Esempio 1
La lirica Girovago appartiene all’omonima sezione dell’ “Allegria di naufragi”, ma prima di addentrarci nell’analisi vera e propria di quello che è uno dei componimenti cardine della produzione poetica ungarettiana è necessario ricordare le tappe salienti della sua vita, in modo da comprendere prima di tutto “l’uomo” e poi il “poeta”. Quella di Giuseppe Ungaretti è infatti una vita frenetica e particolare, vissuta intensamente, sullo sfondo di scenari diversissimi e inconfondibili: il deserto, la Parigi cosmopolita, le aride pietre del Carso, la Roma barocca e l’esotica San Paolo del Brasile; una vita segnata da incontri e rapporti con i maggiori intellettuali contemporanei, non priva di imbarazzanti coinvolgimenti politici; una vita che in ogni caso è stata dominata da una passione indomabile per la poesia.
​Nato da genitori italiani ad Alessandria d’Egitto nel 1888, rimase ben presto orfano di padre, a causa della sua prematura scomparsa in seguito ad un incidente sul lavoro ( il padre, lucchese d’origine, era uno dei tanti operai impiegati nella costruzione del canale di Suez). 
Da questo momento in poi, campeggia la figura della madre, donna forte e dal profondo senso religioso, che gestisce un forno alla periferia della città. La casa di famiglia sorge ai margini del deserto e la sua fascinosa aridità, unita all’assenza di confini e alla ricerca di un’oasi ( reale e psicologica) lo accompagneranno per tutta la vita. L’esperienza egiziana gli lascia un’impronta di esotismo e una consapevolezza di sapore fortemente orientale ed epicurea secondo cui “il premio dell’anima è la liberazione del mortale piacere dei sensi”. Gli lascia un’idea di poesia che a volte sembra rincorrere nella secca disarticolazione dei versi i suoni dei beduini:

 “ Ho udito, ora ci penso, questa malinconia espressiva nella cantilena del beduino. Il beduino ha un canto che si mescola a gridi fuggitivi di bestie partite da molteplici ed indeterminati luoghi, ai silenzi di una luna altissima, a voli di lunghe ombre sul nuvolo solare, dopo il crepuscolo ondeggiante come sempre, sulla sabbia: è cantilena fatta d’una sola parola, iterata all’infinito: «Uen? Uen? Uen?...», «Dove? Dove? Dove?...» ”.  (1) 

Ma soprattutto, gli lascia anche un retaggio di letture e amicizie molto particolare: l’educazione ricevuta alla scuola svizzera Jacot che gli permette di conoscere i simbolisti francesi, l’incontro con l’anarchico Enrico Pea che influenza le sue prime prese di posizione politica e quello con Mohammed Sceab, che nel 1912 lo seguirà anche a Parigi e con il quale andrà ad abitare al numero 5 di Rue de Carmes. L’amicizia tra i due si nutre di interessi simili a tanti altri giovani intellettuali che popolavano la capitale francese in quel periodo: entrambi lettori appassionati, non disdegnano discussioni sui temi letterari e filosofici in voga all’epoca e non disdegnano neppure l’affascinante vita notturna dei café parigini ( motivo per cui il periodo francese non viene ricordato dal poeta come uno tra i più economicamente felici). Mentre però Ungaretti sembra trovare nella poesia un ponte per attraversare un disagio esistenziale, Sceab, combattuto tra l’identità originaria e l’aspirazione ad una difficile integrazione, trova solo nell’estrema decisione del suicidio una soluzione disperata ai suoi problemi. A lui in seguito, Ungaretti dedicherà la poesia “In memoria” posta come inizio alla sezione de “Il porto sepolto” dell’Allegria. Parigi però è anche un luogo cardine per la formazione intellettuale del poeta perché proprio nel cuore del brulicante e cosmopolita quartiere latino viene a contatto con Apollinaire, Picasso, Modigliani, Papini, Palazzeschi. Legge avidamente Baudelaire e soprattutto Mallarmè, che avrà grande influenza sulla sua produzione. 

