Artgothique
Esempio 1
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La forma originaria e canonica dell’arco e della volta in architettura è quella rotonda, a tutto sesto.
Nel medio evo nacque e si affermò la forma ogivale, o gotica, come spregiativamente la definì, una volta e per sempre, Giorgio Vasari.
Nella storia delle costruzioni l’arco ha sempre rappresentato l’elemento di base per la realizzazione di grandi ambienti, perlomeno fino a quando lo stato delle conoscenze ha consentito di utilizzare la sola resistenza a compressione di singoli elementi giustapposti. La funzione della malta si limita infatti a rendere più omogenea la giustapposizione medesima; e può anche essere sostituita, come avvenne, con altri materiali duttili, vedi il piombo (Notre Dame).
L’architettura dovette pertanto fare esclusivo affidamento sulla resistenza naturale e sulla coesione interna dei materiali impiegati, lapidei, ceramici o lignei.
La costruzione di un edificio veniva in tal modo a rappresentare una coniugazione profonda delle facoltà umane con le proprietà naturali della materia, l’una dimensione in grado di stimolare e nel contempo vincolare l’altra, sì che il risultato non può dirsi propriamente figlio di una sola delle due, ma di entrambe. Gli elementi strutturali (stilistici) generati dal processo non potevano inoltre essere sottoposti, per tutti i vincoli sopraddetti, a variazioni improvvise e
fantasiose, come invece oggi accade, ma piuttosto avevano il sapore di una lenta e faticosa conquista culturale collettiva, non di rado tale da improntare di sé un intero periodo storico.
Ecco perché trovandoci di fronte all’arco romanico o all’arco gotico non possiamo considerarli dei semplici elementi costruttivi, ma piuttosto qualcosa che evoca due epoche del nostro passato, o meglio due stadi del pensiero, capaci ancora di suscitare fantasie ed emozioni.
Il carattere collettivo e partecipativo (sociale) di tali processi risulta poi evidenziato proprio dalla loro tipologia esecutiva, che richiedeva il massimo della professionalità a partire dai più intimi dettagli costruttivi (capacità oggi perduta), dalla perfezione elementare alla perfezione complessiva e globale; (Michelucci si meravigliava e incantava di fronte alla qualità esecutiva di particolari interni alla cupola, del tutto nascosti alla vista del pubblico).
La qualità professionale degli architetti di allora consisteva appunto nella capacità di “sentire” quello che si poteva realizzare e fin dove ci si poteva spingere a partire dall’umile pietra o mattone. Ecco perché gli edifici del passato, oltre a una visione d’insieme, ci possono anche suggerire visioni o letture “molecolari” delle loro forme, nelle quali riconoscere percorsi, fughe, fantasie, che le animano e le attraversano.
Proprio il concetto di percorso sembra il più idoneo a interpretare l’arco a tutto sesto. Questo ci appare veramente come un ponte gettato fra due rive; da attraversare senza ostacoli o repentini mutamenti di rotta, praticabile a piacere nei due sensi, dal carattere quindi propriamente geometrico, più che dinamico; in definitiva il percorso ottimale fra due punti, tenuto conto delle forze in gioco. O anche per così dire una “curvatura dello spazio”, tale da conferire a ogni moto su di essa carattere inerziale.
L’arco non sfugge al peso soprastante, che anzi ne determina forma e dimensioni, come sembra invece voler sfuggire l’arco gotico.

