Antropologia
Etimologicamente definita come “la scienza dell'uomo”, l'antropologia contemporanea ha origini intellettuali, ispirazioni ideologiche e costrizioni pragmatiche molto antiche. I suoi oggetti d’indagine sono molto vasti: la cultura, le strutture sociali, gli elementi stabili ed i cambiamenti delle società umane, le loro relazioni con l'ambiente naturale. La disciplina ha a lungo oscillato tra due approcci diversi: la classificazione razziale della razza umana, intrapresa con uno spirito naturalista, e lo studio delle pratiche simboliche e culturali. Questo doppio orientamento tiene altrettanto alle specificità storiche (financo nazionali) della sua costituzione come anche al tentativo di operare una sintesi di conoscenze specializzate (etnologia, linguistica, paleontologia e archeologia preistorica, antropologia fisica e biologica).
Le origini dell'antropologia
L'impiego moderno del termine antropologia appare soltanto all'inizio del secolo XIX, ma la parola stessa è rintracciata in testi latini fin dal XVI secolo. L'origine della disciplina risale alle riflessioni teologiche e filosofiche sulla natura dell'uomo e le sue capacità di ragionare, sull'ordinamento giuridico e sociale e sulle eredità culturali.
I pensatori europei, dopo avere staccato l'uomo dall'ordine del divino per associarlo gradualmente al solo registro della natura, intraprenderanno il raffronto, la periodizzazione e la classificazione tipologica delle società umane. Dimostrando che esse possiedono dei modelli multipli, li integrano al mondo materiale, confutando con ciò la loro origine divina. Nella filosofia di Lumi - che definisce l'umanità come una specie naturale, se non animale, più o meno civilizzata -, la società è oggetto autonomo, fonte di diseguaglianze, di differenze e di identità puramente umane e sociali, retta da sue proprie leggi, in particolare storiche. Questa riflessione, più epistemologica che empirica, troverà il suo punto di conclusione nei progetti scientifici della "Società degli osservatori dell'uomo" (1799-1805), sorta in Francia.
"La Società degli osservatori dell'uomo" (1799-1805)
Tuttavia, la ricerca empirica inizialmente seguirà la via naturalista. Così coloro che, nel corso del XIX secolo, si vedranno qualificati col nome di "antropologi" inidrizzano la loro attenzione sulla genesi dell'umanità, le sue varietà, i suoi attributi e le sue caratteristiche fisiche ed anche psicologiche. Il trasformismo di Darwin, che introduce l'evoluzione ed il cambiamento nello sviluppo delle specie, ispira, a sua volta, le teorie dell'evoluzionismo socio-storico (soprattutto Spencer).
Quest'orientamento teorico appare oggi come una deviazione, tanto più che la "Società degli osservatori dell'uomo" aveva già suggerito la possibilità di un'antropologia sociale applicata, per eccellenza comparativa. Ma tale progetto diventerà realtà soltanto alla fine del XIX secolo.
Antropologia ed etnologia
In questo periodo, le specificità dell'antropologia propriamente detta (l'antropologia paleontologica, preistorica e fisica), da un lato, e gli inidirizzi della sociologia nascente, dall'altro, recheranno il progetto di un'antropologia globalizzante tendente verso l'etnologia e lo studio delle società “selvagge”, “esotiche” e non europee. Gli anglosassoni preciseranno il dominio dell'antropologia parlando d'antropologia sociale e d'antropologia culturale (che comporta come ramo specializzato l'antropologia naturalista e fisica), ma in Francia, negli anni 1950, è l'etnologia che assolverà questo ruolo, lasciando all'antropologia il suo contenuto paleontologico, preistorico e fisico, di cui essa si è gradualmente appropriata nel corso del XIX secolo.
Le prime indagini
L'invenzione e la messa a punto dell'indagine empirica nel settore dell'etnologia occuperà tutto il XIX secolo. Le considerazioni sui diversi metodi da seguire nell'osservazione dei popoli selvaggi di Jean-Marie de Gérando (1800) trovano una prima concretizzazione indiretta nelle Notes and Queries on Anthropology, che il Royal Institute della Gran Bretagna pubblica per la prima volta nel 1874. Ma se il primo lavoro ispirò soltanto un viaggio naturalista in Australia, per cadere in seguito in un oblio quasi totale, il secondo (la cui sesta edizione aggiornata uscì nel 1951, quindi nel 1977) ha funto da guida d'indagine a numerosi etnologi “dilettanti”: hanno raccolto fino agli anni intorno alla prima guerra mondiale dei dati di prima mano per gli etnologi, sociologi o storici, che non lasciavano mai i loro uffici europei.
Questa divisione del lavoro è stata gradualmente battuta in breccia grazie all'attuazione di vere spedizioni scientifiche sul campo. Una delle più famose fu quella che riunisce Alfred C. Haddon (1895-1940), Charles G. Seligman (1873-1940) e Williams H. Rivers (1864-1922) in uno studio condotto nello stretto di Torres in Melanesia nel 1899. È probabilmente Bronislaw Malinowski, etnologo britannico d'origine polacca, che indica più chiaramente che si tratta di una rivoluzione metodologica. La sua espressione “osservazione partecipante” riassume, infatti, il nuovo passo da adottare da parte degli etnologi: devono condurre indagini sul campo, immergendosi durante mesi o anni nella vita quotidiana della popolazione studiata, cosa che permette loro allo stesso tempo di condividere le loro esperienze e ridurre almeno l'effetto perturbatore della loro presenza. Questo metodo sarà gradualmente adattato e migliorato nel corso dei primi anni del dopoguerra.
