Distacco ed equità in Irène Némirovsky
Esempio 1
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«Adesso giuro di non riversare mai più il mio rancore, per quanto giustificato, su un’intera massa umana quali che ne siano razza, convinzione, religione, pregiudizi, errori. Compatisco questi poveri ragazzi.  Mentre non posso perdonare gli individui, quelli che mi respingono, quelli che freddamente ci lasciano perdere, quelli che sono pronti a tirarvi un colpo basso. Quelli lì… se un giorno li afferro…» (Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt, La vie d’Irène Némirovsky, ed. Grasset-Denoël 2007 -citata nel seguito come “PL”- pag 380; e in italiano ed. Adelphi 2009 -citata nel seguito come “PLit”- pagg. 365-366).
Questo annotava Irène Némirovsky nei suoi quaderni il 28 giugno 1941, a Issy-l’Evèque dove si era rifugiata da oltre un anno con il marito Michel Epstein e le figlie Denise (12 anni) e Elisabeth (4 anni), nel momento in cui, a seguito del lancio dell’operazione Barbarossa (22 giugno 1941), i giovani militari delle truppe tedesche di occupazione, alcuni dei quali avevano preso alloggio nell’albergo dove abitavano gli Epstein, lasciavano quel tranquillo borgo per essere trasferiti sul nuovo e terrificante fronte russo. Tra la famiglia Epstein e questi militari il rapporto 

Distacco ed equità in Irène Némirovsky
  di Antonio Crivotti
Irène Némirovsky, nata a Kiev da famiglia ebraica nel 1903.
Figlia di un ricco ebreo russo di origini francesi, ex commerciante di granaglie e divenuto uno dei più potenti e temuti banchieri di tutte le Russie, Iréne Némirovsky nella sua pre-adolescenza si appassiona alla letteratura – quella francese, particolarmente – ed inizia a scrivere i suoi primi racconti con una peculiarità catartica, introspettiva e psicoanalitica; ciò che cerca di subliminare attraverso la scrittura è l’odio provato nei confronti della madre che, completamente assorbita dal vivere nel bel mondo, non le ha mai regalato un sorriso o una carezza.
Allo scoccare della Rivoluzione Bolscevica del 1917 la scrittrice lascia in fretta e furia, unitamente alla sua famiglia, la sua San Pietroburgo per rifugiarsi in Francia, dove si sistema definitivamente e dove trascorre – fino all’arrivo della II° Guerra Mondiale – i suoi anni più frivoli e spensierati.
A Parigi continua ad inmpegnarsi nella sua attività preferita, la scrittura, ed è ancora giovanissima quando Grasset le pubblica il suo primo romanzo, che avrà uno strepitoso successo: David Golder.
Nel 1926 sposa Michel Epstein, giovane e capace ingegnere che seguirà fino alla fine il suo avverso destino; da questo matrimonio nasceranno due bambine, Denise e Elisabeth.
Negli anni successivi l’antisemitismo inizia a far sentire forte il suo ringhio; Iréne Némirovsky decide così di convertirsi al Cristianesimo e battezza se stessa e le sue due figliole.
Ma ciò nonostante la morsa della furia nazista si stringe e non la perdona: Iréne e Michel finiranno entrambi arrestati e successivamente trucidati nei campi di sterminio.
Deportata prima a Pithivier e poi ad Auschwitz, dove morì nel 1942. 

