ABSTRACT


  Mentre nell’ambito dell’Unione Europea fervevano le discussioni circa la definizione della Costituzione Europea per il richiamo all-Type" content="text/html; charsico-cristiane” dell’Europa, il 13 maggio del 2004, l’allora cardinale Joseph Ratzinger ha tenuto a Roma presso la Biblioteca del Senato una lectio magistralis sul tema “I fondamenti spirituali dell’Europa”.
  La lectio di Ratzinger illustra con un vasto excursus storico l’evoluzione del Cristianesimo, la sua realizzazione concreta nell’area europea e l’attuale situazione della Civiltà Occidentale, con alcuni riferimenti anche alla religione islamica.  La tesi di fondo di Ratzinger è che l’Europa, o meglio la civiltà europea, è in una profonda crisi per aver smarrito il sentimento religioso. Per superare questa “crisi”, egli sostiene, il Mondo Occidentale dovrebbe riassumere i valori etici e storici del Cristianesimo. Queste argomentazioni vengono contestate dall’Autore analizzando a //-->
  La lectio di Ratzinger è riportata nei cinque paragrafi del Capitolo 1, con una breve sintesi dei principali argomenti esposti e con alcuni brani riportati integralmente; a seguire il commento dell’Autore.
  Nel Capitolo 2 vengono analizzate diverse vicende storiche da cui emerge che, piuttosto che di crisi morale dell’Europa, bisognerebbe parlare di crisi generale della religiosità in Occidente, le cui motivazioni si possono imputare in gran parte proprio alle responsabilità storiche del comportamento della Chiesa Cattolica. 
  Infine il Capitolo 3 è dedicato al confronto tra il pensiero laico sorto nell’epoca moderna e l’inattualità della religione cattolica, sia per i rapporti con la società civile, che per la perdita di autorevolezza; alcune conclusioni riassumono gli argomenti trattati e le motivazioni addotte.



Joseph Ratzinger - I fondamenti spirituali  dell'Europa
Esempio 1

Commento alla Lectio Magistralis di Joseph Ratzinger       
  di Enzo Gallitto                    1a Parte
dal 15 maggio 2012
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
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CAPITOLO 1La lectio magistralis

1.1 - Il sorgere dell'Europa
J.Ratzinger - Introduce l’argomento con un’analisi storica sulle origini dell’Europa, non come luogo geografico, ma come concetto culturale e storico. Dopo l’Impero Romano, il Mediterraneo, il “Mare Nostrum”, viene conquistato dagli Arabi (700 d.C.) almeno nella sua parte meridionale. L’Impero però ha resistito a Bisanzio contro l’invasione islamica e si forma un’Europa non occidentale. L’Impero ritorna con il Sacro Romano Impero di Carlo Magno (800), la cui fine segna anche la fine del concetto di uno stato sopranazionale in Europa. Resiste solo l’Impero di Bisanzio ad est che anzi si espande e congloba al nord le terre slave nella cultura del mondo greco-romano. I due raggruppamenti si delineano già con diverse caratteristiche: il mondo latino-occidentale dove si instaura la distinzione e la separazione, tipica dell’occidente, del potere politico, impersonato dall’Imperatore, e dal potere religioso del Papa; nel mondo greco-ellenistico orientale invece il re-sacerdote “Basileus” riunisce le due potestà. [“Nuova Storia Contemporanea”, pagg. 11-13]   
Commento - Considerare che nel Medioevo il Papa e l’Imperatore fossero ognuno sovrano ed autonomo nella propria sfera di competenza, come sostiene JR, è vero solo in linea di principio. Le vicende storiche indicano che tra il potere temporale ed il potere religioso vi sono sempre state delle aspre lotte che risalgono fin quasi all’inizio della costituzione della Chiesa. Queste rivalità peraltro vengono alla luce solo con l’avvento del Cristianesimo; i conflitti di natura religiosa erano infatti pressoché sconosciuti alla cultura greco-romana.
  «Date a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio» è un ammonimento che diviene necessario solo con la comparsa della religione cristiana che mette in concorrenza la supremazia civile con quella religiosa. Nell’Impero Romano i compiti del Principe erano ben distinti da quelli del “Pontifex Maximus” ed anche se le due cariche potevano essere rette dalla stessa persona (a partire da Giulio Cesare e poi dagli altri imperatori) non sorgevano mai conflitti tra i compiti e gli obiettivi (civili o religiosi) da conseguire. 
  Tra la caduta dell’Impero Romano e l’inizio del Rinascimento, la Storia dell’Europa, invece, è quasi sempre la Storia della lotta tra il Potere Religioso della Chiesa e il Potere Civile dell’Impero, rappresentata da quella “lingua rossa di sangue che percorre tutto il Medioevo” come diceva Voltaire [dal saggio “Essay sur les moeurs” del 1756].
  Dire, pertanto, che “per le cose della vita eterna gli imperatori cristiani hanno bisogno dei sacerdoti (pontifices), e questi a loro volta si attengono per il corso temporale delle cose, alle disposizioni imperiali”, è completamente fuorviante e non rende affatto la realtà di quel tempo. È vero che Gelasio I [papa dal 492 al 496], nella famosa lettera che inviò all’imperatore Anastasio, sosteneva che “Cristo, a causa della debolezza umana, ha separato per i tempi successivi i due ministeri, affinché nessuno s’insuperbisca”, ma Ratzinger non dice che nella stessa lettera Gelasio, antesignano della supremazia papale sugli imperatori, aggiunse anche che tra i due poteri ”il potere sacerdotale è molto più importante perché esso deve rendere conto del Governo dei re sugli uomini presso il tribunale di Dio”. La lotta in cui erano coinvolte la potestas (imperiale) e l’auctoritas (papale) ha visto alterne vicende durante tutto il Medioevo, perché la voglia di primeggiare fu sempre presente dall’una e dall’altra parte. Per rendere più evidente questa situazione consideriamo alcune vicende esemplari che videro coinvolti, durante il XII secolo, appunto un papa ed un imperatore.
  Nel 1073 era stato eletto papa Ildebrando di Soana, Gregorio VII [1073-1085] che era, anche prima della sua elezione, il teorico della supremazia papale, e che entrò subito in conflitto con Enrico IV capo del Sacro Romano Impero in Germania che, per problemi con i vari principi tedeschi, tentava di rafforzare la sua autorità imperiale.
Il papa aveva raccolto in un documento piuttosto singolare (facendolo passare come l’indice di una perduta collezione canonica) il cosiddetto “Dictatus papae” [vedi figura a sinistra], pubblicato nel 1075, che consisteva in una raccolta di 27 proposizioni che rappresentavano l’enunciazione più netta della supremazia assoluta dell’autorità del papato sia in campo religioso che civile. Secondo tale Dictatus, infatti, il papa era l’unico che poteva nominare e deporre i vescovi, convocare i concili, emanare disposizioni di diritto canonico, che il papa era naturalmente sanctus per i meriti di S. Pietro, ed affermava anche che “la Chiesa non ha mai errato e mai lo potrà”.
  In pratica mentre la Chiesa dei primi secoli era organizzata in senso “orizzontale” e collegiale, diventava invece, nelle intenzioni di Gregorio, “piramidale” e gerarchica con ai vertici il papa, che aveva a tutti gli effetti il potere di un monarca autocratico. Egli infatti si arrogava non solo il diritto di guidare la sua Chiesa, ma anche di giudicare tutte le azioni umane in ogni campo e di punire, e deporre se necessario, anche re ed imperatori. Altre asserzioni infatti dicevano: “Solo al papa tutti i principi devono baciare i piedi”, “Il papa non può essere giudicato da nessuno” ed infine che “Al papa è permesso deporre l’imperatore“, distruggendo completamente il supposto, ma mai realizzato, bilanciamento dei due poteri. Il contrasto tra queste due personalità, Gregorio ed Enrico, quindi, era tale da generare necessariamente una stagione di dissidi e di conflitti. [vedi anche Cap. 2.4].
  La lotta tra i due vide fasi alterne; Gregorio cercò addirittura di accampare pretese di sovranità su tutto l’Occidente, ricorrendo alla famosa e falsa “Donazione di Costantino”, che fu smascherata e denunciata poi nel 1440 da Lorenzo Valla (mentre la Chiesa cattolica ha continuato per secoli a sostenere l'originalità del documento, in realtà confezionato dalla Cancelleria Pontificia nell’VIII secolo). Gregorio VII proibì l’ingerenza del  potere civile nell’elezione dei vescovi e degli abati (che erano divisi tra quelli fedeli al papa e quelli fedeli all’imperatore) ed Enrico reagì destituendo il papa. Gregorio VII replicò scomunicandolo e dichiarando che i suoi sudditi erano sciolti dal vincolo di obbedienza al sovrano. Enrico IV fu costretto allora ad umiliarsi e a supplicare il suo perdono raggiungendo il papa al castello della contessa Matilde di Canossa sugli Appennini, dove dovette attendere per tre giorni al gelo, finché il papa non gli ritirò la scomunica. Una volta rientrato in Germania, Enrico IV per rifarsi dell’onta subita, convocò a Bressanone un Sinodo di vescovi a lui fedeli, e fece eleggere un antipapa, Clemente III (che regnò poi per ben trenta anni). In seguito marciò verso Roma con le sue truppe costringendo il papa a fuggire; una  volta a Roma, Enrico si fece incoronare Imperatore (1084) dall’antipapa Clemente III. Intanto Gregorio VII, protetto dalle truppe normanne di Roberto il Guiscardo, scappò da Roma e si rifugiò a Salerno dove però nel 1085 morì in esilio.
Questi avvenimenti, piuttosto incredibili e insensati, danno l’idea di quanto fossero poco felici i rapporti tra i due poteri, e che sia da una parte che dall’altra ci fosse un’esibizione di arroganza, violenza, tradimento, malafede... che non disdegnava neppure di arrivare all’omicidio. Era quindi solo un’utopia la cosiddetta “separazione dei poteri, ognuno sovrano nel suo ambito”, come sostiene Ratzinger. (Per non parlare poi dell’altra rivalità, questa volta in seno alla stessa Chiesa, su chi detenesse il potere ultimo, il “Papa”, o l’assemblea del clero riunito in “Concilio”, che ebbe alterne vicende, ma sostanzialmente una lotta vinta dai pontefici). 
Le lotte tra il Papato e l’Impero naturalmente non si esaurirono con queste vicende. Vi sono ancora molti altri episodi significativi che seguirono: la lotta per le Investiture culminarono con il Concordato di Worms del 1122 (Pactum Calixtinum) con cui si tentò di separare e distinguere appunto le prerogative dei due poteri; molto aspre le lotte combattute a suon di scomuniche da parte di Innocenzo III [1160-1216] e Gregorio IX contro Federico II (tra il 1200 e il 1228); le guerre in Italia scoppiate alla fine del XV secolo tra i papi e gli imperatori per il controllo degli stati italiani da parte di Spagna e Francia. La competizione tra il Papato e l’Impero si attenuò solo nel XVIII secolo con l’inizio della formazione degli stati nazionali. 
  Valutando questi avvenimenti in una prospettiva temporale, non si può non notare che, mentre la pretesa dell’Impero - di essere la potestà unica - è giustificabile in termini umani e secolari (è sempre stato così, in tutti i tempi e per tutti i popoli del mondo), non si capisce il perché della stessa pretesa da parte della Chiesa che aveva obiettivi spirituali ben diversi. Tra i suoi compiti, infatti, la Chiesa non dovrebbe avere quello di detenere il “potere temporale”, come poi nella nostra epoca è diventato ragionevolmente evidente. Perché allora questo spirito di ragionevolezza non ha illuminato anche i papi di quel tempo (che ritenevano, allora come ora, di essere ispirati dallo Spirito Santo), e precedendo questa concezione che invece poi è sorta naturalmente nell’ambito del pensiero civile? 
  In ogni modo, la separazione definitiva tra i due Poteri o, forse bisogna dire, la vittoria finale dell’Impero, cioè dello Stato laico sulla Chiesa, è realmente e definitivamente avvenuto. Si possono dare diverse interpretazioni sulla Storia che seguirà; quel che è certo è che, dopo il Medioevo, nell’Era Moderna mai più nessun re o imperatore si è recato a Canossa ad implorare il perdono dal Papa.
Ratzinger invece ritiene che il problema non sia ancora risolto:
«Come esso debba essere vissuto correttamente e concretizzato politicamente e religiosamente rimane un problema fondamentale anche per l’Europa di oggi e di domani» [ivi, pag. 14].
Lascia un po’ perplessi quest’affermazione: dal punto di vista laico è ormai scontato che vale il principio, già espresso 150 anni fa da Cavour, di “libera Chiesa in libero Stato”; al di là di difficili ed improbabili aggiustamenti, non si vede proprio come possano sussistere ancora dubbi al riguardo. Se Ratzinger la pensa diversamente (come Pio IX che arrivò a scomunicare Cavour appunto per la sua politica circa i rapporti tra Stato e Chiesa), vuol dire che gli sfugge il senso degli avvenimenti storici e delle relazioni tra la Chiesa ed il mondo moderno!

