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Esempio 1
Gustave Flaubert e L'educazione sentimentale
di Edmund Wilson


Da decenni Gustave Flaubert si è imposto come il grande celebratore e artigiano dell’arte letteraria a spese dei rapporti umani sia pubblici sia privati. Si è parlato del suo ascetismo, del suo nichilismo, della sua dedizione alla ricerca del mot juste. I suoi ammiratori sono stati inclini a esaltarlo in base allo stesso presupposto partendo dal quale i suoi critici lo hanno trovato vuoto e sterile: il presupposto che non avesse interessi morali e sociali. Nel migliore dei casi Madame Bovary è stata considerata come un’allegoria del temperamento romantico.
In realtà Flaubert dovette la sua superiorità su quelli dei suoi contemporanei — Gautier per esempio — che professavano le stesse teorie letterarie, alla serietà del suo interesse per i grandi problemi del destino umano. Era un periodo in cui l’interesse per la storia appariva vivissimo; e Flaubert, nei gusti intellettuali come nei rapporti personali, si collocava altrettanto vicino agli storici Michelet, Renan e Taine e al critico biografico Sainte-Beuve che a Gautier e a Baudelaire. Nel caso di Taine e di Sainte-Beuve, egli giunse a deplorare la preoccupazione, presente nei loro scritti critici, per gli aspetti sociali della letteratura a spese di tutti gli altri suoi valori: ma egli stesso sembra veder sempre l’umanità in termini sociali e in una prospettiva storica. Ci si può fare un’idea abbastanza esatta del suo punto di vista leggendo le critiche da lui rivolte, in una lettera, alla Histoire de la Littérature Anglaise del Taine: «Vi è dell’altro nell’arte oltre all’ambiente in cui viene esercitata e agli antecedenti fisiologici dell’artista. In base a questo sistema si può spiegare la serie, il gruppo, mai l’individuo, il fatto particolare che lo rende quella persona e non un altra. Questo metodo finisce inevitabilmente per non tenere in nessun conto il talento. Il capolavoro non ha più alcun significato se non come documento storico. E il vecchio metodo critico di La Harpe esattamente capovolto. Un tempo si era soliti pensare che la letteratura fosse un fatto del tutto personale e che i libri cadessero dal cielo come meteore. Oggi si nega che la volontà e l’assoluto abbiano una qualsiasi realtà. La verità, credo, sta tra questi due estremi».
Ma quella in cui visse Flaubert, 1820-81, fu anche, in Francia, un’epoca di alterne vicende tra repubbliche e monarchie, tra falsi imperatori e rivoluzioni fallite, in cui la confusione dominava il campo delle idee politiche. Gli storici francesi della tradizione illuminista, che era la tradizione della Rivoluzione, perdevano via via le loro speranze; e un gruppo considerevole di romanzieri e poeti tenevano in dispregio le questioni politiche e sociali e rischiavano la loro carriera puntando sull’arte come fine a se stessa: la concezione che essi avevano del loro rapporto con la società si esprimeva nella condanna della borghesia che imprimeva il proprio stile all’intero cosmo sociale, e la loro arte era una sfida lanciata contro di essa. I Goncourt, nel loro Diario, hanno registrato fedelmente questo stato d’animo: «Frasi menzognere, parole risonanti, clima arroventato — ecco quel che ci danno gli uomini politici del nostro tempo. Le rivoluzioni sono un semplice déménagement seguito dal ritrasferimento delle stesse ambizioni, corruzioni e infamie nell’alloggio dal quale erano appena state sgombrate — con la conseguenza di gravi danni e spese. Nessuna moralità politica. Quando cerco intorno a me un’opinione disinteressata, non riesco a trovarne una sola. Le persone si assumono i rischi e si compromettono in vista di un futuro incarico... A lungo andare si è ridotti al disinganno, al disgusto per tutte le convinzioni, alla tolleranza di qualsiasi potere, e all’indifferenza per la passione politica, che ritrovo in tutti i miei amici letterati e in Flaubert come in me stesso. Si finisce col comprendere che non si deve morire per nessuna causa, che si deve vivere sotto qualsiasi governo, per quanto ripugnante possa essere — non si deve credere in nulla tranne che nell’arte e professare soltanto la letteratura. Tutto il resto è menzogna e trappola da gonzi». Nel campo dell’arte, almeno, era possibile, con uno sforzo eroico impedire lo scadimento dei valori.
Questo atteggiamento, come dicono i Goncourt, fu pienamente condiviso da Flaubert. «Oggi», scriveva a Louise Colet nel 1853, «arrivo a credere che un pensatore (e che cosa è l’artista se non un triplice pensatore?) non dovrebbe avere né religione né patria né alcuna convinzione sociale. Mi sembra che il dubbio assoluto sia un’indicazione così inequivocabile che darsi la pena di formularlo equivarrebbe quasi ad un’assurdità». E «I cittadini che si scaldano pro o contro l’imperatore o la Repubblica», scriveva a George Sand nel 1869, «sembra non siano di maggiore utilità di quelli che usavano disquisire sulla grazia efficace e la grazia perficiente». Nulla lo esasperava maggiormente — e oggi possiamo simpatizzare con lui — dell’idea che l’anima si salva con la professione delle corrette opinioni politiche.
Eppure Flaubert è un idealista di statura grandiosa. «L’idea» che appare nelle sue lettere degli anni Cinquanta — «il genio come un cavallo poderoso trascina l’umanità per la coda lungo le vie dell’idea», nonostante tutto quanto l’umana stupidità possa fare per frenarla —è evidentemente, sotto la maschera dell’arte, null’altro che l’Idea hegeliana che servi a Marx e a molti altri sotto una varietà di maschere diverse. Nell’umanità, avverte Flaubert, vi sono grandi forze che il presente in qualche modo reprime, ma che un giorno potranno sprigionarsi gloriosamente. «L’anima oggi è addormentata, ebbra delle parole che ha ascoltato, ma sperimenterà un tumultuoso risveglio, in cui si abbandonerà all’estasi della liberazione, perché non vi sarà più nulla a reprimerla, né governi, né religione, né formule; i repubblicani di tutte le sfumature d’opinione mi sembrano, con i loro sogni di organizzazione, di legislazione, di una società costruita come un convento, i più feroci pedagoghi».
Quando ragiona intorno alla società — il che gli accade soltanto nelle lettere — le sue idee sembrano incoerenti. Ma Flaubert, il quale credeva che l’artista dovesse essere un triplice pensatore («all’ennesimo grado») e che certamente possedeva una delle grandi menti del suo tempo, apparteneva alla categoria degli scrittori creativi che si esprimono direttamente in immagini concrete e non commerciando in idee. L’espressione informale delle sue opinioni generali e asistematica ed estemporanea quanto i suoi libri sono ben costruiti e precisi. Ma vale la pena di citare alcuni passi delle sue lettere, perché, quantunque in nessun suo scritto tentasse mai l’esposizione di una filosofia sociale — tanto che non contestò mai l’accusa di George Sand che lo rimproverava di non averne alcuna — essi in realtà rivelano gli istinti e le emozioni che sono i motori primi del suo universo artistico.
Flaubert è contro i socialisti, perché li considera materialisti e perché detesta il loro autoritarismo che, dice, deriva in linea diretta dalla tradizione della chiesa. Eppure essi hanno «negato il dolore, hanno bestemmiato tre quarti della poesia moderna, il sangue di Cristo che scorre in noi». E ancora: «O socialisti, questa è la vostra piaga: vi manca l’ideale; e quella stessa materia di cui andate in cerca vi sfugge tra le dita come un’onda; l’adorazione dell’umanità in sé e per sé (che ci porta alla dottrina dell’utile in arte, alle teorie della salute pubblica e della ragione di stato, a tutte le forme di ingiustizia e di intolleranza, all’immolazione del diritto, al livellamento del Bello), questo culto del ventre, dico, genera vento». C’è una cosa che egli chiarisce reiteratamente nel succedersi dei diversi periodi della sua vita: il suo rifiuto critico dell’idea di uguaglianza. Ciò che occorre, continua a insistere, è la «giustizia»; e al di là di questa esigenza di giustizia sta evidentemente il risentimento di Flaubert, che nasce dalla sua stessa esperienza, contro le false reputazioni, le ricompense immeritate e le stupide repressioni del Secondo Impero. E l’istruzione popolare e il suffragio universale incontravano il suo scetticismo. Pure tra gli uomini del suo tempo che Flaubert più ammirò vi furono i democratici, gli umanitari e i riformatori. «Voi siete certamente l’autore francese», scrisse a Michelet, «che ho più letto e riletto»; e di Victor Hugo disse che era l’uomo vivente «nella cui pelle» sarebbe stato più felice di trovarsi. George Sand fu tra i suoi amici più intimi. Un cuore semplice fu scritto per lei — pare in risposta al suo ammonimento che l’arte «non era pura critica e satira» — e per dimostrarle che anche lui aveva un cuore.

