Le sue considerazioni sull’aspetto sociale della religione cristiana sono confermate anche dallo scrittore latino Minucio Felice che nella sua opera ”Octavius” (Dialogo cristiano apologetico anch’esso della fine del II secolo), così fa dire all’antagonista, supposto avversario del cristianesimo:
CELSO  - UN AUTORE LATINO GIUDICA IL CRISTIANESIMO
Esempio 1
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La vicenda storica del Cristianesimo prende l’avvio dal messaggio che Gesù rivolge agli Apostoli “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” [Mt 28, 19]. La predicazione con l’annuncio della “buona novella” da parte degli apostoli si diffonde in tutto il bacino del Mediterraneo a partire dalle regioni orientali e successivamente anche verso l’occidente e in Italia; la nuova religione investe il mondo romano entrando in concorrenza diretta con la religione ellenistica.
  La religiosità dei romani aveva però poco in comune con le moderne forme di devozione. La religione latina si basava essenzialmente sulla nozione di pietas (che non è l’equivalente del termine moderno derivato “pietà”) che prescriveva all’uomo il dovuto rispetto verso i genitori (pietà filiale), verso la patria (patriottismo) e verso gli dei; essa era basata essenzialmente sul riconoscimento delle giuste gerarchie, della considerazione verso i valori ritenuti più sacri ed anche nel senso di dovere morale e di rispetto. L’uomo pio è un uomo di dovere, un uomo
che, una volta adempiuti gli obblighi del culto, è in regola con gli dei, per cui la religiosità attiene di più all’ordine della giustizia, secondo il principio di dare a ciascuno ciò che è dovuto. La religiosità dei romani si risolve quasi interamente nell’osservanza del culto, una religiosità ufficiale a cui, non a caso, possono essere preposti gli stessi funzionari dello Stato, i magistrati.
  I Romani erano abbastanza ricettivi verso le varie religioni e i culti che provenivano quasi sempre dall’Oriente, ma la reazione all’irrompere della religione cristiana fu diversa: a fronte della fredda ufficialità della religione romano-ellenistica, il Cristianesimo offriva un rapporto più diretto con la divinità e soddisfaceva la necessità di capire e farsi un’idea dei fondamentali quesiti che l’umanità si pone. Il Cristianesimo offriva, oltre che una fede religiosa in un solo Dio, anche una cosmologia, ovvero una spiegazione di tutto l’universo e la sua storia: la creazione del mondo, la storia dell’uomo dalle origini, l’etica e la morale rivelata da Dio, il comportamento nella società, la vita oltremondana con la resurrezione delle anime e dei corpi, il valore dell’individuo e la sua libertà intrinseca, indipendentemente dal sesso, ceto, censo e cultura, il riscatto dei più deboli... Il messaggio cristiano si rivolgeva a tutti: una “dottrina” che anche la gente comune poteva capire o per lo meno accettare per la coerenza seducente dei suoi argomenti: era un’offerta, diremmo oggi, a 360 gradi.
La religione cristiana con la sua specificità incontrò quindi un particolare interesse, specialmente nelle classi più deboli, ma anche molto scetticismo e decisi atteggiamenti di rifiuto da parte dell’apparato dello Stato che culminarono anche, in alcuni periodi, nelle note e feroci persecuzioni contro i cristiani. Ciò non di meno l’opera di evangelizzazione proseguì in tutte le regioni dell’Impero, e la nuova religione si diffuse lentamente in vari strati della popolazione.
  Non si hanno però notizie e resoconti di prima mano sull’impatto che fece il cristianesimo sulla cultura romana... con l’unica eccezione di Celso; di costui infatti per una fortunata circostanza abbiamo una testimonianza molto precisa e argomentata.
