1) Il crepuscolo di un’epoca

Qualunque sia l’idea che si abbia del rapporto tra letteratura e realtà è indubbio che vi siano molti autori che, con i loro scritti, riescono ad interpretare più approfonditamente l’epoca in cui vivono, soprattutto quando si tratta di un periodo di profonde trasformazioni, svolgendo così una preziosa funzione ermeneutica e di testimonianza.
Narrando storie, più o meno autobiografiche, riescono ad individuare e rappresentare i tratti caratteristici della società in cui vivono, indagandone le angosce, i turbamenti e le speranze.
Di solito questi periodi di cambiamento sono particolarmente fecondi in quanto le sensibilità individuali vengono sollecitate dalla situazione di incertezza e dalla modifica dei valori globali posti alla base della società.
Come non ricordare, ad esempio, Joseph Roth come cantore della dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico o meglio della finis Austriae(1).
Un Impero che si dissolve, si decompone accompagnato dal suono della “Marcia di Radetzky" o dai walzer di Strauss.
Per i viennesi la passione sfrenata per il walzer, la vita salottiera nei caffè non erano però solo l’espressione di edonismo spensierato ma segni, piuttosto, del bisogno di sfuggire ai problemi concreti dell’esistenza. 
Il pittore e scrittore Oskar Kokoschka, con quella sensibilità con cui è riuscito a rendere percepibile sulla tela la psiche delle persone ritratte, afferrava che vi fosse una situazione di paradosso all’interno del singolo individuo in termini di disagio e di inquietudine profonda, annotando nella sua autobiografia: «La gente viveva nella sicurezza, cionondimeno erano tutti pieni di paura. Io lo avvertivo attraverso il loro raffinato modo di vivere che derivava ancora dal barocco, io li dipingevo nella loro ansietà e nel loro panico».
Seguendo, per certi versi, il pensiero di Nietzsche che parla di una “logica della decadenza”, si potrebbe affermare che all’inizio del Novecento si passò da una società organica e fortemente integrata a una nuova società dominata dal frammento, dal particolare, dalla differenza.
Pur senza utilizzare concetti quali “crisi” e “progresso”, che messi in opposizione ricordano la tesi e l’antitesi di Hegel, posso però affermare che in questi anni si assiste ad una rapida modifica dei principi e dei valori che avevano dominato per un lungo periodo l’Europa.
Di conseguenza non sarebbe probabilmente errato sostenere che, gran parte del pensiero dell’inizio del novecento sia un tentativo di dare risposte al senso di precarietà, di decadenza di un’intera civiltà.
A tale proposito merita di essere richiamata la definizione data dal filosofo tedesco Oswald Spengler che ha chiamato questo periodo il “tramonto dell’occidente”.
Proprio in questi periodi di trasformazione avvengono però più facilmente le modifiche dei rapporti sociali consolidatisi nel tempo tra i gruppi e tra gli individui.
Tra questi, all’inizio del novecento, si venne almeno parzialmente a modificare il rapporto di genere, quello cioè tra donna e uomo.
Le donne, alcune donne a dire il vero, cercarono di uscire dalla situazione di sudditanza rispetto all’uomo tentando di ritagliarsi uno spazio di maggiore autonomia.
Ma in una società fortemente misogina come quella di fine ottocento questo nuovo atteggiamento portò a una robusta resistenza da parte dell’uomo a difesa del suo ruolo.
Come dimenticare, ad esempio, il pensiero di Karl Kraus o quello di Otto Weininger?
Il primo vedeva la donna come un essere dotato di sessualità inconscia, pura emotività e capacità creativa contrapposta alla rigida razionalità maschile, l’altro, che morì suicida poco dopo la pubblicazione di Sesso e carattere (2) nel 1903, mirava a dimostrare in quel testo il carattere distruttivo dell’eterno femminino. Sembra quasi che nel pensiero di questi autori rivivesse la concezione che, già nell’antica Roma, Giovenale e Petronio si erano fatti delle donne.
Uno attraverso le sue satire, l'altro con il suo Satyricon, mostrano, infatti, il volto di una donna ingannatrice, malvagia, che vuole diventare ed essere padrona. 
Idee oggi anacronistiche ma che per molto tempo hanno ispirato ed influenzato diversi artisti.
La donna ingannatrice che conduce l’uomo in rovina diviene l’ispirazione di molte creazioni. 
Personaggi come quello di Giuditta, donna che con le sue arti ammaliatrici incanta ed uccide Oloferne, diventano i soggetti per quadri rimasti celebri come quello di Klimt (3).
La donna è sentita una minaccia, capace di illudere distogliendo l’uomo dai suoi compiti e dalla sua missione per soggiogarlo.
Queste idee non rimangono, tuttavia, confinate in un ambito ristretto ma, attraverso alcuni scritti, si diffondono in tutta Europa con rilevanti conseguenze negli ambienti intellettuali.
Pur senza amplificarne la portata e l’incidenza sui costumi sociali dell’epoca, sono e rimangono emblematiche della difficoltà dell’uomo di inizio novecento di affrontare il rapporto di genere confrontandosi con le istanze di emancipazione del mondo femminile.
La conseguenza principale diviene così la difficoltà di vivere con pienezza il rapporto amoroso e più in generale il rapporto con l’altro sesso.
Difficoltà che, per certi versi, risultano essere ancora maggiori per gli scrittori.
Per essi, infatti, si aggiunge alle altre la complicazione di coniugare l’ispirazione artistica e le relazioni interpersonali, aspetto questo che rende ancora più improbabile la possibilità di un rapporto importante e proficuo con la donna amata. 