L’età della «zoticaggine».
Quando passiamo all’esame dell’opera di Flaubert, ci troviamo di fronte un quadro molto più semplice.
Non è vero, come talvolta si suppone, che egli disconoscesse qualsiasi proposito morale. Nei suoi romanzi si asteneva volutamente dal commentare l’azione con un intervento personale: «L’artista non dovrebbe apparire nella sua opera più di quanto Dio appaia nella natura». Ma, come Dio, egli governa il suo universo per mezzo di un insieme dileggi; e il lettore deve dedurne il sistema morale da quanto ascolta e vede.
Che cosa dobbiamo dedurre dall’opera di Flaubert? La sua visione della storia in generale è, credo, ben nota. Egli pensava che «i tre grandi stadi evolutivi dell’umanità» fossero «il paganesimo, il cristianesimo e il muflisme  [da mufle, la parte nuda priva di  peli del muso delle bestie, quindi "grugno". Per estensione metaforica muflisme è traducibile con zoticaggine e mufle con zotico. In Flaubert muflisme è l'ideologia del borghese zotico e filisteo. NdR]» e che l’Europa si trovasse nel terzo di questi stadi. Il paganesimo lo descrisse in Salammbò e nel racconto Erodiade. I cartaginesi di Salammbò erano barbari selvaggi e ignoranti: veneravano serpenti, crocifiggevano leoni, sacrificavano i loro figli a Moloch e facevano calpestare a morte da orde di elefanti i nemici uccisi; ma trucidavano, concupivano e affrontavano la tortura in modo superbo. Il cristianesimo è rappresentato da due leggende di santi, La tentazione di Sant’ Antonio e La leggenda di San Giuliano ospitaliere. Il cristiano combatte le sue passioni, espia la crudeltà umana; ma anche questo atteggiamento è eroico: sant’Antonio che vive nel deserto, san Giuliano che si corica con i lebbrosi, hanno spinto ai limiti estremi la virtù dell’abnegazione e dell’umiltà. Quando passiamo al muflisme del diciannovesimo secolo — in Madame Bovary e in L’educazione sentimentale — tutto è meschinità, mediocrità, pusillanimità.
Naturalmente il «cattivo» qui è il borghese; ed è vero che questi due romanzi di Flaubert mettono in ridicolo e condannano il mondo contemporaneo e ne umiliano le false pretese paragonandolo a Cartagine e alla Tebaide. Ma questi quadri di vita moderna sono caratterizzati da una complessità di valori umani e da uno studio analitico dei processi sociali che non si ritrovano nelle opere ambientate in civiltà più antiche; e questa capacità di analisi sociale, a mio avviso, è tenuta in troppo poco conto nella valutazione di Flaubert — con il risultato che si e teso a sottovalutare L’educazione sentimentale.
In Madame Bovary Flaubert è impegnato nella critica di quello stesso anelito all’esotico e al remoto che ebbe una parte cosi grande nella sua vita e che lo indusse a scrivere Salammbò e Sant’Antonio. Ciò che distingue nettamente Flaubert dagli altri romantici e ne fa essenzialmente un critico sociale è la spietata consapevolezza della inutilità di sognare gli splendori dell’Oriente e gli antichi eroici giorni del passato come antidoto alla società borghese. Emma Bovary, la moglie di un povero medico di campagna, si vede sempre proiettata su altri sfondi, si immagina costantemente di essere un’altra. Non vuole affrontare la sua condizione reale e il risultato è che alla fine viene distrutta da quelle stesse realtà che ha cercato di ignorare. La conclusione di tutte le sue aspirazioni a una vita di più ampio respiro e di maggior prestigio è che la sua povera figlioletta, rimasta orfana dopo il suicidio di lei e la morte del padre, verrà mandata a lavorare in una filanda.