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    Celso era un letterato, probabilmente di origine greca, vissuto alla fine del II° secolo durante il regno di Marco Aurelio. Non abbiamo nessun particolare della sua vita; solo da ciò che scrive possiamo dedurre che egli fosse una persona dalla solida cultura, un letterato di tendenza neo-platonica, interessato alla politica dell’Impero ed alla sorte dello Stato (da non confondere con Celso Aulo Cornelio, un medico autore di una Enciclopedia,  vissuto tra il 14 a.C. ed il 37 d.C. ).
  Circa nel 178 d.C. scrisse “Il discorso della verità contro i Cristiani” un testo in cui esprimeva tutte le sue critiche verso la religione cristiana che, a quel tempo, era già una realtà piuttosto evidente per i cittadini di Roma e dell’Impero; di questo testo però non ci è giunta nessuna copia. Si dà il caso che Origene (185-253), un apologista del III secolo, avendo ricevuto una copia del libro da Ambrogio, il vescovo di Milano con la preghiera di commentarla, pensò di confutare le tesi anticristiane sostenute da Celso. Anche se erano passati più di 80 anni, Origene, circa nel 250, scrisse “Contra Celso” con cui
si sforzò di rintuzzare le tesi dell’autore pagano, e per maggior chiarezza riportò nel suo libro lunghi brani del testo originale di Celso. 
L’insieme di tutte le citazioni riportate da Origene, rimesse insieme, permettono di ricostruire l’opera originale nelle sue parti essenziali, e forniscono una buona idea di quello che doveva essere il pensiero e le argomentazioni sostenute da Celso. [vedi il volume: Celso “Contro i cristiani” Rizzoli (Milano) 5° edizione, luglio 2006] È accaduto così che ancora oggi possiamo leggere le considerazioni che faceva un intellettuale di cultura romano-ellenistica sulla religione cristiana. Il “Contra Celsum”, l’originale che ci è pervenuto di Origene, rappresenta quindi un documento particolarmente interessante per la possibilità di confrontare l’impatto che la cultura classica romana ebbe con l’avvento del Cristianesimo, ed è anche l’unico a causa della distruzione sistematica di scritti analoghi da parte delle autorità romane.
Il pensiero
  Nei primi secoli della nostra era nel mondo romano abbondavano i critici del Cristianesimo (Tacito, Plinio, Frontone, Epitteto, Luciano di Samosata), ma questi autori, di cui comunque abbiamo solo pochissime e minime citazioni, erano quasi tutti ben poco informati sulla nuova religione e spesso si limitavano a ripetere le accuse infondate e deliranti che il popolo rivolgeva ai Cristiani e che spesso anche alcune persone colte facevano proprie.
  Il rifiuto di ogni culto pagano, il patto di mutua assistenza e di amore che legava i cristiani tra loro, la segretezza dei riti, e non ultimo lo scarso livello sociale dei primi Cristiani, avevano alimentato i sospetti e la convinzione che il Cristianesimo fosse una religione di turpitudine e di sedizione e che in ogni modo aveva accoglienza, e quindi si diffondeva, solo nello strato più infimo della popolazione. Nelle classi più elevate dell’impero la diffusione era alquanto modesta per gli svantaggi che ne potevano derivare per la perdita di prestigio sociale e di privilegi: era comune infatti il detto “Non sono cristiano perché lo è anche la mia portinaia”.
  Si era, per di più, consolidata anche l’opinione che l’esistenza stessa di questa religione in seno alla società costituisse una minaccia permanente per lo Stato ed una costante offesa per i suoi dei. Perfino le calamità naturali venivano intese come espressione dello sdegno degli dei per il sacrilegio che la presenza dei Cristiani rappresentava nella società romana. Come riporta lo stesso Agostino nel “De civitate Dei”, molti romani, ancora all’inizio del V secolo, erano soliti dire “Pluvia defit, causa Christiani” (Non vuol piovere, è colpa dei cristiani).