Nulla di quanto detto vale appunto per l’arco gotico; in questo caso non ha infatti più senso parlare di “percorso ottimale”; si manifesta in esso una frattura, una brusca inversione di marcia, una biforcazione. Solo apparentemente l’arco gotico rappresenta ancora un elemento strutturale; di fatto sembra costituirsi in modo autonomo, dilatandosi enormemente nelle proporzioni e asservendo alle proprie esigenze l’intera configurazione.
Esso tende a separare, piuttosto che a unire, quasi volesse salire facendosi strada nella muratura sovrastante, affrancato dai suoi stessi componenti materiali, come se il vuoto, la luce, che lo riempiono, dovessero risultare i veri protagonisti.
È singolare a tal proposito osservare come molte costruzioni gotiche (da noi l’abbazia di S. Galgano), avendo perso del tutto la copertura, risultino più suggestive ai nostri occhi, quasi fossero state concepite come noi le vediamo. Ciò che conferma in definitiva l’inessenzialità della copertura in tale stile; con quel che ne consegue in termini di mancato raccoglimento e condivisione di anime.
L’arco diviene così ben presto espressione di una nuova cultura, dove la forza del simbolo sorge a travalicare gli argini dell’equilibrio, della misura, della persona. La sua fisionomia anticipa, non certo per scienza o volontà   incon-sapevoli progettisti, l’inquietante profilo delle ogive dei proiettili e dei missili.
Torniamo al Vasari. Non può essere stato lui l’inventore dell’appellativo di “gotico”. Più probabilmente ha ripreso un’accezione diffusa, che senza andare troppo per il sottile individuava in quello stile una provenienza  nordica, estranea alla nostra cultura, quindi barbarica, gotica.
Lo stile invece era nato in Francia e St. Denis ne era stata la prima grande realizzazione.
L’intenzione del Vasari era sostanzialmente quella di definire “mostruosa e  barbarica” tale “maniera”. Ma è forse accettabile una così sbrigativa e rude condanna riferita a opere universalmente fra le più ammirate ancor oggi, come le grandi cattedrali al di là e al di qua delle Alpi? Tanto più avanzate sotto il profilo ingegneristico di ogni altra architettura mai vista?
Di primo acchito non lo è. Con le migliori intenzioni e tutto il rispetto per il Vasari.
Ma barbarico non va qui inteso nel senso di arretrato e incivile, come siamo oggi portati a intenderlo.  A quell’aggettivo va riconosciuta una connotazione diversa e più profonda, di carattere morale: barbarico in quanto eccessivo, sproporzionato, disumano.
I barbari erano tali non perché fossero ignoranti, ma perché facevano paura; anche e soprattutto se erano colti.
Si tratta di peccati assolutamente capitali, per chi aveva appena riscoperto l’antico equilibrio. Tutto ciò che è eccessivo, sia nelle dimensioni che nell’audacia costruttiva (non bisogna dimenticare che quell’architettura aveva inizialmente spaventato gli stessi monaci cistercensi), rischia infatti di apparire disumano e sospetto, in definitiva, di essere frutto di tenebrosi accordi con il demonio. Motivo che ha attraversato in lungo e in largo, come noto, tutta la storia della nostra cultura.
Altro che soave leggerezza e miracolosa apparizione dello stile fiorito!
Dunque il Vasari era sinceramente atterrito all’idea che la riconquistata misura della classicità dovesse un giorno, per le sciagurate alternanze della storia, cedere di nuovo il passo ad altre stravaganze e follie (non sapeva quanto aveva ragione !). Evidentemente il conto era rimasto in sospeso.
C’era un contrasto rimasto a mezz’aria, tuttora vivo e irrisolto; un bisogno di rivalsa ancora non pienamente soddisfatto.
È chiaro allora che una certa dose di faziosità e di campanilismo dobbiamo pur consentirgliela, visto il momento magico che viveva l’arte in Italia (leggi Toscana), e il compito ch’egli si era assunto di celebrarla, interpretarla, dichiararla ai quattro venti.
Per la Francia invece l’arte gotica era stata, e rimasta, la sola grande espressione stilistica autoctona.