La sua esperienza di apolide lo porta a volersi identificare fortemente in una patria e forse anche con questo si spiega il suo interventismo allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Non è il primo intellettuale a prendere questa decisione poiché è per cercare di porre rimedio allo stesso dissidio interiore che anche Apollinaire e i fratelli de Chirico compiono la stessa scelta. Si arruola quindi volontario nel 19° reggimento di fanteria della Brigata “Brescia” dell’esercito italiano e viene inviato sul Carso. L’esperienza “biologica” della guerra offrì al giovane l’occasione di una definitiva maturazione poetica: la durezza del paesaggio del Carso e la violenza della guerra si fondono e si “sciolgono” nel suo canto. Sul Carso vengono alla luce alcuni componimenti che nel 1916 l’amico e commilitone Ettore Serra raccoglierà e farà stampare con il titolo “Il porto sepolto” e che in seguito andranno a confluire nella raccolta de “L’Allegria”. Finita la guerra torna per un breve tempo a Parigi, per poi rientrare in Italia, prima a Firenze dove fa stampare la prima edizione de “L’Allegria di naufragi” e poi a Roma. La capitale è il luogo in cui viene a contatto con il fascismo, al quale aderirà nel 1925 firmando il Manifesto degli intellettuali fascisti non solo per “necessità”, come fecero molti altri intellettuali italiani. Ungaretti non nascose mai la sua simpatia per il regime a tal punto che una ristampa del 1923 de “Il Porto sepolto” è accompagnata dalla prefazione di Benito Mussolini, con il quale era in buoni rapporti dai tempi delle campagne interventiste del 1915. Nel 1936 ha di nuovo la valigia pronta e questa volta si sposta a San Paolo, dove accetta una cattedra nell’omonima università cittadina. Durante il soggiorno muore il figlio Antonietto e ancora una volta, una scomparsa improvvisa lo segnerà dolorosamente ed entrerà all’interno della sua produzione poetica. Nel 1942 torna di nuovo in patria, accettando questa volta una cattedra all’Università di Roma, incarico fortemente intriso di implicazione politiche. Il ruolo infatti gli viene conferito per “chiara fama” anziché tramite regolare concorso e nonostante ciò non implichi una minore professionalità da parte del poeta allo stesso tempo chiarisce la sua sostanziale adesione al Regime. Solo la violenza dell’occupazione nazista, che di lì a poco sconvolgerà il mondo intero e l’Italia, induce il poeta a cambiare idea sul regime e a rischiare la vita in prima persona a tal punto da ospitare in casa una donna ebrea. La cattedra di letteratura rimarrà sua fino ufficialmente fino al 1958 ( anche se come “fuori ruolo” rimarrà impiegato fino al 1965). L’età avanzata s’accompagna ad una stabilità geografica, poiché anche nel secondo Dopoguerra continuerà a compiere viaggi sia in Europa che in America. Muore a Milano nel 1970, in seguito all’aggravarsi di una broncopolmonite contratta all’inizio dell’anno durante uno dei suoi tanti viaggi in terra americana. 

Nonostante la maggior parte dei componimenti siano stati scritti nel periodo della Prima Guerra Mondiale, l’edizione definitiva de “L’allegria di naufragi” vede la luce solo nel 1942-1943. Nella sua configurazione definitiva, l’opera comprende cinque sezioni, ordinate in maniera inusuale poiché la prima e l’ultima sezione vengono disposte in maniera contraria rispetto all’indicazione del titolo: UltimeIl porto sepoltoNaufragiGirovago Prime. Il titolo Il porto sepolto nasce da un ricordo dell’infanzia del poeta vissuta ad Alessandria d’Egitto: la notizia di un “porto sommerso” in fondo al mare dalla sabbia del deserto, di un’era anteriore alla fondazione della città e di cui si è persa la memoria. Un porto sepolto che è anche, in qualche modo, simbolo del mistero dell’esistenza. La vita, infatti, è un mistero così difficile da decodificare che, anche in mezzo alla morte e alla distruzione portata dalla guerra può nascere un’illogica vigoria, dalla quale deriva il titolo definitivo Allegria. Nonostante la maggior parte delle liriche contenute nella raccolta facciano riferimento alla guerra e alla morte, il titolo Allegria è giustificato, dunque, dal fatto che il sentimento d’allegria scaturisce nell’attimo in cui l’uomo acquisisce la consapevolezza di essere riuscito a scampare alla morte. Il richiamo non è solo alla guerra, ma anche all’esperienza del suicidio dell’amico Sceab poiché la perdita d’identità che ha distrutto la vita dell’amico questa volta coinvolge direttamente il poeta, nomade alla costante ricerca di una stabilità fisica ed emotiva, che con “Girovago” cerca una risposta al suo sradicamento interiore. Poesia chiave della piccola sezione omonima la lirica è stata composta sul fronte francese dove il poeta era stato inviato all’inizio della primavera del 1918. 