Rispetto agli altri autori la preparazione di Celso invece è ben differente: egli ha un’ottima conoscenza sia della dottrina cristiana che di quella ebraica; ha certamente letto in modo attento e critico le Sacre Scritture, sia l’Antico Testamento che i Vangeli; ha letto alcune epistole di Paolo di Tarso ed è al corrente della esistenza dei Vangeli apocrifi; sa della polemica giudeo-cristiana e delle calunnie che gli Ebrei diffondevano su Cristo e sua madre (la supposta relazione adulterina con il centurione romano Ben Pantera). Sono inoltre innumerevoli i contatti, le interviste e le discussioni con i rappresentanti della nuova fede: Celso incontrava spesso gruppi cristiani con cui discuteva ed argomentava le sue critiche e gli articoli di fede, che fossero ortodossi o eretici, con gli appartenenti delle varie sette cristiane.
  Conosceva senz’altro, lo si deduce dalle sue argomentazioni, i vari apologisti, lo stesso Marcione e forse anche Aristide e Giustino. Gli sono note anche le polemiche che gli ambienti colti alessandrini sostenevano contro gli Ebrei in campo storico, cronologico e culturale. Era insomma fornito di una buona e vasta cultura e seriamente informato sulla religione cristiana; era altresì interessato ai problemi politico-sociali del suo tempo con una buona visione complessiva della situazione che l’impero viveva in quel momento.
  “Il discorso vero contro i cristiani” è il primo scritto polemico contro il Cristianesimo, e contiene obiezioni talmente fondate che lo stesso Origene, l’apologeta più acuto e preparato della Chiesa dei primi secoli, è spesso costretto ad ammettere, nella sua replica, le contraddizioni del Cristianesimo che Celso denuncia; le argomentazioni dell'avversario appaiono spesso razionali e convincenti anche a lui stesso, anche se tenta di sfuggirvi adoperando ogni accorgimento.