L'antropologia visiva
Fra i documenti raccolti nel corso delle indagini appaiono schizzi, fotografie e film. È certo che le illustrazioni dei resoconti dei viaggiatori dal XVI al XIX secolo costituiscono una fonte d'informazione insostituibile, anche se queste immagini sono di rado realizzate sul posto e sul vivo. Certamente, a partire dal XIX secolo, la fotografia sembra migliorare la qualità e la quantità delle informazioni, ma questo progresso tecnico impone con ancora più forza la necessità di una riflessione sulle condizioni della presa dell'immagine e soprattutto della sua analisi.
(Si riduce spesso l'espressione "antropologia visiva" a quella di "cinema etnologico". È vero che la loro storia è un po' congiunta. Le possibilità tecniche e finanziarie di un'esplorazione audiovisiva sono tali che il ritorno “dell'indigeno osservato” sull'osservatore, il loro dialogo e dunque lo sguardo su di sé possono sboccare in una vera rivoluzione dell'antropologia. In realtà, la teoria ed il metodo dell'antropologia, per la quale il cinema resta una tecnica al servizio dell'indagine, non ne hanno ancora assimilato tutte le lezioni, tanto più che i cineasta-etnologi esitano spesso tra i passi più opposti: la registrazione grezza, la macchina fotografica partecipante o la ricostituzione filmata.)
Antropologia speculativa e ricerca empirica
Il passaggio da un'antropologia filosofica ad un'antropologia sociale e culturale (ma anche speculativa) ha generato un atteggiamento critico molto forte in relazione all'ordine (politico, religioso e morale) stabilito. In compenso, l'attuazione della ricerca empirica ha seguito avanzamenti più tortuosi, che passano allo stesso tempo per un positivismo scientista e conservatore - che si ostinava a classificare e misurare le prestazioni fisiologiche, psicologiche ed intellettuali della razza umana - e per un'antropologia applicata, sorta allo stesso tempo dall'esplorazione di regioni e di popolazioni ancora “sconosciute” e dalle conquiste e delle colonizzazioni “interne” (Stati Uniti d'America) o “esterne”(Gran Bretagna, Francia). L'antropologia moderna è dunque la sintesi difficile di un'antropologia fisica, di un'esperienza etnologica limitata e parzialmente applicata, e di una riflessione sociologica resa più appropriata, che si ricollegherà alla tradizione critica soltanto in occasione della decolonizzazione del terzo mondo nel corso degli anni 1950-1960.
L'antropologia culturale americana
In antropologia, il termine di cultura designa il complesso di abitudini e di credenze di un popolo. Una cultura è un sistema di idee trasmesso di generazione in generazione. È costituito da spiegazioni a proposito dell'origine e dell'organizzazione del mondo, di regole da rispettare e di modi d'azione da attuare nella vita personale e collettiva. L'eredità culturale di un popolo condiziona il suo comportamento in settori così vari che vanno dalle tecniche dell'orticoltura, della caccia, alle relazioni tra genitori o l'organizzazione della Comunità. D'altra parte, lo sviluppo degli schemi culturali è legato all'ecosistema nel quale vivono gli individui, alle malattie di cui sono affetti, alla loro alimentazione ed alle popolazioni con le quali sono in contatto.
Una disciplina di sintesi
L'antropologia culturale può essere considerata come una disciplina di sintesi. Ciò si connette inizialmente alla natura dei suoi oggetti di studio: in società di piccola dimensione, la religione, la politica e l'economia sono strettamente mescolate e non possono essere studiate separatamente le une dalle altre. Ma è anche una conseguenza del suo progetto globale, poiché essa si interessa delle origini dell'uomo e della crescita e dello sviluppo delle culture. Infine, nella misura in cui l'antropologia culturale è legata allo stesso tempo alle scienze sociali ed alla biologia, uno dei suoi centri d'interesse principali è l'interazione tra le influenze biologiche e le influenze socioculturali.
L'antropologia culturale fa anche parte di ciò che si chiamano le scienze umane. Gli studi che riguardano il simbolismo - l'arte, i miti ed i rituali - e la religione richiedono un'indagine etnografica ed allo stesso tempo una conoscenza profonda della letteratura, della storia dell'arte e della filosofia. Una cultura, infatti, integra una visione del mondo, una concezione specifica della vita ed un sistema di valori.
Lo studio degli indiani
La presenza di una popolazione indigena, alla quale fu dato il nome di indiani (successivamente, si parlerà di amerindi), spiega la curiosità precoce degli americani per una ricerca a carattere antropologico il cui oggetto si trovava all'interno del loro territorio nazionale. Fin dagli anni 1840, gli aspetti pratici, teorici e museografici di questa ricerca iniziano a suscitare un grande interesse. Così, Lewis H. Morgan (1818-1881), il fondatore dell'evoluzionismo antropologico, comincia le sue indagini sul campo presso gli Irochesi e viene fondato a Washington lo Smithsonian Institute.