1.2 - La svolta verso l’Epoca Moderna
JR.: - Con l’Impero Carolingio e la continuazione dell’Impero Romano di Bisanzio si definisce e nasce il continente Europa. Nel 1453, con la conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi, finisce anche l’Impero d’Oriente. Mosca diventa la Terza Roma. Nel XVI secolo nasce una nuova forma “illuminata” di cristianità, il Protestantesimo, con Martin Lutero e una forma di Chiese Libere (dalla potestà romana). L’Europa si suddivide in due parti: una metà latino-cattolica ed una metà germanico-protestante. Tale forma si diffonde rapidamente anche nell’America Settentrionale.
Dopo la Rivoluzione Francese «... per la prima volta in assoluto nella Storia sorge lo Stato puramente secolare, che abbandona e mette da parte la garanzia divina e la normazione divina dell’elemento politico, considerandole come una visione mitologica del mondo e dichiara Dio stesso come affare privato, che non fa parte della vita pubblica e della comune formazione del volere; [...] religione e fede in Dio appartengono all’ambito del sentimento, non a quello della ragione; [...] con la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX secolo sorge un nuovo tipo di scisma, la cui gravità noi percepiamo ora sempre più nettamente, come una divisione tra cristiani e laici. La parte protestante ebbe vita facile nel concedere spazio alle idee liberali ed illuministe, senza distruggere la cornice di ampio consenso cristiano.» Dissoluzione dell’antica idea dell’Impero e nascita delle Nazioni, come veri ed unici portatori della Storia. [ivi, pag. 14-16]
C.: - Qui davvero non si capisce se JR ricostruisce la Storia a suo uso e consumo per la tesi che vuole sostenere o se veramente gli sfugge l’essenziale: la sua analisi è giusta, solo che va anticipata di centinaia di anni. Lo “scisma”, come JR chiama la separazione culturale tra “cristiani” e “laici”, si è consumata molto tempo prima: lo si può datare almeno dal XVI secolo e certamente dalla nascita della Scienza nel XVII secolo.
  È proprio dall’Umanesimo e dal Rinascimento, infatti, che parte quel grande processo di trasformazione della Cultura Occidentale che ebbe inizio in Italia e che si estese poi al mondo intellettuale ed alla società di tutta Europa. Questo periodo coincise anche con tutta una serie di scoperte ed invenzioni che mutarono anche la vita corrente dei popoli: la scoperta delle Americhe e delle nuove rotte commerciali, l’invenzione della stampa e della polvere da sparo, le banche, l’organizzazione della produzione e distribuzione delle merci, insomma un’epoca di globale e radicale rinnovamento sociale e politico. Anche dal punto di vista intellettuale  avvengono profondi sconvolgimenti, inimmaginabili nel Medioevo: per la prima volta viene contestata la Chiesa di Roma, tramonta il concetto di “Monarchia Universale”, le rinnovate concezioni dell’uomo e delle sue vicende storiche propongono una diversa identità che poggia essenzialmente sulla fiducia nella Ragione Umana. La razionalità, l’intelligenza, la logica sono le uniche doti positive considerate essenziali e capaci di risalire alle fonti della conoscenza ed individuare i percorsi filosofici e politici nei quali si afferma la preminenza dell’Uomo, misura ed unico referente della Storia.
  Nel Medioevo la stragrande maggioranza della gente comune, ma anche molti nobili, era analfabeta: i libri erano rari e costosi, e quindi anche il sapere era circoscritto ai Monasteri ed al Clero in genere. A partire da quest’epoca invece la Cultura passa finalmente dai Monasteri alle Università. Emergono personalità nuove: umanisti, ricercatori, filosofi, scienziati che creano una nuova visione del mondo: Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam, Michel de Montaigne, Tommaso Moro, Ugo Grozio, etc. che tra il ‘400 e il ‘500, pongono le basi dell’autonomia morale ed intellettuale dell’uomo sia dal potere politico che da quello religioso. La riscoperta della cultura greco-romana provocò un capovolgimento delle convinzioni etiche e politiche degli intellettuali del tempo, al punto che gli umanisti ammiravano di più le virtù pagane e le anteponevano a quelle cristiane. Questa autonomia rappresentò un passo decisivo per l’uomo, un principio più vasto e generale in cui viene rimessa alla coscienza individuale di ognuno la definitiva valutazione morale e l’estrema ratio della propria ricerca intellettuale. 

Anche se l’investigazione sulla Natura e la ricerca del sapere non acquisirono all’inizio un carattere anti-religioso - poiché il nuovo pensiero intellettuale laico non nasceva contro, ma indipendentemente dalla Religione - pur tuttavia il metodo d’indagine, che rifiutava dogmatismi e principi autoritari non riconosciuti, provocò inevitabilmente una profonda rottura con le concezioni religiose del Medioevo che si rivelava sempre più come un’epoca di fanatismo religioso e di profonda ignoranza.
  Gli intellettuali umanisti, che rappresentavano ancora una minoranza ristretta rispetto a tutta la cultura dell’epoca, cercarono anche di conciliare l’amore per la cultura classica con la fede cristiana, pur mantenendo intatta la loro curiosità e la volontà di indagare ed apprendere sulla vita e sul mondo, indipendentemente da cosa la Religione o la Chiesa ne pensasse. Questa curiosità portò poco a poco alla scoperta che i valori e gli schemi “non cristiani” della cultura greco-romana erano certamente più confacenti allo spirito del tempo. È questa concezione di vita che indebolisce le idee conservatrici e conformiste che avevano tenuto unita l’Europa per molti secoli e che alla fine si impose in tutta la Società del tempo fino alla rivoluzione illuministica del ‘700 che sancirà la rottura definitiva con il pensiero religioso.
  Galileo, contestando anche Aristotele, negli anni ’30 del 1600 avvia una rivoluzione intellettuale sostenendo, con una difesa puntigliosa, l’autonomia della ricerca scientifica e culturale. Cartesio, in quegli stessi anni, con il “Discours de la méthode” pone le basi del pensiero moderno, esortando ad usare il “dubbio critico” come unico strumento in cui l’uomo potesse confidare, evitando deliberatamente d’impegnarsi in inutili battaglie con la Chiesa sulle Verità rivelate. Nel 1762 Voltaire, che dedicò tutta la vita alla lotta contro il fanatismo religioso e l’arroganza politica, attraversando anche momenti di pericolo per la sua vita, pubblica il “Trattato sulla tolleranza” (prendendo spunto dallo scandalo dell’ingiusta esecuzione di Jean Calas) e alla fine del ‘600, sessant’anni prima, già Locke aveva pubblicato “Lettere sulla tolleranza”, dove la prima “intolleranza” che veniva analizzata era proprio quella del comportamento della Chiesa Cattolica. Immanuel Kant scrive nel 1794 “La religione entro i limiti della sola ragione” in cui è anche delineata una critica dell’eccessivo ritualismo religioso; Jean Jacques Rousseau pubblica nel 1761 “Il contratto sociale” con cui illustra un modello di società che difende e protegge la persona ed i beni di ciascun membro, e secondo il quale gli uomini si associano spontaneamente e con uguali diritti; David Hume nel 1751 pubblica “Ricerca sui principi della morale” in cui dibatte la questione “se la morale debba essere dedotta dalla ragione o dal sentimento”, ma meno che mai dalla religione; per non parlare di Montaigne, di Spinoza, di Bayle, etc. etc.
  Sono solo alcuni esempi: in realtà tutta la cultura europea, tra il ‘500 e il ‘700, s’indirizza ed utilizza ormai solo un approccio razionale, logico e laico alla soluzione dei problemi, ignorando volutamente - come era diventata ormai prassi comune e scontata nella ricerca scientifica - ogni ipotesi o pregiudiziale trascendente o divina e negando ogni tesi che tenta di avvalorarsi solo richiamandosi al dogma o all’autorità di chi la sostiene.
  Con la Rivoluzione Francese lo “scisma” citato da JR viene solo per così dire “istituzionalizzato”: la nascita dello stato secolare, fondato solo sulla razionalità e sul volere dei cittadini, cioè lo Stato di Diritto a-confessionale, si realizzò allora, solo per le particolari opportunità storiche del momento, ma era già nelle coscienze e nella mente degli uomini e dei filosofi del tempo. E così pure la considerazione che “la Religione e la fede in Dio appartengono all’ambito del sentimento”, e della “Religione come una visione mitologica del mondo” sono tutte convinzioni che erano già da tempo maturate nella mente degli uomini, o quanto meno sicuramente della classe più colta e progressista del tempo.
  Fa molto riflettere anche l’altra asserzione secondo cui “lo scisma, la cui gravità ora noi percepiamo sempre più nettamente”. Perché “ora”? È possibile che la Chiesa - solo ora - percepisca questa gravità ? E in effetti, a riesaminare la Storia, si può veramente concludere che la Chiesa, dopo l’egemonia incontrastata nel Medioevo, ha continuato imperturbabile sulla sua strada, a partire dalla Controriforma e fino agli inizi del XX secolo, come se nulla fosse accaduto fuori dalle mura del Vaticano! [vedi l’analisi dettagliata nel Cap. 2.6]