2) Slataper e l’Universo femminile tra illusioni e disillusioni

Come scrive Cavagnon (4) in Italia uno dei più accesi sostenitori, almeno nella prima parte del suo soggiorno fiorentino, dell’opera weiningeriana fu Scipio Slataper.
Non è facile comprendere il motivo di questa sua adesione alle idee di Weininger anche perché, in realtà, Slataper non fu per nulla misogino come dimostra la sua biografia.
Ricostruendo la sua vita amorosa attraverso i documenti presenti presso l’Archivio di Trieste(5)  risulta che Slataper a diciassette anni si innamorò di una giovane ragazza triestina di fede ebraica: Maria Conegliano.  
A lei dedicò due quaderni di poesie(6)  in cui sottolinea i momenti più significativi del loro amore e le sue riflessioni su di essi.
Almeno inizialmente dunque si lasciò guidare dalla passione adolescenziale senza mostrare nessuna diffidenza verso l’universo femminile.
Le poesie, come nota Uberto Motta(7), sono fortemente sentimentali anche se tendono all’autobiografia, all’epifania di una personalità inclusiva.
Con il tempo però la passione che rinforzava il rapporto tra i due giovani si fece meno vigorosa.
Probabilmente in questo non vi è nulla di strano. Non è così difficile pensare che due giovani crescendo si trasformino modificando il loro modo di essere e di conseguenza, ciò che cercano nell’altro.
Forse, ma questo è un giudizio un po’ sommario, Slataper spinto da un carattere particolarmente forte con una costante tensione verso l’assoluto e l’iperbole. creò delle aspettative eccessive in Maria e nella sua famiglia (8) .
Aspettative e speranze che andarono poi disilluse con conseguenze anche sulla futura esistenza di Maria. 
Questo aspetto è bene sottolinearlo perché, come vedremo, ritornerà nella vita di Slataper.
Come è bene sottolineare che in tutta la sua produzione letteraria, legata a questo periodo della sua vita, lo scrittore triestino tese soprattutto a raccontare e a parlare di sé senza mai avvicinare veramente gli altri.
Non quindi misoginia ma una forma di solipsismo che gli impediva di cogliere i sentimenti e i turbamenti del prossimo e soprattutto della donna amata.
Anche questo aspetto tornerà prepotentemente nella vita di Slataper.
Con il tempo emergono, però, ulteriori razionalizzazioni fatte dallo scrittore triestino sui motivi che lo hanno spinto a terminare il suo rapporto amoroso (9) .
Da un lato ribadisce la sua estraneità al mondo borghese della ragazza(10) , dall’altro lato sostiene la sua difficoltà di coniugare la sua vocazione di intellettuale con una forte relazione interpersonale, quasi che l’amore, soprattutto se accompagnato dalla bramosia dei sensi, sia di impedimento e non di completamento del suo essere artista e uomo.
Tornano così le parole quasi profetiche, in questo senso, di un celebre scrittore coevo di Slataper: «Non subordinarsi a niente, né a un uomo né a un amore né a un'idea; avere quell'indipendenza distante che consiste nel diffidare della verità e, ammesso che esista, dell'utilità della sua conoscenza. (...) Appartenere: ecco la banalità. Fede, ideale, donna o professione: ecco la prigione e le catene. Essere è essere libero. (...)» (11)
Slataper non è però un solitario per vocazione, è un uomo con un forte vitalismo in cui l’ascesi si scontra con i sentimenti e le pulsioni.
Nasce così lo scritto Passato Ribelle in cui riproduce, sotto forma di dramma, il difficile rapporto tra l’artista e la donna amata.
Bruno il letterato inizialmente si allontana da Consuelo, la donna amata, perché ritiene gli impedisca di realizzare pienamente la sua arte.
Ma quando, inaspettatamente, lei ritorna per un’ultima definitiva chiarificazione, vacilla fino al punto di chiederle scusa.
«Tu hai sofferto, io sono indegno di te, lo so ma tu purificami. Ch’io dimentichi tutto. Tu sei bella, mondami. (12)»    
Nel dramma manca ogni accenno di idiosincrasia con le donne, ma si evidenzia quella difficoltà di rapportarsi con una donna che non è più solo succube ma che chiede attenzione e cerca dignità nel rapporto di coppia.
«[…] Tu scrivi io agisco. Tu ti servi della tua arte per la liberazione, io della vita. (13)» 
Tragicamente emerge così la separazione tra arte e vita apparentemente inconciliabile.
La donna rappresenta l’aspetto dionisiaco l’uomo quello apollineo.
Insoddisfatta del suo ruolo di musa ispiratrice reclama a gran voce un ruolo non da comparsa ma da attrice protagonista
Ma lo scrittore, l’artista oppone resistenza.
La donna deve infondergli tranquillità, strapparlo dalla solitudine, aiutarlo a sognare.
Ma deve farlo quasi in punta di piedi, in silenzio.
Emblematica, mi sembra, in questo senso la scultura raffigurante il volto di Eleonora Duse, che D’Annunzio soprannominò musa velata e che volle tenere sulla scrivania dell’Officina al Vittoriale.
Una forma di presenza - assenza capace di stimolare senza essere invadente, senza rubare spazio oltre  quello che l’artista vuole concederle.
Ma l’esempio di D’Annunzio non è isolato. 
Come, ad esempio, non considerare simile il rapporto tra Franz Kafka e Felice Bauer o quello tra Ferdinando Pessoa e Ophelia Queiroz?
A tale proposito Elias Canetti parla di “fidanzata lontana”, una donna che al contempo aiuti lo scrittore a non sentirsi solo, a superare l’angoscia per l’isolamento a cui necessariamente l’atto creativo lo conduce e che, contemporaneamente, non interagisca troppo con lui, non chieda particolari attenzioni, non gli “rubi” il tempo prezioso che deve dedicare alla scrittura (14)