Ma è Franz Boas (1858-1942) che getterà le basi dell'antropologia culturale. Le sue meticolose ricerche etnografiche e linguistiche presso gli Esquimesi e gli indiani della costa del nord-ovest (del Pacifico) alla fine del XIX secolo, la sua preoccupazione della descrizione e della raccolta della cultura materiale, infine il suo ruolo d'universitario e d'insegnante all'università Columbia di New York, ne fanno il vero ispiratore dell'antropologia culturale americana. È lui che formerà la prima grande generazione di antropologi degli anni 1920 agli anni 1950: Robert Lowie (1883-1957), Ruth Benedict (1887-1948), Alfred L. Kroeber (1876-1960), Ralph Linton (1893-1953), Edward Sapir (1884-1939), Margaret Mead (1901-1978).
L'antropologia culturale, che ciascuno di loro sviluppò secondo vie proprie, metteva l'accento sull'importanza primordiale della cultura nel comportamento umano ed esplorava discipline limitrofe, come la psicologia e la linguistica. Questi antropologi furono anche influenzati dalla teoria psicoanalitica. Cominciarono perciò a studiare le relazioni tra le esperienze dell'infanzia, modellate dalla cultura, la personalità dell'adulto, le abitudini e le credenze.
Un'altro contributo americano importante, nel corso degli anni 1950, è stato la compilazione dei dati relativi a centinaia di popoli attraverso il mondo: questo lavoro dovuto a George P. Murdock (1897-1986), ed intitolato Human Relations Area Files (“Schede regionali delle relazioni umane”), ha permesso di testare le ipotesi sulle correlazioni statistiche tra le forme d'organizzazione sociale, i modi di sussistenza, le pratiche religiose, i sistemi politici, ecc.
I nuovi oggetti di studio
A partire dagli anni 1940 si manifesta un interesse crescente per l'acculturazione, il cambiamento culturale causato dal contatto tra Comunità diverse. Analizzando questo fenomeno, Robert Redfield (1897-1958) introduce la distinzione tra le piccole Comunità rurali omogenee (Folk) e le popolazioni eterogenee delle grandi città (Urban). I suoi lavori saranno proseguiti dal suo discepolo Oscar Lewis (1914-1970), che studierà il villaggio messicano di Chan Khom e diventerà famoso, venti anni più tardi, per le sue autobiografie incrociate. Un altro tema centrale, gli americani neri e le civilizzazioni africane, è trattato da Melville Herskovits (1895-1963), uno dei pionieri dell'antropologia economica.
A seguito di un timido ritorno all'evoluzionismo che favorisce una forma mascherata di marxismo, il culturalismo si è impegnato nello studio materialistico e comparatista della storia sociale. Julian Steward (1902-1972) ha classificato aree culturali indiane; Eric Wolf e Morton Fried ha proposto antropologie politiche e storiche. Quest'orientamento si accentua ancor a più negli anni 1960-1980, con gli ultra-ecologi come Andrew Vayda, i materialisti culturali come Marvin Harris, o con quelli che provano ad introdurre la dialettica nel culturalismo, come Marshall Sahlins, i cui studi riguardano l'economia detta primitiva, la critica della sociobiologia e la logica delle rappresentazioni culturali americane.
L'antropologia simbolica, un'altra tendenza principale negli Stati Uniti, si è affermata quando l'antropologia americana si è aperta gradualmente alle correnti teoriche straniere: così si sono fatte sentire l'influenza di Claude Lévi-Strauss e l'entusiasmo per l'analisi dei sistemi di rappresentazione e di significato, come è testimoniato in particolare dall'interpretazione fenomenologica di Clifford Geertz (1926-2006).
L'antropologia sociale britannica
In raffronto con l'antropologia americana, la tradizione nazionale britannica è più vicina alla sociologia. Alcuni considerano anche che il contributo di Émile Durkheim è più importante, benché indiretto, in Gran Bretagna che in Francia. Fin dalla seconda metà del XIX secolo, ed in parte sotto l'influenza lontana dell'evoluzionismo darwiniano, la riflessione sulle origini dei grandi fenomeni sociali prende sempre più rilievo. I giuristi come Henry J. Summer-Maine (1822-1917) o J.F. McLennan (1827-1881) si dedicano alle istituzioni, il diritto, lo Stato, la proprietà e la famiglia. John Lubbock si interessa all'evoluzione delle tecniche, mentre Edward B. Tylor (1832-1917) propone già una versione completa degli obiettivi della disciplina in Cultura primitiva (1871) e nella sua Antropologia (1881).
Come ovunque all'epoca, le religioni e le credenze dette primitive (come il totemismo) suscitano riflessioni ed inchieste, in primo luogo quelle di James G. Frazer (1854-1941). L'autore dei tredici volumi del famoso Il ramo d'oro occupa a Liverpool, a partire dal 1908, una cattedra che porta il nome d'antropologia sociale. Gli antropologi praticano sempre più l'indagine sul campo nell'ambito di spedizioni di tipo naturalistico, come William Rivers, partigiano del diffusionismo tedesco a partire dal 1911. All'opposto dell'evoluzionismo, questa corrente - in gran parte dominante negli anni 1930 - è fondata sull'ipotesi che le diverse culture hanno un'origine comune: proverrebbero tutte dalla stessa regione del mondo, o da qualche area culturale dalla quale si sarebbe diffusa.