I socialisti dell’epoca di Flaubert avrebbero potuto accettare in tutto e per tutto tale conclusione: l’individualista romantico, mentre insegue fantasie inattuabili nel tentativo di evadere dalla società borghese, riuscendo soltanto a distruggere se stesso, lascia che l’umanità finisca vittima dei processi industriali e mercantili che, non ostacolati dai suoi sogni, persistono nella loro azione micidiale.
Flaubert condivise il pensiero socialista del suo tempo e ne è influenzato in misura maggiore di quanto si sarebbe mai permesso di confessare. Nei suoi romanzi abitualmente non sceglie mai i nobili — indistinguibili per mediocrità dai borghesi — ma i contadini e gli operai, come pietre di paragone per smascherare le false pretese della borghesia. Una delle scene memorabili di Madame Bovary è la fiera dell’agricoltura, durante la quale i pomposi dignitari locali premiano con una medaglia una vecchia serva che ha lavorato per cinquantaquattro anni nella stessa fattoria. Flaubert ha indugiato nella descrizione dei borghesi, ci ha fatto ascoltare il lungo discorso pronunciato da un consigliere municipale sulle fiorenti condizioni della Francia; ed ora descrive la contadina che, spaurita dalle bandiere, dai tamburi e dai signori vestiti di nero, non capisce che cosa si voglia da lei. Le sue mani lunghe e nodose, con le quali ha lavorato tutta la vita nella polvere delle stalle, nella lisciva e nell’unto delle lane, paiono ancora sporche, benché le abbia appena lavate, e penzolano semiaperte lungo i fianchi, come a presentare la testimonianza di una dura fatica. Non c’è ombra di commozione o di tristezza sul suo viso che ha una rigidità quasi monacale. La sua lunga familiarità con gli animali le ha conferito qualcosa della loro placidità e del loro mutismo. «Così stava, davanti a quei borghesi divertiti, quel mezzo secolo di servitù». E l’eroina di Un cuore semplice, una povera domestica che dedica tutta la sua vita al servizio di una famiglia di provincia e non riceve in cambio neppure un raggio d’amore, ha la stessa sorta di patetica dignità.
E tuttavia in L’educazione sentimentale che l’interpretazione flaubertiana della società più si avvicina alla teoria socialista. In realtà la sua descrizione della Rivoluzione del 1848 corrisponde in maniera così singolare all’analisi che Marx fa degli stessi avvenimenti nel Diciotto Brumaio di Luigi Napoleone, che vale la pena di mettere a fuoco l’una accanto all’altra le figure così diverse di Flaubert e di Marx al fine di constatare come due delle menti più penetranti del secolo, seguendo vie in apparenza tanto divergenti, giungessero a interpretazioni quasi identiche degli avvenimenti del loro tempo.
In questo confronto acquisiamo anzitutto la consapevolezza che Marx e Flaubert partirono da presupposti assai simili, furono mossi da fini morali di quasi identica intransigenza. Entrambi odiavano implacabilmente la borghesia ed entrambi erano decisi, sia pure a costo di ogni successo mondano, a mantenersi estranei al sistema borghese. E Carlo Marx, al pari di Flaubert, condivise in qualche misura i pregiudizi romantici in favore del passato. Certo è difficile affermare che un periodo qualsiasi della storia umana riscuotesse la piena approvazione dell’autore di Il Capitale, ma, nel confronto con il diciannovesimo secolo dominato dal capitalismo, egli tradiva una certa nostalgia per la Grecia, Roma e il medioevo. Fu lui a sottolineare come la schiavitù del mondo antico avesse almeno assicurato la «piena evoluzione» dei padroni e come un certo Antipatro di Salonicco avesse salutato con gioia l’invenzione della ruota ad acqua per la macinatura del grano, perché essa avrebbe affrancato le schiave cui in passato veniva affidato tale compito, laddove gli economisti borghesi avevano visto nelle macchine soltanto un mezzo per far lavorare gli operai più in fretta e più a lungo allo scopo di «trasformare alcuni villani rifatti volgari e incolti in “eminenti proprietari di filande”, “produttori di salumi su larga scala” e “influenti venditori di lucidi da scarpe ‘». Egli aveva anche un debole per il sistema feudale del tempo in cui, prima che la nobiltà si ribellasse alla corona, i diritti di tutte le classi, superiori e inferiori, erano ancora garantiti dal sovrano. Inoltre i signori feudali, insisteva, avevano speso munificamente il loro denaro quando ne avevano, laddove era connaturato alla struttura stessa del capitalismo che il capitalista risparmiasse il denaro e lo investisse, soltanto per risparmiare e reinvestire i profitti.
Il giudizio di Carlo Marx sul suo tempo si espresse nel Manifesto del Partito comunista. Esaminiamo ora le implicazioni del romanzo politico di Flaubert. L’eroe di L’educazione sentimentale, Frédéric Moreau, è un giovane sensibile e intelligente, fornito di una modesta rendita; ma non ha costanza di sentimenti ed è incapace di autentica integrità emotiva. Egli si lascia coinvolgere, senza scopo, involontariamente, in avventure amorose con tipi diversi di donne e non riesce a creare un rapporto profondo con nessuna: esse non fanno che intralciarsi a vicenda, sinché alla fine egli si trova a mani vuote. All’inizio del romanzo Frédéric è innamoratissimo della moglie virtuosa, dall’ovale perfetto, di una specie di editore d’arte che tratta affari più o meno loschi; ma, data la sua timidezza e la virtù di lei, non riesce a combinar nulla — anche se ella ricambia il suo amore — e l’abbandona nelle mani dell’editore d’arte. Flaubert, tuttavia, lascia intendere chiaramente che Frédéric e il marito, con tutta la sua volgarità, rappresentano in fondo la stessa cosa: Frédéric impersona soltanto l’aspetto più raffinato e insieme meno capace della mediocrità borghese, di cui l’ambiguo editore d’arte incarna il lato più vistoso e più attivo. E così avviene con gli altri personaggi, i giornalisti e gli artisti, i sostenitori delle diverse fazioni politiche, i superstiti dell’antica nobiltà; in essi Frédéric ritrova la stessa pretenziosa grossolanità, la stessa mancanza di principi che a poco a poco si rivelano anche in lui — quelle qualità che gli rendono cosi odioso il banchiere Dambreuse, il tipico esemplare della classe ricca e potente. Dambreuse è sempre pronto ad allinearsi a qualsivoglia partito politico, monarchico o repubblicano, che sembri avere una probabilità di successo. «La maggior parte degli uomini presenti», scrive Flaubert degli ospiti di casa Dambreuse, «avevano servito almeno quattro governi; ed avrebbero venduto la Francia e il genere umano per garantirsi il patrimonio, per risparmiarsi un disagio, una noia, o semplicemente per bassezza, adorazione istintiva della forza». « Je me moque des affaires ! »,  [e gli farà eco Pécuchet in Bouvard e Pécuchet : « "Je me fiche des affaires! NdR]» grida Frédéric, quando gli ospiti dei Dambreuse protestano affermando che le critiche al governo nuocciono al buon andamento degli affari; ma non sa rinunciare a frequentare quella casa, perché spera sempre di trarre profitto dagli investimenti e dall’influenza di Dambreuse.
Gli unici personaggi veramente sensibili in L’educazione sentimentale sono ancora una volta i rappresentanti del popolo. Rosanette, l’amante di Frédéric, è la figlia di poveri filatori di seta che a quindici anni l’hanno venduta a un vecchio borghese che la voleva per amante. La sua relazione con Frédéric è il simbolo dell’unione, disastrosamente effimera, tra proletariato e borghesia, di cui Carlo Marx aveva scritto nel Diciotto Brumaio. Dopo la repressione dell’insurrezione popolare nelle giornate del giugno 1848, Rosanette dà alla luce un bimbo malaticcio che muore proprio quando Frédéric già sta cercando di intrecciare un’avventura con l’ottusa moglie del banchiere. Frédéric crede che la signora Dambreuse possa favorire i suoi interessi. E il socialismo borghese riceve un trattamento altamente marxista — salvo per un aspetto, che osserveremo tra poco — nel personaggio di Sénécal, che si rende continuamente sgradevole difendendo il comunismo e il benessere delle masse, per cui è pronto a combattere fino all’ultima barricata. Quando, poi, Sénécal ottiene un posto di sovrintendente in una fabbrica di ceramiche, subito si trasforma in un piccolo tiranno spietato; e non appena, dopo la repressione dei tumulti di giugno, si comincia a del povero genere umano ridotto a uno stato tale di inettitudine, codardia, mediocrità, debole irrisolutezza, che con tante belle idee per la testa, con tante nobili parole sulla bocca, perviene a un fallimento tanto più miserevole in quanto chi è fallito nella sua parte ha dimenticato addirittura quale parte gli era stata assegnata. Giungiamo a capire l’affermazione di Ford Madox Ford, secondo il quale non è troppo leggere questo libro quattordici volte. Benché L’educazione sentimentale, a una prima lettura, risulti meno avvincente ed emozionante, come vicenda, di Madame Bovary, esso è tra i romanzi di Flaubert il più ambiziosamente costruito, quello in cui l’autore ha cercato di dare il massimo delle proprie capacità. E una volta che abbiamo trovato il filo conduttore dell’immenso e complesso dramma che si svolge dietro lo schermo sollevato a metà dello stile distaccato e monotono, esso ci appare altrettanto affascinante e compiuto di una grande tragedia o di un grande brano musicale.