1.3 – L’universalizzazione della Cultura Europea
   JR.: – L’attuale rinascita dell’Islam sembra offrire una nuova base spirituale valida per la vita dei popoli, mentre l’Europa sembra condannata al declino e al tramonto per una strana mancanza di voglia di futuro. L’Europa rinnega le sue fondamenta religiose e morali. Con il modello della civiltà della tecnica e del commercio sembra che il mondo di valori dell’Europa, la sua cultura e la sua fede siano giunti alla fine. Circa il possibile futuro dell’Europa ci sono due diagnosi contrapposte: la tesi di Spengler e la sua legge naturale e quella di Arnold Toynbee che mettono in luce la differenza tra progresso materiale-tecnico da un parte e di un progresso reale di “spiritualizzazione”. [...] A seguito della Rivoluzione Francese si sviluppa il Modello laicistico dello Stato fondato solamente sulla ragione, e di fronte alla fragilità della ragione questi sistemi si sono rivelati fragili e facili a cadere vittime delle dittature. Contrapposizione delle due forme di Cristianesimo: Protestantesimo liberale delle Chiese di Stato nel mondo germanico e le Chiese libere negli Stati Uniti, dove esiste comunque un consenso di fondo cristiano-protestante anche se non forgiato in termini confessionali. Certo non si può nascondere che anche negli USA il dissolvimento dell’eredità cristiana avanza incessantemente. Ai due modelli europei si associa nel XIX secolo un terzo, ossia il Socialismo che si divide presto in due vie: il Socialismo Democratico e quello Totalitario. Vede insomma in ogni sviluppo laico e razionale solo pericoli angosciosi.. [ivi, pag. 18-20]
  C.: - Questo è il punto focale della lectio magistralis di Ratzinger: egli sostiene che l’Europa, o meglio la Civiltà Europea, è in crisi, e la cura per rimediare alla crisi consisterebbe in un’iniezione di “valori religiosi”. Ma perché pensa che l’Europa sia in crisi? È in crisi, perché ha perduto l’ispirazione religiosa e cristiana. Insomma si può concludere che JR, almeno dal punto di vista logico, sostiene una vera e propria tautologia: è come affermare la tesi che “l’essenza del quadrato è una forma quadrata”.
  Il concetto di “crisi”, specialmente se applicato ad una Civiltà ha, almeno secondo il senso comune, un significato molto più ampio e grave. Non si capisce dove e perché JR vede la fine dei valori dell’Europa, vale a dire la crisi, proprio in un momento di massima affermazione politica e sociale dei popoli europei. L’Europa è composta da Nazioni che, per la maggior parte, sono all’avanguardia in quasi tutti i campi. Se si esamina la situazione di questi Paesi dal punto di vista economico, sociale, intellettuale, morale, artistico, politico, - in una prospettiva storica, non nei problemi di breve periodo – si deve necessariamente concludere che mai una Società Umana, nei suoi centomila anni di storia, ha goduto della libertà, del benessere, della sicurezza sociale e politica, come l’Europa in questo tempo [vedi anche NOTA FINALE in calce]. Peraltro, ormai da più di sessanta anni, i popoli europei hanno iniziato un’opera titanica, quale è quella dell’Unificazione. E questa non è certo un’operazione che tenta una Società che è in crisi...
  «L’Europa, proprio in quest’ora del suo massimo successo, sembra diventata vuota dall’interno, paralizzata in un certo qual senso da una crisi...» «Si ha l’impressione che il mondo dei valori dell’Europa, la sua cultura e la sua fede, ciò su cui si basa la sua identità, sia giunto alla fine .... e che sia giunta l’ora di sistemi di valori di altri mondi, dell’America pre-colombiana, dell’Islam, della mistica asiatica» [ivi, pag. 17]
Un grido angoscioso che fa pensare ad una “isteria mistica”. Quale mondo dei Valori viene a mancare? Non certo quei Valori del pensiero laico e civile: la Libertà, la Democrazia, la Tolleranza, la Giustizia. Se l’Europa pensa di unirsi, e il processo è già iniziato ed è ormai irreversibile, lo fa per valutazioni razionali ed obiettivi precisi: la fine delle guerre fratricide, la sinergia economica, la solidarietà sociale tra popoli affini e fratelli, la volontà di crescere come una nuova, grande ed unica Nazione Europea. Non sono questi obiettivi “degni di essere perseguiti”? Dov’è il “vuoto” di cui parla JR? Si deve pensare, invece, che una volta tanto, invece che lo spirito di sopraffazione, di intolleranza, di prevaricazione (a cui molte volte anche la Religione ha spinto gli animi) ha prevalso l’amore per la concordia, la pace, la fratellanza tra i popoli, cioè dei principi positivi, con una decisione limpida e razionale. Il “suo mondo di valori, la sua cultura”, cioè dell’Europa, sono certamente ben saldi quanto mai nella Storia. Forse non lo è la sua fede religiosa! ma questa è un’altra valutazione (anche se legittima) che sarà analizzata in dettaglio più avanti [vedi Cap. 3]

  Le idee di Spengler e di Toynbee gli danno l’occasione per ribadire lo stesso concetto che aveva già enunciato, ovvero “serve il fattore religioso” per superare la cosiddetta “crisi” europea. Oswald Spengler (filosofo e storico tedesco che pubblicò nel 1922 “Il tramonto dell’Occidente”) non lo convince con la tesi del ciclo biologico applicato ad ogni Civiltà: nascita, fioritura, maturità, invecchiamento e morte. Abbraccia invece la tesi di Arnold J. Toynbee, uno storico moralista inglese, che gli è più vicina:
«il mondo occidentale si trova in una crisi, la cui causa è nel fatto che dalla Religione si è decaduti al culto della tecnica, della nazione, del militarismo. La crisi significa “secolarismo” .... deve essere nuovamente introdotto il fattore religioso, quello che è rimasto del cristianesimo occidentale»[ivi, pag. 18]
Come conseguenza del “secolarismo”, JR esamina gli effetti sulla struttura degli stati ed in particolare le dittature del XX secolo.
«Nelle nazioni latine il modello “laicistico”: lo Stato è nettamente distinto dagli organismi religiosi, che sono attribuiti all’ambito privato. Lo Stato stesso rifiuta un fondamento religioso e si sa fondato solamente sulla ragione e sulle sue intuizioni. Di fronte alla fragilità della ragione questi sistemi si sono rivelati fragili e facili a cadere vittime delle dittature» [ivi, pag. 19]
È una tesi piuttosto originale (anche se Ratzinger la ripete spesso) che agli inizi del novecento l’avvento dei sistemi dittatoriali nelle diverse Nazioni Europee (Comunismo, Fascismo, Nazismo, Franchismo) fu dovuto alla struttura “laicista” degli Stati, derivata a sua volta (si può presumere che JR lo sottointenda) dai Principi Illuministici del XVIII secolo. L’unico argomento logico che si potrebbe portare a favore di questa tesi è “post hoc... propter hoc”, ma è un argomento veramente molto debole.
  Analizziamo, infatti, la concatenazione degli avvenimenti. 
  1. In tutto il Mondo guerre e tremendi conflitti sanguinosi sono avvenuti sia prima che dopo l’avvento del pensiero “laico”. Anzi si può dire, senza tema di smentite, che tutta l’umanità, dal paleolitico ad ora, ha sempre convissuto con guerre e distruzioni di ogni tipo, e con i più vari mostri sanguinari: Attila, Gengis Khan, Nerone, Caligola, Pinochet, Hitler, Pol Pot, Batista, etc. etc., sia prima che dopo l’avvento del Cristianesimo, sia in Europa che in Asia e nel continente Americano, e da parte di tutte le forme e le cariche di potere: re, imperatori, zar, papi (sic), despoti, dittatori, fuhrer, condottieri, etc. Quindi è obiettivamente difficile, per non dire impossibile, stabilire una connessione di causa ed effetto tra laicità, ossia la “laicità della ragione”, e l’avvento delle dittature europee del XX secolo.
  2. I totalitarismi del ‘900, fascismo, comunismo e nazismo, che giustamente vengono deprecati, e che quantitativamente hanno provocato più vittime (solo per lo sviluppo più avanzato della tecnologia) sono certamente da condannare, ma solo in quanto tali, e non perché filiazioni dell’Illuminismo. Questi Stati Dittatoriali e le guerre che hanno scatenato e che tanti lutti hanno provocato all’Europa, non rappresentano certo la messa in pratica dei concetti dell’Illuminismo, ma semmai la prosecuzione, con altri metodi, molto più sofisticati e tecnologici, di quelle monarchie assolutistiche che precedevano l’Illuminismo e che da questo sono state appunto combattute e disarticolate. Posizioni peraltro che non sono lontane, almeno dal punto di vista filosofico, dallo Stato Etico di cui la massima espressione è proprio lo Stato della Chiesa con il suo assolutismo antidemocratico. Una connessione causale potrebbe essere, caso mai, applicata alle Guerre di Religione del XVII secolo [vedi Cap. 2.4] che sono scaturite proprio dal conflitto tra le varie confessioni religiose. E in questo caso la relazione di “causa ed effetto” è assolutamente incontestabile! JR dovrebbe essere più cauto a citare eventi storici che, come in questo caso, gli si possono facilmente ritorcere contro.
  3. Le nazioni coinvolte: la Russia, la Germania, il Portogallo, la Spagna e l’Italia avevano storia, strutture e composizioni sociali molto diverse. Proletaria e contadina la Russia dominata dall’autocrazia dei Romanoff; agitate da profondi sconvolgimenti sociali per il primo dopoguerra la Germania che aveva perso la guerra, e anche l’Italia, malgrado l’avesse vinta, e comunque entrambe rette da una Democrazia Parlamentare; certamente molto cattoliche la Spagna, il Portogallo e la stessa Italia, sede del Papato. Si fa fatica a pensare ad un comune denominatore (al di là del cattolicesimo delle ultime tre) che abbia potuto provocare, proprio in tutte queste Nazioni, la deriva dittatoriale.
  4. Quel che invece è certo è che, proprio per quanto riguarda l’Italia, la Germania, la Spagna e il Portogallo, fu semmai la Chiesa che restò alla finestra e non fece nulla di quanto era in suo potere per contrastare questa deriva dittatoriale. Mai i papi hanno espresso una parola o condotto un’azione significativa contro il  Nazismo o il Fascismo (l’unico intervento diretto della Chiesa fu la scomunica dei comunisti, ma solo nel secondo dopoguerra). Anzi in vari casi la Chiesa addirittura favorì l’avvento delle dittature stipulando dei Concordati che servirono a dare un’immagine più “dignitosa” a quei regimi. Il cardinale Pacelli (poi Pio XII) il 30 luglio del 1933 firmò a Roma il Concordato con la Germania di Adolf Hitler, il cardinale Gasparri sottoscrisse l’11 febbraio del 1929 i Patti Lateranensi con l’Italia di Mussolini, e così avvenne con la Spagna di Francisco Franco nel 1953, con il Portogallo di Antonio Salazar, ed addirittura anche con lo Stato fantoccio retto dagli ustascia (fascisti croati) in Croazia durante l’ultimo conflitto mondiale.  
  Non erano i sacerdoti cattolici che in Italia benedicevamo i gagliardetti fascisti? E non fu proprio Achille Ratti, papa Pio XI [1922-1939] che chiamò Mussolini “l’uomo della Provvidenza” (tanto per citare i fatti più noti, ma le testimonianza e le vicende significative potrebbero essere infinite). O Pio XI prese una solenne cantonata, o la Provvidenza divina ha dei criteri molto strani nello scegliere i suoi uomini...! (Anche Churchill aveva molta stima di Mussolini, per lo meno all’inizio, ma non essendo il “Vicario di Cristo in terra” gli si può pure perdonare quest’errore).
  5. Comunque, anche ammesso che la “laicità” abbia avuto il suo ruolo, non si capisce come queste Nazioni abbiano potuto poi, nel secondo dopoguerra, scrollarsi di dosso le Dittature mentre perdurava nella concezione dello Stato - se nel frattempo non si era vieppiù accresciuta - quella componente laica che JR tanto deplora.
  I nuovi Stati furono creati con un assetto costituzionale, politico e sociale che permetteva un’effettiva e reale partecipazione del popolo alla politica generale attraverso opportune procedure (le elezioni) su una base paritaria tra tutti i cittadini, proprio secondo i principi della democrazia rappresentativa. La caratteristica comune degli Stati che si vennero a creare era, ed è, lo stampo liberale, democratico e, soprattutto, non confessionale, secondo le tesi che risalgono ai principi illuministici ed in particolare alle tesi di Montesquieu [1689-1755] [“L’esprit des lois” sulla divisione dei tre poteri: Esecutivo, Legislativo e Giudiziario].
  E, dunque, è stata la Religione o la Laicità che ha riscattato queste Nazioni?    
  La tragica esperienza della guerra ha aperto gli occhi e la mente agli Europei ed ha fatto constatare l’impraticabilità di qualsiasi soluzione autoritaria; in altre parole, ancora una volta, é il ragionamento intelligente e razionale ed il riscontro con l’esperienza concreta della Storia che guida le menti e le decisioni degli uomini; e non certo le posizioni fideistiche e confessionali, o i fondamentalismi religiosi (come avvenne per le guerre di religione) o il perseguimento di uno Stato Etico di stampo fideistico.
  In definitiva quindi questa considerazione di Ratzinger (la laicità illuminista che genera le dittature in Europa) è completamente assurda ed antistorica, e rincresce che la proclami e la riproponga spesso in varie circostanza e contro ogni evidenza dei fatti e delle reali vicissitudini storiche.