Fulcanelli è lo pseudonimo di un non meglio identificato scrittore francese del primo novecento, autore di libri esoterico - alchemico - magici, dei quali uno sulle cattedrali gotiche.
Sfogliandolo un po’ vi si coglie tutta l’antipatia per il Rinascimento, considerato piena decadenza, e l’esaltazione del gotico, a cui si attribuisce peraltro una etimologia affatto diversa.
“Art Gothique” nulla avrebbe a che vedere coi Goti, come ingiuriosamente ritenuto dagli italiani, ma semplicemente starebbe per argotique, argotico, cioè proprio dell’argot, che in Francia vuol dire un linguaggio criptico e misterioso, comprensibile solo agli iniziati, apparso a cominciare dal milleduecento nell’Ile de France. Lo stile sarebbe dunque qualcosa di visceralmente legato a quel back ground.
Un’idea, questa delle cattedrali che nascono come funghi giganteschi dal terriccio dei bassifondi di Parigi, che risulta in effetti non priva di una certa suggestione.
Proprio il gigantismo delle chiese, al quale siamo ormai abituati, rapportato all’esiguità e povertà dell’abitato circostante, nasce con questo stile e prende piede ovunque. Un bell’esempio in Italia è il duomo di Orvieto, che da lontano è l’unica cosa che si vede.
Non amore e raccoglimento, dunque, ma ammirazione, rispetto e timore, sono i sentimenti che queste fabbriche sono chiamate a evocare (non a caso Orvieto fu progettata da un architetto militare).
Forse l’inquietudine del Vasari aveva qualche fondamento.
Il Rinascimento fece di tutto per mettere una pietra sopra al Gotico, anche fisicamente. L’esempio più clamoroso di questa vocazione è il Tempio Malatestiano di Rimini, costruito fagocitando letteralmente una preesistente chiesa gotica, della quale solo alcuni piccoli resti non digeriti fanno mestamente capolino dalle aperture laterali. Cosa per la quale l’Alberti rischiò seriamente la scomunica da parte di Pio II ( … non sembra un tempio di Cristo, bensì di fedeli adoratori del demonio )


La cattedrale, simbolo della grandezza artistica del Medioevo occidentale e del ruolo svolto dai vescovi nelle città, è il monumento che meglio definisce l'arte gotica con il passaggio dall'arco ogivale alle volte a crociera costolonate, sistematicamente organizzate in una struttura profondamente razionale e articolata. La scultura copre le facciate e segna la divisione in piani degli alzati, dominati dalle gallerie dei sovrani coronati. All'entrata della chiesa, le statue-colonna accolgono i fedeli. Nel definire il gotico privilegiamo di solito gli elementi culturali e formali, mentre l'architettura gotica è fatta di novità tecniche, di progressi nel trasporto della pietra, di miglioramenti degli strumenti di sollevamento e di forza, e soprattutto di perfezionamento dell'organizzazione del cantiere attraverso la standardizzazione del lavoro, l'organizzazione degli elementi prefabbricati e una maggiore razionalizzazione della produzione. La novità più spettacolare dell'architettura gotica consiste nella capacità di rendere trasparente l'edificio grazie all'immissione della luce, che attraversa le vetrate piene di immagini soddisfacendo la sete d'assoluto e di trascendenza degli uomini del tempo. Questo libro invita a fare un viaggio alla scoperta semplice e diretta delle chiavi che possono aiutare a comprendere lo spirito dell'arte gotica, la sua bellezza e le ragioni che hanno ispirato i grandi committenti, laici ed ecclesiastici, del Medioevo.



                                                 Artgothique
di Pier Paolo Vaccari
Approfondimenti
Notre-Dame de Paris
Abbazia di San Galgano
Duomo di Orvieto
Di tutto ciò resta oggi solo un’eco molto attenuata, il Gotico e il Rinascimento appartengono a una lontananza che sembra collocare le loro reciproche incompatibilità nell’ambito esclusivo della letteratura.
Tuttavia innumerevoli ricadute e interazioni attraverso i secoli di quei due passaggi, hanno influenzato e influenzano in modo più o meno scoperto e consapevole innumerevoli vicende, certo non solo artistiche e architettoniche, della storia e della cultura.
Se da un lato il richiamo al classicismo costituisce un ancoraggio impossibile da rinunciare, non possiamo far a meno di rimarcare la persistenza tenace di un medievalismo di costume, dal quale sembra invincibilmente attratta, foss’anche solo per amore dell’avventura, la precaria condizione attuale, tenuto anche conto beninteso della pregressa full immersion romantica.


27 febb 2010
Titolo La cattedrale gotica. Spirito e struttura della più grande opera d'arte della città occidentale
Autore Tagliaventi Ivo


Un saggio sull'architettura della cattedrale gotica. Riccamente illustrato con una serie di tavole comparative di cattedrali gotiche presentate alla stessa scala in pianta, facciata e sezioni.



La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line