L’unico aspetto notevole in cui la visione di Flaubert sugli avvenimenti del 1848 diverge da quella di Marx, e stato messo in particolare risalto dagli avvenimenti della nostra epoca. Per Marx la trasformazione del socialista in guardia persecutrice del proletariato si sarebbe dovuta imputare al borghese che era in Sénécal; per Flaubert si tratta di uno sviluppo del socialismo implicito nelle sue stesse origini. Egli diffidava, come ho dimostrato prima, delle mire autoritarie dei socialisti. Secondo la concezione di Flaubert, Sénécal, al di là della sua ipocrisia borghese, mette ancora in pratica un principio socialista — o piuttosto il suo comportamento in quanto guardia municipale e le sue aspirazioni al controllo socialista derivano entrambi dalla sua tendenza al dispotismo.
Possiamo non essere disposti a concludere che l’evoluzione di Sénécal rappresenti il destino di ogni forma di socialismo, ma dobbiamo riconoscere che Flaubert ha richiamato l’attenzione su un pericolo di cui Marx non fu consapevole. Abbiamo avuto l’occasione di vedere come persino un socialismo giunto al potere in seguito a una rivoluzione proletaria, possa generare una polizia politica di una spietatezza quasi senza precedenti; come l’esempio di Marx stesso con la sua insistenza sul controllo dittatoriale piuttosto che sui processi democratici abbia contribuito a produrre questa disastrosa situazione. Flaubert, il quale credeva che l’artista dovesse liberarsi di ogni convinzione sociale, ha previsto le tendenze di una determinata dottrina politica come il più grande dei teorici non avrebbe saputo; e qui l’atteggiamento da lui proposto ha trovato una verifica nei fatti.