  Come salutare contrappeso delle posizioni radicali liberali, che JR non vede di buon occhio, sorge a metà del XIX° secolo il Modello Socialista, nella doppia forma di Democratico e Totalitario. Le considerazioni di JR sul Modello Totalitario (ossia il Marxismo e quindi il Comunismo storico) che si ebbe in Russia e il suo tragico epilogo sono completamente condivisibili e non è il caso di soffermarsi. “I sistemi comunisti sono naufragati innanzi tutto per il loro falso dogmatismo economico...” perfettamente d’accordo.
Per quanto riguarda, invece, il Socialismo Democratico JR sostiene che:
era ed è vicino alla Dottrina Sociale cattolica, in ogni caso esso ha considerevolmente contribuito alla formazione di una coscienza sociale”[ivi, pag. 20]
Anche qui la Storia parla chiaro, la realtà è proprio il contrario: è la Chiesa che, in un certo senso, ha adottato come sua dottrina sociale il Modello Socialista Democratico (come vedremo in dettaglio più avanti nel Cap. 2.5) a seguito degli eventi connessi con la Rivoluzione Industriale e la reazione che ebbe finalmente la Chiesa con l’enciclica “Rerum novarum” di Leone XIII.


  1.4 - A che punto siamo oggi?
  JR.: - Fa il punto sulla situazione attuale ed elenca quali criteri dovrebbero essere irrinunciabili e considerati come valori di ordine superiore e non manipolabili: la dignità umana incondizionata, il divieto della clonazione, della schiavitù e del commercio degli organi, la difesa del matrimonio monogamico, il divieto del divorzio e delle convivenze e, naturalmente, delle unioni omosessuali. Nella Carta dei Diritti Fondamentali [adottata dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite il 10 dicembre del 1948] ci sono alcuni punti fermi di cui rallegrarsi, ma si rammarica che alcuni punti sono molto vaghi.
  Con le nuove tendenze moderne, ed in particolare il tentativo di rendere legittime le unioni omosessuali equiparandole al Matrimonio,  si esce fuori dal complesso della storia morale dell’Umanità. La multiculturità non può sussistere senza punti di orientamento a partire da valori propri, e non può sussistere senza il rispetto di ciò che è “sacro”. Viene multato chi disonora la fede di Israele, e così chi vilipendia il Corano e le convinzioni dell’Islam ma, dove si tratta di Cristianesimo, ecco che la libertà di opinione appare come il bene supremo. L’Occidente tenta di aprirsi alla comprensione dei valori esterni, ma non ama più se stesso.. [ivi, pagg. 21-23]  
  C.: - La sua è una difesa appassionata; sembra però obiettivamente esagerato il suo timore ed il grido di dolore:
«se non facciamo questo, non solo rinneghiamo l’identità dell’Europa... per le culture del mondo la profanità assoluta è qualcosa d’estraneo... un mondo senza Dio non ha futuro»[ivi, pag. 24]
Su quasi tutte queste voci, la dignità umana, la clonazione, la schiavitù, etc., si può anche convenire in linea di principio con JR. C’è però da notare che “l’identità dell’Europa” non si regge certamente sul “Matrimonio Eterosessuale Monogamico” che JR difende a spada tratta; in molte Nazioni il divorzio data da centinaia di anni e così l’aborto, anche se non da molto tempo nella legislazione ufficiale, sicuramente nella pratica corrente!
  Per quanto riguarda, invece, le unioni omosessuali, l’aborto, il divorzio e le convivenze, bisogna notare che (vecchia disputa tra laici e cattolici) sono Diritti Civili concessi a chi ci crede, non disposizioni coercitive; dal momento che nessun Stato Laico imporrebbe per legge il divorzio o l’aborto ai cittadini cattolici, non si vede dov’è il pericolo! Sono Diritti che sono esercitabili su base volontaristica; chi non li condivide non li esercita, ma lascia, a chi ci crede, la libertà di poterne far uso.
  Ratzinger invece li ritiene “valori non manipolabili” e anche quando sembra aprirsi al dialogo, li enuncia come “valori non negoziabili”. Questa posizione può anche essere legittima, ma come si fa a dialogare con chi non intende neanche aprire la discussione sulle sue tesi? È solo un espediente scorretto; sarebbe meglio dire “noi non cambieremo mai le nostre idee, aspetteremo solo finché voi rinunciate alle vostre” e quindi un dialogo su queste basi si rivela impossibile. Le tesi di Ratzinger svelano quello che è il punto veramente dolente del comportamento politico della Chiesa: con la pretesa di possedere la Verità, la Chiesa evidenzia il suo atteggiamento “intollerante” che non concede nulla al dialogo. Non solo, ma nelle sue mire si riconosce facilmente l’intenzione di piegare tutti, anche i non-credenti, affinché tutti diventino dei “buoni cristiani”, e non per scelta personale, ma per imposizione; la Chiesa vorrebbe, o almeno aspira, a che la Dottrina Cattolica costituisca, in un certo senso, il fondamento teorico delle Leggi che lo Stato si dà, in modo da essere applicabili verso tutti, indipendentemente dalle convinzioni personali.
  Il suo ideale politico sfiora quindi quello di uno Stato Confessionale, come nella cultura islamica, ma che nell’Europa Occidentale sarebbe completamente anacronistico, costituendo di fatto un ritorno al Medioevo. Lo Stato di Diritto e il Principio di Tolleranza sono tra i principi fondamentali del vivere civile; onestamente è difficile pensare che il mondo civile abdichi o sia disponibile ad  un compromesso tra queste due posizioni estreme [vedi anche Cap. 3.2]


  1.5 - Le minoranza creative
  JR.: - Conclude il suo intervento con un appello accorato, citando ancora Toynbee, perché un mondo senza Dio non ha futuro “il destino di una società dipende sempre da minoranze creative. I cristiani credenti dovrebbero concepire se stessi come una tale minoranza creativa e contribuire a che l’Europa riacquisti nuovamente il meglio della sua eredità e sia così a servizio dell’intera umanità” [ivi, pag. 24]  
C.: – Qui è ancora più evidente l’aspetto “politico” del suo intervento. La conclusione del discorso al Senato della Repubblica non poteva non contenere un richiamo e un pressante invito agli ex Democratici Cristiani, ed in genere alle componenti più cattoliche del Parlamento, per farsi promotori di una restaurazione dei valori religiosi e cristiani.


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CAPITOLO 2 – Riscontri storici sulle tesi di Ratzinger

  È comprensibile che la Chiesa s’interroghi se il Mondo Civile, cosiddetto Cristiano, o parte di esso, sia nel suo agire animato (più o meno) dagli ideali religiosi. Da questa esposizione si capisce bene che, almeno per quanto riguarda il nostro tempo, il cardinale Ratzinger (che era allora il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cioè dell’ex Sant’Uffizio, una volta la Santa Inquisizione) non è di quest’idea e deplora la condizione in cui viviamo. Egli ritiene che questo allontanamento sia stato un danno per l’Umanità, perché la perdita degli ideali religiosi e dell’afflato della Chiesa rende l’Umanità più vuota e sperduta dietro un pensiero razionale, a suo dire, fragile ed erratico... Forse JR la pensa come Pio X [vedi Cap. 2.6] che sosteneva che l’umanità si divide tra “pastori e gregge”, dove i pastori sono il clero, ed il gregge i fedeli. Ma il “gregge” si è ormai affrancato, per così dire - e da tempo - dai suoi “pastori”. In ogni modo, sostenere che la mancanza del sentimento religioso o la sordità ai richiami della Chiesa faccia dannare gli uomini è certamente un’ipotesi legittima, ma andrebbe quanto meno dimostrata: questa tesi va verificata con un’analisi critica del reale comportamento della Società e della stessa Chiesa nel tempo. In definitiva, invece della conclusione a cui arriva JR, troppo semplicistica e comunque non dimostrata:
crisi dell’Europa = mancanza di religiosità
occorre prima di ogni cosa porsi la domanda, che Ratzinger non si pone:
    perché è venuta meno la religiosità nella società moderna ?
che è un fatto, una situazione oggettiva ed incontestabile.
  Nella sua analisi JR scambia il sintomo con la diagnosi del problema, ed invece di indagare sul perché la religiosità sia diminuita (ossia sul sintomo) decide tout court che il problema, ovvero la diagnosi, è proprio la minore religiosità. Proviamo invece a considerare alcuni fatti storici e le loro conseguenze prodotte nel corso della storia dell’umanità per verificare se la tesi di Ratzinger è sostenibile o è solo una presa di posizione preconcetta, più fideistica che razionale.
 