A cura di Eugenio Cardi
dal sito www.zam.it


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era diventato abbastanza amichevole da indurre uno di loro, il maresciallo Hammberger, a sfidare l’antisemitismo ufficiale dello Stato occupante da lui rappresentato rilasciando a Michel una lettera (che si chiudeva con il rituale “Heil Hitler!”) intesa a proteggere dopo la sua partenza la famiglia Epstein; lettera da esibire in caso di necessità a chi avrebbe preso il suo posto nel comando locale. Questo gesto ha senza dubbio contribuito a determinare il fermo proposito espresso da Irène Némirovsky nella prima parte dell’annotazione sopra riportata.
      Irène ha così avuto modo di apprezzare il gesto, per quanto inefficace, del giovane maresciallo Hammberger, mentre non è arrivata a conoscere quello - che ha salvato la vita delle sue figlie - compiuto dall’ufficiale tedesco che il 9 ottobre 1942, alla Prefettura di Autun, congedò Denise e Elisabeth, che gli erano appena state consegnate dai gendarmi francesi, con l’intimazione -consiglio: “Vi do quarantotto ore per scomparire”, pronunciata dopo aver estratto dal proprio portafoglio e mostrato loro la foto della sua bambina - come ricordato da Denise Epstein, oggi ottantenne (PL pag. pag. 423; PLit pag. 407)-. Irène Némirovsky era già stata arrestata tre mesi prima -lei sola della famiglia perché a quel momento le  disposizioni riguardavano ancora soltanto gli  “ebrei apolidi di età compresa tra i sedici e i quarantacinque anni” (PL pag. 417; PLit pag. 401) - ed era nel frattempo morta ad Auschwitz, il 19 agosto, ma in Francia  pochi conoscevano la sorte dei circa 19.000 ebrei deportati come lei verso l’Est in quei mesi. Non la conosceva neppure Michel Epstein quel 9 ottobre, quando fu arrestato  assieme alle bambine, per subire poi la stessa sorte di Irène, mentre Denise e Elisabeth venivano nascoste e salvate dalla devota governante Julie Dumot, ex-segretaria del padre di Irène. 
     La seconda parte dell’annotazione è in certo senso il capovolgimento della prima: niente rancore indiscriminato, ma niente perdono per l’ignominia dei singoli; e qui sono presi di mira individui perfettamente identificabili nella documentatissima biografia di Olivier Philipponnat e Patrick Lienhardt. Si tratta per lo più di vecchie conoscenze, banchieri, editori, cronisti e politicanti, che per paura, opportunismo o disonestà le hanno negato il loro sostegno; individui che trovano la loro collocazione tra i numerosi tipi umani che in tutta la sua opera, e più che mai nella sua Suite française ancora in gestazione, Irène Némirowsky ha saputo così bene descrivere cercando di capire i loro moventi, ma senza giudicarli, con l’oggettività, l’impietoso realismo e la minuziosità entomologica che, per deliberata scelta, come scrittrice ha sempre perseguito e saputo conservare fino alla fine. Nei suoi romanzi Irène Némirovsky descrive ma non commenta, spiega ma non giudica, mentre nella vita la sua lucidità e il suo distacco non esauriscono affatto la sua personalità sensibile, responsabile e appassionatamente partecipe degli eventi esaltanti, banali o travolgenti della sua romanzesca esistenza.
    L’esperienza del primo anno di occupazione, oltre a farle avvertire con particolare acutezza l’iniquità della tendenza umana all’odio indiscriminato nei confronti di intere categorie di persone, mette Irène Némirovsky anche di fronte alle laceranti delusioni che, all’opposto, possono derivare dalla non meno comune tendenza umana all’infatuazione generalizzata, anche quando questa proviene da grandi debiti di gratitudine come, nel suo caso, verso la Francia ed i francesi.. La Francia aveva accolto la sua famiglia di origine, e a lei aveva dato la lingua, la cultura, il successo. La vita e la mentalità della gente di questo suo paese di adozione erano state per tanto tempo, e continuavano ad essere fonte di ispirazione di molti suoi scritti, acclamati dai lettori e dalla critica. Sebbene non si capacitasse del rifiuto dello Stato di accordare a lei ed al marito la cittadinanza dopo venticinque anni di permanenza e di apprezzata attività, Irène non si era mai sentita né estranea né respinta, fino all’inizio della persecuzione. Minacciata come straniera prima ancora che come ebrea, il 13 settembre 1940 rivolge al Maresciallo Pétain, in cui si sforza ancora di riuscire a vedere, pur dopo la sconfitta, il difensore dei valori della Francia migliore, una lettera contenente il seguente appello: 

