Nel segno di Giona: Salmo di Mario Bertin
Esempio 1
<<<Ritorno  all'Indice Rivista
A confronto di certi piccoli libri quelli più grandi, a volte, sono piccola cosa. Basti pensare ai libri della Bibbia, pluralità di piccole gemme o ai frammenti dei Presocratici che baluginano come frecce sul cammino di un’intuizione unica. I libri più piccoli sprigionano il loro sapore come essenze racchiuse in piccoli frutti. 
Salmo di Mario Bertin appartiene a questa famiglia di libri. Penna ed occhio affinati dalla lunga esperienza editoriale (ha diretto le Edizioni Lavoro e fondato Città Aperta), la sua scrittura risulta ulteriormente affinata dall’essere caduta nel crogiolo del sacro, ove il buon oro si saggia. Edito, non per caso, da servitium una decina d’anni fa, il libro potrebbe dirsi un prosimetro, se anche la prosa non fosse tutta una poesia in cui, tra invocazione e richiesta, tra entusiasmo ed abbandono, fra il tutto che è nulla ed il Nulla che è tutto – Deus meus et omnia, esultava commosso san Francesco – si frappone la parola petrosa o distesa, ma sempre imbevuta di silenzio, fino all’ebbrezza. E tra le parole che ruotano intorno all’unica Parola (la Parola senza più parole) il Sé più profondo trasale dal suo abisso marino, come l’io adagiato al fondo del suo io


Nel segno di Giona: Salmo di Mario Bertin
  di Gabriele Blundo Canto
dal 20 nov
Prima paginaFili di fumoEnferRecensioniRivistaProfili di autori
ContattaciAtlante Letterario Bacheca pubblicaCompiti

Libro traboccante di pietas per le creature più semplici, libro-tappa e libro-svolta inciso come un intacco sul tronco di un albero, Salmo è anche un memoriale, un momento ed un memento, segnando il passaggio, come canta Luce d’Eramo nella sua prefazione – la Pasqua, per ri-tradurre la stessa parola – dall’affermazione alla spoliazione, fino al divenire preda, allorché l’uomo si vede rinascere finalmente nudo, rivolto verso l’Oriente, le mani aperte stese verso i monti per rigettare la tentazione di far presa sulle cose e sugli altri, e divenire amore (insicure/ Sono le mani quando si abbandonano al bastone che esse si sono fabbricato).
Il salmodiare unico di Bertin si racchiude in cerchi d’onda intorno a sparute icone umane, lampi di conoscenza concreta nel senso etimologico, liquido e addensante del termine; esperienza di aridità e dura contemplazione che ha distillato il suo succo nel sacro che è nella vita di ogni giorno, sia che si narri del nonno morto sul Carso o di un impiegato che ha consumato la sua malattia nel guscio fragile, apparentemente statico, di un’apparente pigrizia. 
Come canta la prima Beatitudine, la felicità spetta in dote ai poveri. E sono nozze perfino i funerali di quel povero frate che morendo è divenuto sposoe fanno ressa attorno a lui morto come a una festa. Come a uno che si sposa, perché si è, da sempre, posato da ogni violenza. Ma anche cantico nuziale, questo Salmo, perchè il narrato di una solitudine va verso l’incontro, attraverso piccole guide, a passo serrato finché non spicca il volo in una corsa a perdifiato. Libro di fusione, in ogni senso, culminante sulle cime della vera teoresi che non è quella dei filosofi, ma l’abbassarsi dell’orante fino ad essere solo sguardo, sguardo-parte del cielo, perchè non c’è cammino neppure fra le stelle se gli occhi non lasciano andare il disegno del mondo, la mente profuga dalle proprie categorie, a rinnegare se stessi e obbedire a un appello cui solo l’amore risponde. 
E la sequela non può non ri-guardare la croce. L’asse di questa iconostasi è infatti quella del crocifisso orrido che si è lasciato sbranare, sgozzare, che Bertin indaga con l’ostinazione materiale, quasi anatomica, di Jacopone e di Unamuno per verificare, ancora una volta, quanto spirito sgorghi dalla sua durezza e quanto quel  sangue raggrumato regga il paradosso di essere sempre ed ancora immagine dell’umano  sommerso e bramoso di un volo di riscatto (Fontes Colombarum...). 
Libro agone, perché nella pietra e nel cuore Dio si conosce, ben al di là di ogni facile spiritualismo (Si ripete ogni notte la lotta sulla sponda dello Iabbock). E libro aurorale, in definitiva, che va verso una nuova nascita, perché il vuoto, la kénosis si fa per colmarsi di una  pienezza da condividere: Porto con me il tuo vino. Che ubriaca. / Cammino tra le cose mosso dall’alito del primo giorno