Una donna che, comunque, rappresenti l’ancoraggio con il mondo, il collegamento imprescindibile come, in un certo senso, simboleggia il ritratto appeso nella stanza di Gregor Samsa che l’uomo “metamorfizzato” in insetto cerca disperatamente di difendere.
«E così, mentre nella camera vicina le due donne, appoggiate alla scrivania, rifiatavano un momento, egli avanzò, cambiò quattro volte direzione, incerto su che cosa cominciare a mettere in salvo; allorché sul muro già vuoto gli cadde sott'occhio il quadro della dama impellicciata. Vi salì rapido e si acquattò sul vetro, che lo tenne fermo rinfrescandogli il ventre bruciante. Il suo corpo ricopriva interamente il quadro: almeno questo non glielo avrebbero preso». (15)
La donna, più precisamente, la sua immagine è l’ultimo collegamento con la vita normale che non deve assolutamente spezzarsi per non completare il processo di trasformazione dell’uomo in insetto (16) .
Similmente la donna, o più precisamente la sua immagine, è lo strumento che utilizza lo scrittore per evitare di smarrirsi di perdere la sua umanità, ma è sempre e comunque una donna lontana, una donna rassicurante ma non fisicamente presente.
Slataper non sembra però di temperamento simile a quello degli scrittori fin qui ricordati.
E’ troppo esuberante per accontentarsi di rimanere lontano dall’Universo Femminile.
Intreccia così rapporti epistolari e nuove amicizie.
Il suo atteggiamento non è, tuttavia, mutato ma semmai si è rafforzato.
Emerge evidente, dalla corrispondenza raccolta e ordinata dall’amico Giani Stuparich (17) , la sua volontà di educare fino al punto di manipolare e plagiare il suo interlocutore.
Enfatico, appassionato, impetuoso capace di evocare negli altri sentimenti di ammirazione per lui, per le sue idee, per la sua statura morale, diviene per animi sensibili e incerti delle donne con cui interloquisce quasi pericoloso.  
Le sue parole sono troppo “alte”, i suoi sentimenti troppo arditi, le sue convinzioni e i suoi valori troppo elevati, per essere sopportate da persone fragili o almeno, meno vigorose di lui.
Confrontarsi con lui significa spesso farsi male, mettere in discussione la visione che si ha di se stessi e del mondo.
Una specie di coscienza critica capace di insinuare il dubbio nelle certezze, magari difficilmente raggiunte, da soggetti meno eticamente fondamentalisti.
Slataper, come ho già sottolineato, tende a volte con le sue parole a creare aspettative che spesso vanno disilluse.
A volte i suoi atteggiamenti non sono in sintonia con quanto afferma, altre volte le sue parole sono troppo pleonastiche e ridondanti e impediscono una efficace e condivisa comunicazione.
Risultato?
L’incapacità di comprendere e condividere i turbamenti della donna amata.
Incapacità che risulta evidente (fino al dramma) nel suo rapporto con Anna Pulitzer.
«Io ti scrivevo che saremmo stati contenti assieme. Vedi quando si ha te tutto è semplice e bello. Arrivederci a presto amore. Aspettami presto. In luglio sarò di ritorno. Allora quando ti scrivevo questo eri già morta.» (18)
Slataper non sa intercettare la pulsione di morte di Anna, la sua estrema infelicità. Probabilmente la crede quasi felice senza accorgersi del baratro che li circonda.
Ecco da dove nasce la misoginia e la paura dell’altro e soprattutto della donna.
L’essere totalmente incentrato su di sé gli impedisce ogni empatia, ogni capacità di comprendere la sua interlocutrice.
I suoi, spesso, non sono colloqui ma monologhi.
Anche questo è un tratto caratteristico del suo agire che già avevo evidenziato in precedenza.
Potrebbe nascere dalla paura dell’altro e ancor più dell’altra?
Forse.
Paura di non essere compreso e considerato giustamente che lo spinge ad una rocciosa difesa di sé e dei suoi principi che si trasforma, a volte, in arroganza.
E’ il sentimento di inadeguatezza che lo spinge all’esaltazione e alla rigidezza caratteriale.
La sua posticcia arroganza trova poi una base teorica nelle teorie di Weininger.
Ciò che più sorprende è che anche ne Il mio Carso, l’opera letteraria che viene realizzata dopo il fallimento amoroso, il suo non è racconto e comprensione dell’Altra e della sua infelicità ma, solo, una riflessione su di sé, per quanto estremamente appassionata e profonda.
Il difficile rapporto con l’eros e con il mondo femminile si interiorizza e diviene turbamento angoscioso.
Lo sguardo è però sempre miope e la figura che gli sta di fronte è sempre sfuocata.
Da Il mio Carso in poi purtroppo le evidenze biografiche tendono a scemare.
Prima una accelerazione che lo porta al matrimonio, poi la guerra e infine la morte sul monte Podgora come volontario in una difficile missione.
Non è dato saper quindi come la maturità avrebbe modificato il suo rapporto con le donne e più in generale verso il prossimo.
Sicuramente la guerra con la sua crudeltà lo spinse a guardare più approfonditamente nell’animo umano accorgendosi che, molto spesso, la realtà pretende un grande tributo: lo svilimento dell’idealità.
Probabilmente sarebbe stato più attento al prossimo ma è difficilmente prevedibile come avrebbe trovato un equilibrio tra arte, amore e tra afflato ideale e quotidianità.
Ma queste, di fatto sono e restano, solo illazioni.