  2.1 – Il sentimento religioso è produttivo ?
  In prima istanza occorrerebbe dimostrare che realmente nella Storia, quando il sentimento religioso c’è, va meglio per l’uomo, e che tutto s’immiserisce quando invece questo sentimento manca. La Storia però  questo non lo conferma, anzi tutto fa pensare il contrario. Quale periodo della Storia può essere indicato come quello in cui l’uomo, nel suo divenire, ha seguito un diligente e fedele indirizzo religioso? Una risposta di Ratzinger a tale quesito sarebbe oltremodo interessante, ma lui si limita a criticare la laicità, e non cita nessun esempio positivo al riguardo.
  Se vogliamo azzardare ad indicare nel Medioevo un periodo che spesso (ma non qui) JR cita con favore - quando la Chiesa aveva indiscutibilmente il primato morale ed intellettuale su tutta l’Europa, e la stessa Europa veniva addirittura designata con il termine omnicomprensivo di Cristianità - risulta difficile pensare che in questo periodo storico il mondo abbia avuto un forte e fiorente sviluppo morale e civile; non per nulla quegli anni sono ancora intesi da molti come “i secoli bui”.
  Si è già analizzato precedentemente [Cap. 1.1 e Cap. 1.2] il clima che vigeva nel Medioevo e dei tentativi della Chiesa di imporre la sua egemonia sull’intera Europa, ma forse è il caso di esaminare più in dettaglio alcune particolari vicende storiche di questo periodo (che, non dimentichiamolo, dura ben mille anni). 
  Durante l’Alto Medioevo la Chiesa ha avuto indubbiamente il merito di aver ricostituito l’ordinamento politico-amministrativo crollato con la fine dell’Impero Romano d’Occidente e di aver preservato, almeno in parte, il patrimonio culturale e morale della romanità; patrimonio che fu poi accettato anche dai barbari invasori e che culminò nell’unità politico-amministrativa attuata dall’impero di Carlo Magno (come anche JR accenna). In quel tempo il clero deteneva pressoché il monopolio esclusivo della cultura, come si è già detto, ed i monasteri e le abbazie erano gli unici depositari dei testi antichi della cultura classica; un potente fattore di unificazione era peraltro costituito anche dall’uso della lingua latina che la Chiesa aveva adottato come propria, e che costituiva un potente cemento di omologazione culturale. Ma a questi aspetti positivi si contrappongono molti altri negativi.
  Questa è anche l’epoca in cui comincia l’allontanamento della Chiesa dalla spiritualità primitiva ed inizia la compromissione con il potere politico e con la potenza mondana. È l’epoca di grandi papi (Gregorio I Magno, Gregorio VII, Innocenzo III), ma è anche l’epoca in cui il papato emerge con tutto il suo autoritarismo, con i suoi traffici loschi, con l’abbandono dei più profondi valori spirituali veramente cristiani.
  L’Illuminismo, che dal Medioevo prese le distanze, ha giustamente definito questa epoca come quella del “cristianesimo adulterato e corrotto” dai preti e dal papato per sottomettere le masse delle plebi ignoranti e incolte; e da questa superstizione discendono tutti gli altri connotati negativi, come la prepotenza nobiliare contro la Servitù della Gleba, l’uso della forza e della violenza al posto della ragione, i contrasti tra potere laico ed ecclesiastico per il predominio tra papato e impero, fino all’aberrazione delle crociate contro gli infedeli e contro gli eretici, il trionfo dell’Inquisizione e dell’intolleranza elevata a sistema [C. Azzara “Il papato nel Medioevo”, G. Penco “La chiesa nell’Europa medievale”].  
  In verità occorre un notevole sforzo d’immaginazione per rappresentarsi la società del Medioevo che, dal punto di vista sociale ed umano, è molto dissimile da quella delle altre epoche. A grandi linee, la società del Medioevo si manifestava come una grande comunità religiosa in cui gli uomini non si sentivano parte di una nazione (che ancora non esisteva), ma piuttosto come fedeli membri della Chiesa e del clero che la dirigeva. “Nell’Europa del X e XI secolo la concezione del mondo senza riferimento a Dio era inconcepibile” [E. Fromm]. I rapporti avvenivano prevalentemente con il clero più vicino alla comunità, ed il funzionario pubblico più importante era il Vescovo, referente unico della Morale, in primo luogo, ma anche della cultura e dell’amministrazione del diritto e quindi della Giustizia [Le Goff “L’Europa medioevale e moderna”]
  In questo periodo la Chiesa, unica istituzione organizzata e strutturata, ebbe ampio modo di consolidare il suo potere e divenire anche proprietaria ed usufruttuaria di immensi appezzamenti di terreno, le cui rendite agricole impinguavano le sue casse: un singolo monastero o capitolo di canonici poteva disporre di rendite altissime che permettevano di fatto il controllo di buona parte della ricchezza del paese. A fronte di questa ricchezza si assiste di converso ad un immiserimento della vita sociale dell’uomo comune. Il clero controllava per completo l’accesso alla cultura e, in un mondo privo di scuole, era l’unica che poteva permettere, volendo, un’educazione di base presso un seminario. In questo modo riesce a coltivare e preservare un certo grado di cultura, lasciando però il resto della popolazione, che era poi la stragrande maggioranza, ad un bassissimo livello culturale.
  L’universo del Medioevo si presentava, in definitiva, come statico e immutabile: la natura come sosteneva l’insegnamento (sempre pessimistico) di Agostino era imperscrutabile e dal suo studio non si poteva ricavare alcun profitto (!); l’unico obiettivo importante e degno per l’uomo consisteva nel prepararsi per l’altra vita con una condotta rigidamente organizzata che si consumava spesso in pene e mortificazione della carne.
  Anche dal punto di vista più prettamente religioso, si assiste alla proliferazione di contorti problemi di ortodossia e interminabili dispute ereticali: gli astrusi dibattiti sull’Eucaristia; l’aggiunta del Filioque nel Credo; il culto delle immagini sacre e le avverse tendenze iconoclaste; con  papa Gregorio I [590-604]) inizia l’esasperante culto delle reliquie, nonché di apparizioni miracolose ed altri prodigi che sfiorano la superstizione e le cui ingenue credenze coprono spesso una buona dose di malafede; le scomuniche reciproche tra Roma e Bisanzio, che culminano con la rottura definitiva nel 1054 (Scisma d’Oriente) che provoca il definitivo distacco culturale tra i due mondi cristiani; le infinite ed ignobili dispute tra papi ed antipapi in una lotta senza fine; i procedimenti dei tribunali ecclesiastici che adottano come prova giudiziaria (sic) la tortura e i responsi delle ordalie per valutare l’innocenza o la colpevolezza degli indagati; ed infine gli autodafè, cerimonie pubbliche altamente umilianti che vengono inflitte ai condannati dall’Inquisizione. Metodi che ora possono solo farci inorridire per la loro irrazionalità e crudeltà, e che proprio la Chiesa avrebbe dovuto respingere e condannare come un’infamia irragionevole. 
  In definitiva, come sintetizza bene Jacques Le Goff, uno dei massimi storici del Medioevo: “La Chiesa del Medioevo era un’organizzazione totalitaria al servizio di una religione totalitaria che non sopportava concezioni devianti rispetto alla sua ortodossia, e per combattere l’errore utilizzava la tortura, un mezzo di per sé moralmente inaccettabile e distruttivo di quei valori che affermava di voler difendere” [J. Le Goff “L’Europa medievale e moderna” pag. 32]

  2.1.1 – Medioevo ed Islam
  Come contraltare alla politica ed al comportamento della Chiesa di Roma nell’ambito della cultura europea si assiste invece, all’incirca nello stesso periodo, alla fioritura della Civiltà Islamica. Come è noto, a partire dalla seconda metà del VII secolo i mussulmani conquistarono, con la spada e in nome della loro fede religiosa, vaste regioni del Medio Oriente, del nord-Africa ed anche dei Balcani in Europa. Le guerre di conquista si estesero fino ad invadere la Spagna (711) e si arrestarono solo con la sconfitta subita a  Poitiers nel 732 ad opera dei Franchi di Carlo Martello. Nei territori caduti in loro potere, comunque, i Mussulmani istaurarono dei governi piuttosto illuminati e miti.
  Dal 750 e fino al 1258 (quando fu rovesciata dai Mongoli) la civiltà islamica godette del suo periodo più fiorente: un’unica religione, un’unica lingua, l’arabo, che era parlata su un territorio immenso che si estendeva dalla Persia fino alla Spagna. Tra i vari Califfati in cui era suddiviso il territorio, uno dei più importanti era proprio quello dell’Andalusia, nella Spagna meridionale. I vari emiri e califfi che si susseguirono nel governo del territorio si mostrarono sempre molto tolleranti nei confronti della minoranze cristiane ed ebraiche e promossero molto l’istruzione e la cultura; crearono diverse biblioteche e strutture d'insegnamento pubbliche che a Cordova divennero poi le prime Università d’Europa. L’insegnamento era ispirato dalla cultura araba che si presentava come una sofisticata miscela d’eredità persiana e indiana e con elementi della cultura greca ed ebraica.
  Fu proprio nelle Università che vennero riscoperti e tradotti non pochi testi di filosofia e del pensiero scientifico prodotti sia in età classica che in età ellenistica. E fu proprio grazie a tali traduzioni che l'Europa occidentale, dopo la riconquista, tornò in possesso di opere da tempo trascurate e a rischio di totale oblio. Anche nel campo della ricerca pura, non si può dimenticare il formidabile apporto nella matematica (l'algebra e la trigonometria), il sistema decimale (che era stato elaborato in ambito indiano) e il concetto di zero. La cultura mussulmana sviluppò molto anche la medicina, l'alchimia (progenitrice della moderna chimica), gli studi astronomici; ed anche nella filosofia il loro contributo fu di capitale importanza per l'Europa continentale, sia per le traduzioni che eseguirono in arabo (dal greco), che per lo studio dei grandi filosofi dell'antichità. I testi filosofici di Averroé  e i testi di medicina di Avicenna restarono addirittura come libri di testo in Europa fino al XVIII secolo.  
  Anche dal punto di vista dell’organizzazione dello Stato la contrapposizione tra il papa e l’imperatore, che tanti problemi creava in Europa, non aveva uguali nella cultura islamica, in quanto il Califfo, cioè il capo riconosciuto della comunità, riassumeva in sé tanto l’autorità politica che quella religiosa. La religione islamica era peraltro molto tollerante come si poteva riscontrare in tutti i territori da loro occupati, in cui mussulmani, ebrei e cristiani vivevano pacificamente fianco a fianco e senza molti contrasti.
  Bernard Lewis (professore emerito della Princeton University e tra i maggiori storici dell’Islam) così riassume il confronto tra il mondo islamico e la Cristianità durante il Medioevo:
L’ecumene islamico era una società unica e, per un certo tempo, un’unica comunità politica, unita dalla fede e da un’unica lingua: una lingua di governo e di commercio, di scienza e di filosofia, di religione e di diritto, con una letteratura ricca e multiforme che non aveva equivalenti né precedenti per vastità, varietà e raffinatezza [...] A paragone dell’Islam, la Cristianità era povera, limitata, arretrata e monocromatica [...] Frammentata in piccoli regni litigiosi, con Chiese divise da scismi ed eresie e dispute incessanti fra la Chiesa di Roma e quella Orientale, era contesa fra due imperatori e per un certo periodo persino fra due ed anche tre papi. Perdute le coste cristiane del Mediterraneo orientale e meridionale sotto l’incalzare dell’avanzata mussulmana, il Cristianesimo apparve una realtà ancora più locale, circoscritta a quella piccola penisola situata ai margini occidentali dell’Asia che divenne – e in base a tale esclusione fu definita – l’Europa” [B. Lewis “L’Europa e l’Islam” pag. 16–17
  La cultura medioevale dell’Occidente Cristiano, la cosiddetta Cristianità, non fa certo una bella figura in confronto alla cultura islamica dello stesso periodo.

  È solo nel periodo del Basso Medioevo (tra il 1000 ed il 1300) che si assiste finalmente in Europa ad una certa rinascita: gli scambi commerciali si intensificano, fioriscono le Repubbliche Marinare, sorge la struttura civile dei Comuni (evolutisi poi in Signorie e/o in Principati) ed un embrione di quella che poi sarà la classe borghese inizia la sua ascesa sociale e politica. Tutti questi eventi però non devono nulla alla religiosità dei popoli o all’opera della Chiesa.
  In conclusione bisogna convenire che l’afflato religioso - anche quando c’è - non rende, non è produttivo o, quanto meno, non è utile ai fini del progresso civile, umano, morale, culturale e politico dell’Umanità. Non c’è quasi nulla, nella nostra attuale cultura, che possiamo considerare eredità diretta del Medioevo. È indubbiamente vero, invece, che tutti i principali elementi distintivi e costitutivi del Medioevo: il Feudalesimo, le Crociate, la Servitù della Gleba, le Corporazioni, l’Inquisizione, la contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini, le Investiture, la Cavalleria, l’Economia del contado, la filosofia  scolastica, la rivalità tra Papato ed Impero (“la lingua rossa di sangue”), l’idea di una Monarchia Universale... sono tutti concetti ed istituzioni nati e morti con quel periodo!
  Il nostro mondo e la nostra Cultura discendono indiscutibilmente dall’Umanesimo e dal Rinascimento (che a loro volta si rifanno, saltando a piè pari i mille anni del Medioevo, direttamente alla cultura greco-romana) dalla Scienza che si è sviluppata dal seicento in avanti, dal pensiero Illuminista, dalla Rivoluzione Francese e da quella Industriale dell’800... non abbiamo praticamente nulla, o quasi nulla, per cui riconoscere un qualche debito alla cultura e alla civiltà del Medioevo. 

  Ed infine per rendersi conto, anche visivamente, del divario tra la concezione medioevale della vita e quella molto più libera ed evoluta che avremo poi durante il Rinascimento, confrontiamo due dipinti famosi che possono ben rappresentare le due diverse concezioni di vita. Nella Cappella Brancacci della chiesa di S. Maria del Carmine a Firenze, il quadro di Masaccio, che raffigura la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso, dove si vedono due creature piangenti, condannate alla fatica, al dolore, e soprattutto sopraffatte dal peso del loro peccato; e dall’altra la splendida immagine dell’uomo vitruviano di Leonardo che invece dà un’idea esaltante della concezione dell’uomo nel Rinascimento, misura ed unico referente della Storia, consapevole del suo valore e della sua preminenza nell’universo.