Vediamo i tre argomenti chiave che Celso utilizza contro la religione cristiana:
   A. - Dal punto di vista storico. Celso sostiene che la visione cristiana, derivata da quella ebraica, è solo una grossolana imitazione di concezioni religiose ben più antiche: la cultura giudaica, lungi dall’essere frutto della rivelazione divina, copia in realtà le culture ancora più antiche di grandi civiltà come gli egizi, gli assiri, gli accadi, i persiani ed altri. È da questi popoli che gli ebrei ignoranti avrebbero malamente assorbito la loro legge morale e la cultura. Dice infatti:


CELSO  - Un Autore latino giudica il Cristianesimo di Enzo Gallitto
Celso
François Marie Arouet, detto Voltaire
Quando, verso l'anno 240, il grande teologo alessandrino Origene s'accinse a confutare le critiche contro i Cristiani contenute nel libro di Celso, Il discorso della verità. Contro i Cristiani , non immaginava certo che con la sua replica destinata a vincere i secoli, proprio lui avrebbe trasmesso ai posteri la memoria di un'opera altrimenti condannata, come altre del genere, alla censura e all' oblio.
dal 16 maggio 2009
  Premessa
Questo discorso, apparentemente blasfemo, è implicitamente anche avvalorato in qualche modo dall’osservazione che farà poi Tertulliano, l’apologista cristiano vissuto nel III secolo:
La loro dottrina [dei cristiani] è, all’origine, barbara. In effetti i barbari sono abili a scoprire dottrine, ma per quanto riguarda la loro valutazione [...] in vista del conseguimento della virtù, di quanto i barbari hanno scoperto, i Greci sono certamente più capaci [...] La parte morale della dottrina, poi, non costituisce un insegnamento elevato e nuovo perché la si trova tale e quale anche presso gli antichi pensatori” [Celso “Contro i cristiani” I, 2 e 4 pag. 63]
Uguali ai nostri sono gli ammonimenti e gli insegnamenti dei filosofi: l’onestà, la giustizia, la fermezza, la temperanza, la verecondia” [Tertulliano “Apologeticum” 46, 2]
Celso escludeva, quindi, completamente gli Ebrei dal novero dei popoli antichi e sapienti, convinto della loro rozzezza intellettuale e settarismo; la concezione giudaica del mondo è solo un’imitazione fraintesa, rielaborata in senso nazionalistico dalle culture precedenti e per di più con la presunzione degli Ebrei di essere il popolo eletto, superiori a tutti gli altri popoli:
Esiste un’affinità di concezione tra molti popoli i quali si trovarono a porsi gli stessi problemi, a concepire le stesse idee e a formulare dottrine simili in molti punti; ma Mosé ed i profeti scrissero molte cose sulla loro storia troppo concedendo alla propria concezione. Popoli sapienti dunque i primi, del tutto stolti i secondi” [Celso, ibidem, I 14° pag. 71
Alla scarsa considerazione del livello culturale e storico della religione si aggiungeva, per Celso, anche lo scandalo, ancora maggiore, del basso livello sociale a cui mediamente appartenevano i cristiani:
“Ma i Cristiani sono volgari e rozzi, volgare è la loro dottrina e per la sua volgarità e per la sua assoluta incapacità ai ragionamenti ha conquistato le sole persone volgari, sebbene tra di esse non vi siano solo persone volgari, ma anche persone moderate e ragionevoli e intelligenti, nonché disposte all’interpretazione allegorica” [Celso, ibidem, I, 27 pag. 79]
Costoro [i Cristiani] dopo aver raccolto dall’infima feccia uomini marcatamente rozzi e donne credulone e psichicamente instabili per l’arrendevolezza tipica del proprio sesso, formano una massa indistinta di empi cospiratori [...] una genia che ama i nascondigli e rifugge la luce [...] che disdegnano i templi e sputano sugli dei, irridono alle cerimonie sacre [...] disdegnano cariche onorifiche e porpore “[Minucio Felice “Octavius” VIII, 4 pag. 49]   
  La scarsa considerazione in cui era tenuto il cristianesimo era quindi molto diffusa in tutta la società romana.

  B. - Dal punto di vista filosofico. La filosofia è nata in Grecia cinque secoli prima della nascita di Cristo, per cui quando la religione cristiana irrompe nel mondo romano, la  filosofia, ed in particolare lo stoicismo ed il neo-platonismo, sono già un retaggio acquisito almeno da parte della classe colta. Celso confuta il Cristianesimo perché riteneva questa dottrina un’irrazionalità sul piano del pensiero filosofico e concettuale: la sua profonda cultura, che affondava le radici nella logica del mondo latino e greco, trovava nel Cristianesimo l’espressione di una fede incomprensibile.
  Occorre peraltro tener presente che Celso è del II secolo (mentre Origene scrive il suo libro contro di lui nel III secolo) e quindi il cristianesimo contro cui argomenta Celso è ancora quello alquanto rivoluzionario e fideistico, o almeno avvertito come tale dalla cultura romana dei primi secoli.