La guerra del 1870 fu un colpo terribile per Flaubert: ad essa vanno attribuiti i disturbi nervosi dei suoi ultimi anni. I prussiani occuparono la sua casa di Croisset così che fu costretto a sotterrare i suoi manoscritti. Quando fece un viaggio a Parigi, dopo la Comune, ritornò in campagna profondamente sconvolto. «Queste cose non sarebbero mai accadute», disse, quando vide la rovina delle Tuileries, «se soltanto si fosse letta L‘educazione sentimentale». Indubbiamente Flaubert intendeva dire che, se i francesi avessero compreso la falsità dei loro principi politici, non avrebbero mai combattuto così accanitamente per essi. «Oh, come sono stanco», scrive a George Sand, «dell’ignobile proletario, dell’inetto borghese, dello stupido contadino e dell’odioso ecclesiastico».
Ma nelle sue lettere di questo periodo, più violente che mai, lo vediamo prendere una nuova direzione. L’effetto della Comune su Flaubert, come su molti degli altri intellettuali francesi, fu quello di fare emergere in lui il borghese consapevole della propria classe sociale. Aveva vissuto una vita fondamentalmente borghese, con la madre e una piccola rendita. Come Frédéric Moreau, era stato «codardo in gioventù», scrisse a George Sand. «Avevo paura della vita». Anche quando si muove tra quelli che gli apparivano come gli splendori del mondo antico, rimane un moderato, un francese della metà del diciannovesimo secolo, che sembra coltivare l’eccesso sistematicamente e con un certo imbarazzo, nella speranza di inorridire gli altri francesi. Marcel Proust ha messo in evidenza che le immagini di Flaubert anche nei romanzi che non hanno per tema la borghesia, tendono ad una certa banalità. Era stata la tenace tradizione del classicismo francese a salvarlo dalla pretenziosa volgarità allora dominante: grazie alla disciplina e all’obiettività, applicandosi eroicamente al dominio della forma, aveva tenuto a distanza il nemico. Ma ora che un governo proletario, insediatosi a Parigi da due mesi e mezzo, non aveva esitato a distruggere i monumenti della città e a fucilare gli ostaggi borghesi, Flaubert si ritrovò ad essere un nemico dei comunardi feroce quanto qualsiasi rispettabile «droghiere». «E mia opinione», scrisse ancora a George Sand, «che tutta la Comune avrebbe dovuto essere condannata alle galere, che si sarebbe dovuto costringere quegli idioti sanguinari a ripulire le rovine di Parigi con le catene al collo come i forzati. Ciò, tuttavia, avrebbe offeso i sentimenti umani. Trattano con dolcezza i cani rabbiosi, ma non le persone che questi hanno morsicato». Egli lancia il suo antico appello alla «giustizia». Anzitutto bisogna sopprimere il suffragio universale, «questa infamia per lo spirito umano»; ma tra gli elementi della civiltà, cui si deve attribuire la necessaria importanza, egli include ora «la razza e anche il denaro» insieme con l’ «intelligenza» e la «cultura».
Per il resto emergono alcune idee politiche — benché, come al solito, viziate da una certa confusione. «La massa, la maggioranza è sempre idiota. Non ho molte convinzioni, ma questa la professo vivamente. Eppure, per quanto inetta sia, dobbiamo rispettare la massa, perché contiene i germi di un’incalcolabile fecondità. Diamole la libertà, ma non il potere. Non credo nelle distinzioni di classe più di voi. Le caste appartengono al dominio dell’archeologia. Ma credo che i poveri odino i ricchi e che i ricchi abbiano paura dei poveri. E cosi sarà per sempre. E del tutto inutile predicare il vangelo dell’amore reciproco. La necessità più urgente è quella di educare i ricchi che sono, dopotutto, i più forti». «L’unica cosa ragionevole da fare — torno sempre a questo punto — è un governo di mandarini, purché i mandarini sappiano qualcosa, anzi sappiano molto. Il popolo è un eterno minorenne, e sempre (nella gerarchia degli elementi sociali) occuperà l’ultimo posto, perché è numero illimitato, massa. Che vaste masse di contadini imparino a leggere e non diano più ascolto ai preti non ci porterà lontano, mentre è della massima importanza che esistano moltissimi uomini come Renan e Littré, che possano vivere ed essere ascoltati. La nostra salvezza sta ora in una aristocrazia legittima, in una maggioranza, intendo dire, che sarà costituita da qualcosa di diverso dai numeri». Renan stesso coltivava idee affini sulla salvezza della società grazie a una «élite». Nel caso di Flaubert non sembra gli sia mai venuto in mente che la sua gerarchia di mandarini e il suo piano per l’educazione dei ricchi non rappresentavano nulla di nuovo rispetto alle idee di Saint-Simon che egli aveva respinto con disprezzo anni prima, perché gli parevano troppo autoritarie. La Comune aveva stimolato in Flaubert l’esigenza di una sua propria forma di dispotismo. Già nel 1869 aveva scritto: «Non si tratta di immaginare la miglior forma di governo possibile, perché sono tutte uguali, ma di assicurarsi che la scienza prevalga. Questo è il problema più urgente. Tutto il resto ne conseguira inevitabilmente. Il tipo umano dell’intellettuale puro ha fatto per l’umanità più di tutti i san Vincenzo de’ Paoli del mondo! E la politica rimarrà per sempre un’idiozia, finché non si fonderà sulla scienza. Il governo di un paese dovrebbe essere una facoltà dell’Accademia e la meno importante di tutte». «La politica», ripeté nel 1871, «deve diventare una scienza esatta, come già è divenuta la guerra»; e «la Rivoluzione francese non deve più essere un dogma, ma deve entrare a far parte del dominio della scienza come tutte le relazioni umane». Marx e Engels non ragionavano diversamente; ma credevano, mentre Flaubert non poteva crederlo, che il proletariato avrebbe raggiunto la maggiore età, rendendo cosi possibile l’applicazione esatta delle scienze sociali. Su Flaubert il proletariato esercitava un suo patetico richiamo, ma gli sembrava troppo stupido per poter agire efficacemente in proprio; la Comune lo gettò in un panico tale che egli insultò i comunardi, definendoli criminali e bruti. Ad un certo momento scrive a George Sand: «L’Internazionale forse finirà col trionfare, ma non nel modo che spera, non nel modo che la gente teme»; e poi, due giorni dopo: «L’Internazionale andrà in rovina, perché è sulla strada sbagliata. Nessuna idea, null’altro che invidia!».
Infine, nel 1875, le scrisse: «Le parole “religione” e “cattolicesimo”, da una parte, “progresso”, “fraternità”, “democrazia” dall’altra, non rispondono più ai bisogni spirituali dei tempi. Il dogma dell’uguaglianza — un’ idea nuova — che i radicali hanno continuamente esaltato, si è dimostrato falso alla luce degli esperimenti della fisiologia e della storia. Attualmente non vedo modo di fondare nuovi principi più di quanto veda la possibilità di rispettare i vecchi. Così cerco senza successo l’idea centrale sulla quale tutto il resto dovrebbe fondarsi».
Nel frattempo, la sua opera rivela sempre più la sua misantropia. «Mai, vecchio mio», aveva scritto a Ernest Feydeau, «ho provato un disgusto cosi colossale per l’umanità. Mi piacerebbe affogare la razza umana nel mio vomito». La sua commedia politica, Il candidato, rappresentata nel 1874, è l’unica delle sue opere nella quale non un solo personaggio suscita simpatia. Il ricco parvenu che presenta la sua candidatura al parlamento non soltanto si degrada con ogni forma di servilismo e di opportunismo per vincere le elezioni, ma sacrifica la felicità di sua figlia e si lascia far becco dalla moglie. Il pubblico non volle saperne; l’attore che interpretava la parte del candidato abbandonò il palcoscenico in lacrime. E, leggendo oggi la commedia, non si può che essere d’accordo con il pubblico. Essa presenta qualche pezzo divertente e sarcastico, ma dà il voltastomaco.
Flaubert si imbarcò allora in Bouvard e Pécuchet che lo tenne occupato — con una sola pausa, quando indulse alla sua naturale amabilità e al suo idealismo repressi, nei Tre racconti — per tutto il resto, si può dire, della sua vita.
In questo romanzo due copisti si ritirano dalla loro professione e si dedicano a coltivare le arti e le scienze. Ma combinano un guaio dopo l’altro. Il romanzo presenta una versione ancor più spietata degli avvenimenti del 1848, in cui i protagonisti e i loro atteggiamenti politici sono ridotti alle proporzioni del teatro delle pulci. (C’è tuttavia una scena amara che ha una terribile forza umana: quella in cui, dopo che la Rivoluzione è fallita, la reazione ha affidato al clero il controllo dell’istruzione pubblica, il prete del villaggio fa visita al maestro, un libero pensatore, partigiano dei rivoluzionari, e lo costringe — con la minaccia di licenziarlo dal posto di cui ha bisogno per mantenere i suoi figli — ad acconsentire a tradire i propri principi insegnando il catechismo e la storia sacra.) Quando Bouvard e Pécuchet scopriranno infine che tutto «è scoppiato loro tra le mani», si rimetteranno a copiare. Flaubert non arrivò a finire il libro; ma aveva già compilato del materiale che era sua intenzione usare nella seconda parte: una raccolta delle assurdità e delle idiozie che Bouvard e Pécuchet avrebbero trovato nelle opere che dovevano copiare.