  2.2 - Il comportamento “religioso” della Chiesa
  Come controprova è legittimo porsi anche un secondo interrogativo: la Chiesa che tanto rimprovera al Mondo Civile di aver trascurato il sentimento religioso, ha sempre aderito con coerenza a quei principi predicati e conclamati ai suoi fedeli? Ha sempre conformato la sua azione agli ideali cristiani? La domanda, che potrebbe sembrare blasfema, è in questo contesto molto pertinente. La risposta, come si sa, è che spesso ciò non si è verificato, e la Storia ne è testimone. 
  La Chiesa stessa, principale interprete e protagonista della scena religiosa, ha spesso travalicato ed ignorato le regole cristiane; spesso ha, come si dice comunemente “predicato bene e razzolato male”, adottando una doppia politica: da un lato ha conservato e proclamato i principi morali e religiosi che informano il corpo della Dottrina Cristiana, ma dall’altra si è comportata poi con atti che nulla hanno a che vedere con il messaggio di Gesù, con la spiritualità e con l’amore verso Dio e verso gli Uomini che è l’essenza del kerigma, ovvero del messaggio cristiano.
  Chi ha promosso le Crociate, le guerre sante condotte in nome e per volontà di Dio, e che tanti lutti hanno provocato tra i cristiani e tra i mussulmani (e che, tranne la prima in cui fu conquistata Gerusalemme, finirono tutte sostanzialmente in un fallimento)? Chi ha istituito la Santa (!) Inquisizione che ha perseguitato i dissenzienti e bruciato sulle pubbliche piazze le “streghe” e gli “eretici” ? Quante persone sono state assassinate solo perché ree di pensare diversamente dal magistero della Chiesa, poveri innocenti sacrificati all’odio ideologico degli inquisitori del Papa, che usavano la tortura come un normale metodo di indagine? Chi ha additato al disprezzo i Giudei e li ha ghettizzati separandoli dal consesso civile? Il comportamento di molti Papi ha offerto, proprio dal punto di vista religioso e spirituale, uno  spettacolo veramente miserevole e sconcertante, e sui loro misfatti si potrebbero citare libri a non finire (ed infatti al riguardo la pubblicistica è imponente). In ogni modo, per capire l’incredibile comportamento del papato in quest’epoca, esaminiamo solo alcuni episodi significativi.    
  Ci fu un papa che nel 877 allestì e comandò una flotta per andare a combattere i pirati (come dice Gregorovius di Giovanni di Cundo, papa Giovanni VIII,); un papa, Sergio III, che nel 904 fece assassinare il suo predecessore Leone V; ed anche un papa che nel 897 processò il cadavere del suo predecessore e poi lo fece gettare nel Tevere (come fece Stefano VI a papa Formoso, e poi lui stesso finì strangolato in cella); papi che esibivano tranquillamente mogli, concubine e addirittura figli (papa Borgia, Alessandro VI aveva ben otto figli, avuti da tre donne diverse, tra cui Giulia Farnese, sorella di Alessandro, poi papa Paolo III; Savonarola era convinto che fosse l’Anticristo, e ne aveva ben donde, visto che da lui fu scomunicato e  mandato al rogo!); nei secoli X e XI ci furono lotte feroci tra papi ed antipapi (tanto complicate, quanto difficili da seguire) che si combatterono a suon di reciproche scomuniche e di assassinii; il periodo tra il 1032 ed il 1048 vide la contemporanea presenza di ben tre papi, tra Benedetto IX, Silvestro III, Clemente II e Gregorio VI che si combatterono tra loro, alternandosi al soglio pontificio e pagando profumatamente per la loro elezione (o rielezione); papi (quasi tutti) che vendevano a caro prezzo gli incarichi per gli Uffici della Curia, infrangendo il reato di simonia previsto appositamente dal Codice Canonico; che con corazze scintillanti (Giulio II della Rovere) partivano in guerra alla conquista di nuovi territori da annettere ai loro domini; papi che prima di ogni cosa curavano gli interessi della loro famiglia (Paolo III Farnese che indisse il Concilio di Trento) e che concedevano la porpora cardinalizia anche a bambini di pochi anni (Sisto IV fece cardinali ben sei nipoti); papi che vendevano per denaro la remissione delle pene del Purgatorio con le cosiddette “indulgenze” (Leone X Medici); papi che avevano portato lo sfarzo e la mondanità della Corte Pontificia a superare quello delle Corti dei Regnanti del tempo; per non parlare dei tantissimi papi che hanno comprato platealmente la loro elezione a suon di quattrini e con maneggi incredibili; etc. etc... [E. Duffy “La grande storia dei papi”, C. Azzara “Il papato nel Medioevo”, G. Penco “La chiesa nell’Europa medievale” e C. Rendina “I papi”].
  Tutto questo dimostra (e sono solo alcuni esempi) a che infimi livelli morali siano giunti tanti pontefici (anche se non tutti, ovviamente) e la dice lunga sulla degradazione della carica ricoperta da coloro che ritenevano di essere i successori di Pietro (e poi addirittura anche “Vicari di Cristo”). Quindi è proprio il caso di rispondere a Ratzinger, che lamenta la mancanza di spirito “religioso” dei popoli d’Europa, «...da che pulpito viene la predica!».    
  È il caso anche di ricordare una testimonianza diretta da parte di un illustre rappresentante della cultura medievale. Dante nella sua Commedia, come è noto, mette all’inferno (con sotterfugio, dal momento che era ancora vivo) anche papa Bonifacio VIII, un personaggio cinico e dispotico, avido di ricchezze e di potere, e lo destina nella 3° bolgia insieme ai simoniaci. Assegna invece a Francesco, il poverello d’Assisi, un posto d’onore nell’Empireo, in Paradiso, vicino ai grandi santi; un trattamento che indica bene quale fosse la sua considerazione verso il papato. La particolare considerazione di Dante per Francesco (che in verità meriterebbe un’analisi più approfondita) derivava dal fatto che egli a suo tempo aveva tentato un’operazione molto difficile (che i papi non tentarono neppure), ovvero quella di conciliare, con l’esempio personale di una vita povera e modesta, l’insegnamento di Gesù con la politica temporale della Chiesa di Roma; non per nulla qualcuno arrivò addirittura a definirlo il “Christus redivivus” oppure “alter Christus”. [vedi anche il recentissimo volume di Massimo Cacciari “Doppio ritratto” di Adelphi, dove è confrontata la personalità di Francesco, come descritta da Dante nella cantica del Paradiso, e la rappresentazione pittorica eseguita da Giotto, negli affreschi della Basilica di Assisi]

  E cosa dire delle decisioni politiche di coprire giustificando, e a volte incentivando, i comportamenti repressivi verso le popolazioni più deboli e indifese, quali gli indios dell’America meridionale, discendenti di civiltà ree solo di non aver potuto ascoltare la parola di Gesù? È espressione della carità cristiana tollerare, e a volte promuovere, lo sterminio di intere popolazioni? Il termine “genocidio” è un termine che è stato coniato per le atrocità dei nazisti, ma come si vede ha delle radici ben più antiche. 
  Paolo di Tarso sosteneva che non bisogna istigare i servi alla ribellione contro i loro padroni:
Servi, ubbidite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne; non già sotto ai loro occhi come per piacere agli uomini, ma con semplicità di cuore, nel timor del Signore. [Colossesi 3,22].
Ed anche dal punto di vista teologico questa concezione fu difesa dai massimi esponenti della Chiesa: S. Agostino insegnava che l'istituzione della schiavitù veniva addirittura da Dio; lo stesso Tommaso d'Aquino giustificava la schiavitù come legge naturale istituita da Dio: "I figli di una schiava sono schiavi, anche se non hanno commesso alcuna colpa".
  Ammettiamo pure che sia ragionevole l’invito cristiano a non istigare gli schiavi alla ribellione, ma la Chiesa arrivò perfino a favorirne il commercio. In questo campo il massimo dell’abominio fu raggiunto da Niccolò V [1447-1455] che nel 1452 emanò appositamente una Bolla “Dum Diversas” con cui autorizzava il Re del Portogallo, Alfonso V, a ridurre in schiavitù tutti i mussulmani dell’Africa e derubarli dei loro beni:
  Tutto questo dimostra (e sono solo alcuni esempi) a che infimi livelli morali siano giunti tanti pontefici (anche se non tutti, ovviamente) e la dice lunga sulla degradazione della carica ricoperta da coloro che ritenevano di essere i successori di Pietro (e poi addirittura anche “Vicari di Cristo”). Quindi è proprio il caso di rispondere a Ratzinger, che lamenta la mancanza di spirito “religioso” dei popoli d’Europa, «...da che pulpito viene la predica!».   ...in forza dell'autorità apostolica […] noi vi concediamo la piena e libera facoltà di catturare e soggiogare Saraceni e pagani, come pure altri non credenti e nemici di Cristo, chiunque essi siano e dovunque abitino; di prendere ogni tipo di beni, mobili o immobili, che si trovino in possesso di questi stessi Saraceni, pagani, non credenti e nemici di Cristo; di invadere e conquistare regni, ducati, contee, principati; come pure altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi, possedimenti e beni di questo genere a qualunque re o principe essi appartengano e di ridurre in schiavitù i loro abitanti; di appropriarvi per sempre, per voi e i vostri successori, i re del Portogallo, dei regni, ducati, contee, principati.» [Istituto Centrale Archivi - Bullarium Romanum, Tomo V, 1860 – da Eugenio IV a Leo X, pag. 113 par. 5]
  Ed anche papa Borgia, di cui si è già detto, ovvero Alessandro VI (la cui cattiva fama è sempre al di sotto delle colpe di cui si è macchiato) si comportò ugualmente, autorizzando il Re di Spagna a ridurre in schiavitù i non-cristiani delle Americhe che allora erano in guerra contro le potenze cristiane. Come giustificare l’ignominia del commercio degli schiavi? Sarebbe intollerabile da parte di qualsiasi autorità, ma meno che mai da quella Istituzione che sostiene essere ispirata e voluta da Dio.
  Ogni commento è superfluo...
  È solo con lo sviluppo del pensiero liberale, durante il periodo Illuminista, che fu affrontato il tema dello schiavismo e ne fu pronunciata la conseguente e definitiva condanna morale; e solo allora (XVIII secolo) la Chiesa, a rimorchio come al solito del pensiero laico e civile, si schierò finalmente nel campo degli abolizionisti.