3) Dalla parte delle donne

Siamo partiti, in questo nostro breve percorso, dalla dissoluzione di un’epoca e dalla contestuale nascita di una nuova società con radicali cambiamenti politici economici e culturali. 
Fino ad ora la donna, però, è rimasta sullo sfondo di questa trattazione,
Ma a questo punto mi sembra corretto lasciare il discorso su Scipio Slataper per inoltrarmi in quello, non meno ricco di ombre e luci, dedicato al ruolo della donna nel primo novecento e in particolare cercare di dare uno sguardo più approfondito alle donne che hanno interagito con lo scrittore triestino. 
In realtà pensare di fare un discorso sul ruolo sociale della donna in generale sarebbe pretestuoso e totalmente privo di fondamento soprattutto in questo periodo di cambiamento dei ruoli e del rapporto tra i generi..
Troppe sarebbero le differenze riscontrabili tra quelle sottomesse all’uomo, al padre prima e al marito poi e quelle che cercavano una maggiore autonomia esistenziale ed ideale.
Di esempi dell’una e dell’altra se ne ritrovano anche nella letteratura in generale  e anche in quella legata a Slataper e all’ambiente triestino e vociano.
Del padre come figura centrale, che domina da paron la famiglia, si ritrova traccia ne Il mio Carso. Si pensi ad esempio al padre di Maria Conegliano.
«Il babbo, a tavola, si sbottona, il gilè e additando con mano grassa e unta la sovrabbondanza delle vivande dice soddisfatto: ”Se moro mi, i mii no i ga da magnar, Egli è contento d’aver sulle spalle un peso sempre più grave, e brontola sempre perché i suoi capiscano com’egli sappia lavorar bene». 
Delle giovani donne che cercano di modificare la situazione ipotizzando la possibilità di un movimento di emancipazione si trova traccia, per rimanere nell’ambiente triestino, ad esempio, nello scritto: Un anno di Scuola (19) di Giani Stuparich.
In questo scritto la figura di Edda Merty, prima studentessa triestina ammessa in un ginnasio (20)  fino a quel momento esclusivamente maschile, una ragazza bella, inquieta, ribelle, libera, vogliosa di condurre la propria esistenza fuori della stretta di una famiglia amorevole, ma convenzionale. e quella della sorella ben esemplificano il tentativo di emancipazione delle donne e le difficoltà poste dai pregiudizi del mondo circostante.  
Ma ulteriori tracce si ritrovano nella vita reale.
Così scrive, ad esempio, Margherita Sarfatti che, da Milano, appena ricevuto il n. 13 della «Voce», datato 11 marzo 1909, comunicando  a Giuseppe Prezzolini le sue prime impressioni di lettrice. 
«Signore, e vorrei quasi dire: amico. Perché non posso dirle con quanto entusiasmo io segua la libera e magnifica strada che percorre la Sua Voce. Non ch’io la segua in tutto, o, per meglio dire, che partecipi interamente a tutti i suoi giudizi, opinioni e modi di vedere. Ci mancherebbe altro! Ma ciò che più mi preme, essi mi interessano sempre. Dalla prima all’ultima riga, tutto vi è vivo e sincero.
Ma mi lasci farle due piccole osservazioni: fra tanto fervore giovanile, perché accogliere quella mummia, quella vecchia zitella inacidita o, per meglio dire, quella specie di suocera brontolona di Neera, perpetuamente imbronciata e imprecante contro il tempo, le idee, gli uomini, la vita moderna, in nome di non so quale suo filisteo ideale di vita piccolo borghese, ristretta e meschina, in nome di non so quale ristretto buon senso? La Voce che è voce veramente di tutti gli alti e forti ideali, proprio è la meno adatta per prestarsi agli sfoghi di questa donna, che certamente una volta non mancava di ingegno, ma che ora, con la fissazione di questo continuo richiamo al buon senso, anzi al senso comune in quanto ha di più gretto e convenzionale, stona maledettamente nelle, colonne della Voce, dove suona un continuo nobilissimo incitamento a tentare vie nuove, a volare, volare, volare colle proprie ali non con le altrui, e sia pure au risque de tomber, pendant l’éternité