Questa poesia composta in Francia dov’ero stato trasferito con il mio reggimento, insiste sull’emozione che provo quando ho coscienza di non appartenere a un particolare luogo o tempo. Indica anche un altro dei miei temi, quello dell’innocenza, della quale l’uomo invano cerca traccia in sé o negli altri sulla Terra” . 

Con queste parole è lo stesso Giuseppe Ungaretti a introdurre e descrivere la sua poesia indicando anche quelli che vedremo, sono i suoi temi centrali. Il componimento è breve e frammentato, in versi liberi secondo uno schema metrico tipicamente ungarettiano, anche se non ancora propriamente ermetico, poiché bisognerà attendere la raccolta “Sentimento del tempo” (1933) affinché il linguaggio poetico dell’autore raggiunga il suo punto massimo di avvicinamento alla complessità dell’Ermetismo. I versicoli sono frantumati a tal punto che in molti casi una parola coincide con l’intero verso. Inoltre, la semplificazione del verso passa anche attraverso la preferenza quasi ossessiva per le preposizioni semplici. L’abolizione della punteggiatura, evocata solo dall’uso della maiuscola ad inizio di ogni verso così come l’utilizzo della similitudine non ampia e distesa, ma modernamente asciutta unita all’impiego sapiente dello spazio bianco per enfatizzare il ruolo della pausa riproducono un testo tipicamente teatrale. Il ritmo della lettura infatti segue un andamento quasi “a singhiozzo” e in questo modo anche al momento di silenzio viene data un’importanza non trascurabile. Il titolo e le prime tre strofe della poesia riassumono la condizione esistenziale del poeta e soprattutto quello che rappresenta il primo tema della lirica: l’assenza di un luogo d’appartenenza, un punto stabile che lo accolga e gli dia stabilità e sicurezza. Il medesimo sentimento può essere isolato a sua volta in altrettanti momenti chiave: la presa di coscienza del non essere riuscito a trovare una patria e l’implicita spiegazione a ciò poiché:

A ogni
Nuovo
Clima
Che incontro
Mi trovo
Languente
Che
Una volta
Già gli ero stato assuefatto


L’ultimo momento invece rappresenta il picco massimo di pessimismo del quale è intriso il componimento poiché il poeta cerca di reagire all’assuefazione di un adattamento forzato tramite il distacco da esso, ma la nuova realtà non gli da alcun sollievo poiché anche questa è per lui qualcosa di estraneo. Alla mancanza di punti fissi che caratterizza la prima parte, oppone il desiderio di una rinascita. Come era successo in occasione del tragico episodio del suicidio di Mohammed Sceab, avvenuto in un momento di forte crisi del poeta, nel momento in cui la vita sembra essere ormai un tutt’uno con la morte e non sembra esserci più alcuna risposta, l’animo del poeta reagisce in maniera contraria, facendogli apprezzare la vita e permettendogli di scoprire un sentimento di attaccamento ad essa che mai fino ad allora aveva avuto e che riscopre proprio durante i combattimenti in trincea, lì dove la morte è una presenza dolosamente costante e quotidiana. Lì dove si fa largo un attaccamento primordiale alla vita, testimoniato dal desiderio di una rinascita in un paese nuovo, interiore prima che geografico. Nelle ultime due strofe infatti, c’è il desiderio di “un solo/ minuto di vita iniziale” così come di un “paese innocente”, anche se “tornando da epoche troppo/ vissute” risulta difficile, o forse addirittura impossibile, mettere da parte esperienze di vita precedenti.  
Da questo punto di vista la ricerca assume un carattere quasi mistico e sacrale, seppur non propriamente cattolico: il poeta infatti, non è mai stato un fervente credente e all’epoca della composizione di “Girovago” si dichiarava addirittura ateo, salvo poi riavvicinarsi alla religione cattolica durante il periodo romano. Per questo motivo è importante tener presente che il desiderio di rinascita e quello di trovare un paese innocente non è da intendersi con sfumature religiose, poiché non sarebbe coerente da un punto di vista cronologico con il ritorno al cattolicesimo dell’autore. L’innocenza cercata non riguarda quindi una sorta di “ritorno all’Eden”, ma è da intendersi più come un’apertura all’ignoto, da riconoscere ed accettare come una vera e propria parte di sé. Un ignoto che unisce gli uomini e gli permette di (ri)trovare quel senso di appartenenza alla condizione umana che va sicuramente oltre il “semplice” senso di appartenenza geografico/nazionale.
Le scelte poetiche ed ideologiche di Ungaretti si collocano quindi sulla scia della lezione dei simbolisti francesi e soprattutto di Mallarmé: la poesia, esaltata dal silenzio e dall’inesprimibile si fa attraverso un vero e proprio percorso di “illuminazioni”; la parola poetica vive nell’attimo in cui l’ispirazione favorisce lo sviluppo nella direzione della poesia “pura”, cioè di quella qualità primordiale che egli sente il bisogno di ritrovare per mezzo della parola. 
Così com’è stata travagliata la sua vita altrettanto lo è stato il dibattito critico intorno ai suoi scritti e alla sua poetica. Se a livello internazione la consacrazione a caposcuola della poesia contemporanea è stata unanime ed è arrivata grazie ad interventi di intellettuali del calibro di Eliot, Guillén e Pound, a livello nazionale non si può dire lo stesso. L’accostamento all’ermetismo non gli è stato sempre favorevole e se è vero che Piccioni prima e Contini poi accolgono le lezioni di Ungaretti ritrovando nelle sue composizioni “una spia del travaglio compositivo del poeta del Novecento (2  riconoscendogli anche di essere in linea con i simbolisti poiché “il respiro europeo delle sue composizioni è da ricercarsi nella pregnanza della parola e nell’innovazione metrica” (3  non si può dire altrettanto dell’opinione di Benedetto Croce: 