2.3 - La Riforma Luterana
  Che il comportamento della Chiesa non si conformasse agli ideali cristiani, come è stato illustrato nel capitolo precedente, lo si può riscontrare anche dalla vicenda, estremamente significativa, che avvenne agli inizi del XVI secolo, ossia lo Scisma Luterano.
  Il passaggio tra il XV ed il XVI secolo segnò un momento veramente critico per la Chiesa e per la Curia romana, caratterizzato da una profonda crisi morale: le cariche ecclesiastiche erano occupate da esponenti della aristocrazia che miravano solo ad assicurarsi uffici lucrosi per il controllo degli ingenti patrimoni della Santa Sede; tutto l’alto clero era sprovvisto di un’autentica vocazione e quindi dello spessore morale che sarebbe stato necessario per adempiere ai propri doveri d’ufficio. Mentre il papato era ostaggio nella competizioni tra le varie famiglie romane (Borghese, Colonna, Chigi), le occupazioni principali degli ecclesiastici riguardavano le attività politiche ed i divertimenti, ad imitazione dell’aristocrazia laica; per converso il clero di rango inferiore era talmente incolto da non saper neppure leggere i testi sacri.
  L’esigenza di una riforma della Chiesa era universalmente sentita e derivava da una lunga tradizione di critica al comportamento del clero che originava sin dall’Alto Medioevo [Cap. 2.4]. Anche gli Umanisti [Cap. 1.2] e tra questi i filosofi Marsilio Ficino e Nicolò Cusano, il filologo Lorenzo Valla, lo spagnolo Valdes, gli storici Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini, lo stesso Dante e tanti altri... criticavano, o avevano criticato, apertamente la Chiesa di Roma, e nel potere temporale dei papi si vedeva l’origine dei molti mali italiani. Lo stesso Erasmo da Rotterdam, il suo rappresentante più noto, accusava il clero di aver tradito il messaggio evangelico e di aver ridotto la fede ad un cumulo di pratiche superstiziose: era quindi necessaria e non rinviabile una profonda riforma “in capite” (ossia ai vertici) delle istituzioni ecclesiastiche. Le critiche contro il papato e la Curia romana erano peraltro diffuse anche in larghi strati della popolazione e in particolare tra la borghesia cittadina (specialmente a Venezia, Lucca, Modena, Napoli). Quindi l’esigenza di una Riforma (la “reformatio” nonché la “renovatio”, come diceva Erasmo) non discendeva solo da un movimento di elite, ma aveva profonde radici anche nella società civile. [M. Rubboli “I protestanti”]
  Tutto ebbe inizio con un viaggio che fece a Roma il buon frate Martin Lutero, insegnante di teologia a Wittenberg in Baviera, che tornò scandalizzato ed inorridito da ciò che aveva visto circa il comportamento della Curia Vaticana e la vita che conduceva la società romana. Con lo spirito razionale e intransigente, tipico dei tedeschi, pensò che la situazione fosse veramente  intollerabile. Si convinse quindi a riesumare e rielaborare alcune tesi in materia dottrinale che aveva studiato anni prima in merito allo scandalo della vendita delle indulgenze ed alle pratiche di simonia (la compravendita di cariche ecclesiastiche). Fu così che maturò definitivamente la sua convinzione che il messaggio originario di Gesù Cristo era stato completamente stravolto da sovrastrutture teologiche e normative che la Chiesa aveva indebitamente aggiunto nei secoli.
  Elevò un vibrante atto di accusa contro il papato, affiggendo nel 1517 le sue 95 tesi sul portale della chiesa di Wittenberg; il suo obiettivo dichiarato era quello di ricondurre la fede e l’ortodossia alla semplicità del messaggio originario. Nei Vangeli non ci sono i Sacramenti, né il Purgatorio (inventato nella metà del XIII secolo), né il Culto Mariano, né i Santi e tante altre cose aggiunte arbitrariamente dalla Chiesa già a partire dai primi secoli. Per di più sosteneva che tutta l’organizzazione della Chiesa era completamente “superflua”, e che ogni fedele poteva leggere ed interpretare la Bibbia per suo conto.
  Questo provocò ovviamente uno scontro molto aspro con il papa (Leone X [1513-1521] al secolo Giovanni dei Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, eletto cardinale a 13 anni) che si concluse con la scomunica del frate tedesco e la sua messa al bando da parte di Carlo V nella Dieta imperiale di Worms (1521). Lutero ebbe l’ardire di bruciare pubblicamente la Bolla che lo scomunicava e tutti pensavano che sarebbe finito anche lui bruciato su un bel falò nella piazza di Wittenberg (come avvenne poi per Giordano Bruno ed era già avvenuto per tanti altri) invece si dette il caso che il principe elettore di Sassonia, Federico il Saggio, compresa la portata delle idee di Lutero, decise di proteggerlo, e lo nascose nel suo castello a Wartburg sottraendolo all’autorità del papa. L’azione di Federico fu certamente dettata anche da motivi politici (i complicati rapporti politico-istituzionali che esistevano tra i principi tedeschi ed il papato) ma, in ogni modo sottraendolo all’arresto, il Principe fece si che le idee di Lutero avessero la possibilità di sopravvivere e la che la nuova dottrina si potesse diffondere.
  Non è il caso di entrare in merito agli aspetti teologici del problema, ma quel che è certo è che lo Scisma subito nel XVI secolo dalla Chiesa Cattolica fu il più grande ed insanabile che la Chiesa abbia mai patito, e per sua stessa colpa, in quanto originato e concluso nello stesso ambito religioso.
  Traguardando l’evento nell’ottica delle vicende storiche di quel periodo, si può solo osservare che evidentemente la Chiesa non aveva capito che il Medioevo era finito e, con questa epoca, anche il potere assoluto ed arrogante del suo ministero. Invece di combattere la revisione innescata da Lutero, la Chiesa Cattolica avrebbe dovuto in qualche modo tenerne conto e procedere ad un rinnovamento, che se ben interpretato e condotto, poteva essere la soluzione di molti dei reali problemi che l’angustiavano.
  Invece da lì originò la Controriforma che, nata per combattere il Protestantesimo, diventò poi di fatto un tentativo, anche violento, di pura restaurazione cattolica, adottando come armi strategiche l'Inquisizione, istituita da Paolo III Farnese con la Bolla “Licet ab initio” nel 1542, e l’Indice dei Libri Proibiti, promulgato da Paolo IV Carafa nel 1559. Fu così che iniziarono (anche in Italia) le cacce agli eretici da condannare al rogo ed il rapido passo verso l'assolutismo della Chiesa di Roma che caratterizzarono il XVI e XVII secolo.
  In ogni modo la Riforma Luterana modificò radicalmente la storia del Cristianesimo ed ebbe effetti di lunga durata, non solo nel campo religioso, ma anche in quello culturale, sociale e politico. Il cardinale Carlo Maria Martini ancora oggi dice “Lutero è stato il più grande riformatore che la Chiesa cristiana abbia mai avuto” e lo stesso Ratzinger nel suo viaggio in Germania è arrivato a dire che “Lutero aveva più fede in Dio di quanta ne abbiamo noi”.
  Può essere interessante notare, per inciso e da un punto di vista puramente razionale, come dagli stessi fatti storici (la nascita, la vita e la morte di Gesù) e dallo stesso testamento spirituale (i Vangeli), si siano venute a distinguere due interpretazioni religiose così diverse, non solo nella liturgia, ma anche nel contenuto dottrinario e nelle sue finalità: l’etica protestante, la predestinazione, la giustificazione per sola fede, il libero esame delle Sacre Scritture e la loro sufficienza, etc. Questo dimostra, ad abundantiam, che l’interpretazione cattolica del Cristianesimo, pur se legittima (ma con tutte le riserve d’obbligo) è solo una delle interpretazioni possibili del messaggio evangelico. La supposta Verità, che la Chiesa Cattolica di Roma pretende di possedere, andrebbe, quanto meno confrontata con l’interpretazione delle altre Verità che anche le altre sette religiose cristiane rivendicano.


  2.4 – La lotta alle eresie e le guerre di religione
  Resta infine un altro argomento da esaminare: forse non solo la religione di per sé non ha aiutato l’evoluzione della società, come in fondo dimostrano i circa mille anni del Medioevo, né la Chiesa si è conformata ad un retto spirito religioso, come abbiamo esaminato prima, ma a volte è proprio questo stesso spirito religioso e la convinzione fanatica di possedere la Verità, e quindi l’intolleranza che ne deriva per il “diverso” e per “gli altri”, che ha generato conflitti e guerre. Arthur Schopenahuer [1788-1860] è molto drastico nel suo giudizio su questo argomento:
Si guardi indietro a tutte le guerre, ai disordini, alle ribellioni e alle rivoluzioni in Europa dall’ottavo al diciottesimo secolo: se ne troveranno ben poche che non abbiano avuto come seme, o come pretesto, una qualche contesa religiosa, ossia dei problemi metafisici che divennero il motivo per aizzare gli uni contro gli altri popoli”.[A. Schopenahuer “Il mondo come volontà e rappresentazione”].
Non è certo il caso di analizzare tutto il periodo (dal 700 al 1700) come dice Schopenahuer, ma bastano solo alcuni esempi significativi per capire quanto questa intolleranza, radicata nel comportamento religioso, abbia nociuto all’umanità.
  Nei primi secoli del secondo millennio nacquero varie correnti cristiane che, per reazione allo sfarzo della corte pontificia e dell’alto clero (come si diceva prima) predicavano la povertà assoluta ed una vita condotta umilmente ad imitazione di Cristo. Tra tutte le sette, quella dei Catari era la più diffusa in Italia, in Francia ed anche nella regione di Albi (da cui originò anche il nome di “albigesi” per i suoi seguaci) e divenne presto l’incubo del papato per la vastità dei consensi che raccoglieva e per la minaccia che rappresentava per l’autorità della Chiesa.
  Anche Francesco “il poverello di Assisi” avrebbe potuto essere scambiato per un cataro per la sua povertà e la predicazione rivolta ai ceti più umili, ma lui ed i suoi seguaci non arrivarono mai a mettere in dubbio l’autorità della Chiesa. Il papa Innocenzo III [1198-1216], al secolo Lotario dei conti di Segni, era favorevole all’esempio di vita di Francesco perché, pensava, che il suo modello di vita sarebbe stato utile per incanalare le inquietudini e il bisogno di partecipazione dei ceti più umili nel seno della Chiesa, senza porsi come antagonista ed evitando di scivolare nell'eresia. L’esempio dei francescani non fu però seguito dalle altre sette pauperistiche che anzi acuirono il distacco dalla Chiesa di Roma creando in qualche caso anche una propria organizzazione ecclesiastica parallela.
  Innocenzo III, per cancellare radicalmente una volta per tutti l'eresia catara, indisse nel 1209 una vera e propria crociata contro gli Albigesi (badate bene: una Crociata condotta da cristiani contro altri  cristiani...). È rimasto famoso l’episodio dell’assedio della città di Beziers, in Linguadoca: l’abate Arnauld, il Legato pontificio che era stato incaricato espressamente dal papa di dirigere l’operazione, al momento di entrare nella città finalmente espugnata, così rispose a chi gli chiedeva come distinguere gli eretici dai cattolici “Uccideteli tutti ! Dio saprà riconoscere i suoi...” La crociata assunse la forma di un vero e proprio genocidio (si parla di ventimila morti, ma qualche cronaca parla addirittura di un  milione di morti) e terminò solo nel 1229 con la sconfitta definitiva dei Catari.
  Ai Christi Milites, i soldati di Cristo, che materialmente compirono le stragi, stuprando e saccheggiando gli abitanti inermi, Innocenzo III concesse onori e prebende di ogni tipo ed anche la remissione dei peccati, indulgenze parziali e plenarie, in ricompensa dei loro atti (abominevoli).
Un’altra strage analoga fu quella condotta contro i Dolciniani che, come i Catari, predicavano la via della povertà e dell’imitazione degli apostoli, peraltro convinti anche che la fine del mondo fosse imminente. Papa Clemente V [1305-1314], che è passato alla storia per aver spostato la Santa Sede ad Avignone, indisse una seconda Crociata contro i frati dolciniani che abitavano in vari paesi della Valsesia e nel Biellese in Piemonte. Le cittadine furono assediate ed espugnate e circa 1500 persone furono massacrate dopo torture e sevizie di ogni genere.
  Lo stesso si potrebbe dire per altre stragi che furono compiute contro altre dottrine ritenute “eretiche”, come i Valdesi di Puglia e Calabria per mano delle milizie spagnole, inviate dal papa Pio V nel 1561, che massacrarono e devastarono villaggi e popolazioni inermi; la strage dei contadini (nel 1524) promossa insieme da cattolici e protestanti, l’eccidio di Munster (1524), etc. [M. Martelli “Quando dio entra in politica”].
  Tutte queste guerre e stragi provocarono migliaia di morti la cui unica colpa era quella di avere idee differenti, e quindi testimonianze più che evidenti non solo dell’irragionevole intolleranza della Chiesa di Roma, ma anche della politica del Vaticano che aveva ignorato, o forse completamente dimenticato, il messaggio evangelico di “amare i propri nemici”.
  A differenza delle guerre tradizionali, peraltro, le guerre in cui domina la motivazione religiosa si dimostrano spesso le più efferate, perché animate da idee assolutistiche che non accettano nessuna mediazione o compromesso. Ciascun credente si ritiene il detentore della verità assoluta e quindi sente il diritto/dovere di salvare, anche con la costrizione fisica ed anche con la menzogna, gli appartenenti alla fede avversa. Non per nulla ogni contendente tira spesso in ballo Dio dalla propria parte (dal “Deus nobiscum”, il motto delle truppe bizantine, al “Deus vult”, il grido di battaglia di Pietro l’Eremita alle Crociate, il “Gott mit uns” dei nazisti e per finire anche... sulla banconota del dollaro “In God we trust”). Queste guerre quindi sono spesso molto crudeli nel loro svolgimento perché ogni fazione, animata dal fervore della fede, ritiene di condurre una giusta e sacrosanta lotta contro il Male, che naturalmente è sempre immaginato dalla parte avversa. Per non andare molto lontano, anche ai nostri giorni il presidente americano George W. Bush ha condotto la sua guerra contro l’Iraq, sostenendo che fosse una “Guerra Santa contro l’Impero del Male” e per questo motivo si è sentito anche legittimato a mentire sulle presunte (ma inesistenti) armi di distruzione di massa di Saddam Ussein. 