La Sarfatti incarna bene la generazione di donne che nel primo decennio del secolo avevano intrapreso la liquidazione di quel passato.
Di quel passato del quale la “mummia” Neera era per la Sarfatti un esemplare significativo.
Di lì a un anno il famoso n. 9 del 10 febbraio 1910, dedicato a La questione sessuale, consentirà alla Sarfatti di rispondere pubblicamente all’articolo Pedagogia sessuale di Neera, pubblicato sulla «Voce» l’ 11marzo 1909, inaugurando un rapporto di collaborazione destinato a ripetersi altre volte nel corso dell’intera parabola della rivista (oltre a Quel che pensa dell’istruzione sessuale una mamma, apparso il 10 febbraio 1909, anche: Una nuova autrice: Simone Bodéve, 9, 29 febbraio 1912; Le scuole nell’Agro di Roma, 34, 21 agosto 1913; Le suffragiste inglesi, 40, 2 ottobre 1913).
Non è qui possibile approfondire il rapporto tra la donna e i vociani che pure presenta differenti ed interessanti suggestioni (21) , ma mi devo arrestare osservando come agli occhi di queste “nuove donne” le madri - mogli che popolano il loro orizzonte familiare risultano essere figure arcaiche da cui prendere distanza.
Tra loro, come ben esemplifica la contrapposizione tra Neera e la Sarfatti, vi sono differenze facilmente percepibili le cui qualità distintive sono: dinamicità, intraprendenza, sensibilità.
Ma in questo complesso e articolato mondo femminile come si possono collocare le (giovani) donne che hanno popolato l’universo femminile di Slataper?
Prima di affrontare l’argomento mi si permetta un’ ulteriore digressione.
Slataper vive a Trieste e le donne di questa città si differenziavano un po’, per usi e costumi, dalle donne italiane. 
In effetti, a Trieste, unico porto dell'Austria - Ungheria, luogo di mescolanze di genti, le donne avevano più autonomia e libertà rispetto al Regno d'Italia: erano più libere nella vita sociale, potevano andare senza compagnia maschile, con le amiche nei caffè, al mare o a teatro; erano più autonome sul piano economico (22) . 
Tutto ciò, inevitabilmente si riverbera nei rapporti interpersonali e nella vita amorosa e amicale.
Tornando alle donne di Slataper, Maria, la giovane e bella Maria dalla carne incitante, sembra potersi annoverare tra le donne più legate alla tradizione borghese.
Sogna il matrimonio con un uomo bello e famoso, una esistenza felice, come lo può essere  una quieta vita familiare di stampo agiato.
Non si interessa di cultura, di politica o di religione e probabilmente ritiene che non spetti alle donne occuparsi di questi argomenti.
Non cerca nella o dalla sua famiglia nessuna emancipazione o autonomia.
Non comprende i motivi che spingono Slataper a desiderare altro e a non accontentarsi di quello che lei può offrirgli.
Ha eccesive aspettative e non è in grado di comprendere la differenza incolmabile tra Slataper e suo padre, figure che, pur appartenenti allo stesso genere, si collocano agli antipodi per idealità e sensibilità.
Per Maria l’uomo deve essere il centro della famiglia, deve dare sicurezza, deve provvedere economicamente alle sue necessità.
Non deve inseguire sogni e chimere per una effimera autorealizzazione.
Forse in questo senso Slataper è lontano dal suo ideale ma Maria imputa molte delle “particolarità” dell’innamorato alla sua giovane età nella convinzione illusoria che con il tempo sarebbe mutato parzialmente il suo atteggiamento. 
Inoltre Slataper era bello e quasi famoso nella città e questo certo non guastava.  
Tuttavia Maria non comprende che nell’essenza di Slataper vi sia al contempo una eccessiva irrequietezza e una forza morale superiore alla media.
La sua famiglia, i suoi parenti erano avventurieri ed eroi, idealisti e politici e in lui rivivono le stesse suggestioni amplificate dalla giovane età.
Non si hanno documenti che testimonino cosa abbia provato Maria quando Slataper ha troncato il loro rapporto, ma dai documenti successivi del divorzio avvenuto a seguito del matrimonio con l’Ingegner Missaglia (23)  emerge una apparente incurabile angoscia e nostalgia per ciò che avrebbe potuto essere e che non è stato.
Sofferenza dovuta all’incapacità di comprendere il perché fosse naufragato il loro amore lasciandoli irrimediabilmente orfani di una felicità solo accarezzata per qualche attimo.
Proprio questo perdurante nostalgico dubbio sul perché del loro fallimento mostra l’incapacità diMaria di confrontarsi con l’altro, chiudendosi in una forma di egocentrismo
In questo dunque Maria e Scipio sono speculari.
Tanto lui poneva al centro il suo io che gli impediva, quasi di accorgersi degli altri, di entrare in empatia con loro, di cercare una reciproca comprensione, tanto lei poneva al centro del loro rapporto la sua realizzazione che prescindeva dalla felicità dell’altro.
Entrambi consideravano la loro relazione come unidimensionale senza attendersi nessun ritorno da parte dell’altro.