Quest’ultimo romanzo incompiuto ha in qualche modo disorientato quei critici che lo hanno preso per un attacco alla borghesia come L’educazione sentimentale —benché appaia assurdo che Flaubert volesse ripetere la stessa impresa in proporzioni ridotte e con maggior secchezza. Ma René Dusmenil, una delle principali autorità su Flaubert, crede che Bouvard e Pécuchet avrebbe dovuto avere una più ampia applicazione. L’antologia di «idées reçues» non solo avrebbe dovuto rappresentare un credo della borghesia, ma avrebbe dovuto includere anche molti lapsus di uomini famosi del passato e del presente, di scrittori, in alcuni casi, che Flaubert ammirava intensamente, nonché alcuni brani dello stesso Flaubert (nella prima parte del libro è evidente che l’autore fa la caricatura delle proprie idee al pari di quelle degli altri). Bouvard e Pécuchet, essendosi resi conto della stupidità dei loro vicini e avendo scoperto le loro proprie limitazioni, dovevano rimanere profondamente colpiti dalla imbecillità e dall’ignoranza generali. Dovevano essi stessi erigere questo monumento alla inettitudine della mente umana.
Se ciò è vero — e le carte lasciate da Flaubert sembrano confermare questa sua intenzione — egli aveva assolto una classe sociale dalle proprie responsabilità e, per la prima volta, aveva scritto un’opera del genere dei Viaggi di Gulliver: una satira sul genere umano. Il borghese ha rinunciato a predicare ai borghesi: quando le prime grosse crepe cominciano a mostrarsi nella struttura dell’edificio del diciannovesimo secolo, egli passa a deplorare l’incapacità degli uomini, perché non riesce a credere o anche solo a concepire una qualsiasi via di uscita che non sia borghese.