Alfred R. Radcliffe-Brown
Uno dei due veri fondatori della teoria e del metodo dell'antropologia britannica è Alfred R. Radcliffe-Brown (1881-1955), che fu fortemente influenzato da Durkheim, Comte e Frazer. Figura di punta del funzionalismo in antropologia, incentra i suoi lavori sul sistema di relazione, il matrimonio ed i rituali di cui tenta di dimostrare la funzione sociale: secondo lui, questi “fatti sociali” intrattengono un rapporto diretto con la struttura sociale ed il loro ruolo consiste nel mantenere la coesione. Promotore di una sociologia comparativa rigorosa ed insegnante notevole, ha stimolato tutta una generazione di ricercatori a vocazione teorica. Dopo una prima indagine sul campo alle isole Andaman, dal 1906 al 1908, quindi in Australia occidentale dal 1910 al 1913, pubblica una prima monografia nel 1922, ed una seconda nel 1931. Il suo lavoro teorico, Struttura e funzione nella società primitiva (una raccolta di articoli, uscita nel 1952), conferma la sua volontà di elaborare “una scienza naturale e teorica della società”. Si rimprovera tuttavia alla sua concezione della relazione e dell'organizzazione sociale, di limitarsi a una visione statica che non permette di spiegare un'evoluzione eventuale. Tuttavia, il suo rigore ha funto da modello all'antropologia politica di Edward Evans-Pritchard (1902-1973) o a quella di Siegfried F. Nadel (1903-1956).
Bronislaw Malinowski
Bronislaw Malinowski (1884-1942), altro fondatore dell'antropologia britannica, è considerato come uno dei pionieri della scuola funzionalista. Indipendentemente dalla sua riflessione sul metodo dell’indagine sul campo, tiene a dimostrare sul piano teorico la funzionalità delle istituzioni e dei comportamenti. La ricchezza e la minuziosità delle sue descrizioni etnografiche sboccano in schemi generali dove appaiono delle relazioni necessarie tra bisogni, funzioni ed istituzioni. Si interessa all'antropologia economica ed ecologica avant la lettre, ma la parentela (e le sue interpretazioni psicoanalitiche), la magia, la religione e la cultura costituiscono il cuore delle sue analisi. Cercherà invano di comprendere le dinamiche dell'evoluzione culturale, cioè il cambiamento nelle relazioni tra Bianchi e Neri nel quadro della colonizzazione britannica in Africa nera (1945). Ma i migliori dei suoi allievi hanno saputo reintrodurre la preoccupazione di una percezione più dinamica della società.
L'influenza di questi due maestri si è fatta sentire a gradi diversi in tutta l'antropologia britannica degli anni 1930-1950. L'organizzazione sociale, il funzionamento del potere attraverso le istituzioni politiche e giuridiche, la regolamentazione dei conflitti, la reciprocità e lo scambio economico, infine l'evoluzione delle società sono altrettanti temi che diventeranno i simboli dell'antropologia detta precisamente sociale. Essa susciterà grandi polemiche con gli antropologi americani sulla definizione e la delimitazione degli oggetti della disciplina.
L'evoluzione del funzionalismo
Edward Evans-Pritchard introduce una dose d'empirismo e di storicismo nello struttural-funzionalismo. I Nuer (1940), la sua monografia su una popolazione del Sudan del Sud, resta un lavoro esemplare nonostante le critiche di cui è stato oggetto. D'altra parte, i lavori di Meyer Fortes (1906-1983) sulla parentela, di Raymond Firth sui sistemi di scambio (che sono all'origine di un dibattito di fondo con i sotenitori della teoria marxista) e quelli di S.F. Nadel sui sistemi politici illustrano il lavoro meticoloso sul campo e l'approccio teorico allo stesso tempo elegante e rigoroso che caratterizzano l'antropologia britannica. Max Gluckman (1911-1975) e Edmund Leach (1910-1989), a loro volta, hanno introdotto nei loro lavori il cambiamento, il conflitto o la trasformazione dei sistemi politici e sociali: nei suoi studi delle società africane (Zulù, Lozis) Gluckman elabora una teoria “dei rituali di ribellione”, mentre Leach, che studia il sistema politico degli Shans e dei Kachins in Birmania, sviluppa nella sua critica dell'antropologia (1961) un'analisi di tipo strutturale delle terminologie di parentela, delle categorie culturali indigene ed anche della Bibbia.