Nell’accogliere le dottrine bisogna seguire la ragione ed una guida razionale, perché chi accoglie il pensiero altrui senza questa precauzione, è sicuramente passibile d’inganno” [Celso, ibidem, I, 9 pag. 67]
  Per Celso il concetto cristiano di “fede” era incomprensibile, perché per lui la ricerca di Dio e della verità restava sempre appannaggio dei filosofi e quindi di un’elite. Il cristianesimo, invece, si faceva strada tra la gente umile ed ignorante, appunto perché si presentava come una religione (o dottrina) che poteva essere apprezzata e creduta da tutti, indipendentemente dalla preparazione culturale. Effettivamente i cristiani dei primi secoli, forti della loro “fede”, facevano mostra di disprezzare la cultura e la sapienza dei dotti; come anche Paolo di Tarso consigliava nelle sue lettere:
Nessuno dunque si illuda: se qualcuno tra voi si crede sapiente in questo mondo, si faccia stolto per divenire sapiente. Perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio” [Paolo, 1° Lettera ai Corinzi 3, 18-19]
  Un argomento che attualmente sarebbe citato a favore, ossia l’universalità e la semplicità del messaggio cristiano, allora era visto dall’intellettuale romano come un difetto, perché convinto che le dottrine più elevate possono essere appannaggio solo delle elite intellettuali e colte.      
  Vediamo altri esempi:
“[Gesù] da vivo non riuscì a soccorrere se stesso, da morto invece resuscitò e mostrò i segni della passione e le mani trafitte; ma questo chi lo vide? Una donna indemoniata... [si riferisce a Maria Maddalena]” [Celso, ibidem, II,55 pag. 113
“Se infine, attraverso i supplizi patiti, voleva insegnarci anche a disprezzare la morte, una volta resuscitato avrebbe dovuto, in modo aperto, chiamarci tutti alla luce e dimostrarci il perché della sua venuta [...] Quando mai un Dio presentatosi agli uomini, non viene creduto, tanto più se appare proprio a quelli che sperano in lui” [Celso II 72/73/74a pag. 115]

   Gli risulta inesplicabile il perché Gesù, nella sua predicazione, non viene creduto da coloro che pure lo attendevano (come Messia); non capisce perché muore, malgrado sia un Dio, e comunque perché, una volta resuscitato, non si fa vedere da tutti quelli che lo hanno deriso e condannato.
  In effetti si deve riconoscere che la logica del suo ragionamento è impeccabile: se Gesù fosse ricomparso davanti al Sinedrio ad Anna e Caifa, o alla moltitudine che lo aveva preferito a Barabba, o allo stesso Ponzio Pilato che lo aveva condannato, l’evidenza della sua divinità sarebbe stata incontestabile; gli Ebrei si sarebbero ricreduti e, invece di essere l’unico popolo a rigettare il Cristianesimo, avrebbero aderito di slancio alla sua predicazione... e certamente tanti lutti (i martiri cristiani dei primi secoli) sarebbero stati evitati.

  Celso invoca anche un altro aspetto della differenza tra la teologia cristiana e quella della religione ellenistica. Per la filosofia classica greca, Dio è immutabile nella sua perfezione e l’opera di Dio, il mondo, che Platone riteneva “eterno ed incorruttibile”, non può che essere perfetto. Non si rende quindi conto di come i cristiani potessero concepire: a. che il mondo invece è stato creato dal nulla, un concetto per lui  incomprensibile;  b. che Dio si era incarnato e disceso sulla terra (e su cui aveva anche promesso di ritornare).
  In pratica non crede alla storicità della creazione e quindi, a maggior ragione, nega anche la stessa incarnazione; è la stessa opinione che avevano anche gli ebrei, i quali credevano e speravano nel Messia, ma sicuri che fosse solo un uomo, un discendente della stirpe di Davide, non un Dio. L’Ebraismo giudica blasfema l’idea cristiana dell’incarnazione e solo l’idea li riempie di orrore.
  Conviene con la religione cristiana sulla concezione della vita eterna delle anime, ma lo fa inorridire la promessa della resurrezione dei corpi:




  Il dio platonico, il logos greco, è espressione della ragione e quindi anche lui non può fare cose manifestamente “irragionevoli”.
  Celso enumera ancora altre innumerevoli considerazioni di natura filosofica, tra cui le principali: Gesù non è figlio di Dio perché la nascita da una vergine e la dichiarazione di Dio al momento del battesimo (da parte di Giovanni il Battista) gli sembrano solo delle favole; le profezie dell’Antico Testamento non si riferiscono a Gesù e comunque sono certamente manipolate dai redattori dei Vangeli; i miracoli di Gesù non sono una dimostrazione inequivocabile di divinità in un popolo in cui vi è un gran numero di maghi e diffuse credenze sulle arti magiche; la vita stessa di Gesù, così come è raccontata e verosimilmente avvenuta, non depone a favore della sua divinità a causa della condanna e dell’esecuzione infamante che ha subito. 