Edmund Wilson
da Il cronista letterario, Ganzanti 1992

     L'Educazione sentimentale nella Corrispondenza di Flaubert


A Jules Duplan. 15 aprile 1863.

«Voglio fare la storia morale degli uomini della mia generazione ; “ sentimentale”  sarebbe più giusto. È un  libro d’amore, di passione; ma di una passione tal quale può esistere oggi, ossia inattiva. Il soggetto, come l‘ho concepito, è, credo, profondamente vero, ma proprio a causa di ciò, probabilmente poco divertente. I fatti e il dramma mancano un po’; e poi l’azione vi si svolge in un lasso di tempo troppo lungo.»

A Mlle Leroyer de Chantepie. 11 maggio 1865.

«Credo, invece, che sarà un’opera mediocre, forse perché l’ideazione è difettosa? Vorrei rappresentare uno stato psicologico – vero secondo me – e non ancora descritto. Ma l’ambiente in cui i miei personaggi si muovono è talmente traboccante e ricco di fermenti che essi rischiano, ad ogni riga, di sparire. Sono dunque costretto a retrocedere in un piano secondario le cose che in effetti sono le più interessanti. Sfioro degli argomenti di cui sarebbe meglio svilupparli a fondo. Il mio scopo è complesso – cattivo metodo estetico: in breve, non credo di avere intrapreso niente di più difficile».