  A seguito dello Scisma Luterano (esaminato nel capitolo precedente) tutta l’Europa, che aveva goduto per secoli di una completa uniformità d’espressione di fede, si venne a  trovare per la prima volta con la contrapposizione di due fedi diverse, la cattolica e la protestante, che convivevano sullo stesso territorio. E proprio per questi motivi, di natura ovviamente ed essenzialmente “religiosi”, l’Europa fu insanguinata da tremende guerre per circa 150 anni. 
  La Francia fu straziata per 40 anni dalla guerra spietata tra Ugonotti (i luterani francesi) ed i Cattolici, che culminò infine con la strage della notte di S. Bartolomeo (1572). Nella sola Parigi questa provocò per mano dei cattolici più di tremila morti e più di ventimila in tutta la Francia. Questa strage invece di essere deplorata dalla Santa Sede, come ci si sarebbe potuto aspettare da un punto di vista cristiano ed umano, fu invece addirittura celebrata come un  successo da Gregorio XIII [1572-1585], il papa che attuò la riforma del calendario. Papa Gregorio fece coniare una medaglia commemorativa con la propria effigie per ricordare l'evento, con il motto “Ugunottorum strages – 1572” e fece cantare un Te Deum di ringraziamento nella chiesa di S. Luigi dei Francesi. Commissionò inoltre al pittore Giorgio Vasari una serie di affreschi raffiguranti il massacro, tuttora presenti nella Sala Regia dei Palazzi vaticani. Insomma tutto come se l’accaduto fosse una splendida “vittoria della fede” e non un atto esecrabile di fanatismo, un vero e proprio genocidio.
  Un altro esempio di rivalità religiosa culminata in lotta fratricida è ciò che successe in Germania a metà del XVII secolo. Nel 1618 i Boemi, per non perdere la libertà di professare la loro fede (protestante), gettarono dalla finestra gli emissari dell’imperatore asburgico Mattia. Con questo atto che passò alla storia come la “Defenestrazione di Praga” iniziò la Guerra dei Trent’anni [1618-1648] che contrappose in una lotta spietata i principi protestanti tedeschi contro la Spagna cattolica e il Sacro Romano Impero degli Asburgo, e provocò più di otto milioni di morti in entrambi i campi.
  È molto interessante notare che entrambe queste guerre (in Francia e Germania) terminarono con trattati che sancirono in qualche modo una maggiore tolleranza, ossia proprio la rivincita della ragione contro il fanatismo religioso. La prima terminò infatti con l’Editto di Nantes (1598) promulgato da Enrico IV di Borbone (che abiurò la sua originaria fede calvinista convinto che “Parigi vale bene una messa”). L’Editto  rappresentò una pietra miliare sulla strada della tolleranza religiosa in Francia, e purtroppo fu revocato un secolo dopo da Luigi XIV. La Guerra dei Trent’anni terminò invece con la pace di Westfalia (1648) che garantì la libertà di coscienza e che segnò il definitivo fallimento del sogno asburgico di imporre con le armi la fede cattolica alla Germania unificata. [G. Schmidt “La guerra dei trent’anni”, G. Livet “Le guerre di religione”]
  Non c’è da meravigliarsi allora che proprio in quel periodo, e da quelle vicende, sorse un nuovo modo di pensare, che raccolse consensi sia in campo protestante che cattolico (il partito dei cosiddetti “politiques”). Cominciò a farsi strada l’idea che si desse un peso eccessivo alla Religione, che nessuna dottrina era poi tanto importante da giustificare una guerra perpetua; che forse, dopotutto, ci poteva essere posto anche per due Chiese, e ciò di cui il paese aveva realmente bisogno, e la popolazione anelava, era l’ordine civile. Si cominciò ad affermare così il principio, tutto secolare, che gli uomini vivevano principalmente nello Stato, e non nella Chiesa (come abbiamo visto che accadeva nel Medioevo) e che non fossero poi molto importanti le convinzioni religiose dei cittadini, purché questi obbedissero al sovrano e badassero pacificamente alle proprie faccende.
  Così dai disordini e le stragi delle guerre di religione, nate proprio per motivi fideistici, germogliò l’idea dello Stato sovrano, della Nazione e della Tolleranza nel campo religioso, su cui s’imperniò la Storia civile del XVIII e XIX secolo. E non si capisce perché JR deplora tanto questo evento (la nascita del concetto di Nazione) che ha invece risolto tante dispute che, per l’insita intolleranza della Chiesa, probabilmente non si sarebbero potute evitare in altro modo.

  In definitiva, quindi, la tesi di Ratzinger che l’Europa sia in crisi per una mancanza di religiosità dei suoi cittadini, non è assolutamente sostenibile. Sia perché non si può proprio parlare di “crisi” del Mondo Occidentale (come vedremo più dettagliatamente nel Cap. 2.6) e sia perché la minore devozione religiosa ha motivazioni, come si è visto, più profonde ed in parte causate proprio dalla stessa Chiesa per il comportamento, non certo esemplare, che ha tenuto durante tutta la sua storia. Da tutto ciò che è emerso bisogna piuttosto concludere che semmai è la Chiesa ad essere in crisi, e non solo nel rapporto con i suoi fedeli, ma anche con tutta la Società.


  2.5 – Il Socialismo e la “Rerum novarum”
  Nella seconda metà del 1700, con la Rivoluzione Industriale, in Gran Bretagna e poi in Francia e in Germania, si vengono a creare le condizioni legali e di fatto dello sfruttamento di grandi masse di manodopera abbondante, priva di potere e poco costosa; e se a questo si aggiunge il divieto di sciopero e di formare associazioni sindacali, si capisce che la condizione era di vero sfruttamento, se non di mera  schiavitù. È solo nella prima metà del 1800 che le condizioni inumane che la classe operaia sopportava provocano una presa di coscienza e quindi una reazione. In Francia si organizzano manifestazioni contro lo strapotere della borghesia imprenditoriale; nascono le prime Associazioni di Mutuo Soccorso; vengono rivendicati ormai, oltre che migliori condizioni economiche, anche nuovi diritti politici, quali il suffragio universale e il diritto al lavoro. Proprio negli anni ’60 del XIX secolo, in Francia ed in Germania nascono finalmente le prime Organizzazioni Sindacali ed è riconosciuto il Diritto allo sciopero. Non è la soluzione definitiva, ma da quella data inizia l’emancipazione dei lavoratori e diminuisce man mano la sperequazione sociale.
  Da parte della Chiesa, fino a Papa Pio IX, non c’era stata nessuna presa di posizione sul problema. A Pio IX il Socialismo pareva un vero e proprio “spauracchio”, ed era sinceramente convinto che la Chiesa non avesse nulla da dire (sic) alla gente la cui vita era schiava delle forze di mercato del Capitalismo; tutta la sua retorica era concentrata nell’obbligo della “obbedienza”. Sull’onda delle rivendicazioni popolari, l’iniziativa finalmente fu presa da privati cittadini, pensatori sociali cattolici di Francia, Germania, Austria ed Italia, che si riunivano in assemblea annualmente a Friburgo per trattare le questioni sociali legate al lavoro dipendente e di fabbrica. Presentarono numerosi documenti ed istanze a Papa Leone XIII [1878-1903], che nel frattempo era succeduto a Pio IX, per sensibilizzarlo sulla questione umanitaria e sociale che diveniva sempre più grave. “Un piccolo numero di uomini assai ricchi è riuscito ad imporre sulle folte schiere di prolifiche e povere masse operaie un giogo quasi simile a quello della schiavitù”.
  Solo nel 1891 (cioè quasi un secolo dopo il manifestarsi del problema e cinquanta anni dopo la nascita dei vari movimenti socialisti in tutta Europa) il Papa con la “Rerum Novarum” finalmente decide di prendere posizione, sostenendo che le classi sociali e le ineguaglianze sono caratteristiche costanti della Società, ma non necessariamente devono essere causa di conflitti; i ricchi hanno il dovere di aiutare i poveri e questo dovere va oltre la mera carità. Poi, però, forse per occultare alle forze conservatrici la nuova radicale presa di posizione, dichiara anche che “la sofferenza e l’ineguaglianza sono naturalmente legate alla condizione umana” ed esorta “i poveri ad accontentarsi della loro sorte”. Per queste sue prese di posizione (ed altre iniziative prese nel corso del suo pontificato) Leone XIII fu allora considerato addirittura un Papa “liberale”, che è quasi come dire un  “radicale” al giorno d’oggi.
  Come si può facilmente constatare, quindi, è stato il pensiero laico che per primo ha elaborato il Modello Culturale che poi la Chiesa ha adottato (oserei dire, suo malgrado) ritrattando finalmente l’appoggio che aveva sempre fornito alla classe capitalista ed autoritaria degli imprenditori. I padri fondatori del movimento di riscatto dei lavoratori furono le forze socialiste il cui contributo alla creazione della “coscienza sociale” fu determinante (come in fondo anche JR riconosce).
  Charles Fourier, L. A. Blanqui, P. Proudhon ed altri, sull’onda degli scritti e delle idee di Rousseau, si appassionarono alla sorte di questa parte bistrattata della Società, e combatterono aspre battaglie, spesso rischiando in prima persona la galera o il confino. Proudhon stesso nel 1846 con “La philosophie de la misére” denunciava proprio la Chiesa quale sostegno principale dell’autoritarismo e del conservatorismo, e promuoveva la lotta contro ogni forma d’invadenza statale e clericale e l’aspirazione legittima all’abolizione dello sfruttamento e ad una qualche forma di democrazia diretta.
  La Chiesa quindi è arrivata circa un secolo dopo e a traino della coscienza civile e laica. Ma si potrebbe anche dire di più: perché l’iniziativa per questa opera di sensibilizzazione non è partita proprio dalla Chiesa? Perché la Chiesa non ha denunciato essa stessa la situazione disperata in cui versavano quelle masse di diseredati che lavoravano 13, 14 ore al giorno in condizioni ambientali disastrose? Non sarebbe stato anche questo “un obiettivo degno di essere perseguito” battersi per eliminare questa vergogna e promuovere l’emancipazione sociale e materiale di quell’umanità schiavizzata? Forse la Chiesa preferiva che gli “ultimi” restassero tali, per poi essere i “primi” ad entrare nel Regno dei Cieli? O forse era ancora rimasta concettualmente al suo Modello precedente, che era quello della “servitù della gleba”, con il quale aveva ignobilmente convissuto, senza opporsi, durante il Medioevo?

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