Ungaretti contamina l’idea di bellezza con il mito della libertà assoluta, con l’illusione di uno stato di purezza prima della caduta, ricondotto alla tradizione della soteriologia cristiana. Mi dissocio dai ‘nuovi innamorati del Medioevo’ che ritrovavano nella poesia contemporanea quell’assolutezza a cui aspiravano”. (4 

Il giudizio sferzante, ma a tratti criptico di Croce si spiega nell’ottica di un ironico intervento sul fatto che uno studioso francese, R.Bezzola, indicasse in alcuni autori europei contemporanei i rinnovatori di una poesia come rivelazione dell’essenza delle cose. Uno degli autori in questione indicati dal Bezzola era proprio Ungaretti e Croce – assertore di una poesia come forma aurorale della realtà – non poteva accettare un’idea del verso così come la concepivano Ungaretti o i simbolisti. Nel secondo dopoguerra infine, nonostante più di qualcuno avesse accostato la ricerca del paese innocente al motivo del viaggio verso una felicità naturale tipica della poesia decadente di stampo baudeleriano ( seppur con quale eccezione Croce non ha mai nascosto la sua predilezione verso Baudelaire) il critico si è di nuovo scagliato su Ungaretti, pur senza nominarlo apertamente come in precedenza, ma riferendosi implicitamente anche a lui nella critica all’irrazionalismo dei seguaci della poesia “pura”, la poesia di “ quegli artisti ‘senza pensiero’ che ben si adattano “all’assenza di valori adeguata all’orizzonte in cui si configuravano i sistemi totalitari" (5)






   
                              Giuseppe Ungaretti, eterno “Girovago”​
  di Martina Mattone 
dal 16 maggio 2009
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Martina Mattone - Giuseppe Ungaretti, eterno “Girovago”
1) Intervento di Ungaretti contenuto in Piccioni L. Vecchie carte e nuove schede (1950/2010) Nicomp editore, 2011
2) Piccioni L. Vita d’un uomo. Milano, Mondadori, 1969
3) Contini G. Letteratura dell’Italia unita. Firenze, Sansoni, 1968
4) Croce B. Uso e abuso del concetto di “simbolo” nel giudizio della poesia, 1949
5) Croce B.  Intorno al cosiddetto “idealismo attuale” in Conversazioni critiche serie terza. Bari, Laterza, 1951



BIBLIOGRAFIA
CINGALI SALVATORE “Benedetto Croce e la crisi della civiltà europea” Rubbettino editore, 2003
CONTINI GIANFRANCO “Letteratura dell’Italia unita” Firenze, Sansoni, 1968
CROCE BENEDETTO “Conversazioni critiche. Serie terza” Bari, Laterza, 1951
CROCE BENEDETTO “Uso e abuso del concetto di ‘simbolo’ nel giudizio della poesia” 1949
MUZZIOLI FRANCESCO “L’analisi del testo letterario” Empiria, 2012
PICCIONI LEONE “Vecchie carte e nuove schede (1950/2010)” Nicomp editore, 2011
UNGARETTI GIUSEPPE “Vita d’un uomo. Tutte le poesie” a cura di Leone Piccioni Milano, Mondadori, 1969