A Edma Roger des Genettes. 1867.

«Ho difficoltà a incastrare i personaggi negli avvenimenti politici del ’48. Ho paura che lo sfondo  fagogiti il primo piano. È il difetto dei romanzi storici. I personaggi della storia sono più interessanti di quelli della finzione, soprattutto quando questi ultimi hanno passioni moderate».

A Jules Duplan. 14 marzo 1868.

«I progressisti non mi perdoneranno questo libro, ma neanche i reazionari! Tanto peggio; io scrivo le cose come le sento, ossia come credo che esse siano» .

A George Sand. 5 luglio 1868.

«Io mi limito dunque ad esporre le cose come mi appaiono, a esprimere ciò che mi sembra il Vero. Tanto peggio per le conseguenze. Ricchi o poveri, vincitori o vinti, io non ammetto nulla di tutto ciò. Io non voglio avere né amore, né odio, né pietà, né collera.»


A Jules Duplan. 24 novembre 1869.

«Perché questo libro non ha avuto il successo che attendevo? [...] È un libro troppo vero e, esteticamente parlando, gli manca una cosa: la falsità della prospettiva. A forza d’aver bene congegnato il piano, il piano è scomparso. Ogni opera d’arte deve avere un punto, una sommità, deve fare la piramide, o meglio la luce deve cadere  su un punto della superficie. Ora, niente di tutto ciò nella vita. Ma l'arte non è la Natura! Non importa! Credo che nessuno abbia spinto la probità così in fondo. Quanto al  finale vi confesso che custodisco nel cuore tutte le bestialità che ha fatto dire»
Gustave Flaubert - L'educazione sentimentale


L'indolente esistenza di Frédéric Moreau, giovane inquieto e scontento, dalle vaghe ambizioni artistiche e sociali, si dipana attraverso esperienze deludenti e infelici. Una lenta usura, che non risparmia nemmeno l'amore tenero e profondo per Madame Arnoux, corrode inesorabilmente la sua sofferta e egotistica interiorità. Da qualcuno considerato il capolavoro di Flaubert, "L'educazione sentimentale" è una delle più amare denunce degli inganni e delle meschine velleitù della società borghese, è il romanzo del fallimento esistenziale di una generazione che non trova risorse contro l'ineludibile sentimento della propria disperante impotenza e mediocrità.
dal 21 maggio 2012
Quando ragiona intorno alla società — il che gli accade soltanto nelle lettere — le sue idee sembrano incoerenti. Ma Flaubert, il quale credeva che l’artista dovesse essere un triplice pensatore («all’ennesimo grado») e che certamente possedeva una delle grandi menti del suo tempo, apparteneva alla categoria degli scrittori creativi che si esprimono direttamente in immagini concrete e non commerciando in idee. L’espressione informale delle sue opinioni generali e asistematica ed estemporanea quanto i suoi libri sono ben costruiti e precisi.
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E tuttavia in L’educazione sentimentale che l’interpretazione flaubertiana della società più si avvicina alla teoria socialista. In realtà la sua descrizione della Rivoluzione del 1848 corrisponde in maniera così singolare all’analisi che Marx fa degli stessi avvenimenti nel Diciotto Brumaio di Luigi Napoleone, che vale la pena di mettere a fuoco l’una accanto all’altra le figure così diverse di Flaubert e di Marx al fine di constatare come due delle menti più penetranti del secolo, seguendo vie in apparenza tanto divergenti, giungessero a interpretazioni quasi identiche degli avvenimenti del loro tempo.
In questo confronto acquisiamo anzitutto la consapevolezza che Marx e Flaubert partirono da presupposti assai simili, furono mossi da fini morali di quasi identica intransigenza. Entrambi odiavano implacabilmente la borghesia ed entrambi erano decisi, sia pure a costo di ogni successo mondano, a mantenersi estranei al sistema borghese. E Carlo Marx, al pari di Flaubert, condivise in qualche misura i pregiudizi romantici in favore del passato. Certo è difficile affermare che un periodo qualsiasi della storia umana riscuotesse la piena approvazione dell’autore di Il Capitale, ma, nel confronto con il diciannovesimo secolo dominato dal capitalismo, egli tradiva una certa nostalgia per la Grecia, Roma e il medioevo. Fu lui a sottolineare come la schiavitù del mondo antico avesse almeno assicurato la «piena evoluzione» dei padroni e come un certo Antipatro di Salonicco avesse salutato con gioia l’invenzione della ruota ad acqua per la macinatura del grano, perché essa avrebbe affrancato le schiave cui in passato veniva affidato tale compito, laddove gli economisti borghesi avevano visto nelle macchine soltanto un mezzo per far lavorare gli operai più in fretta e più a lungo allo scopo di «trasformare alcuni villani rifatti volgari e incolti in “eminenti proprietari di filande”, “produttori di salumi su larga scala” e “influenti venditori di lucidi da scarpe ‘».
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Link su  Flaubert

Un saggio di A. Gonzi sulla nascita della teoria del bovarismo in J de Gaultier

Chicco Testa e L'educazione sentimentale
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line

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