Il funzionalismo si trasforma allora in un neofunzionalismo un po' sfocato, che accetta la contraddizione, il conflitto, l'incertezza, da un lato, e l'ideologia, il rituale, il simbolico e la rappresentazione dall'altro. Fino agli anni 1960, è la tematica politica e sociale che predomina i lavori degli antropologi britannici (A.L. Epstein, Clyde Mitchell, Aidan Southall, John Middleton, Peter Worseley, F.G. Bailey, Frederick Barth, Peter C. Lloyd). L'antropologia diventa una scienza politica o una antropo-sociologia dello sviluppo. Ma è un'altra problematica, ispirata in parte dalle preoccupazioni di Claude Lévi-Strauss (ma anche di alcuni culturalisti americani), che occupa la scena dopo gli anni 1960-1970 con Victor Turner, Mary Douglas, Godfrey Lienhardt, Rodney Needham. Si tratta di un cambiamento dell'antropologia sociale, che subisce l'influenza, anche francese, del marxismo (in particolare da Maurice Bloch, John Clammer, David Seddon, Jack Goody).
Le antropologie strutturali e marxiste francesi
Come, fino agli anni 1950, il termine antropologia si applica in Francia esclusivamente ad una scienza naturale della razza umana, la disciplina non si presenta né sotto forma di sintesi come presso gli americani, che la hanno costituita articolando diverse discipline autonome, né sotto una forma superiore d'etnologia, come l'antropologia sociale dei britannici. La scienza sul campo e delle società dette primitive resta l'etnologia. La sua nascita istituzionale - segnata dalla creazione dell'Istituto d'etnologia, nel 1926 - ed i suoi legami intimi con la tradizione sociologica di Durkheim (stabiliti tramite Marcel Mauss) non bastano a cancellare la sua immagine “esotica” né a fare uscire la disciplina dalla marginalità.
Roger Bastide e Georges Balandier
Occorre attendere gli anni 1950 perché appaia sotto forme e denominazioni diverse un'antropologia generale, che attua le sue teorie e metodi e che definisce con precisione i suoi oggetti di ricerca. Quindi deve operare negli stessi anni la sua rottura con un'antropologia naturalista, diventata particolarmente conservatrice, e con un'etnologia insufficientemente comparatista. Roger Bastide (1898-1974) e Georges Balandier (1920) hanno percorso un tragitto tipico a questo proposito essendo passati dalla sociologia all'antropologia, ispirandosi rispettivamente all'antropologia culturale e all'antropologia sociale. L'opera di Bastide dimostra infatti la sua volontà di costruire un'antropologia psicologica (Sociologia delle malattie mentali, 1965) o religiosa (Religioni africane in Brasile, 1960), o un'antropologia applicata. Il progetto di Balandier è di elaborare una sociologia dinamica (Senso e potenza, le dinamiche sociali, 1971), un'antropologia politica, un'antropologia comparativa (Le détour, 1985; Il disordine, 1988). Tutti e due confermano il loro interesse per una disciplina imperniata sul contatto culturale ed i cambiamenti nel terzo mondo, ed altrove.
Tuttavia, è Claude Lévi-Strauss che ridefinisce l'antropologia attribuendole un orientamento teorico e metodologico preciso. Questa rivoluzione condurrà la disciplina all'analisi strutturale e la allontanerà dagli oggetti di ricerca più o meno empirici, come la cultura o le strutture sociali.
Fin dal 1950, Lévi-Strauss commenta un'antologia dei testi di Marcel Mauss (1872-1950), sotto il titolo significativo di Sociologia ed Antropologia. Nel 1958, pubblica Antropologia strutturale (il cui secondo volume uscirà nel 1973): è una raccolta di articoli dove affiora l'ispirazione metodologica della fonologia e della linguistica strutturale di Nikolaj Trubeckoj e di Roman Jakobson. A causa del suo rigore teorico, della sua forza dimostrativa, ma anche della chiarezza dello stile dell'autore, l'antropologia strutturale impone il termine di antropologia a tutto un settore dell'etnologia ed anche della sociologia. L'importante sviluppo di queste scienze sociali negli anni 1950-1960 fa il resto. Mentre l'antropologia di Lévi-Strauss rimane intrinsicamente strutturale, numerosi etnolgi rifiutano la conversione teorica allo strutturalismo, e dunque al ricorso del termine di antropologia. Da qui l'ambiguità o la confusione dei termini di etnologia e di antropologia, che a volte si distinguono chiaramente uno dall'altro, a volte si sovrappongono quasi completamente. Se sono spesso associati, è anche per segnare la loro filiazione e la loro complementarità.
L'influenza del marxismo
Sul modello dei sociologi del cambiamento, gli etnologi teorici o generalisti hanno preferito conformarsi all'orientamento anglosassone, confortati in ciò dalla sua dimensione filosofica. Gli etnologi francesi si sono impegnati in questa direzione tanto più volentieri in quanto, fino tutti gli anni 1960, numerosi tra loro hanno seguito una formazione universitaria filosofica.
È la ragione principale per la quale lo sviluppo delle analisi marxiste nell'etnologia ha avuto luogo inizialmente in Francia, a seguito delle riletture strutturaliste dell'opera di Karl Marx da parte del filosofo Louis Althusser e dei suoi allievi (Maurice Godelier, Emmanuel Terray, Pierre-Philippe Rey), che hanno aperto la via ad un'antropologia marxista. Richiamandosi a questa, altri ricercatori, come Claude Meillassoux, evocheranno l'antropologia economica, ma d'altra parte parleranno indistintamente d'etnologia o d'antropologia. Anche i poststrutturalisti o postmarxisti, come Marc Augé (Teoria dei poteri, 1975), preferiranno la locuzione di antropologia.