Logico quindi il fallimento nascente dall’impossibilità di entrambi di declinarsi dall’io al noi, rimanendo fondamentalmente soli.
Tratto questo che segnerà la vita di entrambi anche nei nuovi incontri amorosi tragicamente falliti. 
Dopo Maria Slataper stinse amicizia con tre ragazze triestine: Anna Pultzer, Luisa Carniel ed Edith Oblath.
Le tre amiche tennero un abbondante carteggio con Slataper, in parte, raccolto e pubblicato da Giani Stuparich (24) e dalla stessa Elody Oblath, nel frattempo diventata sua moglie, dopo la morte di Slataper.
Leggendo il carteggio, così come afferma anche Stuparich, emergono donne con personalità assai diverse.
Esuberante quella di Edith, tormentata quella di Anna, calma quella di Luisa.
Caratteristiche queste osservabili anche dai ritratti fatti da Luisa Carniel nel 1910.
Nel suo autoritratto Luisa si ritrae di profilo, la pettinatura e semplice, i capelli le scendono sulle spalle, lo sguardo è serio senza sconfinare nella tristezza.
Elody è più ricercata nell’acconciatura e lo sguardo è vispo e curioso.
Anna ha la mano sulla fronte, il capo leggermente reclinato e lo sguardo pensieroso.
In comune tra le tre solo lo stesso destinatario della corrispondenza con il quale, però, instaurarono rapporti differenti. (25)
Forse la più lontana, da Slataper, per la sua sensibilità era proprio Anna, la Gioietta dell’epistolario.
Anna era, infatti, una donna profondamente impregnata dalle aspirazioni e dai sentimenti della sua epoca.
Non solo sentimenti positivi ma anche oscuri.
Thanatos, la pulsione di morte, l’incubo e la vertigine dell’abisso dovevano alternarsi nelle sue giornate con la voglia di essere felice.
In Slataper cercava probabilmente un appiglio a cui aggrapparsi, un’ancora, forse una bussola, che la potesse dirigere nelle agitate acque di questo periodo di cambiamenti epocali.
Una donna complessa, reticente a mostrare il suo vero animo, a svelarsi.
Una donna che avrebbe avuto necessità di un uomo capace di interpretarne i sospiri, le frasi abbozzate, gli sguardi melanconici e che, al contrario, si ritrova di fronte un giovane aitante che la riempie di parole e che è più interessato ai sospiri della propria anima e alle cogitazioni del proprio intelletto che all’ascolto del prossimo.
Probabilmente per questo Slataper non si accorge del dramma che Anna sta vivendo e che la porterà a un gesto tanto estremo quanto non raro in questa epoca di passaggio.
Di fronte allo specchio. Una pistola. La morte.
Il vuoto e il gelo che emanano da quella prematura scomparsa colpiscono il poeta, lo fanno vacillare come le parole di Consuelo fa vacillare  Bruno ma questa è realtà e quella è finzione.
Dramma nel dramma, la fuga di Slataper il cercare di rimettere a posto i cocci della sua vita. le capacità taumaturgiche della letteratura, la nascita de Il mio Carso in memoria di Lei.
Ma più che in memoria di Lei è ancora lui il soggetto centrale, è lui che guarda, che sente, che prova dolore, che non capisce.
L’io, per quanto provato, è ancora troppo forte facendo riemergere in alcuni passi dello scritto il suo desiderio di giudicare, di correggere, di insegnare senza una piena e profonda autoanalisi.
Elody vede invece in Slataper l’uomo emancipatore.
La figura a cui ispirarsi per fuggire dalla sua condizione di donna. L’obiettivo a cui tendere con tutte le forze per raggiungere una nuova dimensione nella società.
Una donna però troppo inquieta per accordarsi con il carattere di Slataper che, di fatto, la mantiene sempre a distanza per quanto sia incline anche con lei ai consigli e agli insegnamenti morali e culturali.
Una donna forse da temere e che comunque, impaziente di elevarsi socialmente, produce nel suo interlocutore un vago senso di paura, sufficiente ad alienare totalmente il suo fascino ed ogni interesse  del poeta per lei. 
Infine Luisa è la donna che sa equilibrare la tensione verso il rinnovamento con la tradizione, con il ruolo della donna (ancora) subalterno senza essere avvertita come una minaccia o con un competitore di cui diffidare.
A ciò va aggiunto che probabilmente, scosso da quanto avvenuto con Anna, Slataper si è fatto più attento, meno idealista e meno innamorato della sua parola e dell’ascolto di essa.
Tornando dal particolare (i casi concreti dei rapporti di Slataper con  Maria, Anna, Luisa ed  Elody) al generale (il rapporto tra uomo e donna) sembrerebbe quasi che i tratti comuni del periodo storico si declinino nella biografia dei singoli dove vengono filtrati dalle differenti caratteristiche individuali creando molteplici combinazioni che portano a differenti e contrastanti risultati.
Commistione, quindi, tra collettivo e individuale.
  Commistioni attraverso cui una società si modifica spesso mediando tra differenti spinte cercando di elidere i prodromi più estremi di certi ideali e di certe sensibilità per giungere ad un nuova armonia che consenta, almeno per un certo lasso di tempo, una vita più serena e meno incerta.
Maurizio Canauz