C. –Dal punto di vista sociale Celso nutriva nei riguardi del Cristianesimo anche una preoccupazione di natura politica. Vedeva in pericolo la società romana a causa della mancanza di civismo che notava nei cristiani, i quali non mostravano alcun interesse per la convivenza civile ed in particolare per l’osservanza dei doveri civici. Questo atteggiamento di separatezza dei cristiani è confermato da più fonti.
  Tacito, ad esempio, racconta nelle sue cronache:



 
Ed anche in un’opera famosa, la Lettera a Diogneto, un testo cristiano spesso citato, scritto da un autore ignoto del II secolo (ma riapparso solo nel XV secolo) è riportato testualmente:



  Purtroppo, proprio in quel tempo, l’impero aveva bisogno di tutte le forze disponibili per risolvere i problemi della difesa dei confini e della sicurezza dello Stato, come le minacce dei Parti in oriente e i Marcomanni che premevano ai confini della Germania. Lo stesso Marco Aurelio era impegnato in oriente in una guerra contro i Parti (campagna del 163-166) e ad occidente contro i Quadi e i Marcomanni.
  Era molto grave se a questi pericoli esterni si aggiungeva anche l’insidia interna, come appariva il Cristianesimo, poiché era opinione comune che i cristiani tendevano alla rinuncia di ogni attività pubblica, per seguire una religione che li impegnava in modo totalizzante e ad un’ideologia che, giustificando tale impegno, provocava il disinteresse verso le attività più propriamente pubbliche e civili. (Tale atteggiamento cambierà radicalmente una volta raggiunto il potere, come accadrà nel IV secolo).
  Probabilmente la stessa autorità imperiale, sollecitata anche dalla avversione generale e popolare verso il Cristianesimo, cercava di evitare nei confronti dei Cristiani radicali motivi di contrasto e di guerra, e forse avrebbe voluto arrivare ad un dignitoso e ragionevole compromesso, per salvaguardare l’ordine interno e poter contare anche sui cittadini cristiani per la difesa dell’impero. Infatti, mentre da una parte si procedeva nei processi contro i Cristiani, dall’altra era sorta anche una certa disponibilità a riconoscere la libertà religiosa ai cristiani, purché fosse assicurata la loro lealtà di cittadini. Naturalmente questo era impossibile da accettare per i cristiani, per le note ragioni di principio che impedivano loro di adeguarsi ai culti pagani e a sacrificare all’imperatore.
 
  Commento
  Celso con la sua analisi critica ha certamente colto i punti salienti della dottrina cristiana, anche se mostra di non aver capito e di non percepire la novità essenziale, che probabilmente travalicava la sua concezione di vita; non si rende conto cioè della rivoluzione del messaggio di Gesù che annuncia l’amore di Dio verso tutti gli uomini, compresi i peccatori e i derelitti, e il forte richiamo ad uno stile di vita improntato all’amore, all’umiltà ed alla fratellanza universale. Una concezione di vita che indicava  una via per la “salvezza” che era certamente al di fuori della sua portata culturale.
  Per quanto riguarda lo stile, alcuni commentatori hanno accostato Celso a Voltaire per il sarcasmo con cui spesso si esprime nell’interpretare alcuni caratteri specifici del cristianesimo; ma, a differenza di Voltaire che era imbevuto, suo malgrado, della cultura cristiana e in particolare cattolica, Celso, come si è detto, non è condizionato dall’educazione cristiana.
  Tuttavia le sue osservazioni in merito agli aspetti sociali che comportava la religione cristiana sono sostanzialmente corretti: una dottrina che assicurava solo nell’al di là la salvezza dell’uomo non poteva essere utile e funzionale ad un popolo che doveva reggere le sorti di un vasto Impero come quello Romano. In questo egli dimostra di aver ben compreso la natura rivoluzionaria della dottrina cristiana, dei suoi fondamenti difficilmente comprensibili dal punto di vista razionale e che, per di più, predicava anche una rivoluzione morale e sociale...
  Per Celso divorziare dalla “ragione” significava, anche e soprattutto, divorziare dallo Stato che è il garante dell’ordine civile, perché è sinceramente preoccupato della solidità e della stabilità dello Stato. E così si dimostra una sorta di filosofo-politico (in qualche modo simile ai filosofi illuministi del ‘700), molto pratico e concreto nei suoi ragionamenti: non si rendeva conto di come si potesse concepire una religione, o anche una semplice dottrina, che si poneva obiettivi sovraumani e al di là dell’orizzonte temporale della vita. Sarà solo duecento anni dopo, a partire dalla grandiosa sintesi teologica e politica che elabora  Agostino di Tagaste, che sarà fatto ogni sforzo per dare al Cristianesimo anche una legittimità filosofica ed una concretezza sociale e civile che in quel tempo mancava.