Lo sviluppo di molte specializzazioni, i cui legami con i contributi dell'antropologia anglosassone sono manifesti, non ha fatto che rafforzare questo cambiamento semantico, come testimoniato dall'emergere in Francia dell'antropologia politica (G. Balandier, 1967), dell'antropologia economica (M. Godelier, 1971) e dell'antropologia urbana (il termine d'etnologia urbana resta tuttavia molto diffuso).
L'emergenza delle discipline specifiche
L'antropologia ha ovviamente ambizioni filosofiche (in particolare epistemologiche) e globalizzanti che sono state di volta in volta incoraggiate ed ostacolate da circostanze come la difficile collaborazione tra scienze dell'uomo e scienze della natura, il confronto incessante interno tra le diverse correnti teoriche (culturalisti e funzionalisti, strutturalisti e marxisti, ecc.), la tendenza alla diversificazione ed all'iperspecializzazione delle ricerche, o anche l'ideologia evoluzionista, che pone come ipotesi di base la continuità delle culture e delle società umane.
Non volendo più limitarsi in considerazioni troppo filosofiche (e morali), l'antropologia moderna ha cessato di interrogarsi sulla realtà di una natura umana e sulla necessità di classificare le diverse “razze”, società e culture. Tuttavia, è necessario constatare che non è riuscita per altro verso a raggiungere il suo nuovo obiettivo: cogliere i punti culminanti delle evoluzioni e trasformazioni storiche. Questa difficoltà si spiega soprattutto con la predilezione dell'antropologia per le società dette primitive o tradizionali, come pure con le sue posizioni dogmatiche successive. Inoltre, gli antropologi sono stati assorbiti dall'elaborazione dei dati, accumulati in un secolo, e dall'attuazione di metodi di analisi complesse e meticolose. Così, nel corso del decennio 1980, si sono concentrati sulle logiche più universali dei comportamenti e dei pensieri umani. L'antropologia ha finito per nutrire l'illusione che l'interpretazione delle culture e delle società non può farsi che da parte dei loro stesi attori e da parte di coloro che hanno potuto osservarli nella loro vita quotidiana. In altre parole, la visione - il discorso - degli attori e degli osservatori sarebbe la sola fonte per interpretare le loro società e le loro culture e dare un senso a queste: gli antropologi si propongono dunque di procedere all'analisi ed alla critica semantica di questo discorso. L'antropologia si trasforma così in un tipo di discorso su discorso (meta-antropologia), in un discorso sull'esercizio stesso della disciplina, in altre parole sulla sua scrittura.
Le scienze costitutive dell'antropologia
Per il fatto che ai suoi inizi si presentava allo stesso tempo come una scienza naturale ed una scienza sociale della razza umana, l'antropologia ha potuto essere più o meno assimilata all'uno o all'altro tipo di scienza.
L'antropologia fisica e paleontologica
La più vecchia disciplina che si connette al suo nome è ovviamente l'antropologia fisica e paleontologica, incentrata sulla ricostruzione della sequenza dell'evoluzione della razza umana (dai primati all’ Homo sapiens), ma è la genetica delle popolazioni umane ed il loro adattamento ai diversi ambienti che costituiscono il suo campo d'esplorazione nuovo (i movimenti e gli spostamenti di gruppi spesso isolati, gli effetti dei matrimoni all'interno del gruppo, ecc.). I lavori del gruppo di Napoléon Chagnon negli anni 1960-1970 presso gli indiani Yanomani del Venezuela illustrano bene l'interpretazione etnologica di dati biologici e genetici.
Il ricorso ai metodi informatici e statistici ha permesso di stabilire la mappa degli adattamenti fisici all'ambiente (altitudine, calore, freddo, malattie, ecc.) e di spiegare i processi di selezione naturale. Man mano che avanza l'obiettivo di ricerca che è classificare le popolazioni alle origini genetiche diverse, il termine di “razza” - basandosi su una tipologia troppo semplicistica e su dichiarazioni non fondate - è sempre meno utilizzato.
L'archeologia preistorica
Un'altra fonte principale dell'antropologia contemporanea è l'archeologia preistorica, che è strettamente legata alla paleontologia. Così il preistorico André Leroi-Gourhan in particolare si è interessato alle relazioni tra l'uomo e l'utensile, alle attività pittoriche e religiose dell'uomo preistorico. Negli Stati Uniti ed in Messico, l'archeologia ha permesso di comprendere meglio il processo d'insediamento e di spostamento delle popolazioni amerindiane.
Infine, la linguistica appare ugualmente fra le grandi discipline costitutive dell'antropologia, in primo luogo a causa del suo ruolo basilare nell'affermazione dello strutturalismo. Ma prima, nella metà del XIX secolo, la grammatica comparata, che mirava alla genealogia delle lingue, quindi le ricerche evoluzioniste che cercano di trovare la lingua madre e, infine, la dialettologia che preannuncia ciò che si chiamerà etnolinguismo (lo studio delle lingue delle società senza scrittura) aveva già molte preoccupazioni più o meno vicine a quelle dell'antropologia. Ma sono la linguistica generale di Ferdinand de Saussure e le ricerche semantiche e conoscitive di Edward Sapir che hanno contribuito in modo decisivo alla teoria antropologica. La linguistica moderna è infatti all'origine dell'idea innovatrice che “il pensiero selvaggio” ordina e classifica il mondo sensibile alla stessa stregua di una lingua. Tutte le teorie linguistiche non hanno avuto tuttavia lo stesso impatto - compresa la grammatica generativa di Noam Chomsky - delle teorie funzionaliste o strutturaliste.