Nel rispetto della coerenza storica e attraverso il continuo riferimento alle fonti, Mario Bertin presenta l'intensa umanità di Francesco d'Assisi, il suo profondo senso dell'altro, le ragioni della scelta di stare dalla parte dei deboli e dei perdenti.
Come una piccola gemma rigirata tra le mani, la cui luce ammicca all’occhio fine del lettore che sa cor-rispondervi, questo librito (come amava definire Zambrano i suoi libri più teneramente amati) apre riflessi di altra sostanza, richiamando nel suo tessuto povero e prezioso immagini che parlano al cuore dell’uomo, perché è un libro che, a differenza di tanta letteratura religiosa ma non spirituale, o spirituale e non religiosa, scaturisce come una ferita dal centro mistico del poeta, la cavità ardente quevediana in cui l’intimo più intimo si lascia bruciare nel ritmo essenziale, inesausto, del roveto che arde senza consumare.
Graduale, scoperta di Dio quieta e sorprendente, tenera e temeraria, questo Salmo echeggia saporite letture che hanno suscitato scintille: dalla teologia negativa alla filosofia del dis-velamento (Dio mio. / Mi sporgo sul luogo che tu non abiti/ E che tuttavia ti nasconde) fino alle tracce non sempre scritte o già cancellate di coloro che hanno saputo rispondere al volto facendosi ostaggio dell’altro, fuggendo le mille volte di ogni barbara fuga (Mostrami le volte in cui non ho dato al mio pensiero e al mio cuore il volto dell’altro), fino a scegliere di lasciarsi pungere da un piccolo insetto, spartendo la gioia di divenire pasto. Echeggiano nel silenzio di questa apertura, tutti quelli che sono stati capaci di ritrovare il mistero dell’esistere in limine noctis, scoprendosi come un guizzo sul velo dell’acqua/Che beve per un istante la luna, perché La vita altro non è che un’increspatura sul sudario d’acqua della morte, abisso di timore o d’amore che sommerge ogni cosa. 
Come afferma ancora Luce D’Eramo nella sua introduzione che è anche un piccolo testamento e un materno affidamento a noi del suo autore, si tratta di uno dei rari libri che sanno cercare Dio al di fuori delle mode correnti. E mi ricorda, in parte, alcuni toni pacati e appassionati dell’ultima Merini e del suo padre Turoldo, seppure sia qui più visibile, e meno discontinuo, il filo della narrazione che resta coerente come in un piccolo, austero vangelo per poveri ricchi, che cerca di raccogliere, tra i vari personaggi, intorno a un unico lampo di rivelazione, il senso di ogni non senso, senza negare il contrasto, senza sciogliere la contraddizione, nella serena disperazione o disperata speranza da cui il poeta si è trovato a nascere, o piuttosto a rinascere, come foglia galleggiante sull’acqua (di cui sempre ritorna il motivo: Sul mare è segnata la tua via. I tuoi sentieri/ Sull’acqua./ Le tue orme restano invisibili...). 
Lo svanire di ogni segno, perfino del segno della propria esistenza – che, come nel Giovanni della Croce de I Beati zambraniani potrebbe giungere fino alla cancellazione della propria firma nell’arsura di un geroglifico – è offertorio della carne e della parola, rinuncia alla propria traccia, disponibilità del piccolo, inerme profeta a lasciarsi divorare dalla balena, per lasciare emergere, nell’universale naufragio del tempo, nello spazio bianco del nulla e della pagina, la Resurrezione come unica speranza cui perfino la scrittura può appendersi, speranza/squarcio che lascia apparire, dopo tanto vagare, la visione del monte.
Opere di tale densità forte e discreta aprono una via alternativa a tanta letteratura di vario segno, spesso incapace di marcare altro dal solco della nostra sete, del nostro essere altrove, della sempre più diffusa difficoltà di cercare, e forse anche di offrire.


Messina, 20 novembre 2010

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Dio mio.
Mi sporgo sul luogo che tu non abiti
E che tuttavia ti nasconde
In cerca di un senso contro il richiamo del nulla. Sei tenebra.
Eterna.
Aleggi su acque deserte.
Dentro il tuo abisso affondo gli occhi
E la mia ansia.
Come può celare la notte parole che non si possono dire? E come
Può il tuo grembo custodire una vita che non nasce?
Il mio desiderio di te attinge a una sorgente prosciugata.
È fatto di parole che non significano nulla,
Pietre abbandonate ai venti del deserto.
Oltre i bastioni di quali galassie si nasconde
Ed esplode
L'amen ove approderà in capo a mille crocifissioni
La nostra storia?
Ove risuonerà la Parola senza più parole
Che racchiude tutte le parole
La Parola che dirà se stessa senza fine.
Nel giorno in cui chi semina mieterà. Anche.
E i monti stilleranno vino. Anche. E miele.
Dal tempo vedo affiorare il mio tempo per poi
Ripiombare là di nuovo.
Un guizzo pare sul velo dell'acqua
Che beve per un istante la luna.
Neanche un impercettibile tonfo nel silenzio intatto 
della notte e tutto]
È già com'era prima.
La vita altro non è che un'increspatura sul sudario d'acqua della morte. Un attimo
Rubato al suo dominio. Non hai tempo di accorgertene.
Non lascia traccia.
 
(Mario Bertin, Salmoservitium 2001)
 

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line