Note

(1) Sull’opera di Roth e di altri autor austriaci a lui coevi si veda il classico: C. Magris, Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna, ET Torino, 1996. 
  
(2) O. Weininger, Sesso e carattere, Bocca, Torino 1912

(3) Giuditta I è un dipinto ad olio su tela (84x42 cm) realizzato nel 1901 dal pittore austriaco Gustav Klimt e conservato nell'Österreichische Galerie Belvedere a Vienna.

(4) A. Cavagnon, Introduzione, in O. Weininger, Delle cose ultime, Studio Tesi, Pordenone, 1985, p. XVII.

(5) Per una ricostruzione di questo giovanile rapporto amoroso si rimanda a: M. Canauz, Per non dimenticare Maria, in: S. Slataper (a cura di M. Canauz), Scipio e Maria: un amore ingenuo, Parsifal, Trezzano SN. 2004, p 16 e ss.

(6) Poesie raccolte in due quaderni donati da Maria Conegliano a Scipio Slataper per compilarli con poesie e riflessioni sul loro amore. Le poesie giovanili sono state raccolte e pubblicate in: S. Slataper (a cura di Maurizio Canauz), Scipio e Maria un amore ingenuo, Parsifal, Trezzano SN. 2004.  
  
(7) U. Motta, A Maria. Le poesie d’amore del giovane Slataper, in S. Slataper, Scipio e Maria: un amore ingenuo, op. cit.
  
(8) Si veda quanto scritto dallo stesso Slataper ne: Il mio Carso. S. Slataper, Il mio Carso, Rizzoli, Milano 1989, pp. 103 – 104. 
  
(9) Ne Il mio Carso op. cit. p.104)  Slataper si definisce “estraneo” rispetto alla famiglia borghese di lei che pure ammira e si indica come un intruso quasi a voler sottolineare l’inconciliabile differenza tra lei e lui
  
(10) Mi riferisco soprattutto a quanto scritto da Slataper in: S. Slataper, Alle tre amiche, (cura e con introduzione di G. Stuparich), Mondadori, Milano 1958, p. 72 in cui si ribadisce che dovette lasciarla anche se le voleva bene perché incapace di modificare il suo modo di essere.
  
(11) F. Pessoa, Il libro dell’inquietudine, Feltrinelli, Milano 2003 
  
(12) S. Slataper, Passato Ribelle, Dedolibri, Trieste 1988 p.25. Il dramma fu pubblicato per la prima volta su Vita Trentina del 11 e 18 luglio 1908. Fin dalla prima bibliografia degli scritti di Slataper, curata da Vera Spano nel 1944, il dramma appare del tutto dimenticato. Anche molte delle bibliografie successive, come quella di Mutterle, non lo citano sottovalutando, forse, l’importanza che tale scritto ha nell’interpretare la personalità complessa di Slataper e la commistione tra esistenza e opera letteraria. A tale proposito è bene osservare che anche in alcune novelle di Slataper, come ad esempio, Pietra Nascosta edita nel 1908 viene affrontato il rapporto tra la donna e l’artista. 
  
(13) Ibidem p. 31.
  