Le altre scienze sociali ed umane, come la geografia, la storia, la psicologia e la psicoanalisi, hanno tutte avuto una parte nella definizione del progetto e del profilo dell'antropologia, ma a questo proposito restano molto lontane dietro la sociologia. Così, i progetti antropologici concorrenti si distinguono tra loro per il peso che accordano ai fattori storici: la periodizzazione proposta dagli evoluzionisti e l'etnologia accostata all'antropologia storica dai marxisti è ovviamente impregnata di spirito storico, mentre l'interpretazione funzionalista delle culture (nella quale non c'è posto per la necessità storica) e gli studi strutturalisti (che osservano la storia con un scetticismo ironico) si staccano nettamente dall'approccio precedente.
La diversificazione delle discipline
Dalla nascita dell'antropologia, il fenomeno più importante e più significativo è quello della sua diversificazione interna, che è cominciata negli anni 1950. Le qualificazioni di antropologia culturale, sociale, strutturale o marxista non hanno più grande significato, poiché un buon numero di ricerche resta limitato a settori o temi ben precisi: il progetto di un'antropologia generale - sintesi di molte discipline o forma più elaborata dell'etnologia - cede il posto ad un insieme di discipline allo stesso tempo complementari ed autonome, la cui evoluzione e la procedura d'organizzazione sono sempre più specifiche. Così, le diverse correnti marxiste sono restate ancorate ad un'antropologia economica, mentre sono i funzionalisti che hanno sviluppato l'antropologia politica. L'antropologia culturale in senso stretto è diventata simbolista e si ispira parzialmente allo strutturalismo. La specializzazione per aree culturali o continentali (africane, amerindiane, asiatiche, oceaniche ed europea) introduce un'altra divisione interna. Quindi si assiste alla comparsa allo stesso tempo di numerose diversificazioni e di sintesi interdisciplinari che ristabiliscono una certa unità della disciplina.
Una grande diversità caratterizza i settori e gli oggetti degli studi antropologici. L'ecologia umana riguarda l'adattamento dell'uomo agli ecosistemi. L'antropologia politica compara le istituzioni, i sistemi ed i comportamenti politici. L'antropologia economica si dedica ai sistemi di produzione, di scambio e di consumo. L'antropologia simbolista esamina le relazioni tra il pensiero ed il mondo, analizza le diverse conoscenze specializzate (ciò che si chiamano anche le etnoscienze) ed i suoi oggetti di studio privilegiati: le credenze, i miti ed i rituali. L'antropologia giuridica è diventata un ramo autonomo dell'antropologia politica e si è specializzata nello studio comparativo del controllo sociale, del regolamento dei conflitti e dei processi legali.
Discipline e correnti degli anni 1980
Mentre nuovi centri d'interesse appaiono, diverse discipline emergono all'interno e all'esterno dell'antropologia. Così l'antropologia della donna, sotto l'influenza di un certo femminismo, in particolare americano, come l'antropologia medica (vicina alla etnomedicina e all'antropologia della salute e della malattia) ha acquisito un posto centrale nel dispositivo antropologico. La specializzazione è tale, oggi, che nessun antropologo può controllare da solo un settore, tanto più che le definizioni del suo territorio e delle sue frontiere sono variabili secondo le tradizioni nazionali, le teorie o l'evoluzione anche dell'oggetto. Così, esiste un'antropologia industriale, che si interessa allo stesso tempo ai lavoratori, agli imprenditori ed alle imprese. Quest'antropologia è fiorita fin dagli anni 1940 negli Stati Uniti mentre è stato necessario attendere gli anni 1980 perché si sviluppasse in Europa, sia in riferimento alle società occidentali o a quelle del terzo mondo. In un genere differente, nuove elaborazioni del progetto antropologico sono nate ispirandosi alla critica letteraria dei testi. James Clifford, Johannes Fabian, George Marcus, Michael Taussig sembrano dissolvere la cultura in un genere di individualismo metodologico, in una intertestualità della tradizione culturale, sempre meno antropologica nel senso classico del termine. È ovviamente difficile dire per il momento in quale misura queste nuove preoccupazioni sono vere rotture o semplici modulazioni, sempre più complesse, nell'ambito di una visione del mondo fondamentalmente culturale e non più sociale.
