale che non comprometta i cardini e i principi del proprio repubblicanesimo. Che c’ è di male in questo? Eppure si rinfaccia continuamente alla Francia di praticare una politica economica rovinosa per l’ Eurozona. Non sono in grado di dire quanto il continuo sforamento del deficit in Francia sia da addebitare ad un saggio ‘interventismo’ demografico e quanto ad altri fattori, magari parassitari. Parliamone però attestando ai francesi una notevole lungimiranza. Tra l’ altro la loro pervicacia nel farsi un baffo delle reprimende di Schäuble non mi è sembrata tanto negativa: ha ridotto e rallentato la tendenza recessiva e deflattiva della politica economica impostaci.
Lo stato tedesco non fa nulla di tutto questo. La politica verso le scuole per l’ infanzia è a dir poco deficitaria. Il sostegno pedagogico-logistico alle madri e alle famiglie pure. Possiamo capire che la Bundesrepublik preferisca lasciarsi andare lungo la china della recessione demografica per evitare le trappole e i ricordi della politica totalitaria ed eugenetica dei nazisti. Ma la decisione tedesca, come del resto quella francese, sul versante opposto, riguardano tutta l’ Europa. Faccio un esempio da italiano, un esempio che mi fa cattivo sangue. I tedeschi intendono rimpiazzare i vuoti che si stanno creando e si creeranno nel loro Paese in termini di operai specializzati, di ingegneri, di ricercatori, di medici, di scienziati, di dirigenti industriali attirando il meglio dell’ emigrazione dall’ Est e dal Sud Europa. Spesso spacciano questo anche come un bell’ esempio di mobilità transnazionale, di aiuto ai giovani di quei Paesi. Sarò cattivo, ma io nutro un sospetto di vampirismo.
Sia come sia, il tema demografico è centrale per tutta l’ Eurozona e per l’ UE. Proprio le diverse strategie demografiche nazionali stanno divaricando l’ Europa. Anche su questo tema non ci si può arroccare nei confini nazionali. Anche qui, o si va oltre la tradizionale visione della sovranità nazionale, o si lascia che l’ integrazione europea, alla lunga, salti in aria. Che si apra il dibattito!

4. In tempi recenti, in Germania ed in Francia, sono state avanzate delle proposte molto interessanti, finalmente all’ altezza della crisi che si è aperta in Europa. Intendo con ciò la proposta del Sachverständigenrat del governo tedesco per un fondo di redenzione dei debiti sovrani, il documento del Gruppo die Glienicke ”Verso un’ unione politica dei Paesi dell’ eurozona” (1), che ha innescato interessanti prese di posizione in Francia come quelle dei ‘pikettyani’(2) e del Gruppo Eiffel(3). Ma anche in Italia non sono mancate proposte, come quella degli Euro project bonds di Quadrio Curzio e Prodi. Ora si aggiungono le idee di Zingales, che ben si sposano con una parte delle tesi del Gruppo di Glienicke. È auspicabile che le fonti di queste proposte si mettano in contatto e inizino ad interagire, meglio ancora a collaborare. Anche noi di Volta La Carta!! - nel nostro piccolo - dovremmo renderci utili, magari organizzando a Heidelberg un incontro tra esponenti dei gruppi che si sono formati e promotori singoli di soluzioni europeiste.

Heidelberg, 30 luglio 2014

Beppe Vandai

per    VOLTA LA CARTA!!
http://voltalacartaheidelberg.blogspot.de/



dal 11 luglio 2011
Esempio 1
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
Tanto l'euro quanto l'unificazione europea sono stati celebrati - come già fu per l'unificazione italiana - come ideali romantici, che non lasciavano spazio per un'analisi economica dei costi e dei benefici. Oggi, però, il "meraviglioso esperimento" di cui parlava Robert Schuman, il sogno di una "pace perenne" dopo secoli di guerre, si è trasformato in un incubo: quella stessa Unione creata per favorire lo spirito europeo sta diventando una prigione, che istiga all'odio etnico e alimenta i peggiori stereotipi. Tenendosi a distanza dall'europeismo fanatico e dall'antieuropeismo irrazionale, Luigi Zingales analizza i fondamenti economici e le scelte politiche dell'attuale Unione Europea, vista non come fine ma come mezzo per garantire la libertà, la pace e la prosperità del nostro continente, e mette a fuoco alcune verità necessarie. Prima fra tutte che questa Europa è un patto faustiano tra Francia e Germania, che riserva al Sud del continente, e quindi all'Italia, un ruolo di comprimario e spesso di vittima. Dobbiamo ammettere che, così com'è, l'Europa non è sostenibile, ma il progetto europeo è ancora salvabile, a patto di riforme radicali in tempi brevi. Allo stesso modo dobbiamo ammettere che la crisi strutturale in cui l'Italia è precipitata negli ultimi vent'anni non è colpa dell'euro né può essere risolta con la nostra uscita dall'euro. Il vero problema è che abbiamo smesso di crescere, e in particolare ha smesso di crescere la nostra produttività.