     È superfluo dire che non mi sono mai occupata di politica, avendo scritto solo opere  puramente  letterarie. E poi, sia nei giornali stranieri sia alla radio, ho fatto del mio meglio per impegnarmi a far conoscere e amare la Francia.
     Non posso credere, Signor Maresciallo, che non si faccia alcuna distinzione tra gli indesiderabili e gli stranieri onorabili che, se è vero che hanno ricevuto dalla Francia un’ospitalità regale, sono anche convinti di aver fatto ogni sforzo per meritarla.
     Sollecito dunque dalla Sua alta benevolenza che la mia famiglia ed io stessa siamo inclusi in questa seconda categoria di persone, che ci sia permesso di risiedere liberamente in Francia e che io possa continuare ad esercitarvi la mia professione di scrittrice di romanzi.
(PL pag. 347; PLit pagg. 334-335) 


     Ma il governo del Maresciallo, dopo aver favorito lo scatenarsi della campagna antisemita sulla stampa, sta già preparando i provvedimenti specifici contro gli ebrei: tra l’altro, divieto di allontanarsi dall’attuale domicilio, blocco dei conti bancari e sequestro dei depositi, divieto di pubblicare. Michel Epstein era già stato licenziato senza possibilità di appello dalla Banque des Pays du Nord  per la quale aveva lavorato irreprensibilmente per quindici anni, colpevole di aver lasciato Parigi per raggiungere la famiglia a Issy-l’Evèque nei giorni dell’invasione.
     Abbandonata dall’editore Fayard, che pur operando nella “zona libera” non aspetta neppure la promulgazione delle leggi razziali del governo di Vichy per rifiutarsi di onorare un contratto già concluso con lei, non potendo più pubblicare con la sua firma né collaborare con giornali e periodici, Irène Némirovsky fa appello in questi termini all’amicizia dell’influente editore Horace de Carbuccia, manifestandogli il suo sgomento e la sua incredulità:

     “Lei solo, caro signor de Carbuccia, per la Sua influenza e per la Sua posizione può, se lo vogliamo, intervenire in mio favore presso il governo. Francamente non so cosa mi accadrà: gli sbocchi sembrano chiusi davanti a me. È così crudele ed ingiusto che non posso fare a meno di credere che lo si capirà e che mi si vorrà soccorrere.” (PL pag 354) 

     De Carbuccia riesce ad aiutarla facendole pubblicare sotto pseudonimo il romanzo Les biens de ce monde, che appare nell’aprile 1941, e almeno otto racconti tra il dicembre 1940 e il febbraio 1942. Ma il principale soccorso le viene da André Sabatier, responsabile dalla sezione letteraria della casa editrice Albin Michel, che aggira i draconiani divieti governativi stipulando un contratto di collaborazione con Julie Dumot, chiamata dagli Epstein nel giugno 1941 a vivere con loro a Issy-L’Evèque. Julie presta il suo nome per il contratto con l’editore e la riscossione dei pagamenti, e le opere vengono pubblicate sotto vari pseudonimi. Irène lavora senza tregua, portando anche a termine Tempête en Juin e Dolce, prima e seconda parte di quella Suite française che si propone di pubblicare a guerra finita, ma che riemergerà incompiuta soltanto nel 2004, riportando la scrittrice alla ribalta dopo oltre sessant’anni di oblio. 
      Al momento della pubblicazione del suo romanzo Les chiens et les loups, avvenuta nel 1940 e prima dell’inizio dell’occupazione tedesca, per prevenire l’uso improprio che gli antisemiti non avrebbero mancato di fare dei suoi personaggi allo scopo di avvalorare i loro stereotipi razzisti, e anche per respingere i rimproveri che poteva aspettarsi dagli ebrei di fomentare l’antisemitismo, redige come inserto la seguente avvertenza, nella quale tra l’altro manifesta in modo inequivocabile  la sua concezione della narrativa:  