L'antropologia oggi
L'espansione dei suoi oggetti e la pertinenza delle sue analisi conferiscono all'antropologia un posto centrale fra le scienze sociali. Se ai suoi inizi ha attinto le sue fonti da discipline vicine, queste, a loro volta, hanno subito la sua influenza: l'antropologia storica e la storia delle mentalità hanno avuto ripercussioni sulla ricerca in storia (vedi la scuola delle "Annales"); lo studio delle relazioni dell'uomo con l'ambiente naturale e l'esame delle pratiche uma che trasformanti la natura è stato fattore di arricchimento per la geografia; l'analisi delle economie non mercantili e precapitaliste ha giovato all'economia politica; l'osservazione delle forme d'azione non istituzionali ed orali è stata rivelatrice per la scienza politica; l'approccio antropologico delle società non occidentali, quindi di tutti i tipi di società, ha completato le ricerche in sociologia; infine, l'antropologia ha ispirato il lavoro filosofico (ne testimoniano i dibattiti tra Jean-Paul Sartre e Claude Lévi-Strauss, ed alcune opere di Gilles Deleuze e di Jacques Derrida) e letterari (Venerdì o il Limbo del Pacifico, di Michel Tournier, 1967).
L'ambizione dell'antropologia di unificare le sue due tendenze - naturalista e sociale - in un solo sistema esplicativo non ha avuto successo né in Europa né negli Stati Uniti. D'altra parte, la moltiplicazione delle antropologie non occidentali non ha ancora sortito un'alternativa. Altre debolezze della disciplina, come l'attenzione insufficiente portata alla dinamica dei cambiamenti, il carattere ideologico di discussioni teoriche troppo rarefatte, l'ignoranza tra i vari gruppi di ricerca degli studi reciproci (in particolare l'ignoranza dell'antropologia francese dell'antropologia americana, e viceversa) mettono in pericolo il mantenimento dell'intelligenza storica che l'antropologia ha saputo manifestare in diversi periodi della sua storia. Mentre la comunicazione tra antropologi lascia desiderare, sono forse i lavori di storia dell'antropologia (in particolare quelli di George Stocking e di Jean Jamin) che permetteranno la divulgazione delle conoscenze antropologiche attuali.
L'antropologia applicata
Fin dalle sue origini, l'antropologia veicola un'ideologia dell'evoluzione e dello sviluppo, quindi una certa idea della sua utilità sociale o pratica. I fenomeni di colonizzazione, d'acculturazione e di modernizzaione hanno condotto gli amministratori, i militari ed i missionari a richiedere informazioni agli etnologi ed antropologi, per condurre meglio le loro strategie, o semplicemente per giustificarle in nome “della civilizzazione”. B. Malinowski accetta che l'antropologia svolga una funzione d'ingegneria sociale: la sua allieva Lucy Mair teorizza l'antropologia applicata, che diventerà negli anni 1960 un'antropologia dello sviluppo. L'amministrazione coloniale britannica creerà molti posti di antropologi “di governo”.
Nel 1941 è stata fondata negli Stati Uniti la Società d'antropologia applicata. Ha inizialmente portato la sua attenzione sulla società americana: il lavoro operaio, i problemi dei poveri quindi delle minoranze, le implicazioni del “ carattere nazionale”. È soltanto negli anni 1960 che gli antropologi si vedono associati alle operazioni e progetti di sviluppo nel terzo mondo.
Tuttavia il ricorso pratico e “politico” all'antropologia può provenire a volte dalle popolazioni indigene, dalle loro associazioni o dai loro rappresentanti; così è stato per gli indiani Crees del Québec, che volevano ottenere compensazioni a seguito delle sistemazioni della diga della baia James, o anche degli indigeni australiani, che cercavano di difendere i loro diritti territoriali e fondiari. Ogni ricerca applicata richiede conoscenze fondamentali; la rimessa in discussione delle politiche e delle ideologie della modernizzazione ad oltranza, che non tengono conto del parere delle popolazioni, relativizza le conclusioni di questo tipo d'antropologia, ma non ne elimina la necessità.
Critiche e autocritiche dell'antropologia
L'antropologia è stata e resta una disciplina ancillare, non soltanto al servizio dell'ideologia, delle modalità dell'espansione europea (le grandi scoperte, la colonizzazione). Ha saputo criticare i suoi abusi ed ha trovato numerose giustificazioni nella filiazione che si è costruita, giustamente, con il secolo di Lumi. L'antropologia americana si è interessata alla sorte delle minoranze, agli effetti sociali della crisi degli anni 1930; l'antropologia britannica ha potuto aiutare a comprendere il cambiamento sociale e politico in Africa nera. Nonostante il carattere precursore del testo di Michel Leiris, L'etnografo dinanzi al colonialismo (1950), è soltanto alla fine degli anni 1960 che si sviluppa tutta una corrente americana di rimessa in discussione radicale che denuncia “l'antropologia, figlia dell’ imperialismo”. Una rilettura delle relazioni tra l'etnologia ed il fenomeno coloniale, la guerra nel Sud-Est asiatico, le rivendicazioni delle Comunità nere ed indiane (vedere la critica virulenta degli etnologi nel pamphlet Pelle rossa, nel 1969, del leader Vine Deloria Jr.), l'etnocidio permanente degli indiani dell’Amazonia sono altrettanti eventi che svegliano la coscienza morale e politica dei ricercatori. Queste interrogazioni possono andare fino alla rimessa in discussione del buon fondamento epistemologico della disciplina. Annunciano l'invenzione di un'antropologia interamente reciproca, come la immaginava Roger Bastide, e la presa in carico dell'antropologia da parte di ricercatori autoctoni.
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