  Venendo infine ai nostri giorni, non si può non notare che le considerazioni fatte da Celso sul Cristianesimo nel II secolo hanno trovato una buona concordanza con l’analisi a cui è arrivata la moderna esegesi biblica. Nel XVIII secolo sorge, a seguito del pensiero illuminista, un vasto movimento di revisione critico alle Sacre Scritture (Reimarus, Hobbes, Spinoza). Tale movimento si sviluppa ancor più nel XIX e XX secolo (Bauer, Dupuis, Renan, Bultmann, Guignebert) con il preciso intento di sottoporre i Testi Sacri ad una rigorosa analisi storico-critica, pressoché “scientifica”, utilizzando anche un vasto campo di discipline parallele, tra cui l’archeologia, l’antropologia, il folklore, la linguistica, etc.. Lo scopo era quello di togliere per quanto possibile dal messaggio evangelico l’aspetto mitologico e fideistico, ed analizzare la vera figura del Gesù storico distinto da quello mitico della fede. Le conclusioni moderne sugli aspetti controversi del Cristianesimo concordano sostanzialmente con le considerazioni sostenute da Celso, che si dimostra così un moderno intellettuale ante litteram, dimostrando quanto la cultura romana fosse essenzialmente laica e razionale.  
  È infatti solo con l’avvento del Cristianesimo che le “opinioni contrarie” diventano “crimini” o “eresie” passibili di pena, e nascono le guerre civili per motivi religiosi; tutti problemi e delitti che erano completamente sconosciuti alla cultura greco-romana. «Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» è un ammonimento che diventa necessario solo con il Cristianesimo che mette in concorrenza la supremazia civile con quella religiosa. Nello Stato Romano i compiti del Principe erano ben distinti da quelli del “Pontifex Maximus” ed anche se le due cariche potevano essere rette dalla stessa persona (a partire da Cesare e, a seguire, da tutti gli altri imperatori) non sorgevano mai conflitti tra i compiti e gli obiettivi da conseguire.
  Karlheinz Deschner, uno studioso appassionato del Cristianesimo dei primi secoli, fa notare: «Oggi si scorge in Celso uno degli ultimi intellettuali della classicità morente, uno spirito originale e nobile, che ha precorso la critica moderna quasi come un professore di teologia». Anche nel campo filosofico non si può ignorare che le tesi etiche e politiche di Nietzsche contro il Cristianesimo (“una religione di schiavi”) concordano con le osservazioni che aveva manifestato Celso.
  Ed infine, l’altra preoccupazione di Celso, che la religione cristiana potesse minare le basi dello Stato, ha trovato profeticamente riscontro nella storia: non a caso molti filosofi e storici moderni hanno addebitato al Cristianesimo di essere, se non l’unica, certamente la principale causa del declino e della dissoluzione dell’Impero Romano d’Occidente nel V secolo: Bruno Bauer, Edward Gibbon, George F. Hegel, lo stesso Voltaire, Oswald Spengler, Bryan Ward-Perkins. E ciò che è più notevole e singolare, adducendo grosso modo gli stessi motivi che Celso lucidamente denunziava già nel II secolo.