(14) Sul concetto di “fidanzata lontana” si veda: E. Canetti, L’altro processo, in La coscienza delle parole, Adelphi, Milano 1984, p. 111 e ss. 
  
(15) F. Kafka, La metamorfosi, Einaudi, Torino 2008.
  
(16) Per un collegamento tra la donna del ritratto e Felice Bauer, la fidanzata di Kafka, si rimanda a G. Baioni, Kafka. Romanzo e parabola, Feltrinelli, Milano 1997, p. 99 nonché per una visione più generale al mio: M. Canauz, Kafka e le donne, Firenze Atheneum, Firenze 2000.
  
(17) Mi riferisco soprattutto a: S. Slataper, Epistolario, (a cura di G. Stuparich), Mondadori, Milano 1950; e a S. Slataper, Alle tre amiche, (cura e con introduzione di G. Stuparich), Mondadori, Milano 1958.
  
(18) S. Slataper, Il mio Carso, op. cit
  
(19) G. Stuparich, Un anno di scuola, Il Ramo d’oro, Trieste 2004
  
(20) All’epoca il ginnasio consentiva, unica scuola, l’accesso all’Università. 
  
(21) Le voci principali sull’argomento sono costituite dai contributi di R. Dedola, Intellettuali e questione femminile negli anni della «Voce», in «La Rassegna della letteratura italiana», 3, settembre-dicembre 1980, pp. 590-600; di M. Guglielminetti, Le scrittrici, le avanguardie, la letteratura di massa, in La donna nella letteratura italiana del Novecento. Atti del Convegno (Empoli, maggio 1981), in «Empoli», 1, 1983, pp. 11-26; di A. Cavaglion, Otto Weininger in Italia, Roma, Carucci, 1982; Da Neera all’alfonsismo. La Voce e la questione sessuale, in NovecentoFlorence (bis), «Cahiers du Cercic», 5, 1985, pp. 13-54; e Un Sigfrido dilettante: il caso Weininger e il convegno sulla questione sessuale, in La Voce e l’Europa. Il movimento fiorentino de La Voce: dall’identità culturale italiana all’identità culturale europea, a cura di D. Rüesch e B. Somalvico, Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, s.d., pp. 326-344.
 
(22) Per una visione d’insieme della condizione della donna a Trieste all’inizio del XX secolo si rimanda a: Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Quaderni di Qualestoria 16; Le triestine. Donne volitive. Presenza e cultura delle donne a Trieste tra Ottocento e Novecento, a c. di Anna Di Gianantonio, Marina Rossi; Trieste 2006; nonché Grazia Palmisano articolo su "Il Piccolo", Emancipazione femminile a Trieste nell’autobiografia di Anna Curiel, 16 ottobre 2007 e A. Curiel, Giorgio ed io Una storia d’amore nella Trieste del primo Novecento, Marsilio, Padova 2007.
  
(23) Le carte del divorzio tra Maria Conegliano e l’ingegner Amedeo Missaglia, reso definitivo con sentenza del Tribunale d’appello di Trieste del 1919 in cui compaiono i riferimenti a Scipio Slataper, sono conservate presso l’Archivio di Stato di Trieste. Per una breve ricostruzione del matrimonio e del divorzio si rimanda a: M. Canauz, Per non dimenticare Maria, in S. Slataper, Scipio e Maria, op. cit., p 16 e ss. e alle note ivi contenute.
  
(24) Mi riferisco a: S. Slataper, Alle tre amiche, op. cit. 
  
(25) Mi sembra importante sottolineare che per quanto differenti fossero le tre amiche, il loro modo di concepire la vita e la loro sensibilità spesso Slataper nello scrivere le sue missive utilizza lo stesso tono enfatico, la stessa esagerata idealità quasi comunicasse più con e a se stesso che ad una interlocutrice determinata e reale. 


Esempio 1

Scipio Slataper e l’universo femminile
            
dal 31 agosto 2012
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La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
Il Carso, regione aspra e composita, abitata da popoli e lingue diversi, in cui gli elementi selvaggi della natura e barbari della gente si contrappongono alle convenzioni borghesi cittadine, offre rifugio all'Autore in un momento di profonda crisi personale. Nasce così un'"autobiografia lirica", come amava definirla Slataper, che seguendo il flusso dei ricordi racconta particolari della sua infanzia e della sua adolescenza, gli amori, Trieste e l'irredentismo, i suoi tormenti di giovane di una terra di confine alla ricerca di una propria identità linguistica, culturale e morale. La sua scelta di essere italiano lo porterà, pochi anni dopo, a morire per l'Italia, come tanti giovani intellettuali della sua generazione, caduti nella Grande Guerra. Pubblicato per la prima volta a Firenze, nel 1912, nella Libreria della "Voce", Il mio Carso è il primo capolavoro della letteratura triestina del Novecento e l'opera più importante di Scipio Slataper. 
Scipio Slataper e l'universo femminile -  Studio di Maurizio Canauz
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