“Questo romanzo è una storia di Ebrei. Preciso: non di Ebrei francesi, ma di Ebrei venuti dall’Est, dall’Ucraina o dalla Polonia.
     Naturalmente, non tutti gli Ebrei assomigliano ai miei eroi: la varietà di una razza umana è infinita. Ho raccontato una storia che, per motivi di vario genere, non poteva accadere che ad Ebrei.
     Non l’ho scritta senza timore. Alcuni diranno, lo so : “Che c’importa degli Ebrei?” È un punto di vista che capisco, e a questi non posso rispondere nulla.
     Temo di più, tuttavia, l’obiezione degli Ebrei stessi: “Perché”, diranno, “parlare di noi? Ignora forse la persecuzione di cui siamo vittime, l’odio che ci perseguita? Almeno, se si parla di noi, che sia solo per glorificare le nostre virtù e compiangere le nostre disgrazie!”
     A ciò risponderei che non esiste soggetto “tabù” in letteratura. Perché mai  un popolo dovrebbe rifiutare di essere visto com’è, con le sue qualità e i suoi difetti?
     Penso che certi Ebrei si riconosceranno nei miei personaggi. Forse me ne serberanno rancore? Ma io so di dire la verità”.
(PL pag. 338; PLit pag. 325)

Preoccupazione primaria della scrittrice, dunque, e che si avverte in tutta la sua opera, dai primi personaggi ispirati alla propria famiglia ed al suo ambiente, fino alla magistrale descrizione della fuga da Parigi e della provincia francese al momento della disfatta, è programmaticamente la descrizione della gente com’è, o almeno come lei in buona fede la vede. E della Suite française avrebbe potuto dire, parafrasando se stessa: “Questo romanzo è una storia di Francesi. Naturalmente non tutti i Francesi assomigliano ai miei eroi: la varietà di una nazione è infinita. Perché mai un popolo dovrebbe rifiutare di essere visto com’è, con le sue qualità e i suoi difetti? Penso che certi Francesi si riconosceranno nei miei personaggi. Forse me ne serberanno rancore? Ma io so di dire la verità”.
     C’è dunque l’impegno intellettuale ad un’oggettività che talvolta potrebbe apparire impietosa se il termine non avesse senso solo per chi non riesce a condividere con la scrittrice quel distacco che consiste nell’osservare astenendosi dal giudizio. Distacco che invece non può sussistere nella soggettività dell’esperienza personale, dove però la consapevolezza dell’infinita varietà all’interno di ogni categoria umana e una sufficiente conoscenza e considerazione di casi specifici dovrebbero mettere a riparo, come è stato per Irène Némirovsky, dalla rozza iniquità dei giudizi generalizzati.

Antonio Crivotti

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Di lei credevamo di sapere tutto: dalla nascita a Kiev nel 1903 alla morte ad Auschwitz nel 1942, dall'avventura del manoscritto di "David Golder", inviato anonimo nel 1929 all'editore Grasset, al manoscritto salvato di "Suite francese", apparso nel 2004 e tradotto ormai in trenta lingue. Sbagliavamo: Philipponnat e Lienhardt ce lo dimostrano in questa biografia. Per tre anni, costantemente affiancati dalla figlia di Irène, Denise Epstein, gli autori hanno consultato le carte inedite della scrittrice: la corrispondenza con gli editori come gli appunti presi a margine dei manoscritti, i diari come i taccuini di lavoro. Un'opera che non solo fa risorgere dall'oblio con una vividezza sorprendente le diverse fasi dell'esistenza di Irene (l'infanzia nella Russia prima imperiale e poi rivoluzionaria, la fuga prima in Finlandia e poi in Svezia, la giovinezza dorata in Francia, i rapporti con la società letteraria degli anni Trenta, gli sconvolgimenti della guerra, gli ultimi mesi di vita nel paesino dell'Isère dove si è rifugiata con la famiglia), ma coglie e restituisce tutte le sfaccettature di una personalità complessa, affrontandone senza remore di alcun tipo anche gli aspetti più discussi e contraddittori. 
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