  Conclusione
  È risaputo che la storia la scrivono i vincitori: la Chiesa dei primi secoli, una volta conquistato il potere, pensò bene di far sparire ogni traccia della saggistica romana anti-cristiana facendo distruggere tutte le opere degli autori antagonisti, insieme con tutti i testi degli autori cristiani bollati come eretici. E così fecero nel 488 gli imperatori Teodosio e Valentiniano, ordinando di bruciare tutte le opere di Porfirio (un autore che, come Celso, aveva scritto anche lui contro il Cristianesimo, ma di cui sono rimasti solo pochissimi frammenti) ed, insieme con quelle, anche tutti gli altri testi che ancora sopravvivevano :





Possiamo considerare Celso un onesto letterato, un intellettuale, un filosofo che ha cercato di unificare tutte le forze morali, filosofiche e religiose che la tradizione classica potevano ancora fornire, per opporsi alla nuova religione il cui messaggio  restava essenzialmente incomprensibile; potrebbe anche essere inteso come il difensore di tutta la classicità contro la nuova religione che minacciava la dissoluzione del costume tradizionale, nonché dell’Impero… come in effetti poi realmente avvenne. 
  L’atteggiamento anti-sociale dei cristiani dei primi secoli, come accusava allora Celso, scompare non appena il Cristianesimo ottiene con l’editto di Teodosio (27 febbraio 380) il riconoscimento ufficiale come unica “religio licita”, in virtù del quale il cristianesimo diventava la religione esclusiva dell'Impero romano. L’editto prescriveva che "tutte le diverse nazioni che sono soggette alla nostra clemenza e moderazione devono professare la divina religione che è stata consegnata ai Romani dall'apostolo Pietro" e da quel momento prende avvio il processo di formazione di una Chiesa apostolica ed universale che rievoca nei suoi fastigi lo Stato Imperiale Romano.
  La Chiesa si immedesima nella sua vocazione politica e, invece di ritrarsi dal sociale come aveva fatto nei primi secoli, al contrario pensa di riorganizzare il corpo sociale; la gerarchia ecclesiastica scopre la sua vocazione dirigista e si dedica a progettare la società secondo la sua Verità... ma questa è la storia dei secoli successivi.
Enzo Gallitto
“Egli potrebbe sì fornire all'anima una vita eterna, ma "i cadaveri" dice Eraclito "sono da buttar via più che lo sterco". Ma rendere irragionevolmente eterna la carne, piena di cose che il tacere È bello, Dio certo né lo vorrà, né lo potrà. Egli È infatti la ragione di tutti gli esseri e quindi non È in grado di operare contro la ragione e contro se stesso.” [Celso, ibidem, V 14 pag. 179]
“Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata una ingente moltitudine, non tanto per l’accusa dell'incendio, quanto per odio del genere umano...” [Tacito - Annales, XV, 44]
I cristiani vivono nella loro patria, ma come forestieri. Partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono staccati come stranieri; obbediscono alla Legge subito e con la loro vita superano la Legge” 
“Decretiamo che tutte le opere che Porfirio, spinto dalla propria follia, o chiunque altro abbia scritto contro la santa religione cristiana, presso chiunque trovate, siano date alle fiamme, perché non vogliamo che quegli scritti che provocano l’ira di Dio o che offendono le anime, raggiungano le orecchie dei sudditi” [“Codice di Giustiniano I, 1, 3” Firmato da Teodosio II e Valentiniano III, il giorno 16 febbraio del 448]
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line